Miyajima nella sera. Agosto 2007.

 

Natsuyama ya yama mo sora naru yuakari

Monti d’estate –

e anche i monti sono cielo

nella luce della sera.

 

Tōkibi ya hodoro to karuru hi no nioi

Un campo di granturco

foglie secche che pendono

nell’odore di sole.

 

Matsugake ni kake harabaeru atsusa kana

All’ombra dei pini

una gallina accovacciata –

Oggi fa caldo.

 

 

Akutagawa Ryūnosuke

(1892-1927)

 

Traduzione di Lorenzo Marinucci.

Da: Akutagawa Ryūnosuke, Haiku e scritti scelti, Milano, La Vita Felice, 2013, pp. 29, 47 e 63.

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“Nell’orto”, acquerello di Satō Giei.

 

Nell’orto

 

Se il monastero zen dipende in larga misura per il suo cibo dai doni che provengono dall’esterno, non è meno vero che dispiega sforzi di ogni natura per bastare a se stesso; per limitarsi alle verdure, ci si fa un punto d’onore di provvedere ai bisogni del tempio, cosa che dà al lavoro dei campi un posto speciale.

Quando ci si dedica al lavoro nell’orto, si fa la propria parte con concentrazione e silenzio, che si tratti di spargere il letame o di seminare. Coloro che si impegnano in questo compito misurano il prezzo di un semplice chicco di riso gettato per terra: sì, finisce per pesare tanto quanto il monte Sumeru e rivela fino a che punto noi siamo in obbligo con la natura. La fatica che uno ha fatto non è infruttuosa; si fa offerta delle primizie a Idaten.

Se la coltivazione degli ortaggi ha lo scopo di assicurare il beneficio di un raccolto abbondante, non deve però far dimenticare il lavoro sui kōan, secondo l’adagio: “Il lavoro in movimento vale cento milioni di volte il lavoro nella quiete”. Con simili esercizi per ritmare molto concretamente il giorno, non si ha forse la prova più pertinente, la più irrefutabile che la vita in un monastero zen respinge ugualmente la letargia sonnolenta e il sogno inconsistente?

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 72-73.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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Danzando lungo il Sumidagawa nella notte d’estate. Tōkyō, agosto 2013.

 

 

Ase no shatsu

yoru mo omotaku

tai karushi

Biancheria sudata.

Anche la notte pesa,

ma il corpo è leggero.

 

Utsukushiki

me to au tsugi no

rai matsu kan

Aspettando il prossimo tuono,

incontro per caso

bellissimi occhi.

 

Sanjutsu no

shōnen shinobi

nakeri natsu

Alle prese con l’aritmetica

un ragazzo di nascosto

piange: estate.

 

Saitō Sanki

(1900-1962)

 

Fonti:

Traduzione di Irene Iarocci per i primi due haiku in: Il grande libro degli haiku, Roma, Castelvecchi, 2005, p. 1431 e 1437.

Traduzione di Pierantonio Zanotti per il terzo haiku in: Introduzione alla storia della poesia giapponese. Dall’Ottocento al Duemila, Venezia, Marsilio, 2012, p. 127.

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“Lavorare con le proprie mani”, acquerello di Satō Giei.

 

Lavorare con le proprie mani

 

“Chi non fa nulla, non mangia nulla!”. Il motto non vale solo per il lavoro in generale, è la struttura stessa del monastero zen. Colui che ne ha stabilito le regole, il maestro Hyakujō, continuava, a ottant’anni passati, a recarsi ai campi ogni mattina. Un discepolo si commosse e, credendo di far bene, gli nascose il suo falcetto. Il maestro restò nella sua cella, lo stomaco vuoto, e non si fece vedere ai pasti. Al discepolo sconcertato, che lo spingeva a sostentarsi, egli oppose questo motto.

Esso è all’origine dello statuto del lavoro manuale nel monastero: samu, esercizio “in movimento”, è l’equivalente dell’esercizio “in riposo”, costituito dalla meditazione seduta, zazen.

Si tratta di “scavare il kōan, ma in movimento”. Se si dice: “Chi non fa nulla, non mangia nulla!”, ciò non è per lasciar libero corso allo spirito di avarizia, né per vincolare la persona a non so quale obbligazione imposta dal di fuori: è un modo di coltivare l’autonomia propria di ognuno e che il compito forza ad appropriarsi.

Il lavoro manuale si distribuisce in “grande”, se implica che lo si faccia in montagna e in “piccolo” se si limita alla pulizia del giardino o alle pulizie dei locali. Ma sia l’uno che l’altro sono un’occasione per riunirsi, novizi e anziani, nel silenzio e nella fatica che ti fa sudare. In questi momenti è escluso che si comunichi l’uno con l’altro, anche con un sussurro, ma ci si deve sforzare di prendere su di sé il lavoro che gli altri respingono o che tutti rifiutano, e di prolungare la seduta di lavoro per sistemare il materiale, tutto ciò, come lo si scoprirà presto, rende lo sforzo ogni giorno più efficace.

 

 

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 70-71.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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“Rientro al monastero”, acquerello di Satō Giei.

 

Rientro al monastero

 

Si termina la colletta di offerte prima che suonino le 11 e si ha fretta di ritornare sui propri passi. Non appena oltrepassata la cinta del monastero, ci si libera con un gesto del cappello di paglia. Neanche giunti alla porta della sala di meditazione che il capo gruppo intona il sūtra dell'”Offerta agli spiriti affamati”. E gli altri tutti, all’unisono, si sistemano davanti alla statua di Idaten, che troneggia sulla soglia della cucina, a cui rendono grazie per aver avuto successo nella colletta delle offerte.

Dopo di che si disperdono, non senza prima aver pregato affinché sia riconosciuto un merito infinito a tutti i donatori. Il grano di riso, la monetina che ognuno ha ricevuto nel corso della giornata, lungi dal diventare proprietà personale, rientrano nel raccolto comune e un quaderno specifico li registra e li contabilizza di modo che ciò che ognuno ha ricevuto serve per la sussistenza di tutti, rispettando il comandamento di uguaglianza per i pasti.

In questo modo si rivelano l’importanza e il significato della questua. Per gli abitanti della città, fare la questua è un’occasione per staccarsi dal possesso; per i monaci,  sollecitare le offerte è più che cercare di ottenere un bene materiale, è abbandonarsi a un esercizio di pazienza con cui si prendono due piccioni con una fava: sopportare le avversità, facendo buon uso di se stessi. È un esercizio perfetto nella misura in cui, utile per se stessi, serve agli altri e mantiene una felice armonia.

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 66-67.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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