La significativa copertina della rivista su cui era apparso il mio saggio. Il disegno è di Paolo Cardoni.

 

Io ritornai da la santissima onda 

rifatto sì come piante novelle 

rinnovellate di novella fronda, 

 

puro e disposto a salire alle stelle.      

Purgatorio, XXXIII

 

“Io, che sono nato in provincia, nel profondo di una foresta giapponese, da tanto tempo perseguo il sogno della somma felicità nel primo canto del Purgatorio. Il Paradiso, per me che sono pagano, è troppo lontano. Il mio sogno sarebbe arrivare al cerchio più basso del Purgatorio, dove, a differenza dell’Inferno, soffia il vento, cade la pioggia, crescono gli alberi, si vedono le stelle. E i ricordi dell’Inferno e tutto ciò che è apparso nel Purgatorio costituiscono le metafore più importanti della mia letteratura.” Ōe Kenzaburō, a Mondello per il Premio dei Cinque Continenti, nel 1993, così rendeva poeticamente omaggio alle sue radici provinciali e all’autore prediletto, Dante.

Sull’importanza dei riferimenti danteschi nella letteratura di Ōe Kenzaburō, premio Nobel per la letteratura 1994, si sono espresse voci ben più autorevoli della mia. A me solo piace ricordare qui la passione di uno scrittore giapponese, il più importante della sua generazione, lucida coscienza critica del Giappone contemporaneo, per un poeta che tutti noi amiamo, e invitarvi a leggere una delle sue opere più intense, Natsukashii toshi e no tegami, del 1987, tradotta in italiano con il titolo Gli anni della nostalgia da Emanuele Ciccarella Garzanti, 1997).

Come ho scritto in un saggio del 1995: “Opera biografica, Natsukashii toshi e no tegami può essere considerata la summa della poetica di Ōe, una sorta di guida al mondo creativo e spirituale dello scrittore. Vi ritroviamo la sua vita, la sua famiglia, le sue passioni, il suo passato politico e sentimentale, le sue letture e, soprattutto, il suo villaggio natale, il tempo mitico dell’infanzia vissuto nella vallata, la “foresta buia”: il tutto, ovviamente, trasfigurato dalla sua mirabile arte di raccontare.

Anche in quest’opera monumentale, come spesso prima ma soprattutto dopo Atarashī hito yo mezameyo (Svegliatevi uomini nuovi, 1983), Ōe fa uso della narrazione in prima persona: l’ “io narrante”, K per i suoi parenti, denuncia uno stile dalle connotazioni fortemente autobiografiche. Non è tuttavia una ripresa acritica della tradizione dell’ autobiografismo shishōsetsu, genere letterario dominante nella letteratura giapponese a cavallo fra XIX e XX secolo. Si tratta piuttosto di una sua ricostruzione e trasformazione in un sottile gioco di strategie letterarie: con sapienti mezzi di citazione di sé e delle opere care, con metafore, simbolismi, per ricreare una realtà al tempo stesso eloquentemente realistica e riccamente immaginaria.

La storia è quella dell’amicizia appassionata fra l’autore e il suo maestro spirituale, quel Fratello Gii che nel villaggio natale lo accompagnerà alla scoperta della poesia di Yeats, lo spingerà a studiare letteratura guidandolo infine nel mondo di Dante. Gii, novello Virgilio seppur demone, figura non priva di ambiguità, sarà testimone della sua cariera e, dal villaggio ai margini della foresta, intratterrà con lui un fitto scambio epistolare, criticandone le scelte o stimolandone la curiosità.

Il romanzo, davvero composito per l’affollarsi dei vari ricordi e la compenetrazione di tante diverse vicende, evidenzia di nuovo la grande passione di Ōe per Dante.

Nel romanzo, il nume tutelare Gii, conoscitore esperto dell’opera di Dante, conduce l’autore a “leggere” ogni destino umano come la traversata di uno specchio alla ricerca di un altro mondo. In effetti un’interpretazione originale della Commedia dantesca percorre tutta l’opera: ogni episodio, pur essendo legato alla storia personale dell’autore come a quella politica del Giappone, ha il suo equivalente nel cammino di Dante e Virgilio.”*

“Come piante novelle” è il motto prescelto da Ōe per il suo ex-libris: un richiamo toccante al Purgatorio.

Un invito alla speranza.

 

*R.M. “Kenzaburō Ōe. Il paradiso può attendere”, in Leggere, anno VIII, n° 69, aprile 1995.

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Segnalo con grande piacere la pubblicazione dell’importante e inedito lavoro sulla pittura warli di Roberta Ceolin, studiosa di culture tribali del subcontinente indiano che stimo e cara amica.

 

 

Scoperte dal mondo dell’arte solo negli Anni Settanta del Novecento, le pitture monocrome della cultura warli sono basate su motivi geometrici e figure di forma triangolare e si distinguono dalle pitture popolari policrome della tradizione indiana. Il bianco che si staglia sulla superficie delle pareti di fango rosso-bruno, all’interno delle abitazioni, sembra abbagliare come per magia l’ambiente durante la stagione dei matrimoni.
L’interno del chavuk, il quadrato magico, si anima di paesaggi dove si intersecano e moltiplicano figure umane e animali in continuo movimento sincronico, sciamani e streghe, alberi fantastici ed elaborati motivi decorativi: al centro, la figura della Dea Madre che attribuisce alle donne warli poteri particolari, perché generatrici di vita.
La pittura warli con la sua esuberanza e vitalità è un flusso ininterrotto, le cui origini sono rintracciabili nel tempo remoto della storia dell’Uomo: sono infatti singolari le continuità culturali e iconografiche con le pitture rupestri mesolitiche dell’India centrale; ma è al tempo stesso un’arte inesauribile e in grado di reinventarsi, proiettata nel futuro e fonte di ispirazione per l’arte contemporanea.

Scrive l’autrice: “Il testo, nato dalla mia ricerca sul campo, rigoroso nell’esposizione e nelle citazioni delle fonti, è stato scritto con un linguaggio non troppo “accademico”, affinché possa essere letto non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da quanti vogliano vivere un’avventura in un mondo ancora poco conosciuto.  Lo scritto è corredato di 16 pagine a colori, con fotografie da me scattate durante i miei viaggi e una ventina di immagini in bianco/nero”.

Il prezzo di copertina è di Euro 22.

Il libro può essere ordinato qui:

https://www.lunieditrice.com/epages/53174.sf/it_IT/?ObjectPath=%2FShops%2F53174%2FProducts%2F90015&fbclid=IwAR1rXjjhdV-PCfunvplmDzUpfKqjQMS1kU6CdhiIgj_FZXWWP47pINZBUgg

 

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Roberta Ceolin, studiosa e collezionista, ha visitato per i suoi interessi storico-artistici, archeologici e antropologici molti Paesi dell’Asia. Da oltre trent’anni compie ricerche sul campo, focalizzandosi sulle popolazioni indigene del subcontinente indiano; a questo scopo ha compiuto molteplici viaggi nelle aree più impervie e remote dell’India, alla ricerca delle popolazioni tribali meno conosciute.

Ha pubblicato svariati articoli su riviste specialistiche e organizzato mostre sull’argomento in Italia e all’estero; cultrice della materia, ha collaborato con enti culturali e tenuto lezioni e conferenze in diversi atenei. Le sue collezioni del mondo tribale indiano sono state ospitate in prestigiose sedi museali. A lei si devono anche le numerose fotografie che corredano il volume.

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George Hendril Breitner (1857-1923), La ragazza in kimono rosso (Geesje Kwak), olio su tela, Amsterdam, coll. privata.

MUDEC – Museo delle Culture

via Tortona 56 – Milano

Giovedì 28 giugno ore 19.00

La fortuna del kimono in Europa tra Ottocento e Novecento

conferenza di Rossella Marangoni

In occasione del progetto espositivo “Dal batik all’Art Nouveau. Il filo che unisce oriente e occidente” presso lo Spazio delle Culture Khaled Al-Asaad fino al prossimo 26 agosto, il Mudec ospita l’incontro della dottoressa Rossella Marangoni che focalizzerà l’attenzione sull’arte dei kimono e sulla moda del “giapponismo” in Europa nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento.

In collaborazione con l’associazione Cultural Paths.

In collaborazione con l’associazione AsiaTeatro.

Incontro a ingresso gratuito fino esaurimento posti (max. 20 persone).
Per informazioni e prenotazioni, inviare mail a: fortuna.pellegrini@fortcom.it

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Parolario 2018, Como

manuela d’alessandro

“attimi urbani. un incontro felice con gli haiku”

 

16 GIUGNO 2018 – ORE 17:30

VILLA SUCOTA – FONDAZIONE ANTONIO RATTI

Via Cernobbio, 19 – 22100 Como

Manuela D’Alessandro ci offre, attraverso versi in stile giapponese, molte immagini di Milano, raccolte in “MilaneisHaiku” (Lieto Colle, 2017), come frammenti offerti al pensiero dalla parola.
C’è il Duomo d’estate con le sue “guglie di burro” da cui sembra possa scivolare giù di tutto, c’è la neve come panna quando “scricchiolano le ossa dei barboni”, ci sono gli aperitivi dove “gocciola l’attesa di amore eterno” e i manager che alla fermata della metropolitana Gioia “affilano cravatte per la battaglia”.

 

Manuela D’Alessandro dialoga con Rossella Marangoni.
Letture a cura di Marco Posa.

 

♦ L’autrice.

Nata e cresciuta a Como, Manuela D’Alessandro si è trasferita da tempo a Milano dove lavora come cronista giudiziaria per l’agenzia di stampa Agi e ha creato il blog Giustiziami in cui cerca di raccontare anche il lato umano della giustizia. Coautrice della graphic novel “Ruby – Sesso e potere ad Arcore” (Round Robin editrice, 2014), le sue poesie e favole sono apparse in diverse antologie.

 

♦ Cos’è Parolario.

Parolario è la manifestazione culturale comasca dedicata ai libri, alla lettura e alla cultura in senso più vasto, fatta di incontri con scrittori, filosofi, poeti, conferenze, dibattiti, musica, passeggiate, mostre, spettacoli e cinema.
Dal 2001 Parolario permette al suo pubblico, sempre più numeroso, di entrare in contatto con personaggi del mondo della letteratura, della cultura e dello spettacolo grazie a incontri gratuiti e aperti a tutti.

Per informazioni: http://parolario.it/Parolario-2018

 

Foto dal sito: http://parolario.it/Parolario-2018

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