Verso Yamagata. Agosto 2013.

 

Au mo yoshi

awanu mo okashi

wakabasame.

 

Incontrarsi è bello,

non incontrarsi è brutto.

Pioggia sulle foglie nuove.

 

Sugita Hisajo

(1890-1946)

 

 

Traduzione di Irene Iarocci.

Fonte per la traduzione: Il grande libro degli haiku, a cura di Irene Iarocci, Roma, Castelvecchi, 2005, p. 999.

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“Pausa nella colletta”, acquerello di Sato Giei.

 

La pausa durante la questua

 

Dalle prime ore del mattino, percorrono le strade, chiedendo l’elemosina a gran voce. Dai primi sintomi di fatica di  quelli riconosciuti come i camminatori più resistenti, il capo gruppo si prepara a organizzare una breve pausa. Il piccolo giardino pubblico più vicino può andar bene; se non ce ne fossero di vicini, continuerebbero a camminare fino a incrociare un fedele o il tempio di una scuola di osservanza affine per chiedere di poter usufruire per un momento dell’ingresso della casa o della veranda esterna del padiglione principale. Poteva darsi anche che capitasse, per gran fortuna, che l’occasione fosse accompagnata dalla liberalità di un tè con un dolcetto.

Sappiate che l’ospitalità offerta ai monaci non dà diritto a un dono in cambio, e non deve neppure generare il minimo sentimento di fierezza: si tratta di un “dono senza segno visibile, assolutamente gratuito”. L’elemosina, sia quando la si fa che quando la si riceve, è al riparo di qualsiasi “pensiero interessato”. Così, la colletta delle offerte è un esercizio che permette di far cadere due tipi di barriera: l’amor proprio e i desideri.

La pratica della mendicità non solo permette alle persone di questo mondo di stringere un legame considerevole con il Buddha: coloro che progrediscono nella Via vi trovano [anche] di che risvegliarsi al proprio sé. Il maestro zen Hakuin raggiunse, si dice, il grado più profondo del grande Risveglio nel corso di una colletta di mendicità, quando ebbe a piantare il proprio bastone di pellegrino presso il vecchio maestro Shōju, a Iiyama, nella provincia di Shinshū. Poiché il Risveglio alla propria natura – “scrostare”* il corpo e lo spirito – non è relegato ai muri della sala di meditazione.

 

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 64-65.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

*Ossia toglierne la patina superficiale.

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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Conoscete Toshi e Iri Maruki? Conoscete gli Hiroshima Panels?

 

I pannelli di Hiroshima di Maruki Iri e Toshi.

原爆の図

Tre giorni dopo il bombardamento atomico giungono a Hiroshima il pittore Maruki Iri (1901-1995), artista di pittura tradizionale, e la moglie, Toshi (1912-2000), pittrice anch’essa. Ciò che videro nella città distrutta li colpì così profondamente da trasformarne la vita: riparata la loro casa, soccorsi i feriti e cremati i morti, i due artisti tornarono a Tōkyō. Sopraffatti dall’orrore di cui erano stati testimoni, i Maruki riuscirono solo dopo tre anni a iniziare il loro progetto di creare opere d’arte che avrebbero comunicato il desiderio che tutte le armi nucleari fossero bandite dalla faccia della terra: “A quel tempo non riuscivamo a pensare ad altro se non a quello che avevamo visto”.  

La loro prima opera, dal titolo La bomba atomica è colpita dalla censura che li costringerà a cambiarne il titolo in “6 agosto 1945”. “Iniziammo a dipingere i nostri corpi nudi per riportarci alle immagini di quei giorni, e altri vennero a posare per noi perché stavamo dipingendo la Bomba Atomica. Novecento disegni vennero assemblati per creare i primi dipinti. Mentre pregavamo per rendere omaggio ai morti con la fervente speranza che non accadesse mai più, realizzammo che anche se avessimo disegnato e dipinto per tutta la vita, non avremmo potuto dipingerli tutti. Una bomba atomica in un unico istante aveva causato la morte di tante persone quante non ne avremmo mai potute dipingere. La radioattività permanente e la malattia delle radiazioni stanno causando anche ora la sofferenza e la morte di molte persone. Mentre dipingevamo, attraverso i nostri dipinti, questo pensiero percorreva ancora e ancora le nostre menti”.

Con un realismo poetico intriso di estetica giapponese tradizionale, i due artisti dipinsero, su grandi paraventi, dei pannelli monumentali (ognuno misura 1,8 metri x 7,2 metri) che ritraevano la gente di Hiroshima e Nagasaki al momento del bombardamento atomico, il 6 e 9 agosto 1945. Nel 1956 avevano completato dieci pannelli, ma l’intero progetto (15 pannelli in tutto) richiese trentadue anni circa e fu terminato solo nel 1982. 

Praticamente sconosciuti in Europa, i Genbaku no zu, “Pannelli della bomba atomica”, per l’impatto sulle coscienze e la forza del messaggio umanista e pacifista che li anima, sono stati paragonati a Guernica di Picasso e hanno valso ai due pittori la candidatura al premio Nobel per la Pace nel 1995.

Nel 1967 i due artisti fondarono a Higashimatsuyama, nella prefettura di Saitama, poco lontano da Tōkyō, la Maruki Gallery for the Hiroshima Panels, dove sono conservati i pannelli dedicati all’olocausto atomico e altri dedicati a Nanchino, a Auschwitz, alle stragi dei prigionieri di guerra. La galleria custodisce il messaggio di pace di Iri e Toshi Maruki  destinato alle generazioni future.

Maruki Toshi continuò anche dopo la morte del marito la sua instancabile missione di attivista e testimone attraverso la pubblicazione di numerosi libri per bambini, uno dei quali, Hiroshima no pika, è stato tradotto in italiano e pubblicato nel 1991 dall’editore Pierluigi Perosini di Zevio (Verona) con il titolo Il lampo di Hiroshima.

 

I 15 Pannelli di Hiroshima:

1. Fantasmi (幽霊, Yūrei, 1950)

2. Fuoco (火, Hi, 1950)

3. Acqua (水, Mizu, 1950)

4. Arcobaleno(虹, Niji, 1951)

5. Ragazzi e ragazze (少年少女, Shōnen shōjo, 1951)

• 6. Deserto Atomico(原子野, Genshi-no, 1952)

7. Foresta di bambù (竹やぶ, Takeyabu, 1954)

8. Soccorso (救出, Kyūshutsu, 1954)

9. Yaizu (焼津, Yaizu, 1955)

10. Supplica (暑名, Shomei, 1955)

11. Madre and Figlio(母子像, Boshi-zō, 1959)

12. Lanterne fluttuanti (とうろう流し, ”Tōrō nagashi, 1969)

13. Morte di prigionieri di guerra americani (米兵捕虜の死, Beihei-horyo no shi, 1971)

14. Corvi (からす, Karasu, 1972)

15. Nagasaki (長崎, Nagasaki, 1982)

 

📌Per saperne di più visitate il sito della galleria Maruki: https://marukigallery.jp/en/

Dalla copertina del libro di Maruki Toshi, Il lampo di Hiroshima (Hiroshima no pika, 1980).

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Lungo il canale. Kurashiki, agosto 1998.

Rōma no natsu

 

Yodōshi ishi no naka no kutsuoto ga yamanai

dare mo konai noni nobu wa nando mo mawasareru.

Nemure nai heya o nukedashi

mada akeyaranu tebere ni sotte aruku.

 

Nani ni kotaeau tame ni kita no ka?

Sono mizu mo mata, hakobi hatase nai mono o mochi

tachidomaru ni wa tōsugiru mono o mochi

yudaneru ni wa kanashi sugiru mono o motsu.

 

“Boku wa shijin de wa nai

boku wa tada naki jakuru kodomo ni suginu.”

to kaita Sergio Corazzini,

naze ka sono shiku o shikiri ni omoidashite iru.

 

Watashi mo mata tabun naku tame ni kita noda

hoshizora o, dare mo inai hiroba o, funsui no oto o

kikoenai oto to sugisaru toki no kakato o

dekireba kimi no oetsu o mo nakitsugu tameni.

 

 

L’estate a Roma

 

In una notte di incessanti passi che rimbombano sulle pietre,

malgrado nessuno venga, si gira la maniglia della porta.

Uscito dalla stanza d’insonnia

cammino lungo il Tevere nella notte.

 

Cosa rispondere, son venuto?

Anche l’acqua nel fiume ha qualcosa di intrasportabile,

qualcosa di troppo lontano per soffermarsi

e di troppo triste per rassegnarsi.

 

“Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”.

Con ossessione mi vengono in mente

i versi di Sergio Corazzini.

 

Sono venuto forse anch’io per piangere

il cielo stellato, la piazza deserta, il rumore di fontana,

o il suono impercettibile; il suono del tempo che passa,

per continuare il tuo singhiozzo, se possibile.

(1998)

 

Takano Kikuo 

(1927-2006)

 

Da: Secchio senza fondo (Poesie 1952-1998), a cura di Paolo Lagazzi e Matsumoto Yasuko, Fondazione Piazzolla, Roma, pp. 196-197.

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Nella foresta dello Eiheiji, prefettura di Fukui, agosto 2007.

Estate

 

Dove potermi riparare dalla calura estiva

se non nel venerato tempio di Izuruta?

Qui mi allieta il canto delle cicale,

dalle piante mi viene una fresca brezza.

 

***

 

D’estate, nella notte profonda,

i bambù sono coperti di rugiada.

Il rumore del mortaio è cessato.

L’erba del giardino trasuda umidità,

cantano le rane, lontano e vicino,

in alto e in basso, lampeggiano le lucciole.

Non mi è possibile dormire,

accarezzo il cuscino, pensando a tante cose.

 

***

 

Un’estate, quando il riso era maturo,

camminavo per la campagna con il bastone.

Appena mi vide, un vecchio contadino

m’invitò per una bevuta di sake.

Usammo le frasche come sedili,

le foglie di paulonia come piatti.

Dopo alcuni bicchieri, steso a terra,

sotto il cielo, mi addormentai felice.

 

Daigū Ryōkan

(1758-1831)

 

Traduzione dal giapponese di Luigi Soletta.

Da: Poesie di Ryōkan, monaco dello zen, a cura di Luigi Soletta, Milano, La Vita Felice, 1994, pp. 71-72.

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