Scuola Tosa, Scena dal Genji monogatari, 1624 circa.

Durante il regno dell’imperatore Murakami (962-967), era Grande Ufficiale della Capitale di Sinistra il nobile…, figlio del fratellastro del regnante.*

Esile e alto, il Grande Ufficiale era sempre abbigliato con la più raffinata eleganza, tuttavia il suo modo di essere e il portamento rimanevano irrimediabilmente divertenti. La testa, dalla forma allungata, ricordava una staffa; di conseguenza, quando calzava il berretto di alto dignitario, il fiocco non gli toccava affatto il dorso, bensì sballonzolava a ragguardevole distanza. Il grande Ufficiale aveva un colorito verdognolo, tale da sembrare uscito da una tintura al fiore di commelina; nerastre le palpebre, mentre il naso, lucente e prominente, rosseggiava al di sopra di labbra sottili e incolori che, nel sorriso, scoprivano il rosso delle gengiva sui denti sporgenti. La voce, dai toni acuti, era nasale. Bastava quindi che il Grande Ufficiale aprisse bocca perché la sua voce risuonasse per tutta la Sala. Che dire poi del portamento? Camminava dondolando il busto, dondolando il posteriore.

Il nostro personaggio era annoverato tra gli alti dignitari ammessi alla Sala augusta. Per il suo colorito spiccatamente verdognolo, gli avevano coniato il nomignolo di Messer Sempreverde (Aotsune no kimi), appellativo accompagnato dalle risatine di tutti. Fra i colleghi della Sala, ve ne erano alcuni, in particolare, giovani, arditi e fanfaroni. Costoro mettevano ancor più in ridicolo, ridendo senza fine e giungendo a forme caricaturali di dubbio gusto, alcuni atteggiamenti propri del personaggio preso di mira.

Alla fine l’imperatore, stanco di udire allusioni e di assistere a tante forme di sarcasmo, un giorno disse: «Siamo dell’idea che sia del tutto fuor di luogo che i giovani della Sala augusta ridano fuor di misura della persona che sappiamo. Se il Principe suo padre ne venisse a conoscenza, e nel contempo sapesse che noi non abbiamo opportunamente difeso il figlio, è con noi che se la prenderebbe!» Sua Maestà aveva espresso ben chiaro il proprio malcontento. Ai cortigiani della Sala augusta non rimase che tenersi dentro il rammarico di non poter più esternare il loro divertimento. Finirono con lo stringere il patto di non ridere più del messere, giurando:

«Poiché Sua Maestà l’Imperatore ha espresso la Sua disapprovazione, a partire da questo momento e per sempre poniamo fine all’abitudine di usare l’appellativo Sempreverde. A colui che pronuncerà ancora questa parola pur avendo aderito al giuramento, verrà imposto di pagare un’ammenda che consisterà nell’offrire sake, spuntini, frutta e altro».

Non era ancora trascorso molto tempo che il ministro Kanemichi di Horikawa […] vide da dietro la ben nota e dinoccolata figura che si allontanava e subito esclamò, imprudente: «Dov’è che se ne sta andando il nostro amico Sempreverde?» Gli altri cortigiani della Sala lo udirono e protestarono concordi: «Non si può certo rompere impunemente un giuramento! Valgano dunque le sanzioni già stabilite: il ministro Kanemichi, in tempi brevi e senza indugi, faccia venire sake, spuntini, frutta».

Tutti si erano raggruppati intorno al buontempone […] che, per essere lasciato in pace e per liberarsi dall’accerchiamento di cui era vittima, promise: «E va bene! Se le cose stanno davvero così, non più tardi di dopodomani pagherò l’ammenda per aver pronunziato l’appellativo da noi messo al bando. Quel giorno voi tutti siete pregati di essere presenti!»

Venne il giorno preannunciato. All’idea che il ministro avrebbe pagato la famosa ammenda legata al famigerato nomignolo, tutti i cortigiani della Sala augusta non stavano più nella pelle […]

Ed ecco fare il suo ingresso il ministro Kanemichi, in costume di corte: sembrava risplendere di luce riflessa, avanzava con grazia maliosa, diffondendo attorno essenze soavi. La vaporosa magnificenza della sua tunica lasciava intravedere l’abbigliamento sottostante: verde, e così pure i pantaloni a sbuffo!

Tutte e quattro le sue guardie del corpo avanzavano in costume da caccia, pantaloni larghi e sopravveste rigorosamente e solo verdi! Uno dei quattro portava, su un vassoio di color smeraldo, dei kokuwa (bacche di color verde mare) sistemati su piatti di porcellana verde pallido. Un altro recava una giara di porcellana verde, contenente sake, dal collo rivestito di fine carta verdina! Un terzo portava un giovane ramo di bambù su cui erano posati cinque o sei uccelletti verdi. Entrando dall’ingresso esterno della Sala augusta, i cinque sfilarono con ordine. Giunti dinanzi alla Sala, furono accolti dall’incontenibile, corale risata dei cortigiani presenti!

Proprio allora Sua Maestà l’Imperatore domandò: «Cosa avviene di tanto divertente?». Una dama di corte rispose: «Vostra Maestà, si tratta di Kanemichi che sta pagando l’ammenda prevista per chi avesse pronunciato ancora l’appellativo messo al bando. È per questo che di là si ride.». […]

Il Sovrano si affrettò a raggiungere la Sala. […] Vide Kanemichi lì, fermo alla testa del suo seguito, vestiti tutti e solo di verde: le vivande, poi, non erano che di quel colore! La scena giustificava tanta ilarità! Quella trovata, l’Imperatore la trovò irresistibilmente comica. E dovette anche lui ridere, ridere, ridere!

Da allora il Sovrano si astenne dall’esprime disapprovazione per fatti simili e Messer Sempreverde si ritrovò così suo malgrado legato per sempre al suo nomignolo!

 

Da Konjaku monogatari-shū (XIII sec.), XXVIII, 21,

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  196-198.

*Si tratta di Minamoto no Kunimasa, di lignaggio imperiale: suo padre era il principe Shigeakira, fratellastro dell’imperatore. Era stato declassato e il suo grado inferiore all’interno della corte era evidente dal colore verde delle vesti, appannaggio del suo status, il minimo consentito per avere accesso alla Sala augusta, luogo di incontro degli alti dignitari.

 

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Scelgo ancora una novella, questa volta dalla celebre raccolta Konjaku monogatari (Raccolta di racconti di un tempo), per distrarci in questi giorni di clausura e di ansia. Leggere i classici può aiutarci a vivere meglio il presente, a prenderci una pausa dalla nostra difficile quotidianità. E  a sperare il meglio per tutti.

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Tosa Mitsunobu (attivo ca. 1462–1525), Genji monogatari gajō, periodo Momoyama, Kyōto Kokuritsu Hakubutsukan.

Un giocatore d’azzardo aveva un figlio, brutto come nessun altro al mondo: gli occhi e il naso apparivano schiacciati insieme, da un colpo inferto con somma forza. I genitori del giovane disperavano di poter mai riuscire a trovargli moglie, quando arrivò alle loro orecchie la notizia che un uomo, assai facoltoso, cercava uno sposo di bell’aspetto per l’amata figliola. Fecero allora sapere a quel padre che “il giovane più bello del mondo” desiderava sposare la fanciulla.

Il ricco accettò l’offerta e si fissò, secondo i migliori auspici, la data del fidanzamento. La prima notte che i due fidanzati avrebbero dovuto trascorrere insieme,* i famigliari del giocatore d’azzardo, indossati abiti vistosi presi a prestito, scortarono il giovane fino alla casa della fidanzata, avendo ben cura di tener celato nell’ombra il volto: chiara era la luce lunare! Il futuro sposo, fra gli altri, fece un’ottima figura. Fu così che ebbero inizio, come da usanza, le sue visite notturne alla fidanzata.

Arrivò ben presto la temuta notte in cui il giovane avrebbe dovuto trascorrere con la fidanzata non solo le ore notturne ma anche l’alba e il giorno successivo. Imperterriti, i giocatori d’azzardo avevano pronto uno stratagemma. Uno di loro si travestì, salì sopra il soffitto della camera della nuova coppia, calpestò le assi fino a farle scricchiolare e gemere nel modo più sinistro. Poi con voce rombante e terribile gridò: «Dico a voi, giovane più bello del mondo!»

La voce fece raggelare di paura la famiglia, che rammentò le innumerevoli storie di esseri soprannaturali in visita agli umani: e le visite cominciavano, si narrava, proprio in quel modo. Seppur terrorizzato, lo sposo replicò: «Sono io colui che chiamano il più bello al mondo. Cosa volete?»

Per tre volte la voce dall’alto strepitò e per tre volte lo sposo rispose. La famiglia volle sapere perché dava risposta. «Non so come liberarmene ma non so neppure cosa ho detto!» lui spiegò.

Il demone strideva: «Per tre anni ho posseduto la figlia di questa casa e voi ora ve la spassate assieme a lei. Avanti, ditemi, quali sono le vostre intenzioni?» «Ma…ma…”, balbettava lo sposo, “io, non… non saprei… questo non… non lo sapevo. Per pietà, risparmiatemi!» «Siete uno sporco codardo!» sibilò il demone. «Ma prima di andarmene, voglio sapere un’ultima cosa. Cosa avete di più caro, la vita o l’aspetto?» «Come potrei rispondervi?» protestò lo sposo.

I suoceri bisbigliando, gli suggerirono con frenesia di non preoccuparsi del suo aspetto purché avvesse salva la vita: «Su, rispondetegli: la mia vita!» E lui obbedì. «Allora addio.» Subito dopo il demone fece un rumore orrendo, come se aspirasse. Lo sposo emise un urlo, affondò il viso fra le braccia e crollò a terra. Il demone se ne andò, passo dopo passo.

Intanto cosa era mai accaduto al volto dello sposo? Venne portata una torcia e alla sua luce tutti videro che gli occhi e il naso del giovane erano come se fossero schiacciati insieme. «Oh, se solo avessi detto: “Preferisco l’aspetto.”», singhiozzò lo sposo. «Come posso vivere e farmi vedere in giro, con un ceffo simile! Se penso che non mi avete visto neppure come ero…! Cielo, quale tragico errore è stato mai legarmi a una fanciulla reclamata da un orribile demone!»

Commosso dalle lamentele del genero, il ricco gli promise in cambio le sue sostanze. Infatti, con piena soddisfazione del giovane, il suocero lo trattò al meglio e gli donò una casa. La fece costruire appositamente, pensando che l’abitazione già esistente potesse avere un qualche legame con la disgrazia.

Il giovane visse godendo tutti gli agi: una bella vita davvero!

 

Da Uji shūi  monogatari, IX, 8, fine XII sec.

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  196-198.

*Secondo l’istituto matrimoniale in vigore in periodo Heian (794-1185) fra le classi elevate, lo tsumadoikon (che prevedeva per la coppia la residenza a casa dei genitori della sposa o in una casa da loro fornita), il futuro sposo avrebbe dovuto trascorrere tre notti insieme alla sposa allontanadosi ogni volta prima dell’alba. Trascorsa l’ultima delle tre notti, all’alba le nozze venivano sancite con il consumo dei mikka no mochi, i “mochi della terza notte”, offerti dai genitori della sposa al neo genero.

 

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Una storia buffa che per l’astuzia del protagonista ricorda l’andamento di alcune novelle del Decamerone. Tempo di pestilenza allora, tempo di epidemia oggi.  Non abbiamo forse diritto anche noi a una piacevole distrazione?

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I fini, il mare, il ponte sacro degli dei. Amanohashidate, aprile 2017.

Verso meridione si estende la pineta di Waraha. In passato vi erano i cosiddetti “toshiwaki waraha“, cioè “giovani officianti del santuario”. In vernacolo i maschi sono chiamati “kami no wotoko“, che vuol dire “figli degli dei”, e le femmine “kami no wotome”, che vuol dire “figlie degli dei”.

Vi erano due giovani, il maschio di nome Naka no Samuta no Iratsuko e la femmina di nome Unkami no Aze no Iratsume. Erano entrambi molto belli e la loro bellezza era risaputa in villaggi e borgate. Quando sentivano parlare della fama dell’altro, entrambi erano presi da una gran voglia di conoscersi. Passarono i mesi, passarono i giorni e alla fine si incontrarono in una festa che in vernacolo è detta “utagaki”* o “kagahi“.

Allora, Iratsuko intonò il seguente canto:

Su un piccolo pino

di Aze luminosa,

distesi i panni,

ti ho visto salutarmi,

piccola isola di Aze.

E Iratsume rispose:

Anche se mi hai detto

di attendere la marea,

tu mio amato

mi guardi

sebbene miriadi di isole mi nascondano.

I due desideravano ardentemente parlarsi, ma temendo che gli altri potessero venire a saperlo si allontanarono dai luoghi della festa, si nascosero dietro un pino e, prendendosi per mano e avvicinandosi l’uno all’altra, si dichiararono il proprio amore ed espressero i propri sentimenti. Messe da parte le loro vecchie afflizioni, si sorrisero di gioia. Era il tardo autunno in cui si posa la rugiada d’ambra, quando soffia la brezza dorata, quando la luna, la luna dell’albero di siliquastro, risplende nella secca a ponente, là dove si ode il canto delle gru. Era il tempo in cui il vento soffiava tra i pini sulle alture a levante, là dove volano le anatre che migrano. Era la quiete della sera, quando si ode l’antico sgorgare dell’acqua fra le rocce, era la quiete della malinconia della notte dalla brina nebbiosa. Sulla montagna vicina si intravvedevano i colori delle foglie rosseggianti che cadono nel bosco. Dal mare lontano si udivano le voci delle onde azzurre che si infrangono sulle rocce. In quel momento nessuno al mondo era più felice di loro. I due, presi interamente dalla dolcezza delle loro parole, non si accorsero nemmeno che la notte volgeva verso l’alba. Improvvisamente, un gallo cantò e un cane abbaiò, mentre il sole si levava alto nel cielo. I due giovani non sapevano cosa fare e, alla fine, vergognandosi di poter esser visti si trasformarono in alberi di pino. Iratsuko fu chiamato Namimatsu, che significa “pino dell’uomo giovane”, Iratsume fu chiamata Kotsumatsu, che significa “pino della fanciulla”. Quei nomi si tramandano dai tempi antichi e ancora oggi non sono mutati.

 

Dalla Cronaca della provincia di Hitachi e dei suoi costumi (Hitachi no kuni fudoki, inizi dell’VIII sec.),

sezione “Distretto di Kashima”, Carocci, Roma, 2013.

Traduzione di  Antonio  Manieri.

*Utagaki, eventi di natura agricola e amorosa caratterizzati da danze, scambio di canti e una certa promiscuità sessuale,

già presenti in Giappone nel periodo Yayoi  (III sec. a.C.-III sec. d.C.).

 

🍃🍃🍃

Le antiche cronache regionali del Giappone, i fudoki, lungi dal costituire un semplice esempio di documento burocratico, rappresentano anche la testimonianza lirica degli albori della letteratura giapponese. E questo brano poetico ne è uno splendido esempio. Il fudoki di Hitachi può rappresentare davvero una lettura ricca di sorprese e aprire davanti a noi una finestra sul Giappone più antico. Inaspettato. Perché non riscoprire l’antica letteratura giapponese proprio in questo periodo?

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Scolari tornando a casa scherzano davanti al monumento dedicato alla scrittrice Hayashi Fumiko. Onomichi, novembre 2019.

Alla scuola primaria, quando avevo dieci anni, entrò nella mia vita un nuovo corso: lavori domestici. Bambine e bambini dovevano ora acquisire i rudimenti delle conoscenze pratiche, il saper fare indispensabile alla costruzione di una vita familiare ordinata e equilibrata: cucina e cucito, soprattutto. La maestra ci comunicò che, per le lezioni di cucito, ognuno doveva avere una scatola da cucito con tutti i suoi piccoli accessori e che la scuola organizzava un acquisto collettivo di scatole in plastica per uso pedagogico con all’interno tutto il materiale necessario. Poi ci distribuì un foglio d’iscrizione e ci chiese di darlo ai nostri genitori spiegando loro quello che ci aveva detto.

È ciò che feci. Avrei imparato dunque a cucire? Che buffa idea! Ma sarebbe stato di certo divertente! Che cosa avrei fatto? Un futon per Shiro, il cucciolo bianco! Sì, un futon per lui!

Shiro era un cucciolo tutto bianco di cui mi occupavo all’insaputa dei miei genitori in un bosco di bambù vicino a casa. Alcuni bambini del quartiere mi erano complici. Portavamo al nostro amico canino i resti rubacchiati di cibo.

Pensavo del tutto naturalmente che mia madre avrebbe compilato il foglio di iscrizione. Ognuno avrebbe riportato a scuola l’indomani il tagliando di ordine ritagliato per avere una bella scatola da cucito identica a quella degli altri. Mia madre diede una scorsa al messaggio della maestra. Sul suo viso si disegnò allora, per qualche secondo, un’aria pensosa. Mi disse infine che aveva una piccola scatola in metallo che poteva andare a pennello.

“Quella graziosa scatolina dei biscotti secchi. Ora è vuota. I biscotti li abbiamo mangiati…”

“Ma la maestra ci ha detto che avremmo comprato una scatola da cucito a scuola!”

“Ma se si ha a casa qualcosa di simile non ne vale la pena, capisci? In più ho anche tutto quello che serve da metterci dentro. Vado a cercare… Vedrai!”

Mia madre tornò con una scatola in metallo molto colorata. Si vedeva sul coperchio un vasto paesaggio di montagne.

“Vedi? È piccola e graziosa. Credo che sia perfetta come scatola da cucito. Ti piace?”

Non risposi. Accidenti, si mette male. Sarò il solo ad avere quest’accidenti di scatola di biscotti…

“Ma sarò il solo, mamma. Tutti acquistano l’affare della scuola. E poi, è un po’ ammaccata, la tua scatola… Non voglio che mi prendano in giro!”

Avevo voglia di piangere ma facevo di tutto per impedirmelo.

“Ma no, non è niente… Penso che sarà una scatola da cucito molto graziosa. Chiederemo consiglio a papà questa sera, d’accordo?”

Mio padre, ovviamente, approvò. Nulla giustificava ai suoi occhi l’acquisto della scatola da cucito raccomandata dalla scuola, visto che sua moglie poteva dare al loro figlio qualcosa di simile che poteva contenere tutto quello che la maestra chiedeva.

“Tu hai bisogno di una scatola per metterci tutto quello che serve per cucire. È una fortuna che abbiamo questa scatola! E in più è bella! Perché spendere del denaro inutilmente?”

“Ma papà, sarò il solo ad avere una scatola bizzarra come questa… Mi chiederanno perché non faccio come gli altri… Non mi piace…”

Singhiozzavo, quasi.

“Tu hai una scatola da cucito per imparare a cucire. Non è per mostrarla agli altri, né per compararla con quelle degli altri. L’unica cosa importante è che tu, in questa scatola, abbia tutto ciò che serve per imparare bene a cucire, per mettere in pratica le istruzioni della maestra…”

Era l’ultima parola della conversazione familiare, decisiva, definitiva, senza appello, con tutto il peso dell’autorità paterna, impercettibile ma reale.

Arrivò il giorno della prima lezione di cucito.

Mia madre aveva confezionato un sacchetto per metterci la famosa scatola. Era un sacchetto davvero bello che era riuscita a fare con diversi vecchi scampoli di tessuto con motivi di animali e di fiori. La maestra ci chiese di mettere la nostra scatola da cucito sul banco. Eravamo una cinquantina in classe seduti due a due su un tavolino oblungo. Gli altri misero davanti a loro la loro scatola in plastica azzurra con il coperchio arrotondato. Tutte le scatole erano identiche. Ferivano la mia vista. Nessuna spiccava. Ognuno aveva davanti la propria piccola scatola azzurra che brillava di uno splendore singolare, proprio di un prodotto nuovo. Mi sembrava molto più piccola e compatta della mia vecchia scatola di biscotti secchi che, ai miei occhi, mancava curiosamente di rotondità. Avevo come una specie di sentimento di insopprimibile vergogna per la sua taglia eccessiva e la sua ortogonalità. Alla fine tirai fuori a mia volta la scatola cercando di fare in modo che non facesse un rumore metallico suscettibile di attirare l’attenzione dei miei compagni. La mia vicina – ogni bambino era sistemato a lato di una bambina – la guardava furtivamente. O, meglio, sentivo il suo sguardo posarsi sul mio strano oggetto – ma era vero? Avevo caldo: ero avvolto come da una coperta di calore molto spessa. Di colpo, un attacco di dolore mi aggredì il basso-ventre. Mi agitai. Ma non durò: al contrario, si affievolì a poco a poco per poi scomparire. Ouf.

La maestra ci disse di togliere il coperchio. Voleva verificare che avessimo l’occorrente per il cucito. Ogni volta che nominava un oggetto, dovevamo tirarlo fuori e appoggiarlo sul banco. Un paio di forbici, degli aghi, un ditale, una spoletta di filo bianco, un’altra di filo nero… Passava fra le file. Passo dopo passo. Gettando un’occhiata rapida sulle cose che si allineavano. Veniva verso di me. E si fermò proprio alla mia altezza.

“Oh, com’è carina! Tua mamma ha avuto l’idea meravigliosa di fare una scatola magica coprendola con della bella carta. Vuoi mostrare agli altri la tua scatola?”

Avevo visto il coperchio; vi avevo visto sopra i motivi di animali e di fiori che erano del resto riprodotti uguali sul sacchetto in stoffa. Ma niente mi aveva colpito, niente si era proiettato sul mio schermo oculare. Era la voce tutta gioviale della maestra che mi faceva alla fine capire l’attenzione tenera e sottile di mia mamma. Sollevai il coperchio ortogonale.

Da allora sono passati alcuni decenni. Ma sento ancora la sua voce. Si chiamava Muramatsu san, la maestra. Era una piccola signora vestita di rosa che, a volte, scoppiava in una risata sonora.

Mizubayashi Akira

da Petit éloge de l’errance, Gallimard, Paris, 2014, pp. 37-41.

[Il testo originale è in francese. La traduzione è mia.]

🗼🗼🗼

Mizubayashi, professore della Sophia Daigaku a Tōkyō, è anche scrittore apprezzato e conosciuto soprattutto in Francia. Come ha raccontato in alcuni libri autobiografici, la sua è stata, fin da giovane, la scelta dell’erranza, alla ricerca di una patria ideale, umanista e quanto più lontana dai ricordi del Giappone militarista a cui aveva appartenuto la generazione di suo padre. Questa patria ideale Mizubayashi la trova nella lingua francese a cui lo portano i suoi studi e, prima ancora, una spontanea quanto insopprimibile inclinazione. Colpevolmente non ancora tradotto in italiano, Mizubayashi è uno scrittore giapponese da  leggere e da conoscere per il suo sguardo disincantato sulla società giapponese e per la sua testimonianza di intellettuale non omologato.

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Specchio antico nella residenza di una famiglia guerriera, Matsue. Aprile 2019.

In passato viveva una coppia di sposi: l’uomo si chiamava Deyan, la donna era della famiglia Chen. Entrambi di bell’aspetto e ottimo carattere, vissero per lungo tempo insieme scambiandosi un amore profondo. Inaspettatamente scoppiò una guerra civile e tutti quanti, nobili o di umili condizioni, corsero a nascondersi sulle montagne e nelle foreste. Perfino genitori, figli e parenti stretti dovettero separarsi.

Fra coloro che fuggivano, nessuno era più dispiaciuto della separazione quanto Deyan e la sua sposa. Fecero in segreto il giuramento di ritrovarsi di nuovo insieme, in qualsiasi luogo, non appena la guerra fosse finita. Come segno di riconoscimento, spezzarono in due lo specchio che la donna conservava da lungo tempo e ne serbarono un pezzo ciascuno.

Dovunque capitasse loro di stare, nel quindicesimo giorno di ogni mese avrebbero portato lo specchio al mercato locale per sapere se qualcuno avesse chiesto informazioni su uno specchio diviso a metà: così avrebbero avuto la possibilità di venire a sapere dell’altro. Poi si separarono in lacrime.

Dopo la separazione i giorni trascorsero vuoti per l’uomo, che soffriva per amore e si chiedeva se la donna, scordato il suo giuramento, non si fosse innamorata di un altro.

Abbiamo giurato il nostro amore

spezzando in due un limpido specchio.

In quale luogo si rifletterà mai,

ora, l’immagine

della sua padrona?

Mentre Deyan così si struggeva per la consorte, un principe, affascinato dalla sua grande bellezza ed eleganza, si innamorò perdutamente di lei. Passò del tempo. Sebbene la sua condizione fosse di gran lunga migliore rispetto a quella del passato, la donna continuava a portare lo specchio al mercato, restando fedele in cuor suo al giuramento fatto nel passato e ad amare Deyan in segreto. Finalmente apprese che un uomo aveva l’altra metà dello specchio; così seppero l’uno dell’altra e si incontrarono.

Dopo l’incontro, la dama dei Chen perse la sua consueta serenità. Il principe se ne accorse e trovandolo strano gliene chiese il motivo. Per un po’ lei trovò delle scuse ma, alle insistenze del principe, benché afflitta raccontò ogni cosa. Udita la storia, il principe bagnò le sue maniche di lacrime; profondamente commosso le fornì una splendida dote e la lasciò tornare dal suo precedente marito. Deyan ne fu oltremodo felice, ma per prima cosa versò lacrime di commozione.

Quando ci siamo scambiati il giuramento

nessuna ombra

offuscava i nostri cuori.

Ora l’acqua del fiume Naka

è tornata trasparente.

La donna rinunciò alla sua posizione privilegiata perché non aveva scordato il giuramento del passato. Tuttavia, è da considerare impareggiabile la sensibilità dimostrata dal principe.

 

Dal Kara monogatari (Racconti cinesi),

antologia di aneddoti della tradizione cinese attribuita a Fujiwara no Shigenori (1135-1187).

Traduzione e curatela di Maria Chiara Migliore. Edizioni Ariele, Milano, 2015, pp. 59-61.

 

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Questa antologia di racconti della tradizione cinese raccolti e rielaborati forse da Fujiwara no Shigenori ci ricorda come queste storie abbiano avuto una profonda eco nella cultura giapponese, costituendo un serbatoio di motivi a cui hanno attinto poeti, narratori e artisti nel corso dei secoli. Vale la pena allora conoscere tutte le storie che la compongono, storie di amizia e storie, come questa di amore imperituro. Grazie al lavoro paziente di traduzione di Maria Chiara Migliore, possiamo scoprire tutto il fascino del Kara monogatari. Buona lettura!

 

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