Da una vecchia rivista giapponese: insalata al profumo del mare…

Insalata di wakame

Wakame sarada

 

Preparazione: 30 minuti.

Cottura: 5 minuti.

10 g di alga wakame secca . 1 cipolla . 20 gamberetti . 2 cucchiai di sesamo tostato

Per la salsa tsukejiru:

5 cucchiai di salsa di soia . 3 cucchiai di mirin . 1 cucchiaio di zucchero . 10 cm di alga konbu . 10 g di katsuobushi

Preparare la salsa tsukejiru mescolando in un pentolino 1,5 tazza di acqua, salsa di soia, mirin, zucchero e alga konbu ripulita leggermente con un panno umido. Mettere sul fuoco, al bollore togliere l’alga (non gettarla via ma leggere il suggerimento proposto più sotto) e versare nel composto il katsuobushi. Lasciar colare a fondo il katsuobushi, scolare e lasciar raffreddare.

Dividere a metà la cipolla, tagliarla a fettine sottili e metterla in acqua fredda per 10 minuti. Far rinvenire l’alga in acqua fredda, scolarla, passarla un attimo in acqua bollente, strizzarla bene e tagliarla a pezzetti di circa 3×3 cm, eliminando la nervatura.

Pulire i gamberetti, sbollentarli e privarli del guscio e del filamento nero: se sono gamberi abbastanza grossi possono essere tagliati in due o tre tocchetti.

Dividere l’alga wakame in quattro porzioni, disporle sul fondo di ciotole a bordo basso, mettere al centro le fettine di cipolla scolate e i gamberetti, cospargere di sesamo e servire con ciotole di salsa tsukejiru in cui si intingeranno i vari ingredienti. La salsa si può anche versare direttamente sull’insalata.

 

➻ Variante

I gamberetti possono essere sostituiti da tonno o salmone o seppioline tagliati a fettine o bocconcini.

Wakame sul banco del pesce al mercato di Nishiki. Kyōto, agosto 2009.

Stuzzichini con alga konbu e katsuobushi.

Il konbu e il katsuobushi utilizzati anche per questa ricetta non vanno gettati. Il konbu si taglia a filini e, insieme con il katsuobushi, si fa saltare con poco olio e peperoncino in un piccolo tegame; dopo due minuti si unisce un po’ di sake e di salsa di soia a gusto. Si fa insaporire e si serve accompagnato da sake o birra.

 

🍚🍜🍚🍜🍚🍜🍚

Anche questa fresca e gustosa ricetta casalinga giapponese è stata scelta per noi da Graziana Canova Tura ed è tratta dal suo prezioso manuale:

 

Il Giappone in cucina

nuova edizione riveduta e aggiornata

Milano, Ponte alle Grazie, 2015.

 

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Utagawa Kuniyoshi, “Abe no Nakamaro”, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1849.

天の原
ふりさけ見れば
春日なる

三笠の山に
出でし月かも

 

Ama no hara 
Furisake mireba 
Kasuga naru 
Mikasa no yama ni 
Ideshi tsuki kamo

 

Abe no Nakamaro

(701-770)

 

Spaziando con lo sguardo

È forse la luna

Spaziando con lo sguardo
lungi, nella piana del cielo quella stessa che vedo nella piana celeste
oh! È la stessa luna che sorge lontano in cielo scorgo la luna
dal monte Mikasa oh pianura che fosse fare capolino sulla vetta Mikasa
che è in Kasuga. sul Mikasa di Kasuga. del monte Kasuga.
          Marcello Muccioli   Nicoletta Spadavecchia       Andrea Maurizi

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°7 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Nakamaro.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Mentre in lontananza la luna piena fa capolino dietro il ramo proteso di un pino e sulla linea dell’orizzonte si leva dal mare la massiccia silhouette di una catena montuosa, il primo piano della scena è occupato da alcuni personaggi che sostano nella notte. Chi sono? Ce lo spiega il testo che accompagna questo waka di Nakamaro nella sezione Kiryo no uta (Viaggi) dell’antologia poetica Kokinwakashū (qui nella traduzione di Sagiyama Ikuko):

 

Se guardo lontano

nell’infinita pianura celeste,

ecco la luna,

sorta sul monte Mikasa

della terra di Kasuga!

Si tramanda la seguente storia su questa poesia. Tempo fa, Nakamaro fu mandato in Cina per studiare. Passò molti anni senza riuscire a trovare un modo di tornare in patria; finalmente, per rimpatriare, si accompagnò ad un’altra missione giapponese. Allora, sulla riva del mare di un luogo chiamato Mingzhou, i cinesi imbandirono un banchetto di addio. Calata la sera, vedendo la luna spuntare splendida, Nakamaro compose questa poesia.*

 

Il poeta, abbigliato in un sfarzoso kariginu, volta le spalle alla baia, oltre la staccionata rossa del lungomare, e dirige il suo sguardo verso il dignitario cinese, dalle fluenti vesti splendidamente decorate, che lo accompagna, molto probabilmente verso l’imbarco. Dietro di loro due karako (fanciulli cinesi) recano insegne e un ventaglio cerimoniale reggendo, sembra, con difficoltà, i lunghi manici. Avanguardia, forse, di un piccolo corteo che si appresta a salutare Nakamaro in procinto di rientrare in Giappone. 

Sappiamo però che il rientro del poeta fu reso impossibile dal naufragio dell’imbarcazione di Fujiwara no Kiyokawa su cui viaggiava e che fu costretto a rientrare in Cina dove poi rimase fino alla morte.

L’atmosfera della scena, con le due figure principali colpite dalla luce della luna che delinea le loro ombre sul terremo, rimanda a un colloquio intimo fra amici di lunga data, restii a separarsi e proprio per questo intenti ad osservare con calma le manovre dei karako con le loro aste ondeggianti al vento.

Ben diversa la scena dipinta da Hokusai (1760- 1845) nella stampa dedicata a questo waka nella serie Hyakunin isshu uba ga etoki (Cento poesie per cento poeti raccontate dalla balia, 1835-1838).

Hokusai, “Il poeta Abe no Nakamaro” dalla serie Hyakunin isshu uba ga etoki.

Nella stampa di Hokusai il poeta è proprio al centro della scena. Da un’alta collina osserva il mare sulle cui acque scure (rese con efficacia dall’alternarsi di campiture orizzontali di intensità differenti di azzurro) brilla la luna, e due barche sembrano quasi in attesa. La collina è circondata da tende colorate e da stendardi che indicano un luogo di bivacco e forse di banchetto. L’attenzione dei presenti è tutta per il poeta davanti al quale si inchinano due personaggi (dal caratteristico abbigliamento cinese), in segno di omaggio devoto. Un gesto che ci colpisce. Cosa ha spinto Hokusai a rappresentare Nakamaro in posizione elevata e i personaggi cinesi in atto di sottomissione? Un riconoscimento della grandezza della poesia giapponese a discapito del valore dei poeti cinesi che, pure, Nakamaro ammirava e di cui era amico? Una ben poco velata manifestazione di nazionalismo? La questione è aperta.

 

 

Nota.

* Da Kokin Waka shū, a cura di Ikuko Sagiyama, Milano, Ariele, 2000, p. 278.

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Il Filatoio di Caraglio (Cuneo), il più antico setificio in Europa ancora esistente, l’unico ad essere stato recuperato come museo e spazio espositivo, da domenica 23 luglio a domenica 5 novembre 2017 ospiterà una mostra che, attraverso oltre 100 kimono originali, propone un viaggio nel mondo, nella cultura e nell’estetica del Sol Levante, ancora oggi fonte di suggestioni per arte, grafica, design e moda.

La scelta del luogo non è casuale: nel 1868, quando il Giappone si apre al mondo con la restaurazione Meiji, i setaioli italiani sono già nel paese da diversi anni per approvvigionarsi dei bachi giapponesi, gli unici a resistere alla pebrina, malattia che impedisce al baco di produrre il prezioso filo. Furono dunque i semai, i setaioli italiani in Giappone, i primi ad instaurare un importante rapporto di fiducia e conoscenza con il paese del Sol Levante e tra i semai piemontesi, uniti nella “Società Bacologica Torinese”, alcuni erano proprio di Caraglio.

Nel percorso di mostra – progetto di Consolata Pralormo curatela di Nancy Stetson Martin con Fabiola Palmeri – emergono la vita, le tradizioni, le feste e i paesaggi giapponesi grazie ai motivi decorativi, ai colori, alle raffinate rappresentazioni di fiori e foglie, insetti e animali, montagne e onde impetuose. Dal linguaggio del decoro, parte integrante della cultura giapponese, emerge quel vasto impero dei segni che racchiude il pensiero poetico di una cultura visiva di origini antiche e significati profondi. “…In Asia il decoro parla” afferma Nancy Martin Stetson.

Dalla sala 1. Tema stagionale: primavera.

Attraverso 4 sezioni dedicate rispettivamente al succedersi delle stagioni, al paesaggio, all’acqua e all’arte, la mostra mette in luce la bellezza dei kimono e ci parla del Giappone, da sempre luogo di straordinaria potenza evocativa e da oltre un secolo punto di riferimento estetico per l’Occidente. Quella stessa estetica che a fine Ottocento conquistò e sconvolse il mondo artistico europeo, influenzando, tra gli altri, Vincent Van Gogh, Claude Monet e Gustav Klimt, fino a Mondrian e Maria Lai, continua ancora oggi a ispirare artisti, fra i quali Takashi Murakami ed il giovane Yoshiyasu Tamura. Il kimono è anche un archetipo per fashion designer come Issey Miyake e Rei Kawakubo, per il kimono designer Shinobu Baba che li disegna adattandoli al corso del tempo, e contagia positivamente la produzione di grafica e cinematografica contemporanea.

“Il linguaggio del decoro va studiato – sostiene Nancy Martin Stetson – il suo luogo di esposizione privilegiato è il kimono che ci fa intravedere un mondo ordinato e forse felice, raccontato in segni… È questo mondo, attraverso i suoi motivi, i suoi pattern e i suoi colori, che vogliamo raccontare”.

 

La prima sala, dedicata alle stagioni, ripercorre il ciclo della natura che nella cultura giapponese è sorgente generosa e misteriosa della vita, nella quale l’uomo deve vivere in armonia essendone parte integrante. Questa visione della natura è stata interiorizzata nel decoro del kimono, nel quale gli elementi naturali sono dunque predominanti e formano un codice simbolico, ma anche una sorta di almanacco spontaneo derivato dalla continua osservazione di segni naturali. Le fasi lunari, lo sbocciare di una pianta, il risveglio delle formiche, la rugiada notturna, fiori, foglie e animali danno vita ad un vero e proprio racconto in stoffa di quello che il poeta Kenkō nel XIII secolo descrisse come “la struggente bellezza del mondo”, una bellezza del tutto naturale, espressa nella tintura e nella decorazione dei kimono, testimoni tangibili della stessa antichissima tradizione.

Dalla sala 1. Tema stagionale: inverno.

Nella seconda sala, dedicata al paesaggio, le fodere interne di alcuni kimono rivelano la meraviglia nascosta di dettagliati dipinti a china, testimonianze rare perché lo stesso inchiostro nel tempo provoca sovente la polverizzazione della seta. Accanto ai significati benaugurali e poetici, la rappresentazione dei paesaggi si rifà a racconti e miti della letteratura classica e, ad introdurre la sala, sarà proprio la letteratura. Nelle vecchie scritture, nelle poesie, nelle canzoni tradizionali si ritrovano infatti tracce di un mondo rurale leggendario, trasformato nel tempo in modello canonico e in segni per l’arte e il decoro.

La terza sala, dominata da fluttuanti sfumature di indaco, è dedicata all’acqua, elemento vitale per il Giappone, arcipelago di quasi 7.000 isole circondate da un mare tranquillo o tempestoso, punteggiate di fiumi, laghi e sorgenti calde, colpite da piogge estive e incredibili nevicate. Gli abitanti di questo paese insulare hanno da sempre coltivato enorme rispetto per questo elemento naturale cui la storia, la religione, la filosofia giapponesi attribuiscono una forte valenza simbolica: l’elemento acqua, da cui si sprigiona una potente forza creatrice, è un culto oggetto di pratiche rituali e, naturalmente, soggetto privilegiato per l’arte e il decoro.

Dalla sala 3. Tema: acqua.

La quarta sala suggerisce le infinite implicazioni esistenti fra il kimono, l’arte e la moda attraverso dettagli di colore, forme geometriche, grafiche, logo e decori, volumi e spazi del corpo. Il kimono infatti è riuscito a regalare spunti espressivi a moltissimi artisti occidentali dalla fine del 1800 ai giorni nostri e continua ad influenzare i creativi in Giappone e nel mondo. Il confine fra arte e kimono è molto sottile e, per raccontare questi due mondi paralleli, ai kimono saranno accostate immagini, suggestioni, sfilate. Anche la struttura del kimono che non esalta le forme, ma le nasconde con grazia, detta ancora oggi le sue leggi per avvolgere il corpo e viene indagata e attualizzata dai grandi maestri del fashion nipponico come Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo di Comme des Garçons la cui estetica, in mostra proprio in questi mesi al MET di New York, ha ormai innumerevoli seguaci. Immagini e video di sfilate suggeriranno stimolanti relazioni e reciproche influenze.

I kimono esposti provengono da una preziosa collezione privata, composta da oltre 700 kimono quotidiani e destinati alle cerimonie familiari del periodo Meiji (1868-1912), del breve periodo di pace Taishō (1912/1926) e del primo ventennio del periodo Shōwa (1926/1945).

Accompagna la mostra un catalogo a cura di Paola Gribaudo edizione Gli Ori.

 

Sede della mostra:

Filatoio di Caraglio, via Matteotti 40, 12023 Caraglio (Cuneo)

tel. +39 0171 61.83.00 – www.filatoiocaraglio.it – info@fondazionefilatoio.it

Dalla sala 4. Tema: arte.

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Un ponte fra il verde. Giardino di Hamarikyū. Tōkyō, agosto 2007.

 hitonatsu no

shi hashi wo rō ni

sutsubeki ka

Poesia di un’estate.

Potrei abbandonare il ponte

per le onde?

Yamaguchi Seishi

(1901-1994)

Traduzione di Irene Starace.

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Utagawa Kunisada (1786-1865) e Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Nishikie Chūiri Hyakunin isshu, libro stampato policromo, pubblicato a Edo da Izumiya Ichibei, 1849.

 

かささぎの 
渡せる橋に 
置く霜の 
白きを見れば 
夜ぞふけにける

Kasasagi no 
Wataseru hashi ni 
Oku shimo no 
Shiroki o mireba 
Yo zo fuke ni keru

 

Consigliere di Mezzo Ōtomo no Yakamochi

(718?-785)

Quando io vedo il candore Quando si guarda

È dinanzi al candore

della brina deposta sul ponte delle gazze  della brina

sul ponte gettato

il ghiaccio candido  che imperla
dalle gazze, allora sì che vuol dire che la notte  il ponte delle gazze
la notte è inoltrata. è un’ala curva e fonda.  che mi accorgo che la notte è ormai fonda.
         Marcello Muccioli          Nicoletta Spadavecchia               Andrea Maurizi

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

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L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°6 è di Utagawa Kunisada e Utagawa Kuniyoshi, artisti del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Yakamochi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Nella notte invernale il poeta, abbigliato in vesti di corte splendidamente decorate, osserva un ponte arcuato immerso nella nebbia. È il ponte delle gazze, quello cui fa riferimento il waka stesso, in periodo Heian metafora della scalinata che conduce alla residenza imperiale. Un angolo del padiglione a cui si accede dal ponte occupa la parte destra della stampa, come raggelato nell’atmosfera invernale.

Ciò che mi colpisce, in questa scena, è che la stampa sembra essere cromaticamente divisa in due: in basso, in primo piano, la superficie diagonale della veranda e la figura monumentale del poeta, la cui veste abbina cerchi verde-azzurri a losanghe rosse su un brillante fondo color crema, mentre in alto gli edifici, tratteggiati sinteticamente, sono immersi in un’atmosfera invernale resa in un bianco e nero smorzato solo dalla banda colorata di un azzurro intenso che allude alla luminosità peculiare alle notti della stagione fredda.

E del resto il waka stesso descrive una scena invernale, questo pare evidente. Molti artisti, però, interpretarono il riferimento al ponte delle gazze come un’allusione alla leggenda delle stelle innamorate (Tanabata) celebrata il 7 di luglio e che si collocava quindi, secondo il calendario lunare, all’inizio dell’autunno. La leggenda di origine cinese dell’amore fra il mandriano (Altair) e la tessitrice (Vega), separati dalla Via Lattea per volere del cielo e riuniti solo una notte dell’anno, quella, appunto, del 7 luglio, è molto amata in Giappone e ha ispirato nel corso dei secoli numerosi artisti i quali interpretavano il waka di Ōtomo no Yakamochi come se il poeta, ammirando l’immobilità di una scena avvolta nel gelo di una notte invernale, ricordasse la brina che nella notte di Tanabata permette al ponte delle gazze di attraversare il fiume celeste per unire le due stelle.

Come ha osservato lo studioso Joshua Mostow, non vi è alcun riferimento alla festa di Tanabata nei versi di Yakamochi ma gli artisti vollero che ci fosse. Solo così possiamo comprendere la stampa di Kuniyoshi che illustra il componimento n° 6 nella serie Hyakunin isshu no uchi. Un ponte di nuvole attraversa il cielo stellato e unisce i due innamorati ritratti secondo l’iconografia cinese.  La fanciulla dalle vesti svolazzanti e morbide sembra in attesa del mandriano che, seduto in una posa classica, si lascia condurre dal bufalo lungo l’aereo ponte che lo porterà, finalmente, accanto all’amata.

📖

Un testo imprescindibile per comprendere le interpretazioni iconografiche della raccolta Hyakunin isshu è:

Joshua S. Mostow, Pictures of the Heart. The Hyakunin Isshu in Word and Images, Honolulu, University of Hawai’i Press, 1996.

Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, pubblicata dall’editore Ebisu, fra il 1840 e il 1842 circa.

 

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