Asakusa la notte. Tōkyō, agosto 2009.

Un aspetto della cultura anni Sessanta che perdurava nei Settanta era un interesse per quello che i giapponesi chiamano dorokusai, che significa “puzza di terra”, o nostalgie de la boue:* lo squallore, l’oscenità, la dissolutezza, il sangue, gli odori, tutto ciò permeava la scena artistica, non solo in fotografia, ma anche nel teatro, nel cinema, in letteratura, nei manga e perfino nelle arti grafiche. Si trattava, credo, di una reazione all’estetica elitaria, che fin dalla metà dell’Ottocento era stata rigidamente tradizionalista oppure una leziosa rilettura giapponese della cultura europea alta. 

Scriveva Mishima, nell’introduzione a un libro fotografico [. . .] in cui erano ritratti giovani uomini scatenati durante i festival shintoisti, che alla fine dell’Ottocento il Giappone aveva cominciato a vergognarsi della sua cultura popolare, per timore che gli occidentali rimanessero scioccati dalla sua rozzezza. Il Giappone, diceva, “ha tentato di rinnegare completamente il suo passato o quantomeno di nascondere agli occhi occidentali le vecchie usanze che potevano rivelarsi più difficili da estirpare. I giapponesi erano come una casalinga ansiosa che in attesa degli ospiti nasconde gli oggetti di uso quotidiano nei ripostigli e rinuncia agli abiti comodi di tutti i giorni, nella speranza di fare colpo con la versione impeccabile e idealizzata della sua casa, dove non si vede l’ombra di un granello di polvere”. La tendenza degli anni Sessanta, proseguita poi nei Settanta, andava nella direzione opposta. Anche se tanti giapponesi della generazione bellica e del primo dopoguerra nutrivano sentimenti contrastanti nei confronti degli occidentali, l’idea era quella di non eliminare l’influenza dell’occidente. Sarebbe comunque stato impossibile, anzi assurdo.  [. . .] 

La mia nostalgie de la boue aveva meno a che fare con l’atteggiamento giapponese verso I’occidente che con il contesto privilegiato da cui venivo. Il mio immergermi nel Giappone era in parte anche una fuga dalla raffinatezza borghese, anche se una fuga superficiale, voyeuristica, quasi distaccata. Fotografavo i vicoli di Shinjuku nello stile di Moriyama Daido, che si ispirava soprattutto all’americano William Klein, e mi aggiravo per le zone ancora dissolute lungo il fiume Sumida, nella cosiddetta shitamachi, o città bassa, in contrapposizione alla città alta nelle più prospere aree collinari a ovest. La parte di Tokyo dove preferivo girare e fotografare partiva dalla stazione di Minami-Senju – sotto i cui binari un piccolo cimitero abbandonato segna il luogo dove nel periodo Edo si eseguivano le condanne a morte dei criminali – attraversava Sanya, la zona povera dove ogni mattina i senzatetto venivano raccolti come manovalanza a poco prezzo per i cantieri, proseguiva verso Yoshiwara, un tempo elegante quartiere a luci rosse di bordelli e sale da tè d’alta classe, oggi squallido labirinto di centri massaggio illuminati al neon, e terminava al tempio di Asakusa dedicato a Kannon, la divinità della compassione. 

La mia guida letteraria in questi vagabondaggi era uno dei miei scrittori giapponesi preferiti, Kafū Nagai, morto nel 1959. Il suo soggetto era Tokyo, il suo temperamento elegiaco. La volgarità del presente lo disgustava. Kafū (che fu sempre noto con questo soprannome) riusciva ad amare solo a posteriori, e a celebrare solo ciò che era scomparso. La città occidentalizzata del periodo Meiji, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, cominciò a commuoverlo solo dopo essere stata in buona parte distrutta dal terremoto del 1923. La sfacciata Tokyo moderna che era emersa da quel disastro lo riempiva di delizia, ma solo dopo che nel 1945 era stata devastata dai bombardieri B-29. Kafū era un dolente archeologo del recente passato: il muro di piastrelle di un ex bordello degli anni Trenta in mezzo a un quartiere modernizzato senza gusto nel dopoguerra poteva commuoverlo fino alle lacrime. 

Nella zona di Minami-Senju, l’esterno di un vecchio teatro fatiscente era dipinto a mano in colori accesi, con immagini di guerrieri con la spada in pugno e geisha dal viso tondo. Il teatro, che odorava di calamari fritti e sudore rancido, era la sede di una delle ultime compagnie itineranti. Portavano in scena versioni rozze di famosi spettacoli kabuki che raccontavano di suicidi d’amore e fuorilegge dall’animo nobile. Tra un atto e I’altro, gli attori si cambiavano rapidamente indossando sgargianti camicie hawaiane, dopodiché intonavano a squarciagola canzoni popolari davanti a microfoni che si inceppavano, mentre altri strimpellavano chitarre elettriche scordate. I ruoli femminili, secondo la tradizione, erano tutti interpretati da uomini. Uno degli attori, un giovane con il naso all’insù e un viso gommoso dai lineamenti marcati, riusciva, una volta in abiti femminili, a sembrare bellissimo perfino nello squallore del contesto. Vent’anni dopo conquistò fama nazionale, apparendo alla tv come il “Tamasaburō della shitamachi”, in riferimento al famoso attore di kabuki. 

Nel teatro di Minami-Senju trascorsi molte ore, fotografando gli attori e anche il pubblico, la cui età media doveva superare ampiamente i cinquant’anni: il macellaio di quartiere con la moglie tracagnotta, uno o due truffatori, operai che lavoravano sui tetti, muratori e cuochi di ravioli al vapore. Dio solo sa cosa dovevano pensare di quel giovane straniero che li fotografava inginocchiato davanti a loro. Ma erano sempre amichevoli, e con un’aria educatamente divertita. Un fine settimana accompagnai gli attori durante uno dei loro tour per le zone di campagna, insieme a Graham, il mio amico della biblioteca della Nichidai. Trascorremmo la notte nel resort fatiscente di una sorgente termale, detto “Green Center”, con i vecchi venuti a bere e godersi lo spettacolo del Tamasaburō della shitamachi e degli altri attori. Seduti intorno a lunghi tavoli di legno carichi di polpettine di riso, calamari essiccati, sottaceti e zuppa di miso, e abbigliati con i leggeri yukata forniti dal Green Center, guardammo un’agghiacciante scena di omicidio commessa da un famoso fuorilegge dell’ottocento, seguita da una celebre scena d’amore presa da un vecchio dramma di samurai. Nel frattempo io mi aggiravo scattando foto come avevo visto fare ad Araki. Ma il pezzo forte della serata doveva ancora arrivare. 

Quando fu il momento di immergersi nel grande bagno comune, uomini e donne si tolsero gli abiti estivi e invitarono anche Graham e me a entrare. La sala piastrellata aveva un odore sulfureo di uova marce. Il monte Fuji dipinto sulla parete era mezzo nascosto dal vapore che saliva dall’acqua rovente. Dopo esserci velocemente lavati, io e Graham entrammo cauti nel bagno, con tutti gli occhi puntati addosso. Stavo pensando che difficilmente avremmo potuto essere più immersi nel Giappone profondo, quando un’improvvisa esplosione di risate fragorose increspò le rughe dei volti campagnoli che avevamo intorno. “Guarda il pisello!”, strillò una delle signore più anziane immerse nell’acqua. “Guarda che pisello, gli stranieri!”. “Ce l’hanno più grosso di te, nonno!”, grido una donna robusta che avrà avuto almeno ottant’anni. Diversi signori raggrinziti sorrisero timidi. “E quanto sono bianchi, i gaijin!”, esclamò una terza signora, come se in vita sua non avesse mai visto nulla di più grottesco. “Proprio come il tofu”. 

Ian Buruma

(n.  1951)

Da: A Tokyo Romance. A Memoir, London, Atlantic Books, 2018, pp. 53-57.

*Letteralmente “nostalgia del fango”.

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È diventata uno dei miei livres de chevet, questa cronaca autobiografica della Tōkyō degli anni Settanta raccontata nei suoi aspetti più nascosti e intriganti di teatro d’avanguardia, di nuova cinematografia, di bassifondi e di nostalgia, di esperienze e di incontri con personaggi straordinari, di performance e di vecchi palcoscenici. Buruma racconta, con mano felice e senza autocompiacimento, la storia della sua educazione sentimentale e artistica in una Tōkyō non ancora presa d’assalto dai turisti ma vitale e autentica. O così vorremmo credere abbandonandoci alle pagine così cariche di suggestione da trasportarci indietro nel tempo. Affascinati.

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Autore sconosciuto, Monaco, 1830 circa.

 

È stolto angosciarsi per tutta la vita, senza avere neanche un attimo di pace, asserviti al desiderio di fama e profitto. Se si possiedono grandi ricchezze, si ha minor cura di se stessi e ciò contribuisce a procurare danni e attirare guai. Quando poi si passa all’altro mondo, anche se si è accumulato tanto ora da sostenere l’orsa Maggiore, ciò porterà problemi e preoccupazioni per quelli che restano.

Tutte le cose che fanno gongolare gli stolti non hanno alcun valore: grandi carri, cavalli ben pasciuti, ornamenti fitti di gemme e ori, all’uomo avveduto sembreranno ancor più tutte sciocchezze. Bisogna buttar via l’oro tra i monti, e gettare le gemme nelle forre. Chi si smarrisce nella ricerca del profitto materiale è la persona più stolta che ci sia.

È auspicabile cercare di lasciare ai posteri un nome imperituro: ma è forse sufficiente essere nobili o insigni per rango per aver fama illustre? Anche chi è stupido o inetto, se nasce in una famiglia altolocata o incontra un’occasione propizia, può raggiungere ranghi elevati e vivere nel lusso più sfrenato. Tra i grandi saggi e tra i santi, molti sono coloro i quali hanno invece accettato un’umile posizione, e sono morti così, senza aver mai incontrato il favore dei tempi. Quindi è stolto essere ossessionati dal desiderio di cariche e ranghi importanti.

Vorremmo poi avere fama ineguagliata proprio per la nostra sapienza o per lo spirito ma, a ben considerare, vedremo che l’amore per la fama non è altro che compiacersi delle opinioni altrui. Ma sia chi loda, come chi critica, non rimane al mondo in eterno. Coloro inoltre che di quella fama hanno avuto solo un indiretto sentore, presto lasceranno a loro volta questo mondo. Di chi quindi temere il giudizio, di chi auspicare l’ossequio?

Infine la fama è fonte di critiche. Ammesso che il nostro nome ci sopravviva, non servirebbe a niente. Anche nutrire un simile desiderio quindi è stolto. Se poi dovessi dire qualcosa a chi ricerca con pervicacia il sapere e aspira alla saggezza, vorrei ricordare che quando il sapere si mostra, lì c’è la menzogna. Il talento è frutto di passioni, e quanto ci è stato tramandato dagli altri, quanto gli altri ci hanno insegnato, non è vero sapere.

Cosa quindi dovremmo chiamare “sapere”? Positivo e negativo in realtà sono una cosa sola. Cosa dovremmo chiamare “bene”? L’uomo vero non ha virtù, non ha sapere, non ha merito, non ha nome. Chi mai potrà riconoscerlo, chi racconterà di lui? Ciò però non vuol dire che nasconda la sua virtù e si comporti da folle: il fatto è che si trova al di là delle distinzioni tra saggezza e follia, tra perdita e guadagno. Se quindi con l’animo smarrito si inseguono fama e profitto, ecco qual è il risultato.

Qualsiasi cosa si faccia, è tutto vano: non serve discuterne, né nutrire alcuna di queste ambizioni.

 

 

Kenkō Hōshi

(1283?-1350?)

 

Da Ore d’ozio. Tsurezuregusa, a cura di Adriana Boscaro, Marsilio, Venezia,  2014, pp.  58-59.

Traduzione di Luisa Randazzo, rivista da  Inagaki Kiyoko e  Asai Tomoko.

 

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Ancora una volta il monaco Kenkō, nelle sue riflessioni oziose che seguono il ritmo del pennello, si rivela un impagabile osservatore della natura umana. E i suoi pensieri ci sembrano avere ancora qualcosa da dirci.

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Mizuno Toshikata (1866-1908), Coppia nella nebbia mattutina.

 

Erano i primi giorni di marzo, tre anni dall’inizio della sua convivenza con Rumi, e ormai si avvicinava l’esame di laurea.

Rumi gli aveva proposto di fare due passi insieme perché c’era qualcosa di cui voleva parlare con lui, e così erano andati a passeggio nei dintorni del Ryōanji. Entrambi avevano la sensazione che il loro rapporto fosse giunto a un punto critico, e camminavano in silenzio con aria cupa. Anche quel giorno percorsero il corridoio del tempio principale in cui si trovava il giardino di rocce, come se dovessero semplicemente passare del tempo. Poi per circa mezz’ora sedettero sulla veranda a contemplare le rocce disposte su quella bella sabbia bianca, senza scambiarsi una sola parola.

Quindi, usciti di lì, girarono senza meta dentro il recinto del tempio, dove ancora i ciliegi non erano in fiore, mantenendo fra loro un distanza di quasi un metro. Ormai i sentimenti di Uomi per Rumi si erano raffreddati in modo irrimediabile. Non ne sopportava più la mancanza di istruzione, e detestava vari aspetti del suo carattere. Anche i suoi grandi occhi gli sembravano privi di finezza, e quel modo di parlare lezioso cominciava a dargli sui nervi. Non riusciva a farsi una ragione di come avesse potuto, in passato, essersi tanto invaghito di quella donna.

Rumi era consapevole di tali sentimenti in Uomi. Ma nel corso di quei tre anni si era formato in lei, nel corpo e nell’anima, un legame che le impediva di separarsi da lui. 

All’inizio della loro vita insieme, Rumi aveva spesso implorato Uomi di sposarla, ma ormai aveva rinunciato. Più del problema formale del matrimonio, un altro, ben più urgente, era per Rumi causa di angoscia costante: la preoccupazione di evitare a tutti i costi che Umi potesse abbandonarla.

Ma quel giorno Rumi era un po’ diversa dal solito. Aveva pensato che se l’amore di Uomi per lei era definitivamente morto, e non esisteva la possibilità che rinascesse, in quel caso si sarebbe allontanata da lui. Lei stessa non sapeva se sarebbe stata capace di continuare a vivere senza Uomi, ma si proponeva di tentare con tutte le sue forze.

La laurea di Uomi ormai si avvicinava, e se la rottura era inevitabile, lei sentiva che quel momento doloroso, anziché rimandato, andava affrontato al più presto. “Vorrei che mi parlassi con sincerità. Non voglio che tu ti faccia scrupoli nei mie confronti, e non ho bisogno della tua pietà. Vorrei soltanto che mi dicessi quali sono i tuoi veri sentimenti” furono le sue parole. “Allora, parla. Mi ami o non mi ami?”. 

“…”.

Ci risiamo, pensò Uomi, restando in silenzio. Quante volte, in questi tre anni, mi avrà ripetuto la stessa domanda? Decine di volte. Eppure lui non era mai riuscito a dirle chiaramente: “Non ti amo”. Per poter pronunciare quelle parole, avrebbe dovuto diventare cattivo. Naturalmente era una debolezza da parte sua, ma il peso di quei tre anni di vita in comune lo legava con una forza a cui era impossibile opporsi.

“Mi ami? Non mi ami? Basta, non telo chiederò più. Ti farò una domanda molto meno nobile, e più chiara. Mi odi? Non mi odi? Se mi odi, dimmelo. Allora, mi odi? Ce la fai a dirlo, no? Basta un cenno con la testa, in orizzontale o in verticale. Allora, mi odi?”

Uomi notò che il viso di Rumi aveva assunto un pallore e una gravità mai visti.

La guardò con un sentimento di rifiuto. Subito dopo, con un tono tagliente che lasciò stupito lui per primo, esclamò: “Ti odio!”.

Dopo averlo detto, provò un immediato sollievo. Le parole gli erano sfuggite di bocca senza che se ne accorgesse.

“Ah, è così”. La voce di Rumi risuonò stranamente calma.

Uomi ebbe la sensazione che qualcosa di una crudeltà atroce, ignota a lui stesso, si avvolgesse in una nera spirale dentro il suo cuore.

Si accorse chiaramente che il sangue era defluito dalle labbra minute di Rumi, lasciandovi un biancore sinistro che ricordava il ventre di un pesce. Pensando che stesse per svenire, con prontezza allungò una mano per sostenerla. Per un attimo tutto il peso di Rumi si concentrò sulla sua mano, ma lei, schiudendo appena gli occhi, disse: “No” ritraendosi un poco dal braccio di Uomi. Poi rimase per qualche istante accovacciata a terra, ma si rialzò e, volgendogli le spalle, prese ad allontanarsi con passo incerto, barcollando, senza girarsi a guardarlo. 

È finita, pensò Uomi. C’erano già state molte scene simili, ma questa volta, a differenza delle altre, aveva avvertito un senso di verità che faceva pensare a una conclusione irrevocabile.

In ogni caso, con questo è finita!, pensò di nuovo. Ma nella sorpresa per avere profferito quelle parole terribilmente crudeli, insolite per lui, debole com’era, si mescolava una certa soddisfazione.

Quel giorno, Uomi non se la sentì di tornare nell’appartamento che divideva con Rumi. Dopo essere stato a trovare due o tre amici, solo a tarda notte salì infine le scale di casa.

La luce era spenta. Quando l’ebbe accesa, vide che la parete a cui erano sempre appesi gli abiti e i kimono di Rumi era vuota. Lei non sarebbe tornata più in quella casa.

Pensieri dal sapore amaro restarono a lungo in lui, ma Uomi non cercò di scoprire dove fosse andata Rumi.

Una volta sentì dire da qualcuno che faceva la cameriera a Ōsaka, a Shisaibashi, ma quella sera gli bastò qualche bicchiere per dimenticarsene.

 

Inoue Yasushi

(1907-1991)

 

Traduzione di Giorgio Amitrano.

Da: “Giardino di rocce” (Sekitei), in Amore, Milano, Adelphi, 2006, pp. 26-31.

 

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Uno dei maggiori scrittori giapponesi del XX secolo, Inoue Yasushi mi ha sempre colpito per la sua capacità di cogliere e descrivere con rara acutezza le sfumature più impercettibili dell’animo umano. La sua ricca produzione si suddivide fra una serie di romanzi storici, epici e appassionanti (non tradotti in italiano), e una serie di romanzi brevi e racconti di ambientazione più intimista, in cui emerge tutta la sensibilità che caratterizza anche il brano che ho scelto dalla raccolta Amore, che raccomando di leggere e che, insieme al breve e folgorante Fucile da caccia (Ryōjū, tradotto da Giorgio Amitrano e pubblicato in Italia sempre da Adelphi) rappresenta uno dei gioielli  più preziosi della letteratura giapponese dello scorso secolo.

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Kasamatsu Shiro (1898-1991), Bambù in estate, 1954.

Ieri sera ho provato strane sensazioni.

Sono arrivato alla locanda alle otto di sera e non solo non ho potuto notare come fosse la casa o il giardino, ma non distinguevo neppure l’est dall’ovest. Sono stato condotto attraverso una specie di sinuoso corridoio e infine fatto accomodare in una cameretta di sei tatami. Aveva un aspetto completamente diverso da quando mi ero fermato la volta precedente. Dopo aver cenato ed essere andato a immergermi nell’acqua termale, torno in camera e bevo il tè; intanto arriva la cameriera a domandarmi se può stendere il giaciglio.

Cosa strana, è sempre e solo questa cameriera a fare tutto, a ricevermi appena arrivato, a servirmi la cena, a guidarmi ai bagni, a preoccuparsi di stendermi il giaciglio. Eppure non parla quasi mai. Ma non è neanche una campagnola impacciata. Quando, cinta da un obi rosso annodato senza civetteria, con in mano un’antiquata torcia di carta, mi ha condotto nelle spire di un corridoio, simile a una scala tortuosa e quando, con lo stesso obi e la stessa torcia, giù per lo stesso corridoio, mi ha guidato fino alla vasca delle acque termali, mi è sembrato, pur essendo sempre io, di muovermi nella tela di un dipinto.

Al momento di servirmi la cena mi dice che devo aver pazienza e accontentarmi di quella camera, dove loro continuano ad abitare, perché negli ultimi tempi non ci sono stati clienti e le altre camere non sono in ordine. Mentre mi prepara il giaciglio, pronuncia una frase umana: “Dorma bene” ed esce; i suoi passi si allontanano sempre di più in fondo al tortuoso corridoio; c’è un angoscioso silenzio.

Solo una volta mi è capitata un’esperienza simile. Anni fa partendo da Tateyama avevo attraversato il Bōshu, e da Kazusa ero arrivato a Chōshi, camminando lungo la costa. Una sera mi fermai in un luogo. Non posso definirlo che “un luogo”. Ho dimenticato sia il nome della località sia quello della locanda. Non sono neppure sicuro di essermi fermato in una vera locanda. Era una casa alta e grande, abitata da due donne sole. Quando domandai loro se potevano ospitarmi la più anziana disse di sì e la giovane m’invitò a entrare e mi guidò; la seguii: dopo aver attraversato numerose ampie camere abbandonate, mi condusse in quella più interna, al piano superiore. Saliti tre gradini feci per entrare in camera dal corridoio quando un gruppo di alti bambù che si protendevano obliquamente sotto le tavole della terrazza, mossi dalla brezza della sera, mi accarezzarono la testa da dietro le spalle e io sobbalzai spaventato. Le tavole della veranda erano marce. “L’anno prossimo i germogli di bambù cresceranno fino ad aprirsi un passaggio nel pavimento della veranda e la camera sarà piena di bambù”, dissi; la giovane donna non rispose, sorrise e uscì.

Quella notte non potei dormire per il fruscio del bambù vicino al mio capezzale. Aprii gli shōji: il giardino era una distesa d’erba; una luminosa luna rischiarava la notte estiva, spostai lo sguardo e vidi che, proprio grazie alle siepi e al muro, il giardino sembrava continuare in una vasta collina erbosa. Subito al di là di essa si stendeva l’oceano, con immense onde fragorose che parevano minacciare il mondo umano. Non riuscii a chiudere occhio fino all’alba, rimasi pazientemente ad aspettare sotto la strana zanzariera, con l’impressione di trovarmi in un libro di racconti illustrati. Ho viaggiato molto dopo di allora ma non ho mai provato simili sensazioni prima di fermarmi nella locanda di Nakoi.

 

Natsume Sōseki

(1867-1916)

 

Traduzione di Lydia Origlia.

Da: Guanciale d’erba (Kusamakura, 1906), Vicenza, Neri Pozza, 2001.

 

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Livre de chevet per molti, Kusamakura fu definito dal geniale pianista Glenn Gould – che lo lesse nel 1982 alla radio nel corso di un’emissione della CBC – come metafora perfetta della condizione dell’artista. Al pari di alcuni capolavori della letteratura classica giapponese, Guanciale d’erba è un libro che va gustato come una prelibatezza, va centellinato, una pagina al giorno, per assaporare al meglio ciò che ha da rivelarci. Letto e riletto, ogni volta ci riserverà la sorpresa della sua grande bellezza.

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Godendo sotto i fiori. Scena di hanami. Da: Anonimo, "Scene di genere dei 12 mesi" , periodo Muromachi (XVI sec.). Importante proprietà culturale. Tokyo National Museum.

 

Ieri, oggi, così passa il tempo… I ciliegi del monte Asuka sono in piena fioritura, le azalee di Somei rivaleggiano in splendore. Lungo la strada un arcobaleno di tappeti, i profumi nei sacchetti lasciano il loro aroma sull’erba; l’eleganza dei palanchini con borchie, la confusione dei cavalli imbrigliati, l’assordante clamore dei saltimbanchi e dei burattinai. Piuttosto che contaminare i ciliegi componendo maldestri versi in giapponese o cinese, a metà ebbri e con le maniche rimboccate, sembrerebbe davvero più raffinato riunirsi semplicemente tra amici e scambiarsi coppe di sake in un posto tranquillo. Lo stesso giorno, la sera quando la luna è offuscata, è divertente sentire qualcuno russare impunemente, disteso sul nudo suolo, un barilotto tutto per lui per cuscino, e nessuno può sapere che sogni tesse…

Hiraga Gennai

(1728-1780)

 

Da: La bella storia di Shidōken (Fūryū Shidōken den, 1763), cura e traduzione di Adriana Boscaro, Venezia, Marsilio, 1990, p. 72.

 

L’irriverente spirito di Hiraga Gennai mi accompagna nella preparazione di un corso sulla cultura popolare di periodo Edo, in questo inizio di primavera. Una lettura che raccomando. 

Buona primavera!

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