Una foresta che abbiamo traversato. Era a Shikoku? Forse. Agosto 2002.

Non amo la parola “radici” e l’immagine ancor meno. Le radici si nascondono nel suolo, si contorcono nel fango, si schiudono nelle tenebre; tengono prigioniero l’albero dalla sua nascita e lo nutrono al prezzo di un ricatto: “Se tu ti liberi, muori!”.

Gli alberi devono rassegnarsi: hanno bisogno delle loro radici. Noi no. Noi respiriamo la luce, noi desideriamo il cielo, e quando noi affondiamo nella terra, è per imputridire. La linfa del suolo natale non risale attraverso i nostri piedi verso la testa. I nostri piedi non servono che a camminare. Per noi, solo contano le strade. Sono queste che ci attirano – dalla povertà alla ricchezza o a un’altra povertà, dalla servitù alla libertà o a una morte violenta. Ci promettono, ci conducono, ci spingono, poi ci abbandonano. Allora noi crepiamo, come eravamo nati, ai bordi di una strada che non avevamo scelto.
 A differenza degli alberi, le strade non emergono dal suolo a seconda dei semi che sono stati gettati. Come noi hanno un’origine. Origine illusoria poiché una strada non ha mai un vero inizio; prima della prima curva, là dietro, c’era già una curva, e ancora un’altra. Origine inafferrabile, poiché a ogni incrocio si sono aggiunte nuove strade, che provenivano da altre origini. Se dovessimo considerare tutte queste confluenze, abbracceremmo cento volte la Terra.  
                         Amin Maalouf
 
Da: Origines, Paris, Grasset, 2004, p. 7-8.
La traduzione è mia.
=> Origini è pubblicato in italiano dalla casa editrice Bompiani.

 

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Nevicava, sul passo Mitsuse, in quel gennaio 2002, ed è cosa rara, nell’isola di Kyūshū. Tutto era coperto da una coltre bianca, ogni cosa. Anche il luogo dove il mese prima era stato ritrovato il corpo di una giovane impiegata di Fukuoka, Yoshino…

Il romanzo di Yoshida Shuichi che sto leggendo è la storia di un delitto e di un omicida, il malvagio del titolo, in giapponese Akunin (2007). Un libro in cui l’ambientazione è accuratamente descritta e resa tale da mettere il lettore al centro delle relazioni e degli ambienti che stringono in una rete la vittima e il presunto colpevole. Una scrittura di grande suggestione, che cattura. Una scrittura di grande qualità e asciutta che a me ricorda il miglior Simenon per la capacità di immergere il lettore in un ambiente, in mondo.

Questo è il libro che mi fa tirar tardi in questi giorni e che sto leggendo nella versione francese pubblicata dalle Editions Philippe Picquier (Arles, 2011). Si intitola Le mauvais e non è mai stato tradotto in italiano. Così come nessuno degli altri romanzi di Yoshida che, nato a Nagasaki nel 1968, è autore pluripremiato in Giappone ma del tutto sconosciuto in Italia. Chi volesse leggere Akunin ma non conosce il francese sappia che ne esiste anche una versione in inglese:  Villain, tradotta da Philip Gabriel per la Pantheon (London 2010).

Non solo, questo thriller appassionante è stato portato sugli schermi nel 2010 dal regista Lee Sang-il e il film ha vinto ben 5 Japanese Academy awards nel 2011. Un film inquietante e intrigante, proprio come il libro.

Erano da poco passate le 20 eppure non c’era nessuna vettura davanti e non ne aveva neppure incrociate salendo al colle. Gli arbusti e gli alberi erano davvero sinistri alla luce incerta dei fari. Rimpiangeva di non aver preso l’autostrada pur di risparmiare.

Aveva un bel cantare a sguarciagola per dimenticare la solitudine, subito la foresta dintorno assorbiva la sua voce.

I fari, che si può giudicare vitali nell’oscurità profonda della montagna, si erano spenti proprio nel momento in cui Hifumi aveva raggiunto infine il colle. In un primo momento aveva creduto a un problema di vista.

Subito dopo, una cosa nera attraversò il fasci dei fari baluginanti. Hifumi frenò in velocità, aggrappandosi disperatamente al volante.

I fari si spensero del tutto. All’altro lato del parabrezza la notte oscura, come se avesse gli occhi chiusi. Il motore girava sempre ma, nella foresta, tutto attorno alla vettura, le grida degli insetti erano cresciute fino a rompere i timpani.

L’aria condizionata andava a pieno regime eppure si era trovato improvvisamente bagnato. Era più che sudore – si sarebbe detta acqua tiepida che qualcuno gli avesse versato addosso.

In quello stesso momento, la carrozzeria si era messa a sussultare e il motore si era spento. Sentì allora come una presenza sul sedile del passeggero. La paura limitava il campo visivo. Non poteva voltare la testa di lato. Né girarsi. Non poteva che guardare davanti a sé.

Il motore non voleva ripartire. Hifumi urlò. Sapeva che qualcuno era seduto accanto a lui. Solo, ignorava cosa fosse.

“Come soffro!”, d’improvviso una voce d’uomo uscì dal sedile del passeggero. Hifumi s’era coperto le orecchie, tanto urlava dal terrore. Il motore ancora non ripartiva.

“Non ne posso più”, disse la voce accanto.

Hifumi mise mano alla porta per fuggire. In quell’istante, vide il riflesso di un uomo coperto di sangue sul finestrino. L’uomo lo guardava fisso. (Le mauvais, pp. 147.148; la traduzione è mia).

 

***

Cosa c’è in questo momento sul comodino?

Vediamo…

In (ri)lettura:

Persuasion, di Jane Austen, che mi piace a ogni rilettura.

Angeli custodi, ognuno per ragioni diverse:

L’art de la semplicité di Dominique Loreau, un metodo,

Night Watch di Terry Pratchett, lo dice il titolo stesso,

Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, per me, fondamentale,

Abissi d’acciaio di Asimov, perché sì

La caduta di Albert Camus

Quest’ultimo libro perché mi ha insegnato – tanto, tantissimo tempo fa – che occorre sempre assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

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Una ricetta per questi tempi? Non so, ma per me quello che suggerisce la scrittrice Dominique  Loreau, che vive da anni in Giappone è una possibilità per liberarsi delle zavorre che ci impediscono di vivere più serenamente. E che sono spesso zavorre che ci autoimponiamo: dai troppi bagagli di un viaggio, ai troppi oggetti di cui ci circondiamo. Vivere più leggeri, e quindi più liberi, più autentici, afferma Loreau, è uno dei sogni più facilmente realizzabili.

Per questo ho apprezzato subito L’infiniment peu (edito da J’ai lu, Paris 2012) e ora me lo tengo caro sul comodino.

‘Più in fretta, anzi, più grande’ è oggi sorpassato. La ricerca della semplificazione, il richiamo ala frugalità diventano LA tendenza. Saturazione di informazioni pletoriche, perpetui dilemmi fra carriera e qualità della vita… la rinuncia al consumismo e ai suoi danni si erge infine in virtù del potere liberatorio. Una volta che i nostri bisogni vitali sono assicurati (abbigliarsi, nutrirsi e avere un alloggio), applicare la filosofia dell’infinitamente poco permette di affrontare qualsiasi cambiamento o rovescio di situazione. E’ allora facile godere di quel ‘poco’ nel quale nessuna delusione è possibile mentre ogni scintilla di gioia è istintivamente rianimata.” scrive Dominique Loreau nel libretto che un’amica mi ha regalato il mese scorso. Un libro dal formato minuto perché risponde alla richiesta dell’autrice alla casa editrice che il libro avesse le dimensioni dei tascabili giapponesi, leggibili agevolmente anche in un’affollata carrozza della metropolitana di Tōkyō. Un libro lillipuziano, questo, da reggere in una sola mano e da poter far scivolare agevolmente in una tasca o nel cassetto di un comodino; un libro da leggere d’un fiato ossia, secondo le statistiche giapponesi, in meno di 90 minuti, ma che subito rivela la propria utilità.

Una citazione che ho trovato in questo libretto mi sembra particolarmente illuminante, ed è di Setouchi Jakuchō, intellettuale (sua è una delle più recenti “traduzioni” in giapponese moderno del Genji monogatari),  scrittrice e monaca buddhista: “Con tutto quello che capita di questi tempi – Fukushima, la crisi economica mondiale  -, abbiamo due scelte: continuare disperatamente a consumare in modo frenetico o fare la scelta di una vita frugale.  Questa seconda soluzione è, in realtà, l’unica.”

Ora che la mia vita è cambiata ed è diventata anche più precaria dal punto di vista economico (destino che condivido con milioni di persone, comunque), il libro della Loreau mi ha aiutato come una piccola lanterna del buio della notte. Come un sorriso.

Solo un appunto, che provenendo da una persona che vive come me circondata da qualche migliaio di libri e che per buona parte della vita ha lavorato  in una libreria è del tutto comprensibile:  in quel poco che Loreau consiglia non potrò mai far stare i libri. Restano la mia vita, l’unica cosa da cui davvero mi è impossibile separarmi. Almeno per il momento.

Uno degli scaffali di casa, zona dei libri francesi.

***

Cosa c’è in questo momento sul comodino?

Vediamo…

In (ri)lettura:

Emma di Jane Austen, sempre assolutamente delizioso.

Angeli custodi, ognuno per ragioni diverse:

L’art de la semplicité di Dominique Loreau, un metodo (vedi sopra),

Night Watch di Terry Pratchett, lo dice il titolo stesso,

Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, per me, fondamentale,

Abissi d’acciaio di Asimov, perché sì

La caduta di Albert Camus

Quest’ultimo libro perché mi ha insegnato – tanto, tantissimo tempo fa – che occorre sempre assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

 

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Abbandonarsi al tenero prato. Ginkakuji, Kyōto, 29 marzo 2013.

Ecco cosa ho imparato.

Che “il molto piccolo conduce al molto grande”, come scrive Miyajima Tatsuo.

E come spiega a meraviglia una scrittrice che adoro, Dominique Loreau, da tanti anni stabilitasi in Giappone, nel suo libro L’infiniment peu (Editions J’ai lu, Paris, 2012).

Un libro piccolo e prezioso che mi è stato regalato ieri per il mio compleanno e che ho letto stanotte.

E che resterà sul mio comodino.

Grazie.

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Colline dopo colline, attraversando Shikoku. Era il 2009.

 

Quello che mi ha sempre colpito, in Nakagami Kenji (1946-1992), è la scrittura. Incisiva, ruvida, mai consolatoria nella scelta di storie in cui la violenza e il sesso stanno a descrivere con brutalità una realtà dura come quella dei villaggi-ghetto in cui erano (e ancora sono, spesso) relegati i burakumin, i fuoricasta. E questa realtà fatta di spietatezza e di ansia di sopravvivenza Nakagami la conosceva bene, nato com’era in quella stessa comunità. I Vicoli (roji) sono l’ambiente che fa da sfondo alle storie di cui è protagonista un’umanità dolente e ai margini, fra cui spiccano personaggi di grande forza, mai rassegnati, mai domi. Ma il linguaggio crudo ed efficace, in Nakagami, spesso si fa poesia. Il tono lirico che percorre le sue pagine non fa che accentuare il dolore e il sentimento di ingiustizia che impregnano la vita di ognuno. E invita a guardarci dentro e a guardare il cielo.

Nakagami Kenji è stato uno dei più grandi scrittori giapponesi del XX° secolo: leggerlo non lascia indifferenti, leggerlo apre gli occhi e la mente alla complessità. E rivela un Giappone spesso volutamente “dimenticato”. Anche dagli studiosi.

 

Quando le arrivò all’orecchio il rumore del vento che attraversava alberi e cespugli sulla collina retrostante e faceva sbattere le assi della porta, zia Oryū comprese che era giunto l’inverno nei Vicoli sempre tiepidi come un pozzo angusto, e pensò che l’inverno arrivava anche a Buenos Aires dove si erano stabiliti gli uomini partiti verso nuove terre e nuovi cieli lasciando i loro bambini, e che in quel ghetto laggiù che dicevano simile ai Vicoli il vento doveva ugualmente soffiare disperdendo e sollevando le foglie, doveva farle volteggiare per meglio schernire il loro splendore sfolgorante al sole come l’uccello dorato delle illusioni effimere. Zia Oryū chiuse gli occhi e mentre si sforzava di ascoltare ebbe l’impressione che le sue orecchie volassero lontano come le foglie che turbinavano al vento e continuassero ad avanzare nell’aria indefinitamente. Ciò che vede, ciò che sente, tutto è gioia per lei. Ecco che segue il sentiero tracciato sul limitare del bosco lussureggiante e quando sbuca sulla cresta della collina dietro ai Vicoli uscendo da una folta macchia illuminata dai raggi che filtrano attraverso gli alberi, assomiglia ancor più a uno spirito tremolante, e se un tronco brilla di luce lo tocca per vedere cos’è, se un filo d’erba si piega, se sente un fruscio, fa un giro per andare a guardare. Rendendosi conto che è a causa di una cavalletta che ci è saltata sopra, zia Oryū, che pur essendo diventata uno spirito è rimasta monella, allunga la mano con decisione e le afferra le antenne. “C’è qualcosa che sta toccando le mie antenne”, pensa la cavalletta, eppure non c’è un alito di vento e non sono sopraggiunti altri insetti a portare altri pericoli, non sembra esserci alcun rischio imminente, però è più prudente scappare, fa un balzo in avanti ma viene seguita da zia Oryū che l’ha già raggiunta. C’è solo un salto da lì al mare che pare una cintura d’abito da festa sulla quale siano state versate gocce di robbia la mattina, di giada a mezzogiorno e d’uva alla sera, andando lungo i campi dalla bassa collina al bosco di pini piantati controvento, tra il verde degli alberi di ineffabile bellezza, zia Oryū passa di corsa come un piccolo animale bianco venuto dal fondo delle montagne a leccare il sale marino e va a mettersi sulla spiaggia per ricevere il vento al largo. – Oryū, sei proprio diventata vecchia! non sei piena di dolori, a star sempre coricata? – dice il suo spirito a lei che è inchiodata sul suo giaciglio nel ventre della collina dietro ai Vicoli, e ridacchia immaginando quale piacere sarebbe essere per un istante uno spirito fuggito da quel vecchio corpo decrepito che non può più muoversi.

– No, non sento nessun dolore.

Così si rivolgeva al proprio spirito zia Oryū, nello stesso modo in cui rispondeva alle domande di alcune donne dei Vicoli che si prendevano cura di lei e le preparavano da mangiare da quando non si sollevava più dal suo futon, e dopo aver visto quello spirito volteggiare al vento e allontanarsi lungo la spiaggia in direzione di una barca tirata in secca era infine venuta a pensare, dopo tanto tempo, che ogni cosa era gioia. Lei era libera.

 

Nakagami Kenji, Mille anni di piacere, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2007, pp.  137-139.

Guardando verso il mare, non lontano da Nagasaki. Estate 2009.

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