Foglio dall’ottavo maki dell’edizione di Kōshoku ichidai otoko stampata a Ōsaka da Akitaya Ichibee nel II anno dell’era Ten’na (1682). Illustra l’episodio della scommessa sull’amore.

Scommessa sull’amore  

Dopo aver fermato il cavallo presso il ponte di Sanjō e aver detto in fretta al servo: «Hai attaccato bene ai finimenti la sacca dei soldi? Torno subito», il sarto di nome Jūzō andò a porgere un breve saluto a Yonosuke e a dichiarare: «Sono venuto a congedarmi da voi. Sto andando a Edo. Tornerò presto», aggiunse. Yonosuke gli donò dell’argento per il viaggio e lo richiamò quando già era sulla soglia per domandargli: «Qual è lo scopo di questo viaggio?» «A essere sincero, mi è capitato di vantarmi affermando che se avessi incontrato donna Murasaki non mi sarei lasciato respingere neppure la prima volta. Una persona mi ha posto come arbitro Ubei, il Topo dei Venti Giorni;* così per una scommessa, vado a Edo a folleggiare con le cortigiane.» «Che uomo divertente! E il pegno?» «Se non mi respinge avrò in regalo l’alloggio di Kiyamachi. Se perdessi…» e sbiancatosi in viso gli tremava la voce.

«Sii sincero.» «È semplice: se sarò rifiutato mi evireranno senza però uccidermi.» Probabilmente quella persona l’aveva giudicato uno stupido e vi aveva investito dei soldi soltanto per divertirsi. «Con chi hai scommesso?» Gli domandò. «Ho promesso di non dirlo», rispose. «È una faccenda di vitale importanza. Rifletti bene. Ti conviene appendere un rosario alla testa d’oca selvatica,** ché, tanto non devi risparmiare perché non puoi lasciarla in eredità a nessuno. Rivestila invece col fundoshi*** di raso rosso arabescato», gli consigliò Yonosuke. Jūzō era un uomo onesto e versò le lagrime che fino allora aveva trattenuto. «Addio», disse, ma non si muoveva. Yonosuke, divertito, concluse: «Ti accompagnerò» e, senza neppure cambiarsi d’abito, si fece preparare un cavallo e partì seguito da Jūzō. Arrivati al negozio del quarto isolato di Honjō, Jūzō e Ubei furono vestiti da gran signori e mandati a Yoshiwara.

Vi erano poche speranze che riuscissero nell’impresa. Ubei, preoccupato, andò a trovare Riemon, padrone di una casa d’appuntamenti, gli mostrò una lettera di presentazione e gli raccontò che Jūzō era un uomo molto ricco e influente e che desiderava incontrare Murasaki. La padrona disse che sarebbe stato possibile dopo quattro o cinque giorni e, fissata la data, stavano per congedarsi quando Jūzō offrì un pacchetto al padrone sussurrando: «Oggetti preziosi che non si trovano a Edo». In quel momento arrivò Ubei che lo rimproverò: «Avresti dovuto aspettare a dargli del denaro!» «Non è denaro. Sono cose di pregio, in gran voga nella capitale», rispose. Sul pacchetto era scritto «Antica esegesi». Aperto, mostrò sette oggetti del valore complessivo di tre soldi: il perno di un ventaglio, un rivetto di bambù, un ago, una matassina di fili di seta, colla di farina, un bastoncino per pulirsi le orecchie, uno stuzzicadenti con la punta pestata.****

A quella vista il padrone esclamò: «Ma come è possibile che siano preziosi?» Ubei, mortificato, senza neppure rispondergli, condusse via l’amico. Giunse il giorno dell’appuntamento. Jūzō incontrò la tayū******e, lietamente rinfrancato dal sake, allungò una mano dicendo: «Donna Murasaki, anche voi», e afferrò malamente una tazza versandone il contenuto che, attraverso lo scollo della veste, giunse alle ginocchia di lei. Jūzō mostrò di esserne veramente costernato. La tayū, impassibile, si alzò, andò nel bagno e ordinò l’acqua per lavarsi, quindi si abbigliò proprio come prima, con una sottoveste di raso bianco arabescato, una veste rossa a macchie di cerbiatto con le falde e le maniche orlate della stessa seta della fodera, una sopravveste di seta Hachijō, tessuta diagonalmente, di un pallido color aglio. Una cortigiana della capitale non si sarebbe comportata con tanta raffinatezza. Dovrebbero, invece, avere sempre vesti di ricambio uguali. Per il primo incontro non si usa preparare l’alcova per l’ospite. La tayū dunque si coricò da sola, quindi chiamò Jūzō, gli parlò sommessamente, gli sciolse l’obi e se lo lasciò sciogliere e, dopo essersi concessa a lui di buon grado, a testimonianza del loro rapporto al primo incontro, prese la scatola della scrittura e scrisse su un angolo dell’obi inferiore: «Ho abbandonato il mio corpo al signor Jūzō. Non vi è menzogna», e firmò «Scritto da Murasaki». Non era mai capitata una cosa simile. Ubei, stupito, tornò all’alloggio a raccontarlo e Yonosuke volle andare a far visita a Murasaki, che gli spiegò: «Osservandolo bene, ho capito chiaramente che quell’uomo un po’ tonto mi era stato mandato in seguito a una scommessa. Mi sono concessa a lui in odio alla persona che ha osato inviarmelo». Yonosuke, ammirato, battè le mani: «Perché tacervelo? È giunto dalla capitale solo per quello scopo». Cercò quindi di conquistarla, ma fu respinto. Era una donna veramente raffinata.

Ihara Saikaku

(1642-1693)

 

Traduzione di Lydia Origlia.

Da: Vita di un libertino (Kōshoku ichidai otoko,  1682), Milano, Guanda, 1988, pp. 228-232.

*Soprannome di un intrattenitore di banchetti.

**Metafora per “prepuzio”.

*** Perizoma.

****Stuzzicadenti più grossi della norma venivano pestati in punta per farne degli spazzolini.

*****Tayū erano le cortigiane di livello più elevato nella gerarchia del quartiere del piacere.

✿❀✿❀✿

 

Yonosuke, ossia “uomo di mondo”, è il libertino per eccellenza della letteratura giapponese, un personaggio proverbiale nato dalla penna felice di Saikaku, figura archetipica del dandy esperto (tsū) del mondo del quartiere del piacere a cui il suo autore attribuisce la seduzione di 3742 donne e 725 ragazzi, secondo il gusto dell’enumerazione grottesca tipico della “letteratura del mondo fluttuante”. Ma in questo episodio Yonosuke compare nelle vesti di un amico preoccupato per la sorte di un uomo ingenuo…

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Dalle parti di Kagurazaka. Tōkyō, novembre 2015.

Scenetta nella buvette al piano superiore di Maruzen

 

Colorata quasi nello stile dell’Harunobu dei primi tempi,

con tende color verde celadon volutamente invecchiato;

in questa stanza ornata da un’ombra profondamente tranquilla

un dubbio mi coglie.

Seguendo le pareti divani e sedie sono posti in circolo,

tutti dello stesso colore

e assai raffinati, eppure,

chissà perché, le pareti

proprio sopra quelle sedie e quei divani,

una per la sedia e quattro per i divani,

si stingono come polpette.

   … con l’alta sedia in alto

        con il basso divano in basso

        le pareti stranamente si stingono …

                nel cielo vagano le nuvole maccarello

                brillano picchi di nuvole su Tsukiji …

In un istante un uomo

con gli occhi pallidi e con guance incavate

come un miracolo si adagia su un divano.

Poi la testa meccanicamente

poggia al muro retrostante.

   È così, è così. Adesso ho capito.

   Nel Giappone del ventesimo secolo

   esistono a bizzeffe istituzioni particolari dette scuole.

   I giovani che appartengono a quel genere d’alto livello,

   a causa dei loro studi

   che richiedono troppo tempo,

   probabilmente stanno per perdere la giovinezza.

   Siccome non riescono assolutamente a tollerarlo,

   solitamente si mettono sui capelli olio di camelia o di sardina.

   Poi, dopo aver pensato abbastanza alle donne, al bere, e all’alpinismo,

   devono anche leggere libri in tedesco oppure in inglese.

   Quello domani rimarrà su queste pareti per essere inviato al secolo venturo.

       Di là è in costruzione.

       Fuh, soffia il martello a vapore.

       Le casse che salgono in alto e versano il conglomerato di cemento.

Così in un angolo, provenienti da qualche palude

oppure da un malinconico giardiniere di città,

stormono anche le canne di gusto orientale.

    Soffia il vento.

    Stride il treno.

    Turbina la punta della ciminiera.

Entra un altro

giovin signore

con un modello d’abito da confezionare.

Adesso prende una sigaretta con molta modestia

     Stride il treno.

     Suona la macchina.

     Suona la macchina.

e molto modestamente strofina un fiammifero.

      La cassa di cemento sale in alto.

      Cielo azzurro, cielo azzurro! Brillante cirrocumulo.

Oh, quale meraviglia!

Scoppiano tutti i fiammiferi.

Persa la calma, mettendosi un anello di platino si frega le mani,

     … Sai, quel platino

          è stato la causa dell’esplosione …

          I gialli mattoni del palazzo

          scintillano come onde del mare.

          Le noci di ginkgo del meriggio dondolano

          quanto i fili elettrici sbrindellati.

          Sulla volta color yucca

          splende penetrante anche la punta del parafulmine.

 

18 giugno 1928

Miyazawa Kenji (1896-1933)

 

Traduzione di Fuchino Tomohiro.

Fonte: A Oriente! Rivista italiana di lingue e culture orientali, Anno III, n°8 (2002), pp. 18-20.

* Maruzen Co. Ltd. era stata,  partire dal 1869, la prima società per azioni del Giappone. La sede centrale a Nihonbashi, a Tōkyō, che vendeva libri, cancelleria e abbigliamento, si trovava, cinque anni dopo il grande terremoto del Kantō del 1923, al centro di una zona interessata da una fervente attività di ricostruzione edilizia.

🚋🚋🚋

 

Una poesia che pare un’istantanea, questa di Miyazawa, che ci racconta un frammento della vita a Tōkyō negli anni Venti. Ma quest’ambientazione urbana non tragga in inganno: Miyazawa fu poeta e scrittore profondamente legato alla propria terra, quel “paese delle nevi” di cui narrò le leggende e le storie di animali e di sogni.

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La cucina dell’amica. Hida Furukwa, aprile 2017.

Dotata fin dalla nascita di un palato molto raffinato, Suzu era anche una bravissima cuoca, potendo contare sulla straordinaria capacità di distinguere al primo assaggio i diversi sapori di una pietanza. Ma nella sua abilità ai fornelli giocò senza dubbio un ruolo determinante l’iniziazione ai segreti della cucina del Kansai a opera di Hatsu, la cameriera veterana, che all’epoca era ancora a servizio dai Chikura e faceva avanti e indietro tra Kyōto e Atami come responsabile delle cucine. Persino il tè era più buono, quando a prepararlo era Suzu. Grazie alla sua spiccata sensibilità culinaria, era in grado di apprezzare il buon cibo molto più della maggior parte delle persone, e per questo Raikichi e Sanko erano contenti di portarla ogni tanto con loro nei migliori ristoranti della città. Oppure, quando i padroni di casa ricevevano in dono qualche squisitezza, ne mettevano sempre da parte una porzione e le dicevano: «Dai, Suzu, assaggia questo e dicci com’è».

Questo mi riporta alla mente un altro episodio degno di essere raccontato. Una volta, appena due o tre giorni dopo il suo arrivo nella residenza di Shimogamo, Suzu entrò nella stanza con tatami per prepararsi a servire la cena e trovò Raikichi seduto sul futon con accanto un tavolino laccato rosso. Era molto bello e robusto, ben lucidato, con il piano quadrato e gli angoli smussati. Sul tavolino, e su un grande vassoio a fianco, erano sistemati numerosi piatti contenenti pietanze che Suzu non aveva mai visto in vita sua e non era in grado di distinguere. Erano stati ordinati da un ristorante cinese chiamato Hiran, “Nuvole fluttuanti”, che ancora oggi serve un’ottima cucina all’incrocio tra Kiyamachi-dōri e Sanjō-dōri. Tra quelle portate dovevano esserci certamente la medusa marinata, le “uova dei cent’anni”, la zuppa di nidi di rondine e quella di pinne di squalo, il maiale Dangpo e altre tipiche prelibatezze cinesi. Vedendo Raikichi e Sanko gustare deliziati tutto quel cibo, Suzu rimase senza parole nel constatare che fosse possibile mangiare simili stranezze. Neanche il tempo di pensarlo e Sanko la invitò ad avvicinarsi con un cenno della mano e cominciò a servirle una modesta porzione di ciascuna pietanza in piccoli piatti e ciotole, dicendole: «Non hai mai assaggiato niente del genere, vero? Su, prova, è tutto buonissimo. Ma ti consiglio di mangiare qui, senza portare niente in cucina, altrimenti le altre ti vedranno e andrà a finire che ne vorranno anche loro».

Quel giorno Suzu ebbe modo di gustare la cucina cinese per la prima volta nella sua vita. Il risultato fu sensazionale: non aveva mai mangiato niente di tanto squisito! Possibile – si chiedeva mentre assaporava le pietanze una dopo l’altra – che esista al mondo qualcosa di così buono? Da quel momento, tutte le volte che se ne presentava l’occasione, parlava agli altri di quell’episodio indimenticabile e della gioia sublime che aveva provato con il palato e con la mente.

In seguito, Raikichi la portò con sé al ristorante francese Alaska, al sesto piano dell’Asahi Hall di Kawaramachi. Di norma, una ragazza poco avvezza all’ambiente si sarebbe sentita confusa e a disagio in un ristorante di lusso come quello, ma Suzu non mostrò alcun impaccio. Probabilmente perché, in virtù della sua bellezza e giovane età, il cameriere la scambiò per la figlia di Raikichi e la trattò di conseguenza. Prese posto di fronte al suo datore di lavoro e ne studiò con attenzione ogni movimento senza chiedere nulla, così da apprendere bene e in fretta il galateo della tavola e non creargli imbarazzo, dal modo conveniente in cui gustare la zuppa fino all’uso corretto di coltello, forchetta, coltello da burro e così via. Non era un’impresa facile per una giovane e semplice domestica, ma Suzu seppe trarre da quell’esperienza una buona dose di coraggio e sicurezza. Dopo quella prima volta, fu possibile portarla senza alcun timore nei locali più riservati ed esclusivi: si adeguava subito all’atmosfera del posto e non commetteva errori, rispettando appieno l’etichetta, né d’altra parte osava assumere un’aria affettata da signorina di buona famiglia.

Tanizaki Jun’ichirō

(1886-1965)

Traduzione di Gianluca Coci.

Da Le domestiche (Daidokoro  taiheiki, 1962), Milano, Guanda, 2018, pp. 358-364.

🍚🍱🍚🍱🍚

Nell’arco di vent’anni, dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, presso la famiglia Chikura si alternano a servizio varie ragazze che, con la loro personalità, i loro amori e i loro modi punteggiano la vita dei coniugi Raikichi e Sanko di episodi buffi e curiosi, lasciando dietro di sé chiacchiere e ricordi. Tanizaki inanella, in questo romanzo dall’apparenza svagata, una gustosa serie di ritratti femminili indimenticabili, tratteggiati con mano felice e spirito lieve, e ci regala così momenti di lettura di puro piacere.

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Kawaguchiko, aprile 2017.

L’angolazione della vetta del Fuji è di 85° nei dipinti di Hiroshige e di circa 84° anche in quelli di Bunchō; ma se si facesse una sezione da Est a Ovest o da Nord a Sud, in accordo alle mappe militari, l‘apertura della vetta risulterebbe di circa 124° nella sezione Est-Ovest e di 117° in quella Nord-Sud. In generale, e non solo nei dipinti di Hiroshige e Bunchō, il Fuji è rappresentato con una cima ad angolo acuto. La vetta appare slanciata, alta e snella. Se poi consideriamo Hokusai, egli dipinge il Fuji come se fosse  la torre Eiffel, con un’angolazione della vetta di quasi 30°. Ma in effetti il Fuji reale, con la cima ad angolo ottuso, tronca e allargata, di 124° nella direzione Est-Ovest e di 117° in quella Nord-Sud, non è affatto una montagna d’eccezionale bellezza, alta e slanciata. Se per ipotesi un’aquila mi rapisse in India, per esempio, e mi deponesse sulla costa giapponese vicino a Numazu, la vista di questa montagna non mi lascerebbe così affascinato.

Proprio perché da tempo è oggetto di ammirazione, questo “Fujiyama giapponese” è assai rinomato, ma immeritatamente.

Una tale fama, del tutto involontaria, si può appellare agli spiriti semplici, ingenui  e un po’ superficiali; ma nella realtà la montagna risulta un po’ deludente.

È bassa, bassa in rapporto all’ampiezza della base. Una montagna con una tale base dovrebbe essere almeno una volta e mezzo più ampia.

Solo il Fuji che vidi da Jikkokutoge appariva alto. Era proprio bello. All’inizio la cima non si vedeva per via delle nubi, e giudicai dalla pendenza al piede del monte che la vetta si doveva trovare a una certa altezza. Segnai quel punto su di una nuvola, ma quando la nuvola si squarciò mi accorsi che non era così.

E mi apparve improvvisamente la cima azzurra, alta più del doppio rispetto al mio precedente riferimento.

Più che esserne sorpreso mi sentii stranamente eccitato, e scoppiai a ridere. Ma che diavolo stai facendo, pensai. Capita che quando l’uomo si confronta col piacere della perfezione, sembra perdere il controllo e finisce col ridere sguaiatamente. Esiste l’espressione “allentare scioccamente la vite del corpo”, ma mi parve d’aver riso con l’obi slacciato. Signori, c’è da rallegrarsi se non appena vi incontrate con la persona amata questa scoppia in una risata. Certo non ne dovete biasimare la scortesia: infatti, quando ella vi incontra, si trova totalmente immersa nel piacere della vostra perfezione.

Il Fuji che si vede dal mio appartamento di Tōkyō è penoso. D’inverno lo si distingue chiaramente. Un bianchissimo triangolino che spunta appena all’orizzonte, questo è il Fuji. Nient’altro che una decorazione natalizia. Però se ci si inclina sulla sinistra, ricorda il profilo di una nave da guerra che inizia lentamente ma inesorabilmente ad affondare da poppa.

L’inverno di tre anni fa rimasi sconvolto da una confidenza del tutto inaspettata che mi fece una persona. Quella sera mi chiusi da solo in una stanza dell’appartamento a ubriacarmi di sake. Bevvi sake senza chiudere occhio. All’alba mi alzai per una piccola necessità, e mi apparve il Fuji attraverso la griglia fissata alla finestra quadrata del bagno. Non ho mai dimenticato quel Fuji piccolo, bianchissimo, un po’ inclinato a sinistra. La macchina di un pescivendolo sfrecciò sotto la finestra sulla strada asfaltata. “Stamattina il Fuji si vede con estrema chiarezza, e fa un freddo tremendo” mormoravo in piedi nel bagno buio, mentre accarezzavo la griglia della finestra e piangevo calde lacrime. Non voglio mai più rivivere quei pensieri. All’inizio dell’autunno del ’38, determinato a dare una svolta alla mia vita, mi misi in viaggio portando con me solo una borsa.

[…] Dalla città di Kōfu, sballottato per un’ora sull’autobus, arrivo finalmente al passo Misaka (1300 m sul livello del mare). Sulla sommità di questo passo si trova una piccola locanda, detta Tengachaya. Qui, al primo piano, Ibuse Masuji* lavora in isolamento da inizio estate. Sapendolo ci andai. Per non disturbare il lavoro di Ibuse presi in affitto la stanza a fianco, sperando di godermi anch’io la solitudine per un po’ di tempo.

Ibuse era al lavoro. Col suo permesso mi sistemai nella locanda in cui, poi, che mi piacesse o no, mi ritrovai ogni giorno faccia a faccia col Fuji. Quel passo, collocato sulla via di Kamakura che da Kōfu esce sulla Tōkaidō, è considerato il miglior belvedere del lato Nord del Fuji. Fin dall’antichità quello che si vede da qui è uno dei tre famosi panorami del Fuji, ma a me non è che piacesse poi molto. Anzi, addirittura me ne facevo beffe. 

È un Fuji “su misura”. Nel mezzo si erge il Fuji, sotto si stende il lago Kawaguchi, freddo e desolato, abbracciato su entrambi i lati da montagne accoccolate tranquille ai suoi piedi. Appena lo vidi provai imbarazzo e arrossii. Sembrava quasi una crosta da bagno pubblico, lo scenario di una commedia. Era proprio un paesaggio fatto su ordinazione, e non potei non avvertirne l’imbarazzo.

Erano trascorsi due o tre giorni da quando ero arrivato alla locanda in questo passo. Poi, dopo che anche il lavoro del signor Ibuse giunse alla fine, in un limpido pomeriggio salimmo al passo Mitsutoge (1700 m sul livello del mare). È un po’ più alto del passo Misaka. Arrampicandoci quasi carponi per l’erta salita, in un’ora circa raggiungemmo la cima del Mitsutoge. Le nostre figure che si inerpicavano per un sentierino di montagna facendosi largo tra le piante rampicanti non erano affatto un bello spettacolo. Ibuse indossava un appropriato equipaggiamento da scalata all’occidentale, comodo e leggero. Io, che non disponevo di un equipaggiamento da scalata, indossavo un kimono imbottito. Il kimono imbottito preso alla locanda era corto, e mi lasciava scoperte le gambe pelose per almeno trenta centimetri. Per di più indossavo dei semplici tabi con suole di gomma prestatemi dall’anziano gestore della locanda; per cui mi sentivo in difficoltà ed escogitai il sistema di allacciarmi una cintura e di calzare una berretta di vecchie fascine d’orzo che si trovava appesa al muro della locanda. Ricordo però che Ibuse, uno che non si cura dell’aspetto della gente, assai stranamente, e in verità solo in questa occasione, mi disse con un’espressione un po’ mogia e a voce bassa, per consolarmi, che comunque è meglio non preoccuparsi di cose esteriori come il modo di vestire.

Nonostante tutto giungemmo in cima, ma improvvisamente si levò una fittissima nebbia.

[…]

Sulla piattaforma panoramica si trovavano tre locande. Scegliemmo una di queste, la più modesta tenuta da due anziani coniugi, e bevemmo un tè caldo. La signora si mostrò dispiaciuta e disse che quella nebbia era veramente una sfortuna, ma pensava che, se avessimo aspettato un po’, la nebbia si sarebbe alzata e che il Fuji lo si sarebbe potuto vedere distintamente proprio lì. Poi tirò fuori dal fondo della locanda una grande fotografia del Fuji, e stando in piedi sull’orlo del dirupo, tenendo alta la foto con entrambe le mani, ci spiegò con precisione e con impegno, che il Fuji si trovava lì, fatto in quel modo, così grande, così chiaro, proprio così come si vedeva. Noi, mentre sorseggiavamo il tè, ridemmo osservando questo Fuji. Potemmo vedere un bel Fuji davvero. E non pensammo più alla sfortuna di quella fitta nebbia.

 Dazai Osamu (1909-1948)

Traduzione di Fabiana Colombo e Paolo Castiglioni.

Da Le cento vedute del Fuji (Fugaku hyakkei, 1939),

in A Oriente! Rivista italiana di lingue e culture orientali, Anno III, n°8 (2002), pp. 106-110.

*Ibuse Masuji (1898-1993), scrittore e amico di  Dazai.

 

🌸🗻🌸🗻🌸

La prosa brillante e iconoclasta di Osamu Dazai ci veicola una visione diversa dell’icona Fuji, una visione umoristica e irriverente. Ritrovate queste pagine su una vecchia rivista, le ripropongo come lettura per questi giorni di clausura.

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Toyohara Chikanobu, La fattoria dei bachi da seta, 1890.

Un magistrato della provincia di Mikawa aveva due mogli. Entrambe allevavano bachi da seta, producendo filato in grande quantità.

Per un’oscura ragione, i bombici del gelso curati dalla moglie più anziana perirono uno dopo l’altro e si rivelarono inutili i ripetuti tentativi di lei per allevarne altri. Di conseguenza il marito la trascurò completamente, imitato subito, com’è ovvio, dai suoi dipendenti. Ella viveva così in tristezza nella sua casa disadorna e ormai tetra, senza che nessuno andasse a trovarla; era sola, con un cane bianco e un paio di donne addette ai lavori manuali.

Un giorno la signora trovò un bombice, uno solo, intento a brucare una foglia di gelso; lo circondò di attenzioni amorevoli, riempiendo la scatola dove l’aveva messo con le foglie di gelso. Così il baco crebbe sempre di più. Da molti anni la donna non vedeva una baco da seta, perciò finì per trattare con vero affetto quell’unico bombice.

Una volta il cane stava seduto di fronte alla padrona e scodinzolava mentre lei ammucchiava foglie di gelso nella scatola e osservava il bombice del gelso brucare. All’improvviso il cane spiccò un salto sul bombice e lo ingoiò. La signora provò rabbia e tristezza insieme. Tutto era avvenuto in modo così fulmineo che lei non tentò neppure di punire il cane. Pianse, piuttosto, per quel fato impietoso che le vietava di allevare bachi!

In quel mentre il cane starnutì: da ogni narice prese a scendere un filaticcio di seta bianca di circa due pollici.

Stupefatta, la donna cominciò a tirare la seta per poi affrettarsi ad avvolgerla, rocchetto dopo rocchetto, su circa trecento rocchetti. Eppure la seta continuava a fluire! Allora la avvolse su paletti di bambù, poi intorno a secchi tanto da trovarsi con un’incalcolabile quantità di seta. Questa smisurata produzione finì allorché il cane si accasciò a terra e giacque immoto. La donna non ebbe dubbi: qualche divinità o Buddha dovevano aver assunto le sembianze del cane per aiutarla. Sotterrò la bestiola sotto un annoso albero di gelso, nel campo dietro la casa.

Sembrava impossibile rendere la sete ancora più fine di quanto già non lo fosse, tuttavia la donna provò a lavorarla ugualmente. In quel mentre il marito, di ritorno da una passeggiata a cavallo, si trovò a passare là davanti. Provando rimorso per la donna che dopotutto era sua moglie, smontò da cavallo ed entrò. In casa non v’era altri che la moglie, affaccendata in mezzo a una quantità smisurata di seta. Ebbene, la seta prodotta a casa del magistrato era scura, granulosa e comunque di qualità scadente, ma questa no! Era una seta candida come la neve e di eccezionale luminosità, di qualità molto superiore a qualunque altra seta mai vista prima. Quando lei gli spiegò la provenienza di una simile meraviglia, l’uomo comprese quanto grande fosse stato l’errore di trattar male una moglie a cui arridevano le divinità e i Buddha. Decise di restare con lei, e l’altra moglie non lo vide più.

L’albero di gelso sotto cui era stato sotterrato il cane non tardò a far nascere dei bozzoli della medesima seta meravigliosa. Il magistrato raccontò l’accaduto al governatore della provincia. Questi lo riferì alla Corte Imperiale. In seguito quella seta, ormai nota come “testa di cane”, venne offerta con regolarità all’Imperatore per tessere gli abiti del Sovrano.

Corse voce che era stata la seconda moglie del magistrato a uccidere apposta i bachi da seta dell’altra consorte, ma nessuno poté mai esserne certo.

 

Da Konjaku monogatari-shū (XIII sec.), XXVI, 11.

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  190-192.

 

🐶🐶🐶

La malvagità punita, il bene ricompensato: cose dell’altro mondo. O forse di questo?

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