Nel nostro giardino. Marzo 2017.

yo no naka wa

jikoku no ue no

hanami kana

 

In questo mondo

– sopra all’inferno –

contempliamo i fiori.

 

Kobayashi Issa

(1763-1828)

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La luna di marzo. Fra i boccioli del pesco del giardino. 12 marzo 2017.

Haru no yo no

yami wa ayanashi

ume no hana

ito koso miene

ka ya wa kakururu.

 

Folli sono le tenebre

nella  notte di primavera.

Celano, è vero,

il colore del fiore di susino,

ma il profumo, come fanno a velarlo?

 

Ōshikōshi no Mitsune

 (X sec.)

 

Dal Kokin waka shū (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne), Milano, Ariele, 2000. Traduzione di Sagiyama Ikuko.

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Uno hinadana con il suo corteo di bambole a Miyajima. Una primavera. Nostra. (Marzo 2013).

Wata torite

nebimasarikeri

hina no kao.

 

Tolto il cotone,

troviamo invecchiati

i volti del bambole.

 

Takarai Kikaku

(1661-1707)

 

Il 3 marzo, in Giappone, è la festa delle bambine e delle bambole. Si tolgono dalle scatole in cui sono custodite durante l’anno le bambole degli antichi corredi e si dispongono su un apposito scaffale a gradini, lo hinadana, per metterne in mostra la preziosa bellezza. E’ a questo costume che fa riferimento, con tutta evidenza, lo haiku irriverente di Takarai Kikaku, poeta di epoca Edo.

Della festa ho già parlato lungamente in questi post precedenti:

http://www.rossellamarangoni.it/mukashi-mukashi-hina-matsuri.html

http://www.rossellamarangoni.it/hinamatsuri-una-storia-antica-di-bambole-e-di-bambine.html

http://www.rossellamarangoni.it/yume-no-ato-i-resti-di-un-sogno-frammenti-di-viaggi-in-giappone-1-hina-matsuri-a-miyajima.html

 

Lasciamo ora parlare la poesia!

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), Il poeta Kakinomoto no Hitomaro, dalla serie Hyakunin isshu, pubblicata dall’editore Ebisu-y Shkichi, fra il 1840 e il 1842.

あしびきの 
山鳥の尾の 
しだり尾の 

ながながし夜を 
ひとりかもねむ

 

Ashibiki no 
Yamadori no o no 
Shidari o no 

Naganagashi yo o 
Hitori ka mo nen

 

Kakinomoto no Hitomaro

(? – 707 o 708)

 Dormirò, dunque solo  Dormirò solo  Dormirò dunque da solo
 in questa notte lunga, lunga  in questa notte lunga  in questa notte
 come la coda pendente  lunga e pendente  lunga quanto la coda
 del fagiano dorato  come la coda d’oro  di un fagiano
 che trascina i suoi passi?  dell’uccello dei monti.  di montagna?
 Trad. di Marcello Muccioli.  Trad. di Nicoletta Spadavecchia.  Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Fonti delle traduzioni:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°3 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena è immersa nell’atmosfera di una sera d’autunno: ne sono indizi il giallo del fogliame della chioma dell’albero che si intravede nell’angolo a destra, oltre la veranda, e gli steli ondeggianti al vento delle eleganti erbe susuki, tracciate rapidamente sullo sfondo del cielo e contro le pendici della montagna. L’erba susuki è una delle sette erbe dell’autunno della tradizione classica e, da sola, rimanda alla stagione così come, del resto, la luna piena, la più bella dell’anno, secondo la sensibilità giapponese. Se non bastassero, però, questi elementi, ecco un ennesimo rimando: sul paravento, il percorso sinuoso di un fiume è reso “broccato d’autunno” dalle foglie di acero. Si tratta del  fiume Tatsuta, cantato dai poeti sin dall’antichità come uno dei topoi più suggestivi – e amati – dell’autunno. Ne sono esempio i versi: 

Tatsutagawa / momiji midarete /nagarumeri / wataraba nishiki / naka ya taenamu.

Sul fiume Tatsuta,

le radiose foglie sparse

fluttuano sospese.

Se l’attraverso, s’infrangerà

il fastoso drappo di broccato?

Anonimo (forse un imperatore di Nara), dal Kokinwakashū, antologia poetica imperiale del X secolo. Traduzione di Sagiyama Ikuko. 

 

In primo piano, appoggiato quasi languidamente al kyosoku (bracciolo), è l’anziano poeta, abbigliato secondo le vesti eleganti della corte imperiale. Contempla assorto il paesaggio notturno, alla luce di una candela, il pennello in mano e il corredo da scrittura davanti a sé. Comporrà dei versi? Li ha già composti? Non ci è dato sapere. Su cosa riflette il poeta? Forse sul fagiano di montagna dalla lunga coda (yamadori), metafora di chi è separato dalla persona amata per la lunga durata di una notte. Forse sulla propria età, stagione di solitudine e abbandono. Certo è questa l’impressione che resta della scena, la cui palette di colori spenti (probabilmente causati anche dallo stato di conservazione della stampa) accentua la consapevolezza che le parole del poeta sembrano rivelare.

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861). Dalla serie Hyakunin isshu no uchi (1840-42). 1. L’imperatrice Jitō.

春過ぎて 
夏来にけらし 
白妙の 
衣ほすてふ 
天の香具山

 

Haru sugite 
Natsu ki ni kerashi 
Shirotae no 
Koromo hosu cho 
Ama no Kaguyama

Jitō tennō

(645-702)

 

Passata la primavera

Ecco l’estate

Sembra che la primavera sia terminata

l’estate sembra ormai venuta; e

passata è primavera

e che sopraggiunta sia l’estate

vestiti di candido tae, dicono

bianco vestito

visto che candide vesti di gelso

stanno già asciugandosi (al sole)

sei come i panni al sole

sono stese ad asciugare

o celeste monte Kagu.

monte del cielo o Kagu.

sul divino monte Kagu.

Traduzione di Marcello Muccioli.

Traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°2 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Sulla veranda della residenza imperiale, in primo piano, l’imperatrice Jitō e una sua ancella, che reca in mano un vassoio da scrittura, guardano verso il panorama lontano del monte Kagu, reso come in ombra, mentre bianche nubi basse sembrano salire dall’engawa, come se questa, più che aggettante su un giardino, sovrastasse una valle che noi, però, non possiamo vedere. L’imperatrice è abbigliata alla moda della corte di periodo Heian, anche se noi sappiamo che fu artefice dello spostamento della capitale a Fujiwara no Miya, ben prima della fondazione, nel 704, della più antica capitale permanente del Giappone,  Heijōkyō (poi chiamata Nara). Sopra i lunghi hakama rossi, Jitō indossa una serie di strati di vesti (hitoe), e una sopravveste le cui sfumature giocano sui toni del verde. Sulle fantasie geometriche delle fodere campeggia un decoro di fenici su intrecci di nuvole cinesi, chiaro motivo di buon auspicio. I capelli lunghi e neri sono lasciati sciolti sulle spalle e le ciocche più corte incorniciano un volto su cui, secondo la moda dell’epoca, le sopracciglia sono state rasate e ridipinte a metà della fronte.

La giovane attendente indossa una semplice veste bianca a motivi beneaugurali di chiavi cinesi sotto agli ampi e lunghissimi hakama rossi. Raccolti in una morbida coda chiusa da un nastro di carta candida, sono i lunghissimi capelli corvini della giovane donna.

Sulle teste dei due personaggi, Kuniyoshi, quasi a contraltare del rosso degli hakama, fa scendere due cordoni rossi che trattengono le tende avvolgibili in bambù (sudare) per mezzo di un nodo di buon auspicio, il nodo poi conosciuto come “agemaki”, che ho spiegato qui: http://www.rossellamarangoni.it/imperiali-geometrie-un-nodo-al-nigatsudo-pensando-al-genji-monogatari.html

Sappiamo che il monte Kagu poteva essere visto dall’imperatrice dalla sua residenza. Insomma, la scena che descrive nel suo celebre waka era il panorama che si dispiegava davanti ai suoi occhi. Non ci sono vesti stese, però, nella stampa di Kuniyoshi. Pure, la presenza, non poi così lontana, di un monte collegato sin dall’antichità con il mito della reclusione nella caverna della dea del sole Amaterasu, progenitrice della stirpe imperiale, sembra ricordare l’augusta ascendenza dell’imperatrice Jitō, figlia di Tenji tennō, il primo poeta incluso nella raccolta Hyakunin isshu. Una filiazione prima di tutto poetica.

 

 

 

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