Ricordo quel torrido 9 agosto 1999. Giunti a Nagasaki per conoscere la città, entravamo nel Parco della Pace per assistere alla cerimonia di commememorazione delle vittime del bombardamento atomico.

Un’esperienza che non potremo dimenticare.

Nagasaki, Parco della Pace. 9 agosto 1999.

Siamo entrati quasi in punta di piedi, nel parco della Pace, circondando la fontana che ricorda per l’eternità l’arsura che colpì le vittime, passando sotto i metal detector e attraverso i filtri di polizia messi oggi per l’occasione. E l’occasione è la 54a Cerimonia della Pace di Nagasaki. 

Proprio qui, (siamo nel sobborgo di Urakami, da sempre centro della comunità cattolica della città, la più numericamente consistente del Giappone, dominato da una cattedrale finanziata e costruita nel 1914 da questi fedeli tenaci e in un secondo fatale crollata come un castello di carte), sì proprio qui sopra si è steso il fungo diabolico, in quella tragica mattina del 9 agosto 1945. Erano le 11.02. E un B-29 americano si allontanò in fretta, dopo essersi liberato di quel carico di plutonio.

E fu morte, distruzione, fuoco, tempesta di vento. E la pioggia nera che per tre giorni spazzò le rovine e i corpi straziati. Fu l’orrore indicibile. Tre giorni dopo Hiroshima.

Dire le cifre della disperazione, i morti, i feriti, le case distrutte, forse non ha molto senso. Gli hibakusha, i sopravvissuti, muoiono un po’ ogni giorno. Per lo strazio del ricordo gli uni, gli altri per le radiazioni o la leucemia o il cancro, vittime, ancora, reclamate dalla bomba vorace di carne umana, dopo ben cinquant’anni.

Centocinquantamila e più furono le vittime, ma ne morirono altrettante a Tōkyō in una sola notte, sotto le bombe convenzionali, in quella notte di aprile del ’45 in cui la città fu rasa al suolo. Questa però è un’altra bomba, un altro orrore.

L’annientamento scientificamente progettato dell’essere umano. Era un esperimento, ora gli storici hanno documenti che lo provano. Il Giappone si era di fatto già arreso, restava solo da concordare lo status giuridico della figura dell’imperatore, ma restava anche una bomba da sperimentare. Certo, a Hiroshima quella all’uranio, a Nagasaki quella al plutonio. Perché perdere l’occasione? È agghiacciante. E agghiaccianti sono queste foto di corpi straziati esposti sui pannelli che ci circondano. 

Siamo in Giappone, e l’organizzazione perfetta è la regola, anche qui: ingressi disciplinati, sedie per tutti e, per prevenire malori causati dal sole cocente, distribuzione gratuita di lattine di tè gelato e di piccoli asciugamani ghiacciati che vengono offerti ad ognuno e generosamente cambiati ad ogni richiesta da signore sorridenti e gentili. Accanto a noi, gli operatori delle varie televisioni e i fotografi sono già al lavoro.

Pochi gaijin (stranieri), oltre a noi, una decina al massimo. Alle 10.45 la cerimonia ha inizio: la preghiera dei bonzi e dei sacerdoti shintoisti presso l’altare dedicato alle vittime, l’incenso bruciato e l’offerta di fiori e di acqua (per spegnere la sete senza fine delle vittime), poi i brevi discorsi del ministro della Sanità Miyashita, del sindaco Icchō Itō, di studenti, cittadini, altre autorità.

E alle 11.02 precise, in piedi, ascoltiamo in silenzio il suono della sirena, che appare interminabile e accappona la pelle. Poi i rintocchi gravi della campana buddhista. Impossibile descrivere l’emozione intensa di questo attimo.

“È impossibile descrivere l’atrocità di questa esperienza; è impressa così chiaramente nella mia memoria che è come se fosse accaduta solo ieri – dice Yoshio Sugimura, rappresentante dei sopravvissuti .– Rinnovo  la mia preghiera, stando così di fronte agli spiriti di tutte le vittime della bomba atomica, che non si permetta che la loro morte sia stata vana. Finché una vera pace nel mondo non sarà raggiunta, noi ci appelliamo a gran voce alla gente del mondo, perché venga rispettato il principio antinucleare  e ci si impegni per assicurare che Nagasaki sia l’ultimo posto sulla terra soggetto alla distruzione nucleare.”

“Vogliamo essere gli ultimi” – questo si sente ripetere da ogni parte, nei volantini distribuiti da gruppi di cittadini, nei discorsi ufficiali – “gli ultimi ad aver conosciuto sulla faccia della terra questo orrore”.

È il messaggio di Nagasaki, che aleggia su quest’assemblea di studenti in divisa, di anziani in carrozzella, di vecchiette dai capelli candidi e dal sorriso aperto che chiacchierano sotto gli ombrellini da sole, di uomini e donne di mezza età che recano fra le braccia le foto delle vittime dell’ultimo anno. Siamo qui per capire. Eppure sembra troppo grande questo dolore. Grande, tanto grande, che non può bastare neppure un nuovo millennio, per poterlo dimenticare.

Resterà per sempre vivo nelle nostre coscienze.

Davanti al monumento per la pace. Nagasaki, 9 agosto 1999.

 

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Un giardino quasi segreto: Isuien. Nara, 3 maggio 2019.

C’è sempre un Giappone lontano e segreto, basta allontanarsi dai sentieri battuti, dalle linee dello shinkansen, dagli itinerari suggeriti dalle riviste patinate, dai tour operator ingordi, dalle guide tutte foto e niente sostanza.

C’è sempre un Giappone di sorprese e di tesori nascosti, basta camminare per strade che si snodano fra i campi, seguendo il battito di un tamburo, il vociare ritmato di un gruppo di persone, in lontananza: è quello allora il momento di affrettare il passo.

C’è sempre un Giappone di gesti gentili e inattesi, basta avere il sorriso aperto, gli occhi spalancati, il dovuto rispetto.

C’è sempre un Giappone in cui è bello viaggiare, basta aver voglia di camminare con lentezza, di mandare al diavolo le tabelle di marcia, di mettersi in ascolto del canto degli uccelli, di ricercare la spoglia di una cicala. Di ascoltare anche chi non ci sta parlando se non con gli occhi.

Il tempo è il nostro privilegio. Il tempo e la solitudine di stradine deserte in cui la sera i ragazzini giocano a baseball, una donna si affretta con una borsa della spesa traboccante e una bicicletta sfugge silenziosamente davanti al nostro sguardo. 

Mentre a due isolati da noi, e lo sappiamo, pullman turistici sono in attesa dei gruppi che si affannano nell’inutile rincorsa di un’improbabile geisha, sempre alla ricerca della cartolina perfetta, del Giappone che rispetti l’immagine che si sono costruiti prima della partenza: il ciliegio, la maiko con l’ombrellino, il Fujisan sullo sfondo.

Accartoccio con sottile piacere questa immagine, mentre seduta davanti a uno stagno, in un piccolo giardino sconosciuto, osservo i pesci respirare.

Attraversando con calma lo stagno… Nara, Isuien, 3 maggio 2019.

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Rieccomi.

Dopo mesi intensi che mi hanno portato con la testa altrove.

Chiedo scusa. Sono di nuovo qui.

Sono tornata.

Dopo tre corsi in cui ho messo tutta me stessa, dopo aver terminato un libro che mi ha messo a dura prova e finalmente sta per uscire (Zen, per l’Editrice Bibliografica), dopo un viaggio impegnativo in Giappone, il mio diciottesimo, in cui ho provato, mai come questa volta, sentimenti contrastanti. In cui la moda imperante dei viaggi in Giappone “a tutti i costi” mi ha messo davanti a una considerazione impietosa: non vedrò forse più il Giappone come l’ho visto sino a due anni fa. Il tempo e le masse cambiano i luoghi.

Anche noi cambiamo. Anche i nostri amori maturano, si fanno consapevoli, ci pongono delle sfide. Ne nascono nuovi desideri: di approfondire temi, di visitare luoghi, di fermarsi a leggere un’iscrizione mentre alle tue spalle c’è chi preme, chi spinge per il selfie estremo, chi sbraita per radunare un gruppo. Per la prima volta ti scopri a pensare che vorresti essere altrove. Basta. Via dalla pazza folla.

 

Eppure, eppure.

Eppure proverò sempre gioia all’idea di tornare in Giappone.

Noi due, almeno, lo sappiamo. Non è forse vero?

Sappiamo i vicoli, i sentieri, le passeggiate insolite e i piccoli templi isolati. Riconosciamo il suono di un flauto lontano, captiamo la presenza di un matsuri, entriamo in giardini nascosti. Noi sì. Lascia che passi la buriana. 

Ancora potremo fermarci su una panchina a chiacchierare con pochi compagni, davanti a uno stagno su cui danzano le foglie dei salici, ammirando la semplice bellezza che ci circonda. Ancora scenderemo le scale di una stazioncina di campagna, ritrovandoci soli. 

Ancora apriremo gli ombrelli sotto la pioggia battente e poi, sotto porticati deserti, ascolteremo il suono dei nostri passi, nella sera.

Ancora ci fermeremo a leggere una poesia incisa su una pietra, ammireremo un dettaglio architettonico, inseguiremo con lo sguardo un insetto. 

E i nostri occhi ancora accarezzeranno il muschio fra le radici di un giardino.

Lasciando che nuovi turisti, a frotte, ci oltrepassino in fretta. 

E che ritorni il canto delle fronde e degli uccelli.

Un pomeriggio della nostra sfolgorante primavera. Nara, giardino Isuien, 3 maggio 2019.

 

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Vi aspettiamo!

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