“Scampanio al crepuscolo”, acquerello di Satō Giei.

 

Tintinnare al crepuscolo

 

Quando si oscura – a mano a mano che il pomeriggio giunge alla fine – la carta degli shōji che servono da pareti della sala di meditazione, il responsabile del luogo aziona la grande campana che, facendo tremare con il suo rimbombo l’aria della sera, avvisa che il giorno giunge al termine. Così facendo, recita serenamente il sūtra di Kannon. Colpisce la campana, colpo dopo colpo, con un’energia possente come quella del ruggito di un leone, quella che irradiano i sermoni del Buddha. Il suono è grave, colmo di quella solennità capace di purgare dalle passioni e di abbattere il demone. Un tempo, quando suonava la campana di Gion,* i nostri antenati vi ravvisavano ciò che richiama ogni essere vivente alla propria impermanenza e alle delizie del nirvana. Ma oggi, cosa distinguono i nostri simili di queste armonie capaci di riempire i quattro angoli della sala di meditazione e di andare ben al di là, fino ai quartieri più lontani di Kyoto, per ricadere in fasci di echi?

La difficile sentenza di Unmon ha ancora tutta la sua portata: “Questo mondo è così vasto! Come può, il solo suono della campana, far sì che la grande assemblea rivesta la veste monastica e si renda alla sala di meditazione?” Attraverso quale canale arriva questo linguaggio sonoro: le orecchie, gli occhi, il naso, perché no? E tu, novizio che ti applichi a progredire lungo la Via, quali visioni ti procura questa musica del crepuscolo?

La campana della sera ha finito di risuonare – chiudiamo senza rumore la porta del monastero a due battenti, poiché inizia l’ingresso nel tempo vespertino della meditazione.

 

Satō Giei

(1920-1967)

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 90-91.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

*Riferimento all’incipit del poema guerresco Heike monogatari. 

 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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“Fare le pulizie dopo i riti serali”, acquerello di Satō Giei.

 

Fare le pulizie dopo le cerimonie della sera

 

Gli edifici importanti in un tempio zen sono, oltre alla sala di meditazione, la cucina e lo hōjō, insieme costituito dal padiglione del Buddha e dalla cella del maestro. Lo hōjō dà a sud su una vasta veranda, a cielo aperto. Quanto alla cucina, la fronteggia, all’altezza della parte centrale dal pavimento in terra battuta, una specie di atrio, la cui funzione è quella di servire tutti gli ambienti destinati a diversi servizi; anche lì, il pavimento è costituito da larghe assi. Dovunque si posi lo sguardo, lì regnano l’ordine e la pulizia: il pavimento, i pilastri luccicano come se fossero ricoperti di lacca e ogni oggetto possiede il suo posto ben definito. Prova ulteriore che, da quando esiste il monastero, numerosi furono fra i monaci gli adepti del motto: “Indietro, sporcizia! Polvere: fuori dalla mia vista!” e che tale è stata, mattina e sera, la loro volontà di piegare ogni fibra del proprio essere alla sola ricerca della Via.

Se la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti ha bisogno di ordine e di pulizia, che dire di un monastero? Là dove non si deve mirare che a estirpare dal proprio cuore il minimo ostacolo alla purificazione, sarebbe intollerabile lasciar sfuggire all’esterno il più piccolo granello di polvere. Le regole lo dicono: “Gli utensili ci sono per essere usati, guai a riporli in un posto qualsiasi!”. L’abbiamo capito, sistemare non è un’azione fine a se stessa, né un comportamento che rende migliori e più meritevoli: si devono utilizzare le cose per farle vivere, e utilizzarle come mezzi di espressione della compassione e della riconoscenza che albergano nel proprio cuore.

 

Satō Giei

(1920-1967)

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 88-89.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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Scenografie di nubi nel cielo di inizio settembre.

 

 

Kaika ame uruu shinshū no chi

tōyō kaze suzushi yo ni naran to hossuru ten.

Mentre dai fiori di robinia la pioggia irrora il terreno nei primi giorni d’autunno,

il vento tra le foglie di paulonia rinfresca l’aria sul far della sera.

 

-Bai Juyi

(772-846)

 

Aki kinu to

me in wa sayaka ni

mienedomo

kaze no oto ni zo

odorokarenuru.

Non vedo ancora

chiari segni 

dell’autunno,

ma il fruscio del vento

mi sorprende.

 

-Fujiwara no Toshiyuki

(?-901)

 

Traduzione di Andrea Maurizi (Bai Juyi) e Ikuko Sagiyama (Fujiwara no Toshiyuki).

Fonte: Fujiwara no Kintō, Wakanrōeishū. Raccolta di poesie giapponesi e cinesi da intonare, a cura di Andrea Maurizi e Ikuko Sagiyama, Milano, Edizioni Ariele, 2016, pp. 68 e 69.

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“Cerimonie della sera”, acquerello di Satō Giei.

 

Cerimonie della sera

 

Il motto del maestro zen: “Leggere prima, a libro aperto, i sūtra, poi fare le pulizie”, invita la grande assemblea  (ossia la comunità), a partire dalle tre del pomeriggio, prima della meditazione della sera, a recitare dei lunghi testi, come per esempio il sūtra del Diamante. Detto ciò, leggere – e interpretare – dei testi antichi, e per di più scritti in cinese: l’impresa è ardua. Il novizio partecipa a questa interminabile seduta ma è assalito da dubbi e si domanda quali meriti possono esserne ricavati. Non c’è che l’esperienza a insegnargli, con l’andar del tempo, che è perfettamente indifferente che il monaco, intellettualmente o meno, penetri nel senso della sua lettura. La recitazione dei sūtra va presa come una preghiera che conduce alla concentrazione mentale. Chi si spingerebbe a sostenere che il lavoro del malato è quello di esaminare la ricetta e di immagazzinare dei termini specialistici? Non è meglio se si segue fedelmente la prescrizione del medico e ci si rimette al suo sapere? Ebbene, qui è la stessa cosa: i meriti del recupero provengono dal fondo di se stessi. Un tempo, fu nel momento in cui Longtan soffiò sulla lanterna tenuta in mano dal suo discepolo Deshan che quest’ultimo, improvvisamente, conobbe il Risveglio. Prese un importante commento del sūtra del Diamante e lo gettò nel fuoco dicendo:

“Analizzare tutti i sistemi filosofici è come porre un solo pelo sottile nel grande vuoto del cielo; sforzarsi di padroneggiare le attività del mondo, è voler riempire un grande valle gettandovi semplicemente una goccia d’acqua!”

Altrimenti detto, dottrina, sūtra e conoscenze non hanno che un’importanza secondaria e non valgono più che la fiamma di una lampada che si tiene in mano.

 

 

Satō Giei

(1920-1967)

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 86-87.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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Fresche acque. Kawagoe, agosto 2009.

 

Ricordo di Narahashi, Mishima

 

In una minuscola striscia di giardino avevano scavato la bocca di una fonte.

Qua e là crescevano fusti di zenzero.

Lungo il muretto bianchi fiori di lespedeza                                 cespugli così rigogliosi!

Veramente un buco in affitto, quasi da vergognarsene.

 

Eppure c’era sempre                  quella trasparente

fredda acqua sorgiva. Confetti di rugiada

       celeste            perle di rugiada terrena.

Nessuna tubatura a portare acqua intiepidita, ma in cambio

l’anguria penzolante dalla corda, gocciolava di frescura vermiglia.

 

Sia papà che cantava i suoi versi , sia mamma

che dal buio della cucina sciacquava nella pignatta il riso da bollire,

di quest’acqua           andavano fieri.

 

Anche nel sogno           le alghe si allungavano fluttuanti,

il piccolo alla fine tornerà        a questa nascosta            città d’acqua

il sorriso fluttuante        un invito delle mani.

(2001)

 

Ōoka Makoto

(1931-2017)

 

Traduzione di Alessandro Clementi degli Albizzi.

 

Da: Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi degli Albizzi,

Torino, Einaudi, 2020, pp. 48-49.

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