Oro della paglia di riso e della corda, e il verde “sparato” nella vecchia fotografia: sono i colori di un’estate giapponese. I tetti spioventi di strati e strati di paglia delle minka sotto i quali si allevavano tradizionalmente i bachi da seta (le antiche fattorie che in quella regione hanno i tetti come mani in preghiera secondo lo stile gasshō zukuri), le ruote dei carri appese quali decorazioni, e il colore acceso dell’erba intorno, e il canto ostinato delle cicale: sì, era l’estate.

                                                         Sotto il tetto d’oro, Takayama, agosto 2005.

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Era a Uji. Era il giardino del Paradiso della Terra Pura.

Sull’acqua limpida del laghetto davanti al Padiglione della Fenice, l’incontro fra i pini e i cespugli fioriti. 

Per me un’immagine di pura bellezza.

Nel giardino del Byōdōin. Uji, maggio 2019.

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Un vaso su un marciapiede e, dietro, un’antica bottega. L’immagine di un istante durante una passeggiata.

La bellezza di un colore che nella foto sembra sbiadito e che gli occhi, invece, ricordano vivido.

Intenso come una notte d’estate.

 

Fiori a Takayama, agosto 2013.

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Libri ammonticchiati, e davanti a noi una libreria a Teramachi: Buddhismo, arte, moda, storia. Tutti a portata di mano, tutti da scoprire, cercando con pazienza sotto le pile, scavando, alla ricerca di tesori.

In occasione della Giornata del Libro, proprio quello che ci voleva.

Una libreria a Teramachi. Kyōto, novembre 2015.

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Spazzare il mare di sabbia. Non monaci, ma giardinieri rastrellano la ghiaia nel cortile del Kyōto gosho. Il bianco e il vermiglio della Jomeimon, i colori della vitalità shintoista, i colori del sacro imperiale, scandiscono il porticato antistante la Sala delle Cerimonie, lo Shishiden.

Una perfetta simmetria, una perfetta alternanza di colori e, nel mio ricordo, una dolcissima primavera.

Kyōto, Palazzo Imperiale, aprile, 2009.

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