Scendendo dal treno, stampa di Shimazaki Ryuu (1865 – 1937), 1905 circa.

 

Il pomeriggio del 1° gennaio mi trovano alla stazione di Shinagawa perché dovevo prendere il treno ad alta velocità. Ho superato i tornelli e mi sono incamminato verso il bagno, quando ho sentito un colpetto alla schiena. Mi sono voltato e davanti a me c’era un uomo che non avevo mai visto. Sulla cinquantina, alto, portava una giacca scura e un giubbotto. “Mi presterebbe gli occhiali?”, mi ha chiesto. In quel momento portavo gli occhiali. In situazioni come queste di solito non riesco a dire di no, ma mi sono ricordato di una notizia risalente a tre anni prima, una serie di furti di occhiali da parte di un uomo che li chiedeva in prestito, allora ho risposto: “No, ecco…”.

“Non me li presta?”, ha ribattuto lui.

“No”, ho risposto, e così se n’è andato.

Sono riuscito a prendere il treno senza intoppi e mi sono messo a sedere vicino al finestrino. Il sedile accanto al mio era libero, quindi ci ho appoggiato la borsa, poi ho mangiato un onigiri e infine mi sono addormentato. Più o meno all’altezza di Shizuoka, ho sentito qualcuno che mi toccava alla spalla. Ho aspetto gli occhi e di fronte a me c’era la stessa persona di poco prima.

“Mi presterebbe gli occhiali?”, mi ha chiesto.

“No”, ho risposto. Lui non ha detto nulla e si è avviato verso la porta posteriore della carrozza come se stesse cercando altri occhiali. Anche se oltre a me c’erano almeno cinque o sei uomini con gli occhiali (compreso il macchinista), a loro non ha rivolto la parola (in seguito ho cercato la notizia e ho scoperto che nel giugno del 2005 un uomo di 29 anni, residente nel distretto di Nakahara, comune di Kawasaki, era stato arrestato per furto di occhiali. Nella casa del ladro, che prendeva di mira uomini giovani a cui rubava perfino le lenti a contatto, erano state sequestrate circa 130 paia di occhiali e 30 di lenti a contatto).

Sono arrivato a casa intorno alle dieci di sera e, allungando le gambe sotto al kotatsu,* ho sentito qualcosa di duro contro il tallone e ho provato un dolore intenso. Ho tirato fuori il piede e ho visto che era tutto sporco di sangue, così come la mano con cui l’avevo toccato. Nei giorni successivi ho capito che il tubo della stufa a infrarossi del kotatsu si era rotta, e i frammenti di vetro mi avevano ferito il piede. Per tre giorni non sono riuscito a camminare e ho trascorso le vacanze di capodanno praticamente a letto. A distanza di un mese, il piede non era ancora guarito del tutto. Era il mio anno sfortunato, e a giudicare da come era cominciato ho pensato che sarebbe potuto proseguire davvero male, quindi sono andato a pregare in un tempio. Avviandomi verso l’uscita ho estratto l’omikuji,** e il responso è stato negativo: sembrava una persecuzione.

Chissà come sarebbe andata, però, se gli avessi prestato gli occhiali. Forse le cose sarebbero andate meglio se glieli avessi prestati, ho pensato.

 

Shibasaki Tomoka

(n. 1973)

 

Traduzione di Gala Maria Follaco.

Da: Megane no gōtō in  Internazionale n. 1134.anno23, 23 dicembre 2015, pp. 70-71.

*Tavolo basso che nasconde una stufa ed è circondato da una  trapunta o da una coperta pesante per coprire le gambe.

**Oracolo scritto su un biglietto che si estrae nei santuari shintoisti e nei templi buddhisti.

 

👓🕶👓

Scrittrice nativa di Ōsaka, Shibasaki ha ottenuto i più prestigiosi premi letterari giapponesi, il Noma nel 2010 e, soprattutto, nel 2014, il premio Akutagawa, il più importante di tutti, con il romanzo Haru no niwa (Giardino di primavera), l’unica sua opera finora tradotta in lingua inglese.

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), La principessa prega per la pioggia (Ame no Komachi), 1844 circa.

“La mia pietra tombale sia una stele alta più di lei. Fatele abbracciare la mia pietra tombale e seppellitela in mare”.

Poiché il padre morendo in un lago di sangue aveva espresso questo desiderio, i due figli gli costruirono una tomba d’ineguagliabile splendore. Il padre aveva trovato morte crudele per mano della giovane vedova e dell’amante di lei.

I due figli della moglie precedente sollevarono come fosse un fuscello la lapide alta più della nemica, e la trasportarono su una scogliera della costa. Così spaventoso era l’abisso, che un sasso tirato di lì toccava il mare piccolo come un seme e l’occhio non poteva seguirlo fino alle onde, dalla vertigine. Lì i figli denudarono la donna e con una corda la legarono alla lapide. Poi spinsero giù la lapide. La donna d’istinto si strinse braccia e gambe alla lapide in caduta. La pietra rotolò giù gemendo da parer viva.

Ma che accade? A metà precipizio la lapide s’arrestò un istante, poi invece di riprendere a rotolare, non si mette a scivolare giù bel bello con la donna a bordo come fosse una slitta? E nell’immergersi nel mare, non si trasforma in una barchetta? E la barchetta non punta dritta come un razzo verso il mare aperto? I due fratelli che avevano assistito alla scena, più che abbracciarsi si gettarono uno sull’altro: “O padre, perdonaci!” Gridarono sentendosi mancare.

Accorse l’amante della donna. La barca della donna è veloce come una rondine che trascorre [sic] nel cielo azzurro. Non c’è nave che possa tenerle dietro. Allora egli corse alla tomba del marito della donna e tornò reggendo come fosse un fuscello il basamento della lapide, poi si buttò in mare avvinghiato a quello. In effetti la pietra si trasformò in barca e partì come un razzo.

La barca dell’uomo raggiunse la barca della donna. L’uomo disse:

“Ora è nostro dovere render grazie all’uomo che abbiamo ucciso”.

“No, non dobbiamo render grazie a mio marito. Quando ti nascerà in cuore gratitudine, la tua barca si trasformerà in lapide”.

La donna non aveva ancora finito di dirlo che la barca dell’uomo si trasformò in lapide, e portandolo con sé affondò tra le spume marine. Vedendo ciò la donna disse:

“Barca mia, diventa una lapide e segui il mio amato fin in fondo al mare”.

E così nuda, affondò stretta alla lapide come una sirena.

Ma l’uomo, furibondo per esser colato a picco da solo, supplicò colui che aveva ucciso di suo pugno:

“O lapide, diventa barchetta e galleggia sul mare dove si culla la barca della mia amata”. Così, prima ancora d’arrivare sul fondo risalì a galla.

Ma cosa mai accadde allora? La donna che se ne andava a fondo e l’uomo che risaliva a galla s’incrociarono senz’accorgersene e solo la donna sprofondò fino in fondo al mare.

Questa donna è la principessa del mare.

Quando le sentii raccontare questa favola, pensai che avrebbe fatto un suicidio d’amore. Infatti andò a buttarsi in mare con l’amante. L’uomo morì ma lei, nell’attimo che riprese coscienza, con un grido si strinse al marito tradito. In seguito, quando mi vide disse:

“È andato tutto come nella favola. Tale e quale, fino alla fine”.

 

Kawabata Yasunari

(1899-1972)

 

Traduzione di Ornella Civardi.

 “La principessa del mare” (Ryūgū no otohime, 1926),

da Racconti in un palmo di mano. Suggestioni e artifici, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 143-145. 

 

🐚🐚🐚

Quasi una favola, questo delizioso, breve racconto di Kawabata, una delle sue celebri storie “in un palmo di mano”, che ha l’atmosfera di una vicenda arcaica. Ma l’allusione a un doppio suicidio d’amore per annegamento rimanda, almeno nella mia mente, a una prassi ancora ben viva negli anni in cui scrive, e oltre, se penso alla tragica morte nel Tamagawa dello scrittore Dazai Osamu e della sua compagna, Yamazaki Tomie, nel 1948.

Nota.  Ho sentito necessario modificare parzialmente la punteggiatura della traduzione su cui mantengo, comunque, qualche perplessità. 

 

 

 

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Nei dintorni di Takayama. Agosto 2013.

[. . .] il fatto di essere tagliati fuori dalla “città” non aveva procurato alcun vivo dolore ai vecchi, incolti coloni del villaggio. In “città” noi venivamo respinti come sporchi animali; d’altra parte quanto serviva al sostentamento quotidiano era stipato all’interno del piccolo villaggio, raccolto sul versante sopra la stretta valle. Inoltre era l’inizio dell’estate e i bambini erano contenti che la scuola fosse già chiusa.

[. . .]

Abitavamo una piccola stanza, adibita in passato all’allevamento dei bachi da seta, al primo piano del magazzino della comunità situato nel centro del villaggio. Quando mio padre si stendeva sulle spesse assi del pavimento ormai consumate tra la stuoia e le coperte e io e mio fratello ci coricavamo su un letto costituito da una vecchia porta, quella che una volta era stata la casa dei bachi, ormai troppo piccola per contenerli ma ancora piena di foglie di gelso imputridite sulle nude travi del soffitto e di un odore pungente sulla carta delle pareti, si colmava di umane presenze.

Non avevamo nemmeno un mobile. A dare una certa impronta alla nostra povera dimora erano il fucile da caccia di mio padre – che riluceva opacamente, come se non solo la canna ma anche il calcio di una lucentezza oleosa fossero di un acciaio che paralizzava e respingeva al solo toccarlo -, le pelli di donnola essiccate, appese a mazzi alle nude travi, e vari tipi di trappole. Nostro padre provvedeva al sostentamento di tutti e tre, cacciando lepri e uccelli, cinghiali durante gli inverni nevosi, e facendo essiccare le pelli di donnola, catturate con le trappole, che poi portava all’ufficio municipale della “città”.

Mentre strofinavamo la canna del fucile con un panno intriso d’olio, io e mio fratello osservavamo il cielo scuro attraverso le fessure della porta di assi, come se da lì potesse filtrare ancora una volta il rombo dell’aeroplano. Ma era raro che un aereo solcasse il cielo sopra il villaggio. Posato il fucile sulla rastrelliera alla parete, ci stendemmo sul letto l’uno contro l’altro e aspettammo, totalmente in balia del nostro stomaco vuoto, che nostro padre salisse con la pentola di riso e verdure.

Io e mio fratello eravamo come piccoli semi ben protetti da uno spesso strato di carne e da una dura epidermide; semi verdi, morbidi e freschi, cui aderiva una tenera membrana che la semplice luce esterna avrebbe potuto sfaldare e distruggere. Fuori di quella dura epidermide, vicino al mare che dal tetto si vedeva brillare lontano e sottile all’orizzonte, nella città oltre le creste sfalsate dei monti, la guerra solenne e ostinata, come una leggenda che ha sfidato il tempo, vomitava aria stagnante. Ma la guerra per noi non era altro che l’assenza dei giovani dal villaggio e il postino che di tanto in tanto portava la notizia di un altro caduto sul campo. La guerra non scalfì la nostra dura epidermide né lo spesso strato di carne. E quell’aereo nemico che aveva poco prima solcato il cielo del villaggio, mai violato fino ad allora, per noi era solo una strana specie di uccello.

 

Ōe Kenzaburō

(n. 1935)

 

Traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

Da: “L’animale da allevamento” (Shiiku, 1958), in Insegnaci a superare la nostra pazzia, Milano, Garzanti, 1992, pp. 88-90.

 

🌳🌳🌳

La dedica di Ōe sulla mia copia di Insegnaci a superare la nostra pazzia. Milano, 4 giugno 1996.

Ōe Kenzaburō, premio Nobel per la letteratura 1994, è la coscienza critica della società giapponese contemporanea, un intellettuale che non ha mai smesso di interrogarsi e interrogarci sui grandi nodi irrisolti del passato recente del Giappone (il militarismo, il bombardamento atomico, Fukushima) e sui dilemmi morali cui si confronta l’essere umano. Ōe l’ho incontrato il 4 giugno 1996, all’Università Statale di Milano ma la sua scrittura, complessa, impegnativa, implacabile, mi era già ben conosciuta avendo acquistato il suo primo libro durante una vacanza cubana, a metà degli anni Ottanta. In Italia allora il suo nome era totalmente sconosciuto ai non addetti ai lavori. Ōe Kenzaburō è uno scrittore che sfida le coscienze e ci invita a confrontarci e a riflettere sui grandi temi: il male, il dolore, l’alterità, il libero arbitrio, per citarne solo alcuni. Punto di partenza è sempre l’esperienza autobiografica: la nascita in un villaggio isolato in una verde vallata dell’isola di Shikoku prima, e poi il dramma della sua paternità: la nascita di Hikari, un bimbo con un grave ritardo mentale, ora apprezzato musicista.

Ho scelto oggi una pagina da un racconto del 1958 con cui ottenne il premio Akutagawa, il più prestigioso del Giappone, e una fama internazionale. Shīku (L’animale d’allevamento), memoria forse d’un episodio vissuto nel momento del delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza, narra l’impatto dell’esperienza del tempo di guerra sullo scrittore bambino. In pagine toccanti Ōe ci descrive mirabilmente il rapporto fra un gruppo di bambini di uno sperduto villaggio fra i boschi e un soldato afroamericano caduto con il suo aereo e fatto prigioniero dal capovillaggio. I bambini sono affascinati da questo strano personaggio che sconvolge la loro quotidianità ed eccita la loro fantasia, finendo con l’impersonare la forza vitale della natura. È il loro primo impatto con l’alterità. Vi è la struggente nostalgia per un’età di innocenza e gioia, l’infanzia e, insieme, la consapevolezza della caducità  delle cose del mondo, dell’impossibilità di protrarre i momenti di felicità. Come è scritto nelle motivazioni al Nobel dell’Accademia svedese, Ōe è la voce critica del Giappone “che con forza poetica crea un mondo immaginario, dove la vita e il mito si condensano per formare un’immagine sconcertante della condizione umana del nostro tempo” .

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Shimura Tatsumi (1907-1980), Il rossetto.

 

Demoni Bianchi, così le ha soprannominate qualcuno. Esseri in grado di creare uno scenario simile al più profondo e insondabile degli inferi. I loro sotterfugi non sono mai percepibili, ma dicono che senza difficoltà possano far perdere la testa ad un uomo per poi lasciarlo affogare in un lago di sangue, oppure condannarlo a risalire una montagna di spine oberato dai suoi debiti. Le loro voci gentili, quelle con cui cercano di adescare i passanti salutandoli con un “buonasera, signore!”, sì, proprio quelle ora suonano come il verso di un fagiano che ingoia un serpente, che a sentirlo ci farebbe tremare. Eppure anche loro, come tutti gli altri, avevano passato dieci mesi* nel ventre materno. E quando erano piccole, anche loro si erano attaccate al seno della madre per poi essere cullate e trastullate con filastrocche scandite da leggeri battiti di mano. Sì, erano adorabili, allora. A quei tempi, quando gli veniva offerto di scegliere tra il denaro e dei dolci, loro rispondevano “voglio il biscotto okoshi“** e tendevano la mano.

Certo, ormai non sono più così sincere nel loro lavoro, ma accade talvolta che, per un cliente su cento, arrivino a versare vere lacrime. “Ehi, sentite questa” dice una “riguarda Tatsu-san, quello della tintoria. Anche ieri era là dai Kawadaya a spassarsela felicemente con Oroku, quella ragazzaccia. Era una cosa disgustosa. Lui l’aveva trascinata fuori e se la facevano l’un l’altra perfino in strada. Ma cosa pensa di fare quello, andare avanti sempre a folleggiare in quel modo? Quanti anni pensate che abbia? Due anni fa ne aveva già trenta. Ogni volta che lo vedo lo prego di mettere la testa a posto, di procurarsi almeno una casa – Sì, sì.. – mi risponde sempre lui in modo vago e ipocrita, ma il fatto è che non mi ascolta per niente. Sapete, suo padre sta invecchiando e sua madre è un po’ cieca. Lui non dovrebbe farli preoccupare, dovrebbe darci subito un taglio e mettersi a risparmiare. Io sarei ben disposta lavargli il suo hanten*** e ricucirgli i calzoni da lavoro, ma lui, con quel suo spirito frivolo, quando si deciderà a prendermi in casa? Appena ci penso mi viene a schifo starmene qui a fare questo lavoro, non mi va nemmeno  più di darmi da fare per attirare i clienti. Ah, non ne posso più!” si lamentava. Con quella stessa voce con cui è solita ingannare i clienti, parla ora della spietatezza della gente. E afflitta dal mal di testa, riflette sul da farsi. “Ah” dice un’altra “è già il sedici della festa del bon. Ecco, oggi vanno in visita al tempio del dio Enma e portano anche i loro figli: sembrano così felici quei piccoli con addosso i loro bei kimono, e per quella paghetta che hanno appena ricevuto. Senza dubbio i loro genitori non possono che essere due persone piene di risorse. Chissà, mio figlio Yotarō avrà preso un giorno di ferie dal suo padrone e adesso sarà in giro da qualche parte a divertirsi. Ma sono sicura che, dovunque vada, starà provando invidia per gli altri ragazzi, cosa vuoi, con due genitori come noi, un padre che non la smette di bere e senza una fissa dimora, e una madre come me, ridotta a imbellettarsi in questo modo vergognoso per vivere. Se anche sapesse dove abito, di sicuro non verrebbe a trovarmi. L’anno scorso, quando sono andata a Mukōjima per ammirare i fiori, mentre camminavo sull’argine del fiume con le altre colleghe, vestita da signora con i capelli acconciati in uno chignon ovale, l’ho incontrato in un chiosco del tè. – Ehi! – l’ho chiamato. Sembrò stupefatto nel vedermi così, tutta truccata come una giovane. – Siete voi, madre? – mi chiese con aria disgustata. Figuriamoci se mi vedesse quando mi acconcio i capelli con un grande shimada facendo bella mostra di un fermaglio di fiori alla moda… e se mi sentisse mentre scherzo con i clienti. Quanto lo rattristerebbe, povero figlio mio, ancora così giovane. L’anno scorso, quando l’ho visto, mi comunicò che in quel periodo prestava servizio in un negozio di candele a Komagata. “Per quanto possa essere dura, io non mi darò per vinto e continuerò a lavorare, lo giuro” mi disse. “Mi darò da fare e farò in modo che tu e mio padre possiate condurre una vita agiata. Nel frattempo cerca di tirare avanti con qualche mestiere onesto, sii paziente, fa’ in modo di cavartela da sola fino ad allora. E non prendere marito, per favore” mi raccomandò. Purtroppo per una donna è difficile guadagnarsi da vivere solo fabbricando scatole di fiammiferi, e non sono forte abbastanza da poter far la serva presso qualche cucina. Considerando dei lavori ugualmente faticosi, ho scelto questo che è più facile per tirare avanti. Certo, non ho fatto questa scelta a cuor leggero, neanche per sogno, ma quel caro ragazzo mi eviterà perché non gli sono stata di parola. E questa acconciatura shimada, di solito non mi sta affatto a cuore, ma oggi me ne vergogno così tanto” concluse nella penombra della sera, davanti allo specchio, con le lacrime agli occhi.

 

Higuchi Ichiyō

(1872-1896)

 

Traduzione di Paola Cavaliere e Atsuko Azuma.

Da Acque torbide (Nigorie, 1895), Milano, Jouvence, 2015, pp. 39-42.

*Tradizionalmente si conta come un mese di gravidanza anche quello del concepimento.

E la gravidanza è indicata con l’espressione totsuki tōka (dieci mesi e dieci giorni).

**Sottili biscotti fatti con farina di riso o di miglio in vendita tradizionalmente davanti al Sensōji di Asakusa, a Tōkyō.

***Giacca da lavoro per operai e artigiani.

 

👘💄👘

Nessuno, come Higuchi Ichiyō, è mai riuscito a dar voce al dolore delle donne dei quartieri del piacere. L’acuta sensibilità, le esperienze personali, l’aver gestito un negozietto ai margini del quartiere e l’aver potuto osservare la vita e le sofferenze di quelle donne hanno permesso a Ichiyō di poter raccontare l’altra faccia del mondo dei fiori e dei salici, quella sordida, quella dura, quella più lontana dal romanticismo o dalla versione idealizzata creata ad uso degli stranieri che ancora permane in molto dell’immaginario comune – e non solo di quello maschile. In questo romanzo breve molte sono le voci che si levano, molti i personaggi di cui sono raccontate le vicende, storie che passano di bocca in bocca, fra pettegolezzi e compassione. Senza compiacimento alcuno.

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Takahashi Hiroaki, Tokumochi nella notte stellata, 1936.

 

Non devi credere che questo mondo esista per te. Il mondo non è un recipiente per contenerti.

Tu e il mondo siete come due alberi che si ergono fianco a fianco, distaccati ed eretti, senza mai inclinarsi l’uno verso l’altro.

Da parte tua, sai che vicino a te c’è l’albero splendido del mondo, e ne sei felice. Quanto al mondo, è possibile che non si ricordi nemmeno della tua esistenza.

Eppure, oltre a quello che si erge all’esterno, c’è un mondo anche dentro di te. Puoi provare a immaginarlo, è un immenso crepuscolo interiore. Al confine tra queste due dimensioni sta la tua coscienza.

Ciò che importa è creare un contatto tra il vasto mondo dentro di te e quello esterno, le montagne, la gente, i colorifici tessili,* il ronzio assordante delle cicale; sentire una risonanza e un’armonia tra questi due mondi che si tengono a distanza di un passo.

Guardando le stelle, per esempio.

Quando tra i due mondi c’è veramente risonanza e armonia, le giornate scorrono più facilmente. Non è più necessario sprecare le tue energie spirituali in mille sciocchezze.

Assapori il gusto dell’acqua, eviti di provare la collera altrui.

È difficile guardare le stelle nel modo giusto, ma acquisendo una certa abilità dovresti ottenere almeno questi risultati.

E se non sono proprio le stelle fa lo stesso, va bene anche il mormorio dell’acqua, o il ronzio assordante delle cicale.

 

Ikezawa Natsuki

(n. 1945)

 

Traduzione di Antonietta Pastore.

Da: “Still Life” ( Sutīru Raifu, 1988), in L’uomo che fece ritorno, Torino, Einaudi, 2003, pp. 3-4.

*Il protagonista del racconto lavora in un colorificio tessile.

 

✨⭐️✨

Le parole con cui inizia il bel racconto Still Life di Ikezawa mi sembrano quanto mai adatte a questi nostri tempi, a questi giorni in cui dovremmo ripensare al nostro rapporto con il pianeta, con la natura e, permettetemi, anche con i nostri simili. Parole per noi.

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