Katsukawa Shunshō (1726-1792), dalla serie Ise monogatari, 1770/1773 circa.

C’era una volta un uomo. Un giorno, per chissà quale motivo, cessò di frequentare una certa nobildonna. Lei iniziò una relazione con un altro uomo, ma dal momento che aveva avuto da lui un figlio, anche se non era più in intimità, a volte gli inviava delle lettere. La donna dipingeva molto bene, cosicché una volta lui le inviò un oggetto da decorare, ma a causa della presenza del suo nuovo amante lei non fu in grado di rimandarglielo per un paio di giorni. L’uomo, profondamente irritato, le fece recapitare il messaggio: «Anche se posso comprendere il motivo per cui non abbiate ancora esaudito la mia richiesta, ci sono rimasto molto male!». Era autunno, e per punzecchiarla le inviò una poesia:

Le notti d’autunno, a quanto pare,

vi hanno fatto dimenticare

i giorni di primavera.

Sarà perché la nebbia autunnale

è molto più fitta della foschia primaverile?

La nobildonna replicò:

Anche se mille autunni

non valgono

una sola primavera,

le foglie autunnali e i fiori di ciliegio

si disperdono entrambi allo stesso modo.

 

I racconti di Ise. Ise monogatari, (IX sec.), Marsilio, Venezia,  2018, pp. 120-121.

Traduzione  e curatela di Andrea Maurizi.

 

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I racconti di Ise, capolavoro della letteratura giapponese di periodo Heian (794-1185), è un testo che per la sua natura, costituito com’è da 125 brevi capitoli, è un’opera che può essere gustata a poco a poco, centellinandola con un buon vino. L’ideale livre de chevet, insomma. 

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Frammento dal Genji Monogatari emakimono, Nagoya Tokugawa hakubutsukan.

Una dama che si chiamava Saemon no Naishi, alla quale non so bene perché stavo molto antipatica, aveva incominciato a far circolare tutta una serie di cattiverie sul mio conto.

Una volta l’imperatore, mentre ascoltava le dame che leggevano La Storia di Genji, commentò: «L’autrice sembra molto colta. Deve aver letto sicuramente gli Annali del Giappone».*

Allora Dama Saemon no Naishi, che aveva ascoltato quelle parole, iniziò a dire ai gentiluomini della corte che mi vantavo della mia cultura e mi diede il soprannome “Dama degli annali”. Che cosa insopportabile! Se ero il tipo che la teneva nascosta persino quando stavo a casa mia con le serve, l’avrei mai potuta ostentare quando ero in servizio a corte?

Quando mio fratello, Ministro del Cerimoniale, da giovane leggeva i classici cinesi, io stavo sempre ad ascoltarlo e stranamente riuscivo a imparare anche quello che lui aveva difficoltà a capire o a ricordare. Mio padre, che dava molta importanza allo studio dei classici, rammaricato mi diceva: «È proprio una sfortuna che tu non sia nata maschio!»

Poi da quando ho sentito dire che anche gli uomini devono stare attenti a non ostentare la loro conoscenza dei classici cinesi perché comprometterebbe la loro carriera, non scrivo come si deve neanche un carattere molto semplice e ho abbandonato completamente lo studio. Considerato che faccio sempre attenzione a non far capire agli altri che conosco i classici cinesi, credo che la dama che ha detto quelle cattiverie sul mio conto debba proprio detestarmi.

Per paura che la gente possa parlare male di me, fingo di non riconoscere neanche i caratteri scritti su un paravento. Però Sua Maestà un giorno mi ha chiesto di leggere insieme a lei qualche passo della Raccolta di opere di Bai Juyi** e avendomi manifestato il desiderio di approfondire la conoscenza delle sue poesie, di nascosto, quando nessuna delle dame può vederci, dall’estate di due anni fa ho iniziato a darle delle lezioni molto lacunose su un paio di volumi di versi. Sia io che lei non abbiamo detto mai a nessuno di queste nostre letture, ma, non so come, la faccenda è arrivata alle orecchie di Sua Eccellenza [Michinaga] e dell’Imperatore e Sua Eccellenza ha donato a Sua Maestà vari fascicoli in cinese ricopiati con una splendida calligrafia. Credo che quella pettegola di Saemon no Naishi non aveva ancora sentito dire da nessuno che io e Sua Maestà leggiamo i classici cinesi, perché, se lo venisse a sapere, chissà cosa sarebbe capace di raccontare! È davvero difficile vivere in questo mondo pieno di problemi!

 

Murasaki Shikibu

Dal Diario di Murasaki Shikibu. Murasaki Shikibu nikki, XI sec.,

traduzione e curatela di Carolina Negri, Marsilio, Venezia, 2015.  pp. 107-109.

*Gli  Annali del Giappone (Nihon shoki, 720) è la prima delle opere annalistiche compilate su modello di quelle cinesi e scritta in cinese.

** Il poeta cinese Bai Juyi (772-846) esercitò una grande influenza sulla letteratura giapponese di epoca Heian (794-1185).

 

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Vita difficile, a corte,  per una dama colta. In questo brano è tutto il talento della più grande scrittrice giapponese. La maldicenza, la cattiveria, le chiacchiere: un ritratto impietoso della vita a corte in cui la cultura classica non è considerata un valore ma, anzi, è vista con sospetto. Come spesso avviene. Oggi, come un tempo.

 

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Frammento del Genji monogatari emakimono, XII sec. Nagoya, Tokugawa hakubutsukan.

Gli appartamenti di noi dame al servizio dell’Imperatrice e lo stretto corridoio su cui si affacciano, sono piacevolissimi. D’estate sono molto freschi, giacché lasciamo sollevate le persiane superiori e la brezza può circolare liberamente. D’inverno è divertente vedervi irrompere, sospinte dal vento, folate di neve e di grandine. Lo stretto corridoio è davvero uno spazio angusto, al punto che non vi si potrebbero ospitare bambine perché fanno troppo chiasso, ma noi abbiamo imparato a nasconderle dietro i paraventi, dove se ne stanno zitte e buone come in nessun altro luogo, ad eccezione degli appartamenti dell’Imperatrice. A corte, è inevitabile, si deve stare sempre all’erta, anche durante il giorno. Di notte, poi, non si può veramente godere di un solo istante di tranquillità, essendo sempre in ansia per quanto può accadere, ma questo, in verità, non ci dispiace. Per tutta la notte si odono rumori di passi che vanno e che vengono: a volte si fermano e si sente un bussare delicato con un solo dito sulla porta, quanto basta per riconoscere immediatamente chi sia. Spesso lo si lascia bussare a lungo, evitando il sia pur minimo rumore; ma quando, stanche per la forzata immobilità e certe che se ne sia andato pensando con rassegnazione che eravamo immerse nel sonno, accenniamo a un lieve movimento, il fruscio della veste di seta ci tradisce e lui si accorge dell’inganno. D’inverno basta il rumore delle bacchette di metallo che usiamo per ravvivare il fuoco nel braciere ad avvertirlo che siamo deste in attesa; allora egli bussa con forza e persino ci chiama a voce alta, e allora noi ci avviciniamo alla porta, ancora saldamente chiusa dal chiavistello, e gli chiediamo se non vi sia nessuno fuori che possa vedere. Quando invece si sente un coro di voci cantare, o declamare poesie, egli non ha neppure bisogno di bussare che già abbiamo aperto la porta, trovandoci in alcuni casi dinanzi una persona diversa da quella che attendevamo.

Divertente è, infine, immaginare quel poverino, cui non si è aperto, starsene fuori della porta in attesa per tutta la notte: indossa una sottoveste dagli sgargianti colori, del ricercato tipo di seta che si usa per le cortine, con le falde che sembrano rimboccate, e un’elegante veste qua e là volutamente scucita, se è un nobile, oppure una veste celeste, se è un guardarobiere. Non potendo rimanere impudentemente appoggiato alla porta, sta ritto in piedi accanto alla parete, lisciandosi con noncuranza le maniche. Indubbiamente bello a vedersi è un giovane nobile che, elegantissimo negli scuri e ampi pantaloni, nella veste sgargiante e nelle molteplici sottovesti di vario colore con i lembi lasciati volutamente apparire, scosti con la spalla le tende, nel varcarle; è anche piacevole vedere lo stesso giovane aprire una preziosa scatola per la scrittura e accingersi a scrivere una lettera, oppure, guardandosi in un piccolo specchio avuto in prestito, riordinarsi i capelli e le pieghe della veste. Negli appartamenti delle dame si trova sempre un paravento e, tra questo e la tenda sovrastante, c’è una piccola apertura che permette all’uomo che sta in piedi al di fuori, chinandosi, e alla dama che è seduta all’interno di conversare guardandosi in volto. Naturalmente ciò non è agevole se si è troppo alti o troppo piccoli. Ma per chi abbia una statura normale questa apertura è realmente una fonte di delizia!

Sei Shōnagon

Note del guanciale (Makura no sōshi, fine X sec.), traduzione di Lydia Origlia, SE, Milano, 1988, pp. 69-70.

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Le note “seguendo il pennello” di dama Sei Shōnagon tracciano un vivido e gustoso ritratto della vita all’interno degli spazi ristretti della residenza imperiale di periodo Heian (794-1185). È il racconto di riti, cerimonie, gesti della quotidianità di una piccola comunità di persone, quella della corte, isolata e ripiegata su se stessa. Tutto avviene all’interno degli spazi condivisi dai kumo no uebito, gli “abitanti delle nuvole”, come erano definiti i cortigiani. Con le note di  Sei Shōnagon possiamo riscoprire il piacere della lettura di un classico che, per parafrasare Italo Calvino, non smette di riservarci delle piacevoli scoperte.

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Scuola Tosa, Scena dal Genji monogatari, 1624 circa.

Durante il regno dell’imperatore Murakami (962-967), era Grande Ufficiale della Capitale di Sinistra il nobile…, figlio del fratellastro del regnante.*

Esile e alto, il Grande Ufficiale era sempre abbigliato con la più raffinata eleganza, tuttavia il suo modo di essere e il portamento rimanevano irrimediabilmente divertenti. La testa, dalla forma allungata, ricordava una staffa; di conseguenza, quando calzava il berretto di alto dignitario, il fiocco non gli toccava affatto il dorso, bensì sballonzolava a ragguardevole distanza. Il grande Ufficiale aveva un colorito verdognolo, tale da sembrare uscito da una tintura al fiore di commelina; nerastre le palpebre, mentre il naso, lucente e prominente, rosseggiava al di sopra di labbra sottili e incolori che, nel sorriso, scoprivano il rosso delle gengiva sui denti sporgenti. La voce, dai toni acuti, era nasale. Bastava quindi che il Grande Ufficiale aprisse bocca perché la sua voce risuonasse per tutta la Sala. Che dire poi del portamento? Camminava dondolando il busto, dondolando il posteriore.

Il nostro personaggio era annoverato tra gli alti dignitari ammessi alla Sala augusta. Per il suo colorito spiccatamente verdognolo, gli avevano coniato il nomignolo di Messer Sempreverde (Aotsune no kimi), appellativo accompagnato dalle risatine di tutti. Fra i colleghi della Sala, ve ne erano alcuni, in particolare, giovani, arditi e fanfaroni. Costoro mettevano ancor più in ridicolo, ridendo senza fine e giungendo a forme caricaturali di dubbio gusto, alcuni atteggiamenti propri del personaggio preso di mira.

Alla fine l’imperatore, stanco di udire allusioni e di assistere a tante forme di sarcasmo, un giorno disse: «Siamo dell’idea che sia del tutto fuor di luogo che i giovani della Sala augusta ridano fuor di misura della persona che sappiamo. Se il Principe suo padre ne venisse a conoscenza, e nel contempo sapesse che noi non abbiamo opportunamente difeso il figlio, è con noi che se la prenderebbe!» Sua Maestà aveva espresso ben chiaro il proprio malcontento. Ai cortigiani della Sala augusta non rimase che tenersi dentro il rammarico di non poter più esternare il loro divertimento. Finirono con lo stringere il patto di non ridere più del messere, giurando:

«Poiché Sua Maestà l’Imperatore ha espresso la Sua disapprovazione, a partire da questo momento e per sempre poniamo fine all’abitudine di usare l’appellativo Sempreverde. A colui che pronuncerà ancora questa parola pur avendo aderito al giuramento, verrà imposto di pagare un’ammenda che consisterà nell’offrire sake, spuntini, frutta e altro».

Non era ancora trascorso molto tempo che il ministro Kanemichi di Horikawa […] vide da dietro la ben nota e dinoccolata figura che si allontanava e subito esclamò, imprudente: «Dov’è che se ne sta andando il nostro amico Sempreverde?» Gli altri cortigiani della Sala lo udirono e protestarono concordi: «Non si può certo rompere impunemente un giuramento! Valgano dunque le sanzioni già stabilite: il ministro Kanemichi, in tempi brevi e senza indugi, faccia venire sake, spuntini, frutta».

Tutti si erano raggruppati intorno al buontempone […] che, per essere lasciato in pace e per liberarsi dall’accerchiamento di cui era vittima, promise: «E va bene! Se le cose stanno davvero così, non più tardi di dopodomani pagherò l’ammenda per aver pronunziato l’appellativo da noi messo al bando. Quel giorno voi tutti siete pregati di essere presenti!»

Venne il giorno preannunciato. All’idea che il ministro avrebbe pagato la famosa ammenda legata al famigerato nomignolo, tutti i cortigiani della Sala augusta non stavano più nella pelle […]

Ed ecco fare il suo ingresso il ministro Kanemichi, in costume di corte: sembrava risplendere di luce riflessa, avanzava con grazia maliosa, diffondendo attorno essenze soavi. La vaporosa magnificenza della sua tunica lasciava intravedere l’abbigliamento sottostante: verde, e così pure i pantaloni a sbuffo!

Tutte e quattro le sue guardie del corpo avanzavano in costume da caccia, pantaloni larghi e sopravveste rigorosamente e solo verdi! Uno dei quattro portava, su un vassoio di color smeraldo, dei kokuwa (bacche di color verde mare) sistemati su piatti di porcellana verde pallido. Un altro recava una giara di porcellana verde, contenente sake, dal collo rivestito di fine carta verdina! Un terzo portava un giovane ramo di bambù su cui erano posati cinque o sei uccelletti verdi. Entrando dall’ingresso esterno della Sala augusta, i cinque sfilarono con ordine. Giunti dinanzi alla Sala, furono accolti dall’incontenibile, corale risata dei cortigiani presenti!

Proprio allora Sua Maestà l’Imperatore domandò: «Cosa avviene di tanto divertente?». Una dama di corte rispose: «Vostra Maestà, si tratta di Kanemichi che sta pagando l’ammenda prevista per chi avesse pronunciato ancora l’appellativo messo al bando. È per questo che di là si ride.». […]

Il Sovrano si affrettò a raggiungere la Sala. […] Vide Kanemichi lì, fermo alla testa del suo seguito, vestiti tutti e solo di verde: le vivande, poi, non erano che di quel colore! La scena giustificava tanta ilarità! Quella trovata, l’Imperatore la trovò irresistibilmente comica. E dovette anche lui ridere, ridere, ridere!

Da allora il Sovrano si astenne dall’esprime disapprovazione per fatti simili e Messer Sempreverde si ritrovò così suo malgrado legato per sempre al suo nomignolo!

 

Da Konjaku monogatari-shū (XIII sec.), XXVIII, 21,

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  196-198.

*Si tratta di Minamoto no Kunimasa, di lignaggio imperiale: suo padre era il principe Shigeakira, fratellastro dell’imperatore. Era stato declassato e il suo grado inferiore all’interno della corte era evidente dal colore verde delle vesti, appannaggio del suo status, il minimo consentito per avere accesso alla Sala augusta, luogo di incontro degli alti dignitari.

 

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Scelgo ancora una novella, questa volta dalla celebre raccolta Konjaku monogatari (Raccolta di racconti di un tempo), per distrarci in questi giorni di clausura e di ansia. Leggere i classici può aiutarci a vivere meglio il presente, a prenderci una pausa dalla nostra difficile quotidianità. E  a sperare il meglio per tutti.

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Tosa Mitsunobu (attivo ca. 1462–1525), Genji monogatari gajō, periodo Momoyama, Kyōto Kokuritsu Hakubutsukan.

Un giocatore d’azzardo aveva un figlio, brutto come nessun altro al mondo: gli occhi e il naso apparivano schiacciati insieme, da un colpo inferto con somma forza. I genitori del giovane disperavano di poter mai riuscire a trovargli moglie, quando arrivò alle loro orecchie la notizia che un uomo, assai facoltoso, cercava uno sposo di bell’aspetto per l’amata figliola. Fecero allora sapere a quel padre che “il giovane più bello del mondo” desiderava sposare la fanciulla.

Il ricco accettò l’offerta e si fissò, secondo i migliori auspici, la data del fidanzamento. La prima notte che i due fidanzati avrebbero dovuto trascorrere insieme,* i famigliari del giocatore d’azzardo, indossati abiti vistosi presi a prestito, scortarono il giovane fino alla casa della fidanzata, avendo ben cura di tener celato nell’ombra il volto: chiara era la luce lunare! Il futuro sposo, fra gli altri, fece un’ottima figura. Fu così che ebbero inizio, come da usanza, le sue visite notturne alla fidanzata.

Arrivò ben presto la temuta notte in cui il giovane avrebbe dovuto trascorrere con la fidanzata non solo le ore notturne ma anche l’alba e il giorno successivo. Imperterriti, i giocatori d’azzardo avevano pronto uno stratagemma. Uno di loro si travestì, salì sopra il soffitto della camera della nuova coppia, calpestò le assi fino a farle scricchiolare e gemere nel modo più sinistro. Poi con voce rombante e terribile gridò: «Dico a voi, giovane più bello del mondo!»

La voce fece raggelare di paura la famiglia, che rammentò le innumerevoli storie di esseri soprannaturali in visita agli umani: e le visite cominciavano, si narrava, proprio in quel modo. Seppur terrorizzato, lo sposo replicò: «Sono io colui che chiamano il più bello al mondo. Cosa volete?»

Per tre volte la voce dall’alto strepitò e per tre volte lo sposo rispose. La famiglia volle sapere perché dava risposta. «Non so come liberarmene ma non so neppure cosa ho detto!» lui spiegò.

Il demone strideva: «Per tre anni ho posseduto la figlia di questa casa e voi ora ve la spassate assieme a lei. Avanti, ditemi, quali sono le vostre intenzioni?» «Ma…ma…”, balbettava lo sposo, “io, non… non saprei… questo non… non lo sapevo. Per pietà, risparmiatemi!» «Siete uno sporco codardo!» sibilò il demone. «Ma prima di andarmene, voglio sapere un’ultima cosa. Cosa avete di più caro, la vita o l’aspetto?» «Come potrei rispondervi?» protestò lo sposo.

I suoceri bisbigliando, gli suggerirono con frenesia di non preoccuparsi del suo aspetto purché avvesse salva la vita: «Su, rispondetegli: la mia vita!» E lui obbedì. «Allora addio.» Subito dopo il demone fece un rumore orrendo, come se aspirasse. Lo sposo emise un urlo, affondò il viso fra le braccia e crollò a terra. Il demone se ne andò, passo dopo passo.

Intanto cosa era mai accaduto al volto dello sposo? Venne portata una torcia e alla sua luce tutti videro che gli occhi e il naso del giovane erano come se fossero schiacciati insieme. «Oh, se solo avessi detto: “Preferisco l’aspetto.”», singhiozzò lo sposo. «Come posso vivere e farmi vedere in giro, con un ceffo simile! Se penso che non mi avete visto neppure come ero…! Cielo, quale tragico errore è stato mai legarmi a una fanciulla reclamata da un orribile demone!»

Commosso dalle lamentele del genero, il ricco gli promise in cambio le sue sostanze. Infatti, con piena soddisfazione del giovane, il suocero lo trattò al meglio e gli donò una casa. La fece costruire appositamente, pensando che l’abitazione già esistente potesse avere un qualche legame con la disgrazia.

Il giovane visse godendo tutti gli agi: una bella vita davvero!

 

Da Uji shūi  monogatari, IX, 8, fine XII sec.

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  196-198.

*Secondo l’istituto matrimoniale in vigore in periodo Heian (794-1185) fra le classi elevate, lo tsumadoikon (che prevedeva per la coppia la residenza a casa dei genitori della sposa o in una casa da loro fornita), il futuro sposo avrebbe dovuto trascorrere tre notti insieme alla sposa allontanadosi ogni volta prima dell’alba. Trascorsa l’ultima delle tre notti, all’alba le nozze venivano sancite con il consumo dei mikka no mochi, i “mochi della terza notte”, offerti dai genitori della sposa al neo genero.

 

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Una storia buffa che per l’astuzia del protagonista ricorda l’andamento di alcune novelle del Decamerone. Tempo di pestilenza allora, tempo di epidemia oggi.  Non abbiamo forse diritto anche noi a una piacevole distrazione?

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