Verso il Ginkakuji. Higashiyama, Kyōto, agosto 2013.

 

L’acqua sorgiva del monte Asaka

è tanto pura che vi si riflettono perfino le ombre,

ma non è profonda:

profondi sono invece

i miei sentimenti per voi.

 

Si racconta che quando il principe Kazuraki si recò in missione nella provincia di Michinoku i funzionari locali lo accolsero con estrema negligenza. Il principe non ne fu per niente soddisfatto, e il suo volto palesava bene l’ira che provava. Non si godeva nemmeno il ricevimento organizzato in suo onore. Allora, una dama che era stata al servizio del sovrano e che era dotata di grande raffinatezza, sollevò nella mano sinistra una coppa, vi versò dell’acqua con la mano destra, diede un colpetto al ginocchio del principe e recitò questa poesia. Il malumore del pricipe si dissipò subito e si trascorse la giornata a bere in allegria.

(Anonimo, composta prima del 736 d.C.)

 

Traduzione di Maria Chiara Migliore.

 

Fonte per la traduzione:  Man’yōshū (Raccolta delle diecimila foglie), Libro XVI: Poesie che hanno una storia e poesie varie, a cura di Maria Chiara Migliore, Roma, Carocci, 2019, p. 55.

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“Il bagno”, acquerello di Satō Giei.

 

Il bagno

 

Colui che scalda il bagno, è il maestro del bagno. Nei giorni del mese che terminano per 4 e 9, i monaci assicurano a turno il servizio dei bagni dopo aver ricevuto le consegne dal monaco responsabile dell’accoglienza degli ospiti.

Le foglie cadute e i rami secchi raccolti nel recinto del tempio sono gli unici combustibili. L’acqua è distribuita con una rigorosa economia. Ecco due principi da rispettare se si desidera apprendere la dhyana: non sprecare né l’acqua né le fonti di energia. Da lì comincia la riconoscenza dovuta ai doni della natura come a tutti gli esseri viventi.

Le secche ramanzine che incassano i novizi sono soprattutto su questo punto.

Quando l’abate del tempio ha finito di fare il bagno, il responsabile dei luoghi chiama a raccolta per il bagno formale, o “bagno ordinario”, battendo l’una contro l’altra le due tavolette di legno. A questo segnale, la grande assemblea si dirige in ordine, uno dietro l’altro, verso il padiglione dei bagni. Prima e dopo il bagno, ognuno, con devozione, si prosterna a tre riprese fino al suolo davanti al bodhisattva Baddabara, che pervenne al Risveglio mentre faceva il bagno. Ognuno dispone del tempo di combustione della metà di un bastoncino d’incenso (un ventina di minuti circa) per lavarsi con cura le quattro membra, facendo ben attenzione a economizzare il più possibile l’acqua calda. Il padiglione dei bagni, in un tempio, è uno dei tre edifici in cui il silenzio è di rigore. L’accogliente temperatura del bagno è conciliante e voi vi lascereste facilmente andare a canticchiare qualche parola di Torazō ma, in questo luogo, non c’è modo di emettere il minimo sussurro, non parliamo poi di vociare. Con quale spirito si pratica la “visita al bagno”? Ebbene, si tratta, con gli stessi mezzi che utilizza un comune mortale per fare le sue abluzioni, di purificarsi e di lavarsi dalle impurità e dal viluppo delle nostre costruzioni intellettuali.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 78-79.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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Il fresco dell’acqua sotto il ponte. Palazzo Imperiale, Kyōto, agosto 2013.

 

Fushite wa shinto no rinsui no shō o miru

yuku yuku koshū no dōryō  no shi o ginzu.

Disteso ammiro i monti e i ruscelli appena dipinti sul paravento,

camminando intono poesie di antiche raccolte dedicate alla frescura estiva.

 

Sugawara no Michizane

(845-903)

 

Ike susamajiku shite wa mizu sanfuku non natsu nashi

matsu takaku shite wa kaze issei no aki ari.

Accanto all’acqua fresca dello stagno traccia non c’è della calura estiva:

tra i rami più alti dei pini spira un vento fresco come quello d’autunno.

 

Minamoto no Fusaakira

(? – 939)

 

Traduzione di Andrea Maurizi.

Fonte: Fujiwara no Kintō, Wakanrōeishū. Raccolta di poesie giapponesi e cinesi da intonare, a cura di Andrea Maurizi e Ikuko Sagiyama, Milano, Edizioni Ariele, 2016, p. 54.

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“I grandi 4 e 9”, acquerello di Satō Giei.

 

I grandi 4 e 9

 

Il calendario, che distingue sotto il nome di “grandi 4 e 9” il quattordicesimo giorno della lunazione e l’ultimo, li riserva, uno e l’altro, alla manutenzione degli ambienti. Quel giorno, ognuno ha diritto a fare il pigro: può aspettare l’alba prima di alzarsi. Metterà poi a profitto il resto della mattinata, dopo la rasatura del cranio, procedendo alle grandi pulizie dell’interno e dell’esterno del padiglione di meditazione. Nel pomeriggio, nulla impedisce di andare in città per qualche commissione privata.

Designati in tutte le società come il luogo della massima impurità, i gabinetti ricevono nel tempio, di cui costituiscono uno dei sette padiglioni, il nome di “ufficio dell’Est”. Vi si venera una divinità buddhista: è Ususama Myoō, che aiuta a purificare il luogo.

Il compito in se stesso non ha nulla di esaltante ma, finché la nostra misera condizione umana non avrà trasceso la sua impurità fisica e spirituale, ci sarà bisogno di affidare a delle persone la cura di questa pulizia. Il tempio zen esorta questi servitori dell’ombra a fare di ciò un tesoro di meriti nascosti. Occuparsi delle latrine di un monastero permette di progredire e di guadagnare in virtù. Persino per chi è pervenuto al Risveglio, gli esercizi pratici devono corrispondere alle sue conoscenze teoriche. Si è lontani dalla corvée che si impone al novizio: guardate questi monaci, sbiancati sotto l’imbracatura, sistemato il loro futon, prendere di nascosto il cammino verso quei luoghi isolati che vanno a pulire, per tornarsene poi carichi di meriti. È alle toilette che si pratica l’esercizio dello zen! Non c’è che da vedere con quale spirito di emulazione i giovani novizi vogliono recarsi presso Myoō per apprendere a purificarsi corpo e anima.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 76-77.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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“Radersi”, acquerello di Satō  Giei.

 

La rasatura del cranio

 

I giorni che finiscono per 4 e 9 devono cominciare con la “rasatura del cranio”. Per cominciare, al mattino avviene la consultazione personale con il maestro, e poi, una volta il futon sistemato sul ripiano, ci si indirizza un saluto, da vicino a vicino,  con le palme giunte e la testa inclinata; poi ci si rade reciprocamente il cranio. Si può immaginare un metodo più appropriato per esprimere la propria determinazione, abbandonare le proprie passioni, domare le proprie illusioni? Il Buddha storico Shakyamuni insegnava: “Se mantieni nel tuo cuore pensieri di cupidigia, di collera e d’accecamento, comincia innanzi tutto con il raderti da solo la testa”. La testa rasata del monaco, segno distintivo dei discepoli del Buddha, che sia quella di un monaco compiuto, arhat, che abbia la forma di una zucca o di un maglio di legno, necessita di una cura minuziosa. Il nuovo venuto crede di morire di vergogna durante l’operazione. È anche la prima volta della sua vita che tiene un rasoio in mano. Non solo non è capace di affilarlo, ma, inoltre, è ancora nuovo alla manipolazione del rasoio e non tarda a fare della testa di cui si occupa una piaga sanguinolenta. Ci sono, all’opposto, degli anziani che l’esperienza ha reso capaci di radersi da sé con una rapidità sorprendente.

Un antico detto chiede: “Perché Bodhidharma non aveva la barba?”. In attesa di poter rispondere, tutti, senza eccezione alcuna, saranno arrivati a possedere la tecnica del perfetto barbiere.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 74-75.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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