Stampa di Kajita Hanko (1870-1917).

Spazio TUTTA COLPA DI IPAZIA, vicolo Cortazza, 10 – Abbiategrasso

Corso

“Con voce inascoltata”: per una storia della donna in Giappone.

Il corso vuole essere un’introduzione alla storia della donna in Giappone – dai culti preistorici della fertilità alla ricerca della parità nel XXI secolo – cercando di chiarire il ruolo della donna nelle varie epoche della storia giapponese, il vissuto e l’immaginato, la quotidianità, le imposizioni legali e consuetudinarie, le aspirazioni e la creatività.

Si utilizzeranno allo scopo i testi della più recente storiografia oltre a documenti prodotti dalle donne, diari, testimonianze letterarie, codici, lavori etnografici, opere d’arte e, all’occorrenza, ricostruzioni cinematografiche.

10 lezioni di 2 ore ciascuna, il sabato – dalle 15.30  alle 17.30

Il corso si compone di 2 moduli, costituiti da lezioni monografiche che possono essere scelte liberamente. Si consiglia a tutti di partecipare anche all’incontro introduttivo.

Inizio corso: sabato 27 ottobre 2017.

Sede del corso: Tutta colpa di Ipazia, vicolo Cortazza 10, Abbiategrasso.

Incontro introduttivo (27 ottobre, dalle 15.30 alle 17.30): 

Onna: la donna in Giappone. Dal matriarcato alla sottomissione, alla ribellione.

L’inizio di un percorso.  

Prima parte:

Imperatrice, contadina, cortigiana, fuoricasta: non solo geisha.

5 incontri sulla donna nel Giappone classico e guerriero.

  1. Da imperatrice a corpo contaminato: la demonizzazione della femminilità (3/11).
  2. Dame di corte e uomini di potere. Storie di abusi e matrimoni nascoste nei diari (10/11). 
  3. Cortigiane sacre, prostitute e intrattenitrici. Sessualità, potere e religione (17/11).
  4. Prima di tutto nuora: essere donna in una società guerriera (24/11).
  5. Nelle campagne, nelle città, nei quartieri del piacere: le donne del Giappone moderno (1/12).

Seconda parte:

Tempo di ribellioni, tempo di nuove sottomissioni.

4 incontri sulla donna in Giappone fra XIX e XXI secolo.

1. “Buona moglie e madre saggia”: un nuovo ideale di donna a casa e in fabbrica (12/01).

2. Trasgressione e sfida, modern girl e suffragette: donne nuove, donne ribelli (19/01).

3. Dentro e fuori i bordelli di un paese in guerra. La militarizzazione della donna e le donne di conforto (26/01).

4. Office lady non basta: il XX secolo e i “decenni perduti” del XXI. In cerca di un’impossibile parità? (2/02)

Ogni incontro sarà corredato da dispense.

Al termine di ogni lezione si potranno gustare chicche e golosità.

BONUS per gli iscritti al corso completo o a uno dei due moduli.

Ogni iscritto avrà diritto ad accedere a una pagina appositamente dedicata al corso sul sito: 

www.rossellamarangoni.it

nella quale, previo login tramite password, troverà materiali di approfondimento, letture e immagini.

Costi:

Corso complessivo (i 2 moduli, 10 lezioni): 70 €.

Solo 1° modulo (5 lezioni + 1 incontro introduttivo): 45 €.

Solo 2° modulo (4 lezioni + incontro introduttivo): 40 €.

Singola lezione: 10 €.

Per informazioni: spazioipazia@yahoo.it 

Prevendite e iscrizioni: 

L’Altra Libreria, via Annoni 34, Abbiategrasso, tel. 02 96969983. 

 

➽ E da lunedì 7 gennaio…

presso il Centro di Cultura Giapponese, in via Sandro Sandri 2, a Milano (MM3 Turati):

In principio la donna era il sole…”

La donna in Giappone: una storia da raccontare.

10 lezioni di 2 ore ciascuna, ogni lunedì, fino all’11 marzo.

Qui il programma: RM PROGRAMMA Corso per il Centro di Cultura Giapponese

 

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Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Sōjō Henjō, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842.

天つ風 
雲のかよひ路 
吹きとぢよ 
乙女のすがた 
しばしとどめむ

 

Amatsukaze 
Kumo no kayoiji 
Fuki toji yo 
Otome no sugata 
Shibashi todomemu

 

Sōjō Henjō

(816-890)

 

 O vento del cielo Vento del cielo  Vento del cielo!
 ferma col tuo soffio  il pozzo delle nuvole Interrompi con il tuo soffio,
 le nuvole in cammino! chiudi soffiando il sentiero di nuvole
 La loro forma verginale ma ferma ancora un attimo affiché le fanciulle celesti
 per un istante arrestar vorrei. la danza delle vergini.  possano qui fermarsi ancora un poco.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🎐🎐🎐

 

Questo testo poetico è presente anche nel IX libro dell’antologia imperiale Kokinwakashū, dedicato al tema del viaggio (kiryo no uta). Questa la traduzione di Sagiyama Ikuko:

n° 872– Yoshimine no Munesada (Henjō)

Kotobagaki (prefazione originale):

Composto guardando le danzatrici di Gosechi.

 

O vento celeste,

soffia e chiudi

il varco delle nuvole!

Tratteniamo ancora un momento 

le eteree figure delle fanciulle.

 

 

Fonte: Kokin Waka Shū, a cura di Sagiyama Ikuko, Milano, Ariele, 2000, p. 526.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°12 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico dell’abate Henjō, uno dei Sei Poeti Immortali della tradizione.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena immaginata da Kuniyoshi è divisa in due parti dall’imponente presenza di un grande tamburo cerimoniale inserito nella sua fiammeggiante cornice, il dadaiko, dalla cui sommità si erge perpendicolarmente un palo che termina con un disco rosso arancio, simbolo solare i cui raggi si protendono nelle varie direzioni. Il dadaiko, di cui si intravede un’altro esemplare a destra della scena, è una delle più antiche forme di tamburo esistenti in Giappone e risalirebbe al VII secolo. La ricca decorazione, i colori brillanti, l’utilizzo congiunto di due esemplari (uno di sinistra, sahodaiko, e uno di destra, uhodaiko), la ritualità con cui veniva trasportato e suonato ne denunciano la natura di strumento da cerimonia, suonato dai musici in occasione di importanti celebrazioni a Corte, come quella del Niinamesai o “Degustazione delle nuove messi”, che si celebrava in autunno. La nota che accompagna il componimento poetico nel Kokinwakashū, del resto, fa riferimento proprio al Gosechi no mai, una danza che veniva eseguita a Corte, in presenza del sovrano, l’Undicesimo Mese, allo scopo di celebrare il raccolto, secondo una tradizione che si faceva risalire a un episodio occorso all’imperatore Tenmu (r. 673-686) quando, durante un’escursione al monte Yoshino, presso Nara, avrebbe assistito alla danza di fanciulle celesti (forse apsaras, creature della mitologia buddhista) accorse al suono del suo koto.

La danza gosechi era eseguita da un piccolo gruppo di giovani donne, non sposate, scelte fra le famiglie aristocratiche più in vista. Una di queste fanciulle, abbigliata negli sfarzosi costumi tipici di questa antica danza, è ritratta da Kuniyoshi mentre volteggia sulla piattaforma rituale al ritmo dei tamburi, occupando la parte inferiore destra della stampa.

A sinistra, invece, sono ritratti i cortigiani che assistono alla rappresentazione. Verso il bordo inferiore della stampa, lungo una linea diagonale, è  la tenda a pannelli di stoffe policrome che protegge parte del pubblico e occulta la base dell’enorme dadaiko e del musico che lo percuote, mentre le teste di alcuni cortigiani non riparati dalla tettoia si scorgono sulla sinistra. Più sopra, un gruppo di tre personaggi dalle vesti colorate secondo il rango e che indossano il copricapo nero d’uso, l’eboshi, assiste alla danza stando ai piedi di un’alta veranda sulla quale stanno seduti altri dignitari e, discosto, il poeta, che sembra già indossare la sobria veste di monaco buddhista, anche se sappiamo che  Yoshimine no Munesada sarebbe entrato in religione con il nome di Henjō in epoca successiva alla composizione del waka qui illustrato. Dietro il poeta è il padiglione da cui è lecito supporre che il sovrano osservi la scena, una cortina (sudare) è sollevata, ma una nuvola, dalla sfumatura violacea, scende dal cielo a occultare l’interno del padiglione.

La stampa, in apparenza caotica nella varietà cromatica di vesti, pannelli e decorazioni, mi sembra resa armoniosa dal rincorrersi delle linee diagonali che ne accentuano l’effetto di profondità, una preoccupazione prospettica che sembra aver percorso a lungo la produzione dell’artista.

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Tutto sta nel primo incontro. Fra i banchi di una libreria, sugli scaffali di una biblioteca, a casa di un amico, sul banco di una fiera: una copertina ci attira, un titolo ci cattura, un nome ci fa sussultare e prendiamo in mano un libro. Ecco, è il primo contatto. Allora, poi, diventa inevitabile sfogliarlo e, senza rendercene conto i nostri occhi già stanno scorrendo le prime righe. Entriamo nella storia, ci si apre un mondo. Forse si tratta dell’inizio di un innamoramento, per quel libro, per un autore che da allora non abbandoneremo più, per un genere letterario. Oppure, che meraviglia, è la nascita di una passione per una cultura. La passione di una vita.

A me capitò nel 1978: il regalo di un profumo giapponese dal nome evocatore, Murasaki. E, subito dopo, la corsa in biblioteca Sormani, poco distante da dove lavoravo, durante una pausa pranzo, e  la scoperta del Genji monogatari (nell’obsoleta e francamente improbabile traduzione di Adriana Motti dalla storica versione inglese di Arthur Wiley).

Ecco, l’inizio di un libro a volte non è solo l’inizio di un libro.

Ma anche se fosse solo l’inizio di un libro, perchè non abbandonarci al gusto della scoperta, al piacere di un incontro?

Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia d’origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

Forse anche nelle precedenti esistenze i legami che l’avevano unita a Sua Maestà erano stati profondi, perché le nacque un bambino, simile a un puro gioiello di cui al mondo non si vede l’eguale.

 

Murasaki Shikibu, La storia di Genji (Genji monogatari), Torino, Einaudi, 2012, pp. 3 e 4.

Tradizione di Maria Teresa Orsi.

Anonimo, Genji monogatari emaki, XII sec., (part). Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

 

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A Kyōto. Una casa, il tempo di una vacanza. Agosto 2009.

In lingua giapponese il termine kufū 工夫 veicola il concetto di invenzione, idea, trovata, mezzo, espediente, stratagemma. Analogamente, kufū suru 工夫する è ideare, inventare, escogitare, ingegnarsi a…, escogitare il modo di…, aguzzare l’ingegno per…*

La sostenibile arte del kufu è allora l’arte di fare con quello che si ha, abbracciando una filosofia di minimo impatto, di rifiuto dello shopping compulsivo o imposto, di adesione a uno stile di vita che eviti gli sprechi, il superfluo, l’accumulo di oggetti che ci possiedono e ci tolgono la prospettiva di ciò che è veramente importante.

C’è una bella pagina di Dominique Loreau che racconta questa arte con semplicità e immediatezza.

 

” Avere ciò che si vuole è segno di ricchezza,

ma essere capaci di farne a meno, è forza.”

George MacDonald

Il kufu è un altro concetto zen spesso impiegato nella quotidianità. È l’arte di fare con i mezzi a disposizione in tutte le situazioni. È comporre un pasto con i resti del frigorifero, piegare i propri abiti in un foulard annodato alle quattro estremità quando non si ha un luogo dove riporli o una borsa per trasportarli, mettere due maglioni l’uno sull’altro invece che correre in negozio per acquistarne uno più caldo quando le temperature iniziano ad abbassarsi.

Il kufu è utilizzare la propria immaginazione per arrivare allo scopo senza aver bisogno di procurarsi qualche cosa in più, e apprezzare ciò che si ha utilizzandolo al meglio, ed evitando così lo spreco.

Più che gli oggetti stessi, è la grazia e l’eleganza con cui si vive, in Giappone, ad essere un’arte.  Come vivere con poco e di poco si impara: prendere le cose nello stato in cui sono e tirarne il miglior partito; fare di un luogo piccolo e ingrato, di un appartamento spartano, un alloggio confortevole e caloroso.

Lo zen spinge persino a ridurre i tre “bisogni vitali” che sono l’abbigliamento, il cibo e il sonno. Questa autodisciplina, insegna lo zen, permette di affrontare qualunque tipo di situazione non dispiegando esattamente e strettamente che il giusto sforzo (non troppo e neppure troppo poco) e di imparare a controllarsi allo scopo di far fronte a qualunque pericolo, che sia esterno o dentro di noi (passione, gelosia, stanchezza di vivere…).

Lo zen insiste sul fatto che ogni scopo può essere raggiunto con i mezzi che si hanno, a condizione di mantenere il proprio spirito sveglio.

(Da: Dominique Loreau, L’art de l’essentiel, Paris, Éditions J’ai lu, 2009, pp.222-223.)

 

Così, un semplice quadrato di stoffa, riempito di sassolini o di sabbia – i quattro lembi annodati – e poi chiuso da un cordoncino colorato, può diventare un elegante fermaporta, oltre che essere, com’è tradizione, segnale di divieto che annuncia uno spazio in cui non si può penetrare. E dei rotoli di paglia di riso possono trasformarsi in rustici sedili in un’antica casa tutta legno e carta di Kyōto, nostro privilegiato luogo di residenza di un’estate che non dimenticherò.

 

*Cfr. Dizionario Shogakukan Giapponese-Italiano, 1994.

Nakajima no ochaya. In attesa del té. Giardino di Hamarikyū, Tōkyō, aprile 2013.

 

 

 

 

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Maiko per un giorno? Kyoto, agosto 2007. (Foto di R.M.).

ROMA

varie sedi

6-16 settembre 2018

 

#AGEISHADAY

Comunicato stampa che ricevo e volentieri diffondo.

 

A Settembre 2018, 3 geisha e 1 hangyoku (apprendista geisha) arriveranno dal Giappone a Roma per farti vivere la tipica giornata in una okiya (la geisha house).

Le lezioni nelle arti tradizionali, il bianco make up oshiroi, la vestizione del kimono e infine l’ozashiki (il geisha party).

Esiste un legame speciale che unisce una geisha giapponese a un’altra, un vincolo difficile da sciogliere che viene definito “unione di destini” (en musubi).

Ed è proprio un’unione di destini, o forse di percorsi, o di emozioni, che dovrebbe portarvi a Roma dal 6 al 16 settembre per un evento unico al mondo.

Stiamo parlando di #AGEISHADAY il Festival itinerante dedicato interamente alla figura e alla tradizione della geisha giapponese.

#AGEISHADAY sarà un’installazione a cielo aperto, una performance artistica in grado di immergerci in un mondo di tradizioni secolari, per certi versi opposte a quelle occidentali, e dunque per questo dotate di una forza attrattiva fuori dal comune.

Immaginate una giornata di settembre a Roma, il cielo che si tinge di nuove sfumature ad ogni ora, la luce che si staglia sui palazzi del centro, sulla tavolozza di aranci e di ocra delle loro facciate.

Immaginate il Colosseo, la Fontana di Trevi, il Pantheon.

La città eterna nel mese più struggente di tutti e poi, come in un sogno in cui realtà e fantasia diventano un coacervo indistinguibile, 4 geisha immerse in questo palcoscenico spettacolare.

4 figure femminili tra sogno e realtà che creano un morphing tra Roma e Kyōto/Tokyo, tra Italia e Giappone, tra Occidente e Oriente, tra bellezza e bellezza, perché tutti gli opposti trovano un punto di congiunzione laddove gli occhi incontrano il cuore.

#AGEISHADAY, dunque, è un avvenimento davvero imperdibile che ci darà l’opportunità mai avuta prima d’ora di scoprire il fascino di 4 geisha, di scattarci un selfie con una maiko e il Colosseo sullo sfondo, di ammirarle danzare, cantare e suonare per noi.

Sarà magnifico provare a carpire i segreti del loro trucco sofisticato e seducente (oshiroi), del colorato kimono, della complicata acconciatura tradizionale. E poi degustare una cena tipica giapponese con accanto una geisha. Tante altre le iniziative (imperdibili) che potrete scoprire leggendo il densissimo programma di #AGeishaDay.

Le geisha: artiste, di un mondo fluttuante ormai quasi scomparso, ma che tuttavia continua a sopravvivere, nascosto nella penombra di antiche case da tè.

Quanti di voi, appena giunti in Giappone, si sono “appostati” a Gion? Uno dei cinque hanamachi (i quartieri delle geisha), il più famoso, forse, di Kyōto (soprattutto dopo “Memorie di una geisha”, lì ambientato). 

Quanti sono rimasti a passeggiare lì, ore e ore, nell’attesa febbrile di immortalare in uno scatto l’immagine fugace e un po’ sfocata di una geisha di passaggio, di corsa e in kimono, pronta per la sua serata?

Quanti hanno sognato di incontrarne una in carne e ossa, di poter assistere a una sua performance? Un vero sogno, che ci conduce in un angolo remoto di Giappone, che pian piano sta scomparendo sotto il peso della modernità.

Ecco, a settembre, a Roma avrete l’incredibile opportunità di vivere, almeno per un giorno, questo sogno: #AGeishaDay.

Tre geisha e una maiko arriveranno infatti dal Giappone per condurre degli incredibili workshop e per far vivere, a chi vorrà partecipare, la tipica giornata in una okiya 「置屋」la casa delle geisha, nonché l’atmosfera di un vero ozashiki 「お座敷」il tradizionale banchetto o geisha party.

Nelle ochaya di Kyōto vige la ferrea regola del “Ichigensan Okotowari” (一見さんお断り),  “No First Time Visitors/Customers”.

Per essere ammesso al cospetto delle geisha, un cliente abituale della casa del tè deve presentarti e introdurti e, per tutta la serata, lui sarà responsabile per te, per il tuo comportamento nell’ochaya.

Quindi neanche andando in Giappone si può essere sicuri di poter parlare con una geisha e di essere tra i suoi fortunati ospiti.

Miriam Bendìa ha avuto questo onore e questo piacere tante volte, dal 2005 a oggi. Le ha intervistate per i suoi articoli e romanzi fotografici, dedicando loro 2 libri: “Diario di una maiko” e “Iroke Cuore di Geisha”.

Dal 2009 organizza le Lezioni sull’Arte della Geisha®.

Ora ha deciso di condividere questa esperienza unica con i geisha fan italiani.

Anche perché il mondo delle geisha rischia di scomparire, a causa della generale crisi economica e della difficoltà innegabile di questa “vocazione”.

Una GEI (arte) SHA (persona) è una Sacerdotessa dell’Arte, si consacra ad essa. Deve diventare “un’opera d’arte vivente”. Non può neanche sposarsi, sacrifica la sua vita privata per la sua vocazione.

La Geisha è un Tesoro dell’Umanità, non deve scomparire!

 

  Qui il comunicato stampa in versione scaricabile: A-Geisha-day_comunicato-stampa-web

 

#AGeishaDay

 Per informazioni, prenotazioni e accrediti stampa:

+39 347 5406062    ageishaday@gmail.com

 ➻ Aggiornamenti continui e programma completo alla paginahttps://www.facebook.com/events/241371620015515/

 

Direttore artistico e produttore Miriam Bendìa

Supporto linguistico Istituto Il Mulino

Consulenza organizzativa Ochacaffe’ Giappone

Agenzia di Comunicazione Bake Agency

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