Un giardino quasi segreto: Isuien. Nara, 3 maggio 2019.

C’è sempre un Giappone lontano e segreto, basta allontanarsi dai sentieri battuti, dalle linee dello shinkansen, dagli itinerari suggeriti dalle riviste patinate, dai tour operator ingordi, dalle guide tutte foto e niente sostanza.

C’è sempre un Giappone di sorprese e di tesori nascosti, basta camminare per strade che si snodano fra i campi, seguendo il battito di un tamburo, il vociare ritmato di un gruppo di persone, in lontananza: è quello allora il momento di affrettare il passo.

C’è sempre un Giappone di gesti gentili e inattesi, basta avere il sorriso aperto, gli occhi spalancati, il dovuto rispetto.

C’è sempre un Giappone in cui è bello viaggiare, basta aver voglia di camminare con lentezza, di mandare al diavolo le tabelle di marcia, di mettersi in ascolto del canto degli uccelli, di ricercare la spoglia di una cicala. Di ascoltare anche chi non ci sta parlando se non con gli occhi.

Il tempo è il nostro privilegio. Il tempo e la solitudine di stradine deserte in cui la sera i ragazzini giocano a baseball, una donna si affretta con una borsa della spesa traboccante e una bicicletta sfugge silenziosamente davanti al nostro sguardo. 

Mentre a due isolati da noi, e lo sappiamo, pullman turistici sono in attesa dei gruppi che si affannano nell’inutile rincorsa di un’improbabile geisha, sempre alla ricerca della cartolina perfetta, del Giappone che rispetti l’immagine che si sono costruiti prima della partenza: il ciliegio, la maiko con l’ombrellino, il Fujisan sullo sfondo.

Accartoccio con sottile piacere questa immagine, mentre seduta davanti a uno stagno, in un piccolo giardino sconosciuto, osservo i pesci respirare.

Attraversando con calma lo stagno… Nara, Isuien, 3 maggio 2019.

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Rieccomi.

Dopo mesi intensi che mi hanno portato con la testa altrove.

Chiedo scusa. Sono di nuovo qui.

Sono tornata.

Dopo tre corsi in cui ho messo tutta me stessa, dopo aver terminato un libro che mi ha messo a dura prova e finalmente sta per uscire (Zen, per l’Editrice Bibliografica), dopo un viaggio impegnativo in Giappone, il mio diciottesimo, in cui ho provato, mai come questa volta, sentimenti contrastanti. In cui la moda imperante dei viaggi in Giappone “a tutti i costi” mi ha messo davanti a una considerazione impietosa: non vedrò forse più il Giappone come l’ho visto sino a due anni fa. Il tempo e le masse cambiano i luoghi.

Anche noi cambiamo. Anche i nostri amori maturano, si fanno consapevoli, ci pongono delle sfide. Ne nascono nuovi desideri: di approfondire temi, di visitare luoghi, di fermarsi a leggere un’iscrizione mentre alle tue spalle c’è chi preme, chi spinge per il selfie estremo, chi sbraita per radunare un gruppo. Per la prima volta ti scopri a pensare che vorresti essere altrove. Basta. Via dalla pazza folla.

 

Eppure, eppure.

Eppure proverò sempre gioia all’idea di tornare in Giappone.

Noi due, almeno, lo sappiamo. Non è forse vero?

Sappiamo i vicoli, i sentieri, le passeggiate insolite e i piccoli templi isolati. Riconosciamo il suono di un flauto lontano, captiamo la presenza di un matsuri, entriamo in giardini nascosti. Noi sì. Lascia che passi la buriana. 

Ancora potremo fermarci su una panchina a chiacchierare con pochi compagni, davanti a uno stagno su cui danzano le foglie dei salici, ammirando la semplice bellezza che ci circonda. Ancora scenderemo le scale di una stazioncina di campagna, ritrovandoci soli. 

Ancora apriremo gli ombrelli sotto la pioggia battente e poi, sotto porticati deserti, ascolteremo il suono dei nostri passi, nella sera.

Ancora ci fermeremo a leggere una poesia incisa su una pietra, ammireremo un dettaglio architettonico, inseguiremo con lo sguardo un insetto. 

E i nostri occhi ancora accarezzeranno il muschio fra le radici di un giardino.

Lasciando che nuovi turisti, a frotte, ci oltrepassino in fretta. 

E che ritorni il canto delle fronde e degli uccelli.

Un pomeriggio della nostra sfolgorante primavera. Nara, giardino Isuien, 3 maggio 2019.

 

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Vi aspettiamo!

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Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

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