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Miyagawa Shuntei (1873-1914), Bijin che giocano a utagaruta.

Da un’idea di Graziana Canova Tura.

La raccolta poetica Hyakunin isshu (Cento poesie di cento poeti) è cara al cuore dei giapponesi. Evoca la raffinata e rarefatta atmosfera di grazia ed eleganza della corte imperiale di periodo Heian ad alcuni, certo, ma a tutti ricorda un gioco di carte a cui ci si dedicava, tradizionalmente, soprattutto nei primi giorni dell’anno.

Cos’è, allora, Hyakunin isshu? Una silloge poetica che, a differenza delle celebri antologie imperiali compilate, appunto, su mandato del tenno, fu raccolta su iniziativa privata, a proprio gusto e insindacabile giudizio da Fujiwara no Teika (o Sadaie, 1162-1241) e rivista, successivamente, dal figlio Tameie. Destinati a essere calligrafati su shikishi (lunghi fogli di carta decorata) e affissi sulle pareti della residenza che Teika possedeva sul monte Ogura, furono scelti cento componimenti ognuno di un poeta diverso e furono poi sistemati in ordine cronologico, da quello dell’imperatore Tenji a quello dell’imperatore in ritiro Juntoku-in. Nel corso del XIII secolo questi waka furono poi trascritti da Renshō e iniziarono a essere diffusi sotto forma di raccolta. Conosciuta anche sotto il titolo di Ogura sansō shikishi waka (Poesie su carta decorata per la residenza del monte Ogura), l’antologia ebbe una grande fortuna e costituì fonte di ispirazione per altre raccolte, come il Buke hyakunin isshu (Cento poesie per cento guerrieri), di periodo Edo (una versione di quest’ultima raccolta, illustrata da Moronobu, risale al 1672).

Nel corso del periodo Edo la raccolta Hyakunin isshu ispirò celeberrimi artisti quali (Hiroshige, Kunisada, Kuniyoshi e altri) che ne produssero numerose serie, a volte anche di carattere parodico, alimentando e rinnovando così la fama dell’antica raccolta.

Questa raccolta rappresenta una delle opere più amate della poesia giapponese, alla base del gioco di carte utagaruta, molto in voga nel periodo Edo ma ancora praticato, nel quale ogni waka era suddiviso in due emistichi (rispettivamente di 3 versi per un totale di 17 sillabe il primo e di 2 versi per un totale di 14 sillabe il secondo), ciascuno dei quali calligrafato su una carta. Scopo del gioco era, dopo aver ascoltato la lettura della prima parte del waka, indovinare la seconda parte e rintracciarne nel mazzo la carta corrispondente per riunire il più in fretta possibile le due metà della poesia.

Hyakunin isshu è un’opera molto studiata ma l’opera di riferimento, soprattutto per l’approccio interdisciplinare, resta, almeno per me, il testo di Joshua Mostow, Pictures of the Heart. The Hyakunin Isshu in Word and Image, pubblicato dalla University of Hawai’i Press, Honolulu, nel 1996.

E’ proprio sfogliando le immagini della copia regalatami dalla cara amica Graziana Canova Tura e vedendo le sue glosse su quelle pagine, che ho pensato di presentare questi cento waka accompagnati da alcune traduzioni in lingua italiana messe a confronto. Per rileggerle insieme. Per assaporare insieme il gusto della poesia giapponese.

Miyagawa Shuntei (1873-1914), Bijin che giocano a utagaruta.

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SI FA PRESTO A DIRE HAIKU

Ovvero un universo in 17 sillabe. Introduzione alla poesia breve giapponese.

Guida alla lettura e… alla scrittura.

 

Un corso in 4 lezioni della durata di 2 ore.

Inizio corso: domenica 22 gennaio, ore 15.30.

 

L’impressione di un istante: lo haiku non è che questo. Un componimento poetico brevissimo (solo 17 sillabe suddivise), il più breve che si ricordi, nato in Giappone nella prima metà del XVI secolo. Un genere poetico classico ancora amatissimo e praticato, in Giappone e non solo.  

Kinkoku Yukoi, Il poeta Basho, 1820. The British Library.

Espressione lirica di sintesi estrema, di grande potere evocatore, lo haiku è solo in apparenza semplice. Nasconde molti segreti, nasconde un mondo. Ed è proprio questo mondo che il corso intende raccontare: per cercare di rivelarne la bellezza, per invitare alla lettura e, perché no?, alla scrittura.

 

Programma:

1° incontro: Il mondo poetico giapponese: da dove nascono gli haiku. Nascita di un genere e analisi della struttura poetica.

2° incontro: Temi, convenzioni e “follie” negli esempi dei grandi maestri.

3° incontro: Lo haiku e noi 1: come è stato reinterpretato lo haiku nella poesia occidentale.

4° incontro: Lo haiku e noi 2: laboratorio di scrittura. 

Saranno distribuiti testi e dispense. Saranno mostrate immagini che aiutino a comprendere l’ambiente naturale giapponese e la percezione dell’alternarsi della stagioni che sono alla base della creazione degli haiku.

 

Dove: Associazione culturale giapponese Yamato

via Garibaldi, 18/20

15033 Casale Monferrato (AL)

Quando: domenica 22 gennaio, 5 e 19 febbraio e sabato 18 marzo 2017; dalle 15.30 alle 17.30.

POSTI LIMITATI, RICHIESTA LA PRENOTAZIONE
Informazioni e adesioni :
yamato.casale@gmail.com
3498508918

 

 

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Un rāmen delizioso, quello gustato al celebre Ippudo di Okachimachi (Ueno). Tōkyō, dicembre 2015.

 

Miso rāmen

Preparazione: 1 ora.

Cottura: 1/2 ora.

8 tazze di brodo di pollo . 200 g di pollo o maiale (tagliato a fettine sottili) . olio . salsa di soia . 2 cucchiai di miso . 2 cucchiai di sake . 2 cucchiaini di zucchero . 150 g di spinaci . 300 g di rāmen (spaghetti di tipo cinese) . 2 cucchiai di sesamo bianco tostato . 10 cm di porro . 1 cucchiaio di zenzero fresco . shichimi tōgarashi

Le dosi sono per 4 persone.

 

Far rosolare la carne in padella con poco olio, unirvi 4 cucchiai di salsa di soia, il miso, il sake, lo zucchero e lasciar insaporire. Lavare e scottare gli spinaci, strizzarli e tagliarli a pezzetti, lasciandoli allineati. Pestare grossolanamente i semi di sesamo, tritare il porro e lo zenzero.

Cuocere la pasta (seguire eventualmente le istruzioni sul pacchetto), scolarla, dividerla in 4 grandi ciotole, versarvi sopra il brodo bollente, la carne con il sugo e gli spinaci sistemati da un lato.

Unire infine, per ogni ciotola, 1 cucchiaino di salsa di soia, il sesamo, il porro e lo zenzero tritati e servire con poco shichimi tōgarashi.

***

L’origine di questo piatto è cinese (in Giappone viene chiamata chūka soba, “soba cinese”).

Ma ormai le contaminazioni sono tali che mi è sembrato giusto far conoscere anche il rāmen. I modi in cui viene servito sono davvero infiniti, gustosi e sorprendenti. Consiglio vivamente, a chi si trovasse a visitare il Giappone, di entrare in uno di questi rāmenya e assaggiare ciò che offre, mangiando, spesso in piedi, gomito a gomito con lavoratori in pausa che risucchiano con piacere la specialità del locale. Lo si apprezzerà ancor di più se si avrà nel frattempo visto il delizioso film Tanpopo, di Itami Jūzō (1986).

***

Anche quest’anno  Graziana Canova Tura sceglierà per noi tante squisite ricette che potrete poi ritrovare, insieme a molte altre gustose proposte di cucina casalinga giapponese, nel suo prezioso manuale:

 

 

Il Giappone in cucina

Milano, Ponte alle Grazie, 2015.

 

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Personalissimi propositi per l’anno 2017.

Quest’anno niente diplomazia, niente freni inibitori. Mi sono stancata di assistere a certi episodi stando zitta. Sto parlando, naturalmente, del mio ambiente. Giappone e dintorni.

Ho già iniziato disertando degli “imperdibili” eventi milanesi. Che straordinario senso di libertà! La libertà di scegliere di lasciar perdere degli idioti, tronfi e pieni di sé, per esempio. Che sollievo!
Un esempio.

Mentre delle persone capaci, che stimo e ammiro, fotografi e artisti, calligrafi e pittori, fanno fatica a trovare una sede per esporre, arriva il genio di turno a cui tutti aprono le porte. E espone senza che nessuno metta in dubbio il suo genio, naturalmente.
Ho troppi amici che stimo per non vedere in cose come queste una palese ingiustizia. Ci posso far qualcosa? Io, senza mezzi? No, ovvio. Ma la vita è una sola.
Continuerò per quel che posso a far conoscere e valorizzare le persone in cui credo, quelle che lavorano sempre nell’ombra. Isolate magari. Ma non farò da amplificatore alle persone che non stimo e che, magari, a volte, vorrebbero usarmi. Non glielo permetterò.
Siete avvertiti.

Kawagoe. Uno dei cinquecento rakan (discepoli del Buddha) sembra sorridere. (Estate del 2009).

Kitain di Kawagoe. Uno dei cinquecento rakan (discepoli del Buddha) sembra sorridere. (Estate del 2009).

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