Richiamando il kami (Le nostre nipotine giapponesi). Arima onsen, dicembre 2015.

 
 
冬空れいろうと
円きばかりにて
子供の声。
 
Fuyuzora reirōto
maruki bakari nite
kodomo no koe.
 
Il cielo invernale splende.
Voci di bimbi in cerchio.
 
Ogiwara Seisensui
(1884-1976)
 
Traduzione di Irene Starace.
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I verdi, i rossi: tripudio d’autunno nel giardino ai piedi del castello di Hikone. Novembre 2015.

Kaze fukeba

otsuru momijiba

mizu kiyomi

chiranu kage sae

soko ni mietsutsu.

 

Quando soffia il vento

le foglie screziate cadono

sull’acqua del laghetto così limpida

che perfino le foglie ancora sul ramo

si vedono riflesse sul fondo.

 

Ōshikōshi no Mitsune

(X sec.)

Dal Kokinwakashū (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne).

 

Traduzione di Pierantonio Zanotti.

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IL NOSTRO CANTO: la POESIA GIAPPONESE in 31 SILLABE

Introduzione al waka.

un corso di 

Rossella Marangoni

 

4 incontri di 2 ore

Un corso introduttivo alla poesia giapponese classica e moderna che è anche un viaggio affascinante nella cultura giapponese. 

In programma: 

1. Il fascino discreto della sintesi e altre caratteristiche comuni alle arti giapponesi.

2. “La poesia giapponese ha per radici il cuore dell’uomo”: origine, temi e artifici del waka in 31 sillabe.

3. “In sogno verrò da te stanotte”: il ruolo sociale del waka, da messaggero d’amore a gioco di società.

4. “Nella mia testa tutto era poesia”:  il tanka fra XIX e XX secolo.

 

Date del corso: 

sabato 11 novembre, sabato 18 novembre, sabato 25 novembre, sabato 2 dicembre.

Orario: dalle 16 alle 18.

Sede del corso:

Garden Club Ikebana Ohara Chapter Milano, via Moncucco, 26 – Milano (MM2 Famagosta)

 

=> Per informazioni e iscrizioni: 

tel.: 02 8489 2475

email: ikebanaoharami@gmail.com
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Dicono che la luna più bella dell’anno sia quella di mezzo autunno (chūshū no meigetsu)…

Osservando la luna piena, ancor più bella se velata dal passaggio delle nubi, nell’antichità in Giappone si celebrava il raccolto, si ringraziavano i kami per i frutti della terra, ascoltando il canto degli insetti notturni che, nella poesia tradizionale, sono espressione della stagione delle messi.

Era spontaneo allora ricordare antiche leggende, come quella, struggente e molto amata, ripresa dalla raccolta di racconti, leggende e apologhi morali di ispirazione buddhista del Konjaku monogatari (XI sec.) e riscritta da Daigū Ryōkan. Questa.

 

La lepre sulla luna

 

In un tempo lontano,

una lepre e una scimmia

fecero amicizia

con una volpe.

Durante il giorno,

giocavano nei campi,

al tramonto del sole,

tornavano nella foresta.

In questo modo

passarono gli anni,

fino a quando

il Re del Cielo,

udito il fatto,

per sapere la verità,

in sembianza di vecchio,

venne barcollando

e disse agli animali:

“Ho sentito che voi tre

giocate assieme,

pur essendo

di specie diversa.

Se questo è vero,

salvate un vecchio

che muore di fame.”

E gettato il bastone,

si mise a riposare.

“È molto semplice,”

risposero gli animali.

Senza esitare,

la scimmia tornò

dal bosco vicino

portando della frutta,

la volpe con un pesce

preso nel ruscello.

Anche la lepre

girò attorno,

ma non trovò niente

da offrire al vecchio.

Disprezzata, soffriva,

nel suo cuore.
Infine, disse:

“Tu, o scimmia,

porta legna dal bosco;

e tu, o volpe,

accendi il fuoco.”

Avendo le due

eseguito l’ordine,

la lepre si gettò

in mezzo al fuoco,

offrendosi in dono

al vecchio affamato.

A questa vista,

il vecchio levò

gli occhi al cielo

e si accasciò al suolo,

in lacrime.

Battendosi il petto,

disse agli animali:

“Tutti  e tre,

da buoni amici,

avete agito bene.

Ma la lepre

mi ha commosso.”

Ripresa la forma

di Re del Cielo,

raccolse dal fuoco

i resti della lepre

e li depose

nel Tempio della Luna.

Questa è la storia

della lepre sulla luna,

tramandata fino ad oggi.

Quando la sento,

la mia veste

si bagna di lacrime.

 

Daigū Ryōkan

(1758-1831)

 

Traduzione di Luigi Soletta.

Da Poesie di Ryōkan, monaco dello Zen, a cura di Luigi Soletta, Milano, La Vita Felice, 1994.

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Miyajima sotto la pioggia d’autunno. Viaggio del 2015.

 

Ottobre: il freddo inverno è vicino.

Mi alzo presto e scendo dalla collina.

Erbe e piante sono già appassite;

il mormorio del ruscello è cessato.

Guardo i monti a settentrione,

con pini e querce sempre verdi.

Al tempo in cui cadono le foglie,

solo essi resistono al freddo.

Ma cosa sono io davanti a loro

pur cantando la loro bellezza?

 

Daigū Ryōkan

(1758-1831)

 

Traduzione di Luigi Soletta.

Da Poesie di Ryōkan, monaco dello Zen, a cura di Luigi Soletta, Milano, La Vita Felice, 1994

 

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