Frammento dal Genji monogatari emakimono (XIII sec.), Nagoya, Tokugawa Hakubutsukan.

 

La stagione più propizia agli incontri furtivi degli amanti è l’estate; le notti, allora, sono così corte che all’alba siamo ancora desti e, seduti nella nostra stanza, le cui finestre sono spalancate dalla sera precedente, contempliamo nella fresca brezza del mattino il magnifico spettacolo. E quando, giunta ormai l’ora di lasciarci, indugiamo commossi in un colloquio fatto di trepide domande e tenere risposte, proprio vicino a noi un uccello si leva cantando a gola spiegata e noi sussultiamo, divertiti, come se ci avessero scoperti.

Nelle notti più fredde dell’inverno è meraviglioso starsene rannicchiati sotto le coltri e udire, a un tratto, i lenti rintocchi di una campana, così vibranti che sembrano giungere dalla profondità della stanza. Più tardi si ode anche il gallo che, cantando con il becco affondato nelle penne, ha una voce molto più potente degli altri uccelli. Il suo canto sembra, nell’oscurità, provenire da molto lontano, ma curiosamente, a mano a mano che il cielo si rischiara, diventa sempre più nitido, quasi si avvicinasse.

 

Sei Shōnagon

 

Note del guanciale (Makura no sōshi, fine X sec.),

traduzione di Lydia Origlia, SE, Milano, 1988, pp. 67.

 

🌸🌸🌸 

Leggere le note “senza importanza”, fatte “seguendo il pennello” (zuihitsu) di dama Sei è ritrovare lo spirito brillante di una donna che certo sapeva trarre il meglio dalla vita di corte. Che sia languido, malinconico, o francamente divertito, lo sguardo di Sei Shōnagon ci regala impagabili frammenti di vita della società aristocratica di epoca Heian, dipingendo per noi scene che ci vediamo comparire davanti, come un emakimono che si srotola d’improvviso davanti ai nostri occhi incuriositi.

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Utagawa Kuniyoshi, (1797-1861), Il monaco Sōsei, dalla serie Hyakunin-isshu-no-uchi.

 

今来むと
いひしばかりに
長月の
有明の月を
待ち出でつるかな

 

Ima komu to

iishi bakari ni

nagatsuki no

ariake no tsuki wo

machiidetsuru kana.

 

Sōsei Hōshi

(m. 909?)

“Ora vengo”, mi disse Solo perché ella m’aveva detto: Mi aveva detto
e così, in attesa “torno subito”, che sarebbe venuto
passai la lunga notte io l’ho attesa, ahimè, fino e io l’ho atteso
d’autunno, finché all’alba all’apparir della luna dell’alba fino quando l’alba
m’apparve solo la tarda luna. del mese delle lunghe notti. non ha illuminato la luna del nono mese.
Trad. di Ikuko Sugiyama. Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Andrea Maurizi.

 

 

 

Si confrontino:

  • la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Era di notte / dicesti “Torno subito” / invano ho atteso / nel cielo di settembre / un’alba con la luna.

  • la traduzione di Aldo Tollini:

Avendomi detto / che sarebbe venuto / l’ho aspettato / fino a quando l’alba / non ha illuminato la luna del nono mese.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Aldo Tollini, Sanjūrokkasen, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°21 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del monaco-poeta e calligrafo Sōsei, secondo la tradizione uno dei trentasei “immortali” della poesia giapponese.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Un’atmosfera irreale sembra percorrere questa scena. Sullo sfondo, contro un cielo che da blu vira all’azzurro, si ergono delle formazioni rocciose, forse montagne – ma dall’aspetto dolomitico, si direbbe -, prive di vegetazione. Il resto della scena è tutto per i due personaggi in primo piano, appoggiati su un irrealistico prato reso con un’ampia campitura di un pallido verde.

Protagonista della scena è il poeta, raffigurato seduto su un ampio cuscino di broccato decorato con un motivo di fiori e onde, nella sua veste di monaco di alto rango (chiamata rai), color mattone, dall’ampio panneggio, sulla cui spalla sinistra è allacciato un raffinato manto (gojōgesa) turchese decorato con un motivo geometrico circolare di colore chiaro. Il poeta regge nella mano destra un ventaglio chiuso e ha il volto rivolto verso l’altro personaggio della scena cui sembra stia rivolgendo qualche parola.

Si tratta di un giovane attendente dai tratti femminei di una bijin, il volto allungato a seme di melone, la capigliatura fermata in due crocchie sulla sommità del capo (la fronte non rasata ne denuncia la giovane età), qualche ciocca che sfugge da dietro le orecchie, vezzosamente. Il giovane indossa degli ampi e lunghi hakama di color azzurro dentro cui sono inseriti vari indumenti i cui colletti si intravedono dall’ampia apertura del kimono che sta sopra a tutto: un kimono a fondo viola, di tipo furisode, tipico delle fanciulle, caratterizzato dalle lunghe maniche fluttuanti, qui decorate a fiori e foglie, trattenuto in vita da un’ampio obi color senape chiuso da un nodo sul davanti.

Chi è questo personaggio che sembra stia per allontanarsi e che tiene tra le mani una scatola piatta, forse una scatola da scrittura appena utilizzata dal poeta? Con molta probabilità uno di quei giovani novizi che intrattenevano una relazione con un monaco più anziano secondo una prassi abituale e al cui carattere erotico sembra alludere il colore rosso della sottoveste che appare alla scollatura e all’imboccatura delle maniche del furisode… O non sarà, invece, proprio la donna a cui danno voce i versi, e che compare come una visione notturna davanti al poeta? Del resto fra i due personaggi è posta una lucerna dal lungo stelo rosso, accesa a far luce al poeta in un’atmosfera che sembra di sogno.

La scena è ambigua così come lo è il waka, composto da un uomo ma che tutti i commentatori dicono sia da intendere come scritto da una donna. Eppure tutti gli artisti che lo hanno illustrato nelle varie versioni della raccolta poetica hanno rappresentato il poeta solo, mentre guarda un paesaggio immerso nella luce della luna ancora persistente all’alba (un fenomeno che compare solo dopo il nono mese, detto ariake, “luna all’alba”) o al più insieme a un giovane attendente.

Comunque sia, vorrei lasciare aperta l’interpretazione sul significato della scena illustrata da Kuniyoshi e permettere che solo i versi del monaco-poeta Sōsei ci avvolgano nella loro suggestione.

 

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Oro della paglia di riso e della corda, e il verde “sparato” nella vecchia fotografia: sono i colori di un’estate giapponese. I tetti spioventi di strati e strati di paglia delle minka sotto i quali si allevavano tradizionalmente i bachi da seta (le antiche fattorie che in quella regione hanno i tetti come mani in preghiera secondo lo stile gasshō zukuri), le ruote dei carri appese quali decorazioni, e il colore acceso dell’erba intorno, e il canto ostinato delle cicale: sì, era l’estate.

                                                         Sotto il tetto d’oro, Takayama, agosto 2005.

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Una libellula d’estate. Nel bosco di Yamadera, agosto 2013.

Akatonbo

Yūyuke koyake no

akatonbo

owarete mita no wa

itsu no hi ka

yama no hatake no

kuwa no mi o

kokago ni tsunda wa

maboroshi ka

gojū de neeya wa

yome ni yuki

osato no tayori mo

taehateta

yūyake koyake no

akatonbo

tomatte iru yo

sao no saki

 

Libellule rosse

Tramonto rosso, nugolo

di libellule rosse

che ho visto inseguirmi.

Quando fu mai?

I gelsi con le more sui terrapieni assolati

ed io a riempire

il minuscolo cesto.

È forse illusione?

A quindici anni

mia sorella è andata sposa

e non giungono più

notizie del mio paese.

Tramonto rosso, nugolo

di libellule rosse…

una libellula s’è fermata

sulla punta d’un palo.

 

Miki Rofū

(1889-1964)

Traduzione di Mario Riccò e Paolo Lagazzi.

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