Tokyo, aprile 2019.

 

Poesia di primavera

ハルノウタ

 

Scrivo il carattere primavera

e guardandolo con attenzione

vedo che nasconde il sole nel petto

e se piano      lo sfoglio

di sicuro un gallo canterà scuotendo la cresta

 

canta perché vuole cantare

   anche senza molta esperienza

                sognando appassionatamente

                      scrivo perché voglio scrivere

                in ogni angolo del foglio,

   le vene della primavera espandono i propri confini

e quando si affida di nuovo

        una barchetta di foglie di bambù alle sue fragili

         onde increspate

si lasciano dormire le cose accadute

          e si avanza tagliando le onde del tempo

fino a a venire spinti su una riva appena nata

 

un amico che ormai non c’è più accoccolato

era intento a esaminare l’erba

artemisia         elicriso      fior di loto

non importava             il nome

(tutte erbe di promavera)

ciò che strappava           con tanto impegno

era la lanugine         della terra in primavera

che non lasciava sfuggire neppure          un lamento

               ciò che germogliava in forma di fiamma

         e sembrava la promessa del tempo

quella volta in silenzio io lo accettavo

 

scrivo di seguito più volte

il carattere primavera 春

e così facendo il sole cala dietro i monti

primavera, primavera, primavera,

come volesse controllare quei segni uno per uno

tramonta con tutto il suo peso

(2015)

 

Hachikai Mimi

(n. 1973)

 

Traduzione di Maria Teresa Orsi.

In Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi degli Albizzi, Torino, Einaudi, 2020, pp. 284-287.

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Giorni felici. Hida Furukawa, aprile 2017. Foto di Yuka Kawai.

 

Ko no ma naru

somei yoshino no

shiro hodo no

hakanaki inochi

idaku haru kana.

 

Fra gli alberi

un ciliegio somei yoshino

e i suoi fiori bianchi.

Effimera come la mia

è la loro vita a primavera.

 

Yosano Akiko

(1878-1942)

 

Traduzione di Claire Dodane.

Fonte:

Claire Dodane, Yosano Akiko, Paris, POF, 2000.

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Kawase Hasui, Luna di primavera alla baia di Ninomiya, 1932.

Samidare ya

aru yo hisokani

matsu no tsuki.

Piogge del quinto mese

una sera segretamente

tra i pini, la luna.

Yoshikawa Ryōta

(1718-1787)

Traduzione di Elena Dal Pra.

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Takeuchi Keishu (1861-1943), La carpa, 1908.

Tradizionalmente in Giappone il periodo fra il 5 e il 21 maggio era indicato come “tarda primavera” (banshun) e a segnarne l’inizio era la festa dei bambini (tango no sekku), una delle cinque feste tradizionali che punteggiavano il corso dell’anno:

Go jo arite

nochi no otoko ya

hatsu nobori.

Avere cinque figlie

e, dopo, un bambino, ah

la prima carpa fluttuante.

 

Masaoka Shiki

(1867-1902)

 

Gli stendardi multicolori a forma di carpa, i cosiddetti satsuki nobori (o “stendardi del quinto mese”) si gonfiavano – e ancora si gonfiano – alla brezza tiepida che viene dal sud, la brezza profumata chiamata tradizionalmente kunpū.

Koinobori, stampa di autore sconosciuto, 1950 circa.

Perché la carpa? Perché la sua strenua ostinazione nel risalire la corrente è simbolo della capacità di affrontare con coraggio qualsiasi avversità: modello per qualsiasi individuo, certo, ma che nella società tradizionale giapponese (notoriamente più incline a vedere la donna come “buona moglie e madre saggia” ossia ryōsai kenbo, e a imporle questo modello, che a considerarla come individuo autonomo), era proposto come esempio per i maschietti. E, dunque, la festa dei maschietti diventava festa delle carpe, inalberando, sui pennoni di bambù posti sulle case, quelle maniche a vento a forma di koi, multicolori e svolazzanti.

Nell’antica Cina, del resto, si riteneva che le carpe potessero risalire delle rapide chiamate Ryūmon (Porta del Dragone) e che qui si trasformassero in dragoni, signori dei cieli e delle acque. La carpa diventò così, nel mondo sinogiapponese, simbolo di ascesa sociale, di successo nella vita. 

Intrigante, a questo proposito è la stampa di Utagawa Hiroshige (1797-1858) della serie Sakana zukushi, dedicata alla carpa.

Utagawa Hiroshige, Carpa, dalla serie “Grandi pesci”, 1840 circa.

Durante il periodo Edo, acquistare una stampa con la raffigurazione di una carpa che risale la corrente aveva un forte valore talismanico e, in questa in particolare, tale connotazione era rafforzata dai versi di anonimo che accompagnano la rappresentazione del pesce: “Alla fine non c’è dubbio che diventerà un dragone fra le nuvole del palazzo – la forza della carpa che risale le rapide del fiume” (sue tsui in kumoi no ryū to narinubeshi kawase wo noboru noi no ikioi).

Capacità di affrontare le avversità, coraggio, resistenza: in questa nostra particolare stagione, questa faticosa, crudele e interminabile primavera, l’insegnamento della carpa può valere anche per noi, mi sembra.

Lasciamo allora che sventoli al vento caldo, contro il cielo.

Utagawa Kuniyoshi, Tango no sekku (La festa dei bambini), dalla serie Gayū go sekku no chi (Gioco elegante delle cinque feste), 1840.

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Hida Furukawa ga, natsukashii.

Ho nostalgia di giorni di festa, di viaggi in treno, di cibi e profumi, di paesaggi. Ho nostalgia del Giappone.

E della notte del grande tamburo, la notte dell’okoshidaiko, la notte del 19 aprile.

Ma quest’anno la voce del grande tamburo è spenta. Più vivo, allora, è il ricordo.

Il grande tamburo nella parata notturna del matsuri. Hida Furukawa, 19 aprile 2019.

Per saperne di più su questo affascinante matsuri, vi rimando al mio saggio per Pagine Zen che trovate a questo link:

https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/battiti-del-cuore-nel-cuore-della-notte-il-matsuri-di-hida-furukawa

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