Le amiche alla stazione. Kyōto, aprile 2017.

Storia

di un paio di lenzuola

appena cambiate

e subito imbrattate

da un corpo cosparso di cacao.

 

Storia

della persona

che stringo tra le braccia

e il cui contorno svanisce

nel momento stesso in cui la guardo.

 

Storia

che alcuni bambini

con i capelli a spazzola

ascoltano a bocca aperta

in una notte d’inverno.

 

Storia

di un uomo che riesce

a superare l’inverno

tagliandosi i baffi

e il pizzetto.

 

Storia

di una vecchietta

che grida spaventata

“È velenoso! È velenoso!”

la prima volta che vede il caffè.

 

Storia

triste di un uomo

che ascolta i racconti del proprio paese

dalle castagne

mescolate al riso della propria ciotola.

 

Storia

dei dieci piccoli

di un cinghiale

bolliti e mangiato

in un villaggio senza favole.

 

Storia

dello scroscio rinfrescante

che attraversa le mie orecchie

di una cascata lontana

di cui non ricordo più il nome.

 

Hōichi,

io di certo

avrei scritto

una storia adatta

alle tue orecchie.

 

Storia

dei biscotti secchi

sottratti in una notte buia

dall’ufficiale

che non voleva condividerli.

 

Storia

di un oni rosso

che ritrovò il buonumore

mangiando

otto manjū a forma di pesca.

 

Storia

delle ali che avvolgono il mondo

attraversando i sogni beati

di un cane

addormentato.

 

Storia

della soda

che scorre giù nello stomaco

nel corso di un banchetto

più incline all’odio che all’amore.

 

Storia

del disappunto provato

comprando caramelle al gusto di tormenta

pensando che fossero

al gusto di nevischio.

 

Storia

di una persona

che osserva dalla finestra

la persona amata

che finge di vendere mele.

 

Storia

di un uomo in viaggio

che attraverso i raggi della luna

lesse la parola

“Londra”!

 

Storia 

divenuta illeggibile da quando,

dopo essere stata abbandonata,

i caratteri

hanno cominciato a sbiadirsi.

 

Storia

del convoglio ferroviario

che procedeva verso ovest

sempre più verso ovest

pieno di merci che stavano marcendo.

 

Storia

di una mela nera

che nessun conosce

che davvero

nessuno conosce.

 

Storia 

di una minuziosa indagine

in seguito alla quale

si è scoperto che a un criminale

piacevano le coppe di gelato.

 

Storia

della vecchia

che nell’ultima sera di vita

dei primati

scruta il cielo in ebollizione.

 

Storia

di tutti i libri

a cui in un batter d’occhio

crescono gli arti

e fuggono dalla Terra.

 

Storia

di chi non può tornare al proprio paese

a causa dei disegni mimetici

che aderiscono perfettamente

al proprio petto.

 

Storia

dei biscotti preziosi

ammollati e diventati cattivi

per essere entrati in uno stagno

fino alla vita.

 

Storia

di un uomo caduto

in fondo a una valle

gridando

“non avevo intenzione di imbrogliarti!”.

 

Storia

della piccola chiave

da me tenuta al caldo nel mio cappotto

che consegno

il giorno in cui mi metto in viaggio.

 

Storia

di due continenti

che dopo essersi distanziati in silenzio

non condividono più

la stessa civiltà.

 

Storia

di una bella scena

da me letta e riletta

di un paio di guanti

riposti in un cassetto.

 

Storia

di un ragazzo che fugge

da una yamanba

e perde una gamba

per una mina.

 

Storia,

forse vera o forse falsa,

tracciata 

in cielo

da una nuvola.

 

Ishikawa Mina

(n. 1980)

 

Traduzione di Andrea Maurizi.

Da: Monogatarishū (Raccolta di storie, 2006),

in: Internazionale. Storie, n. 1134, anno 23 (2016), pp. 42-43.

 

🌹🌹🌹

Le Monogatarishū di Ishikawa Mina, una delle poetesse più interessanti del tanka contemporaneo, sono state tradotte in inglese con il titolo di Tales in tanka, ed in effetti questi racconti in sole 31 sillabe, che qui trovate nell’efficace traduzione di Andrea Maurizi, costituiscono un nuovo, intrigante sottogenere poetico, di godibilissima lettura.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Nell’incrocio di Shibuya. Tōkyō, aprile 2017.

Storia

di una yamamba che

al pensiero delle braccia e delle gambe

che non era richiesta a mangiare

versò tante lacrime da formare uno stagno.

 

Storia 

della piccola chiave

lasciata dal direttore T

del museo

di belle arti.

 

Storia

di un vero tanuki

che vive

nella casa degli spettri

di un luna park.

 

Storia

di un braccio sinistro abbandonato

che in una notte di pioggia

striscia su terreno

e bussa a una porta.

 

Storia

dell’acino di uva selvatica

da me così distrattamente portato alla bocca

da pensare fosse 

un tuo dito.

 

Storia

la cui conclusione

è affidata alle scimmie:

il globo terrestre nella mano destra

una mela in quella sinistra…

 

Storia

fastosa della strada malfamata

percorsa da due uomini

con gli occhiali

dalla montatura d’argento.

 

Storia 

da raccontare

solo quando si è lontani

dall’indirizzo

riportato sulla patente.

 

Storia

delle settecento pagine

divorate nelle due ore

precedenti

all’inizio di una rissa.

 

Storia

di una vita persa sette volte

lungo il sentiero

percorso alla ricerca

delle parole perdute.

 

Storia 

di un soldato

che disegnò un cuore in miniatura

sul petto

di un soldato in miniatura.

 

Storia

del deserto

in cui un bambino con un foro in gola

cammina 

rantolando.

 

Storia 

in cui sventola

un grande furoshiki

con motivi di pioggia,

arabeschi e strisce.

Storia

dei denti spaventosi

di un allenatore

disumano e affamato

che divora gli atleti.

 

Storia

di tanto tempo fa

in cui con un paio di bacchette da cucina

qualcuno afferrò di scatto

un oni rosso.

 

Storia

di sei persone,

cinque delle quali senza ombra,

radunate nella reception di un albergo

alle due del mattino.

 

Storia 

di una ragazza

che quando di notte

si guarda allo specchio

si trasforma in una yamamba.

 

Storia

dell’infelice amore

narrato dal capotreno dopo aver annunciato:

“Per quanto il treno

Abbia un ritardo di cinque minuti…”.

 

Storia 

in cui un uomo 

tornando a casa verso il tramonto

deviò dalla strada principale

e attraversò un ponte.

 

Storia

dell’incontro

con una persona con cui una volta

avevo condiviso

un paio di scarpe a Ueno.

 

Storia

che comincia il giorno in cui

lanciai nell’armadietto delle scarpe

un’infantile lettera d’amore

e tornai a casa.

 

Storia

farcita di parola

di promesse

titillanti, pruriginose

e imbarazzanti.

 

Ishikawa Mina

(n. 1980)

 

Traduzione di Andrea Maurizi.

Da: Monogatarishū (Raccolta di storie, 2006),

in: Internazionale. Storie, n. 1134, anno 23 (2016), pp. 40-42.

 

🍏🍎🍏

Una delle poetesse più interessanti del genere tanka, la Ishikawa ha pubblicato la sua raccolta di inediti e intriganti “monogatari in 31 sillabe” nel 2006, sotto la forma di un mazzo di carte, secondo l’antica tradizione collegata ai waka della raccolta Hyakunin isshu. In italiano la silloge, in 52 tanka, è stata tradotta da Andrea Maurizi e pubblicata su un numero speciale di Internazionale dedicato alla letteratura giapponese.

 

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Frammento dal Genji monogatari emakimono (XIII sec.), Nagoya, Tokugawa Hakubutsukan.

 

La stagione più propizia agli incontri furtivi degli amanti è l’estate; le notti, allora, sono così corte che all’alba siamo ancora desti e, seduti nella nostra stanza, le cui finestre sono spalancate dalla sera precedente, contempliamo nella fresca brezza del mattino il magnifico spettacolo. E quando, giunta ormai l’ora di lasciarci, indugiamo commossi in un colloquio fatto di trepide domande e tenere risposte, proprio vicino a noi un uccello si leva cantando a gola spiegata e noi sussultiamo, divertiti, come se ci avessero scoperti.

Nelle notti più fredde dell’inverno è meraviglioso starsene rannicchiati sotto le coltri e udire, a un tratto, i lenti rintocchi di una campana, così vibranti che sembrano giungere dalla profondità della stanza. Più tardi si ode anche il gallo che, cantando con il becco affondato nelle penne, ha una voce molto più potente degli altri uccelli. Il suo canto sembra, nell’oscurità, provenire da molto lontano, ma curiosamente, a mano a mano che il cielo si rischiara, diventa sempre più nitido, quasi si avvicinasse.

 

Sei Shōnagon

 

Note del guanciale (Makura no sōshi, fine X sec.),

traduzione di Lydia Origlia, SE, Milano, 1988, pp. 67.

 

🌸🌸🌸 

Leggere le note “senza importanza”, fatte “seguendo il pennello” (zuihitsu) di dama Sei è ritrovare lo spirito brillante di una donna che certo sapeva trarre il meglio dalla vita di corte. Che sia languido, malinconico, o francamente divertito, lo sguardo di Sei Shōnagon ci regala impagabili frammenti di vita della società aristocratica di epoca Heian, dipingendo per noi scene che ci vediamo comparire davanti, come un emakimono che si srotola d’improvviso davanti ai nostri occhi incuriositi.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Toyohara (Yōshū) Chikanobu (1838-1912), Setsugetsuka, 1885. Ritratto immaginario di una dama di corte di epoca antica.

Verso l’ottavo mese, Sua Altezza [l’imperatore in ritiro Go Fukakusa] era infastidito da un malessere non definito, ma che continuava a disturbarlo; non assaggiava cibo e sudava. Passarono così alcuni giorni e incominciammo a chiederci agitati che cosa fosse. Venne il medico e iniziò il trattamento della moxa, gliela applicò in  dieci punti, ma le sue condizioni non mutarono. Dall’ottavo giorno del nono mese incominciarono i riti per la longevità, ma dopo sette giorni Sua Altezza non migliorava e tutti si domandavano afflitti che cosa si potesse fare. Era venuto l’Ajari [Alto Sacerdote Imperiale presso il tempio Ninnaji]* che in primavera mi aveva mostrato le lacrime delle sue maniche e che sempre, quando ero mandata a portagli un messaggio, cercava di parlarmi, benché io riuscissi a eluderlo. Quella volta mi mandò una lettera appassionata e chiese insistentemente che gli rispondessi.

Molto infastidita, strappai l’estremità del nastro di carta sottile [che mi tratteneva i capelli] e vi scrissi il solo ideogramma “Sogno” e, senza neppure porgergliela, la abbandonai e uscii. Quando ricomparvi alla sua presenza mi buttò un rametto di shikimi. Lo raccolsi e andai in un angolo a osservarlo. Sulle foglie era scritto:

Nel cogliere lo shikimi

al risveglio all’aurora

le maniche erano asperse;

del sogno interrotto

la fine mi affascina.

Mi parve elegante e originale, e il mio animo mutò un poco, tanto che provai più gusto a portargli i messaggi e, quando mi parlava, gli rispondevo con serenità. Giunto a palazzo, aveva incontrato Sua Altezza che si era lamentato di trovarsi in quella condizione. [L’Ajari] disse: “Mandatemi qualcuno con l’oggetto accarezzato nell’uditorio, al momento in cui inizierà l’esorcismo”.

Nella prima parte della notte, all’ora in cui avrebbero dovuto incominciare [gli esorcismi], Sua Altezza mi disse: “prendi la mia veste e portala all’uditorio”. Tutti i monaci si trovavano ognuno nella propria stanza, intenti a vestirsi per partecipare alla funzione. Non c’era nessuno. Entrai nel luogo in cui egli era solo.

“Dove posso lasciare l’oggetto accarezzato?” domandai. “Nella camera accanto al luogo degli esorcismi” mi rispose.

Vi andai. La sala era nitidamente illuminata dal chiarore delle lucerne; d’improvviso egli mi raggiunse, sorprendentemente abbigliato con una morbida veste. Mi domandavo che cosa significasse, allorché mi sussurrò: “Ci si smarrisca pure su una strada oscura, Buddha ci guiderà” e piangendo mi abbracciò. Era terribilmente imbarazzante; ma per lui, perché era una persona a cui non si potesse gridare “che fate?”, pazientai. Continuavo a supplicare: “Anche nel cuore, di Buddha…” ma non fui esaudita. Mentre ancora il rimpianto di quel sogno mi pareva irreale, i monaci che l’avrebbero accompagnato [negli esorcismi] annunciarono: “È giunta l’ora” ed entrarono. Fuggì dalla porta opposta, dopo avermi sussurrato: “Nella seconda parte della notte, ancora una volta, assolutamente”.

Subito dopo iniziò l’esorcismo. Egli si comportava come se non fosse accaduto niente, ma io pensavo che non si sarebbe dovuto presentare [di fronte al Buddha] ed ero atterrita. Contemplavo la sua ombra proiettata vividamente dal lume delle lucerne: mi assalì un’ansia dolorosa per le tenebre de mondo futuro. Non bruciavo d’amore, eppure, nella seconda parte della notte, tornai segretamente da lui. La funzione era terminata e potemmo incontrarci con più agio. Il suo viso sconvolto dl pianto mi turbò. Già la notte si schiariva e si udivano rumori. Volle darmi la veste che indossava sulla nuda pelle, e chiese in pegno la mia. Ce la scambiammo e ci separammo. Ne avevo nostalgia, non riuscivo a dimenticare il suo aspetto commuovente. Tornata nella mia camera, mi coricai e mi accorsi che a una falda di quella veste era appuntato un foglio di carta di mayumi con un angolo strappato e i versi:

Se realtà

o sogno sia, ancora

distinguere non so,

tristezza è rimasta,

con la luna di una notte d’autunno.

[Non immaginavo] come avesse trovato il tempo per scriverla, ma mi pareva di capire che i suoi sentimenti non erano comuni; e allora cercai ogni occasione propizia per andare da lui. Trascorremmo le notti a incontrarci. Mi vergognavo per quello che il cuore di Buddha avrebbe provato a causa di quell’esorcismo, le cui formule erano state proferite con animo impuro. Nonostante ciò, dopo il ventisette, il male [di Sua Altezza] migliorò, il trentasettesimo giorno i voti si compirono e l’Ajari lasciò il Palazzo.

La notte precedente alla partenza mi disse: “In quale altra occasione sperare? La polvere si accumulerà sul pavimento del luogo delle preghiere, nel luogo degli esorcismi non salirà più il fumo del goma. Se hai i miei stessi sentimenti, indossiamo le [tonache dalle] maniche tinte di nero intenso, rifugiamoci in una remota casa di montagna dove trascorrere questa breve vita senza timori”. Questo discorso mi impaurì. 

Le parole con cui piangendo mi lasciò, ai rintocchi della campana che annunciava l’alba, mi commossero.

Nijō

(n.1258-m.dopo il 1306)

Traduzione di Lydia Origlia.

Da: Towazugatari. Diario di una concubina imperiale, Milano, Editoriale Nuova, 1981, pp. 78-80. 

Questa stessa traduzione è attualmente in commercio in Italia con il titolo 

Diario di una concubina imperiale (Towazugatari) ed è pubblicata  da SE (2008). 

*A questo amante, il principe imperiale Shōjo (fratellastro degli imperatori GoFukakusa e Kameyama e

sacerdote capo del Ninnaji), Nijō nel diario attribuirà l’appellativo di Ariake no Tsuki, “Luna all’Alba”.

🌘🌕🌒

La confessione non sollecitata (tale è la traduzione del termine “towazugatari”) di Dama Nijō – vissuta in epoca Kamakura alla corte dell’imperatore in ritiro Go Fukakusa (1243-1304, regno 1247-1259) e di suo fratello Kameyama (1249-1305, regno 1260-1274) – è uno dei classici della letteratura giapponese meno conosciuti, certo anche a causa della perdita del testo che, smarrito per secoli, venne fortunosamente ritrovato solo nel 1938 dal professor Yamagishi Tokuhei (1894-1987) durante una ricerca nella sezione geografica della Biblioteca Imperiale di Tōkyō. Nondimeno il testo si rivelò da subito di grande interesse sia perché documenta la vita della corte di Kyōto durante lo shogunato di Kamakura, quando il centro del potere reale era ormai lontano dalla capitale imperiale, sia perché presenta aspetti dell’esistenza delle donne utili a ricostruire la storia della condizione femminile in Giappone, sgomberando il campo da ogni facile idealizzazione. In questo senso Towazugatari è un testo importante per i gender studies e proprio per questo è sottoposto da qualche anno a una serrata analisi critica, soprattutto da parte degli studiosi anglosassoni. Il brano che ho scelto qui mi sembra esemplare del ruolo peculiare che occupa nella letteratura giapponese. La confessione di Dama Nijō ha ancora molto da dirci: ne consiglio vivamente la lettura.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Iwasa Matabei, Paravento a 6 ante del genere rakuchūrakugai-zu (con scene dentro e nei dintorni della Capitale), periodo Edo (XVII sec.), Tokyo National Museum, Tesoro Nazionale, part.

 

Kio, o Miaco… in giapponese significa città. La definizione le spetta di preminenza, poiché vi risiede sua santità il Dairi, l’imperatore ecclesiastico ereditario, e per questo è considerata la capitale di tutto l’impero. È situata nella provincia di Jamatto [Yamato], in una vasta pianura, e si stende da nord a sud per tre quarti di un miglio tedesco e da est a ovest per mezzo miglio tedesco. È circondata da verdi, amene colline e da montagne, da cui sgorgano diversi fiumicelli e deliziose sorgenti. La città è più vicina alla montagna sul lato orientale, ove abbondano i templi, i monasteri, le cappelle e altri edifici religiosi, disseminati sui pendii, che avremo modo di visitare e di descrivere più accuratamente al nostro ritorno. Tre fiumi poco profondi attraversano o costeggiano la città da quella parte; il più grande e importante esce dal lago di Oitz; gli altri due scendono dalle montagne vicine e tutti si uniscono a formare un solo corso d’acqua, all’incirca nel centro della città, attraversato da un largo ponte, lungo duecento passi, chiamato Sensjonosas. Da questo punto in poi, il fiume dirige il proprio corso verso ovest. Il Dairi, con la famiglia ecclesiastica e la corte, risiede nella parte settentrionale della città, in una zona o quartiere speciale, formato da dodici o tredici strade e separato dal resto della città per mezzo di mura o fossati. Nella zona occidentale della città sorge un robusto castello di nuda pietra. Fu fatto costruire durante le guerre civili, a scopo di difesa personale, da uno degli imperatori ecclesiastici ereditari; ora vi alloggia il sovrano secolare, quando si reca in visita al Dairi. Nel punto di maggior lunghezza, misura centocinquanta kin, o braccia. Un profondo fossato in muratura, colmo d’acqua, corre tutt’intorno, e questo è a sua volta circondato da un largo spazio vuoto, o fossato asciutto. Al centro del castello si trova, com’è uso, una torre quadrata di diversi piani. Nel fossato vengono tenute delle carpe di tipo particolare, deliziose, alcune delle quali sono state offerte questa sera al nostro interprete. A guardia del castello v’è una piccola guarnigione, comandata da un capitano. Le vie sono strette, ma regolari, e corrono alcune verso sud, altre verso est. Trovandosi in fondo a una delle grandi strade, a causa della loro straordinaria lunghezza, della polvere e della gente che vi si affolla ogni giorno, è impossibile riuscire a vedere a occhio nudo l’estremità opposta. Le case, in genere, sono anguste, al massimo di due piani, costruite in legno, calce e argilla, secondo l’uso del paese, e con il tetto coperto con tavolette di legno. Vicino al tetto si trova sempre un secchio di legno pieno d’acqua, con tutti gli attrezzi necessari a spegnere un incendio. 

Frontespizio della History of Japan, vol. 1, London, 1728.

La città chiamata Miaco è il più grande magazzino dei manufatti e delle merci giapponesi e il maggiore centro mercantile dell’impero. Non v’è quasi casa in questa grande capitale ove non si venda o fabbrichi qualche cosa. Qui si raffina il rame, si coniano monete, si stampano libri, si tessono le stoffe più pregiate con fiorami d’oro e d’argento. Le più rare e belle tinture, i più raffinati intagli, ogni sorta di strumenti musicali, dipinti, scrigni laccati, ogni tipo d’oggetto lavorato in oro e altri metalli, specialmente in acciaio, come lame ben temperate e altre armi, tutto viene fabbricato qui nel modo più perfetto, così come le vesti più lussuose, confezionate secondo i dettami più raffinati della moda, ogni tipo di giocattolo, marionette che muovono la testa da sole e innumerevoli altre cose, più di quante se ne possano qui elencare. In breve, qualsiasi cosa venga in mente, a Miaco la si può trovare e non v’è nulla di quanto viene importato dall’estero, mai comunque di così raffinata lavorazione, che qualche artigiano di questa capitale non tenti di imitare. Tutto considerato, non c’è da meravigliarsi se i manufatti di Miaco son divenuti celebri in tutto l’impero e vengono spesso preferiti a qualsiasi altro, anche se inferiori per qualche particolare, solo per il fatto d’essere stati prodotti a Kio. In tutte le vie principali non vi sono che poche case in cui non si venda qualcosa e, da parte mia, non potei fare a meno di chiedermi, ammirato, dove potessero procurarsi abbastanza clienti per una così ingente quantità di merci. È vero, però, che pochi passano per Miaco senza comperare qualcuno dei manufatti locali, vuoi per uso personale, vuoi per fare un regalo agli amici o ai parenti. Il supremo magistrato risiede a Miaco, ed è un uomo potente e di grande autorità, poiché esercita il comando supremo, al servizio dell’imperatore, su tutti i Bugjo, i governatori, gli amministratori e gli altri funzionari che hanno qualche incarico nel governo delle città imperiali, delle terre e dei possedimenti della corona in tutte le province occidentali dell’impero. Anche gli stessi prìncipi dell’Occidente devono in una certa misura dipendere da lui. 

 

 

Engelbertus Kaempfer 

(1651-1716)

 

Da: Storia del Giappone, 1693.

 Citato in:  Edwin Bayrd, Kyoto, Milano, Mondadori, 1973, pp. 139-140.

 

🗻🗻🗻

Lo scienziato, naturalista e medico tedesco Engelbertus Kaempfer arrivò a Dejima, l’isola artificiale allestita nel porto di Nagasaki per ospitare la Casa commerciale olandese (Oranda shōkan), nel 1690 ed ebbe più volte occasione di accompagnare, in qualità di medico ufficiale, l’annuale ambasceria degli stranieri alla sede shogunale, Edo, percorrendo la Tōkaidō. La sua cronaca, stilata, in latino e tedesco, con lo sguardo e il rigore dello scienziato, è un’importante testimonianza del Giappone a cavallo fra XVII e XVIII secolo.

 

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin