Miyajima, il monte Misen. Aprile 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kasumi tatsu

haru no yamabe wa

tōkeredo

fukikuru kaze wa

hana no ka zo suru.

 

Le montagne primaverili

avvolte nella foschia

sono lontane,

ma il vento che ne spira

profuma di fiori.

 

Ariwara no Motokata

(inizi X sec.)

 

Traduzione di Ikuko Sagiyama.

 

 

 

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Nel nostro giardino. Marzo 2017.

yo no naka wa

jikoku no ue no

hanami kana

 

In questo mondo

– sopra all’inferno –

contempliamo i fiori.

 

Kobayashi Issa

(1763-1828)

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La luna di marzo. Fra i boccioli del pesco del giardino. 12 marzo 2017.

Haru no yo no

yami wa ayanashi

ume no hana

ito koso miene

ka ya wa kakururu.

 

Folli sono le tenebre

nella  notte di primavera.

Celano, è vero,

il colore del fiore di susino,

ma il profumo, come fanno a velarlo?

 

Ōshikōshi no Mitsune

 (X sec.)

 

Dal Kokin waka shū (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne), Milano, Ariele, 2000. Traduzione di Sagiyama Ikuko.

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Uno hinadana con il suo corteo di bambole a Miyajima. Una primavera. Nostra. (Marzo 2013).

Wata torite

nebimasarikeri

hina no kao.

 

Tolto il cotone,

troviamo invecchiati

i volti del bambole.

 

Takarai Kikaku

(1661-1707)

 

Il 3 marzo, in Giappone, è la festa delle bambine e delle bambole. Si tolgono dalle scatole in cui sono custodite durante l’anno le bambole degli antichi corredi e si dispongono su un apposito scaffale a gradini, lo hinadana, per metterne in mostra la preziosa bellezza. E’ a questo costume che fa riferimento, con tutta evidenza, lo haiku irriverente di Takarai Kikaku, poeta di epoca Edo.

Della festa ho già parlato lungamente in questi post precedenti:

http://www.rossellamarangoni.it/mukashi-mukashi-hina-matsuri.html

http://www.rossellamarangoni.it/hinamatsuri-una-storia-antica-di-bambole-e-di-bambine.html

http://www.rossellamarangoni.it/yume-no-ato-i-resti-di-un-sogno-frammenti-di-viaggi-in-giappone-1-hina-matsuri-a-miyajima.html

 

Lasciamo ora parlare la poesia!

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), Il poeta Kakinomoto no Hitomaro, dalla serie Hyakunin isshu, pubblicata dall’editore Ebisu-y Shkichi, fra il 1840 e il 1842.

あしびきの 
山鳥の尾の 
しだり尾の 

ながながし夜を 
ひとりかもねむ

 

Ashibiki no 
Yamadori no o no 
Shidari o no 

Naganagashi yo o 
Hitori ka mo nen

 

Kakinomoto no Hitomaro

(? – 707 o 708)

 Dormirò, dunque solo  Dormirò solo  Dormirò dunque da solo
 in questa notte lunga, lunga  in questa notte lunga  in questa notte
 come la coda pendente  lunga e pendente  lunga quanto la coda
 del fagiano dorato  come la coda d’oro  di un fagiano
 che trascina i suoi passi?  dell’uccello dei monti.  di montagna?
 Trad. di Marcello Muccioli.  Trad. di Nicoletta Spadavecchia.  Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Fonti delle traduzioni:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°3 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena è immersa nell’atmosfera di una sera d’autunno: ne sono indizi il giallo del fogliame della chioma dell’albero che si intravede nell’angolo a destra, oltre la veranda, e gli steli ondeggianti al vento delle eleganti erbe susuki, tracciate rapidamente sullo sfondo del cielo e contro le pendici della montagna. L’erba susuki è una delle sette erbe dell’autunno della tradizione classica e, da sola, rimanda alla stagione così come, del resto, la luna piena, la più bella dell’anno, secondo la sensibilità giapponese. Se non bastassero, però, questi elementi, ecco un ennesimo rimando: sul paravento, il percorso sinuoso di un fiume è reso “broccato d’autunno” dalle foglie di acero. Si tratta del  fiume Tatsuta, cantato dai poeti sin dall’antichità come uno dei topoi più suggestivi – e amati – dell’autunno. Ne sono esempio i versi: 

Tatsutagawa / momiji midarete /nagarumeri / wataraba nishiki / naka ya taenamu.

Sul fiume Tatsuta,

le radiose foglie sparse

fluttuano sospese.

Se l’attraverso, s’infrangerà

il fastoso drappo di broccato?

Anonimo (forse un imperatore di Nara), dal Kokinwakashū, antologia poetica imperiale del X secolo. Traduzione di Sagiyama Ikuko. 

 

In primo piano, appoggiato quasi languidamente al kyosoku (bracciolo), è l’anziano poeta, abbigliato secondo le vesti eleganti della corte imperiale. Contempla assorto il paesaggio notturno, alla luce di una candela, il pennello in mano e il corredo da scrittura davanti a sé. Comporrà dei versi? Li ha già composti? Non ci è dato sapere. Su cosa riflette il poeta? Forse sul fagiano di montagna dalla lunga coda (yamadori), metafora di chi è separato dalla persona amata per la lunga durata di una notte. Forse sulla propria età, stagione di solitudine e abbandono. Certo è questa l’impressione che resta della scena, la cui palette di colori spenti (probabilmente causati anche dallo stato di conservazione della stampa) accentua la consapevolezza che le parole del poeta sembrano rivelare.

 

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