Katsumata Shiro, Il trapianto del riso, xilografia, 1953.

Civiltà del riso e della risaia, il Giappone. Cultura del riso. Gesti antichi che ne ritmano la coltivazione.

Rileggendo Le sauvage et l’artefice. Les Japonais devant la nature  del geografo Augustin Berque, un autore che ammiro, ritrovo uno haiku di Kisei (1688–1764) che mi sembra racchiuda perfettamente l’immagine dei giorni del trapianto del riso (taue), che veniva effettuato tradizionalmente ai primi di luglio:

  早乙女や 泥手にはさむ額髪 

Saotome ya

dorote ni hasamu

hitaigami.

 

La mondina

con le dita infangate

si sistema una ciocca sulla fronte.

 

Il tema delle mondine che trapiantano il riso ricorre nella poesia come nell’arte della stampa a matrice di legno come un potente riferimento stagionale per la piena estate. Il lavoro nella risaia per i poeti e gli artisti di periodo Edo definisce il paesaggio, ne è un elemento caratteristico, ne è sublimata la gestualità mentre resta sullo sfondo, non detta, tutta la fatica e la sofferenza di un lavoro nell’acqua, nel fastidio degli insetti, al caldo torrido della piena estate. Erano soprattutto le donne a doverlo eseguire, e lo facevano, almeno nella tradizione iconografica che ci viene tramandata, indossando i pantaloni blu delle contadine (monpe), un obi rosso, un fazzoletto bianco sulla testa, un ampio cappello di paglia (ajirogasa) e, nei giorni di pioggia battente, un mantello di paglia, cantando i canti della risaia, taue uta, al ritmo del tarōji, il maestro delle risaie.

Da un ukiyoe di Utagawa Hiroshige (1797-1858).

Il trapianto del riso è un atto che racchiude tutta la sacralità di una civiltà del riso ed era svolto con particolare solennità, alla presenza di sacerdoti shintō e al suono di tamburi. Si trattava del momento più importante nel ciclo della coltivazione del riso, cruciale per la realizzazione di un buon raccolto: le piantine, fatte crescere altrove, venivano messe a dimora nella risaia inondata. La successione dei gesti, ritmata dal battito dei tamburi e dal canto, si faceva danza sacra affinché il kami della risaia (tanokami), invocato dalla comunità tutta, presenziasse all’evento ricolmando i presenti dell’auspicio di un ricco raccolto.

Illustrazione da un vecchio libro giapponese degli anni Settanta. Otaue matsuri (Festa del trapianto del riso), Chiyoda machi, prefettura di Hiroshima.

Nella poesia haiku la figura della mondina (saotome) ritorna spesso ed è un classico tema stagionale legato all’estate:

Saotome ya

yogorenu mono wa

uta bakari.

Ohara Koson (1877-1945), Il trapianto del riso (part.), 1910 circa.

 

Piantatrici di riso:

non è infangato solo

il loro canto.

Konishi Raizan

(1653-1716)*

 

Eppure c’è un’immagine invernale che si collega idealmente a questi giorni d’estate: è quella curiosa del trapianto del riso nella neve, un’antica tradizione di alcune località delle prefetture di Yamagata e Akita, nella regione del Tōhoku. I contadini mimavano il taue piantando, nelle risaie innevate, dei fasci di paglia di riso. Nei villaggi del “paese delle nevi” questa cerimonia accoglieva la visita del kami dell’anno nuovo (toshi no kami) il quale, vedendo la paglia piantata nelle risaie, avrebbe benedetto la preghiera delle comunità per il buon raccolto.

Illustrazione da un vecchio libro giapponese degli anni Settanta.

Da studiosa non posso provare nostalgia per un passato che non c’è più, per il Giappone romantico e idealizzato di chi, a volte, dimentica la realtà delle condizioni di vita e la realtà delle dinamiche storiche che pure sono documentate dalle fonti e dalle ricerche. Non posso accettare ricostruzioni arbitrarie e selettive del passato. Ma posso continuare ad amare l’arte e la poesia.

Sempre.

Sararetaru

mi o fumikonde

taue kana.

 

Abbandonata –

Nel trapianto del riso

affonda il corpo.

Yosa Buson

(1716-1783)**

 

*Traduzione di Elena Dal Pra.

**Traduzione di Mario Riccò e Paolo Lagazzi.

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Da una stampa di Shibata Zenshin (1807-1891).

 

Salima cominciava a lavorare prima dell’alba e rincasava poco dopo mezzogiorno. Non appena metteva piede in casa si strappava i vestiti di dosso e si fiondava a fare la doccia. Aveva preso quell’abitudine dal primo giorno di lavoro, anche se concedersi il lusso di sprecare così tanta acqua calda per lavarsi in pieno pomeriggio le faceva venire una rabbia tremenda.

Sotto la doccia piangeva spesso. Girava in contemporanea il pomello con il cerchio rosso e quello con il cerchio blu, dopodiché attendeva in piedi che l’acqua sgorgasse da quel soffione simile al frutto del fior di loto. Quando l’acqua fredda e l’acqua calda si mescolavano e raggiungevano una temperatura tiepida, scoppiava in lacrime. Riusciva a distinguere con chiarezza il loro tepore persino mentre si lavava. Aveva i capelli talmente crespi che i denti del pettine faticavano a scorrere tra le ciocche: si lasciavano domare giusto fino all’altezza dei lobi, dove poi si arricciavano e l’acqua si infrangeva in maniera disordinata prima di defluire verso il basso. Ma la sua pelle nera era liscia come cuoio appena conciato, e la schiuma del sapone le scivolava fluida sulla curva delle spalle disegnando con destrezza strisce di colore bianco. Nonostante avesse dato alla luce due figli, aveva curve perfette come quelle di un uovo e il suo corpo sembrava contornato da una corda elastica e sensibile, pronta a restituire qualsiasi cosa la sfiorasse. Eppure, mentre lavava quel fisico di cui poteva andare fiera, piangeva in silenzio. Tutti i singhiozzi restavano imprigionati nelle bolle di sapone, e, quando queste scoppiavano, riecheggiavano contro il soffitto del bagno. Risuonavano più e più volte, poi si adagiavano sulle gocce d’acqua e tornavano a caderle sul corpo nudo come piume fluttuanti nell’aria.

 

Iwaki Kei, Arrivederci, arancione, Roma, Edizioni E/O,  2018.

Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

 

 

Una donna africana, fuggita alle atrocità e ostaggio del presente, e una donna giapponese, animata dal desiderio della scrittura ma confusa e in preda un sordo dolore, si incontrano nel destino comune dell’emigrazione in Australia, alla ricerca di una difficile integrazione. Storia di un’amicizia, di strenua volontà, di umana comprensione, questo libro – scritto con mano lieve ma denso di temi come raramente se ne incontrano in così poche pagine (poco più di un centinaio) – mi ha lasciato un’impressione duratura. L’importanza dell’empatia, il grande ruolo della lingua, il dialogo interculturale, la forza salvifica della scrittura, l’accettazione del proprio passato sono tutti temi che Iwaki affronta tratteggiando personaggi indimenticabili e, mentre racconta una piccola storia, sembra indicarci che l’unica salvezza possibile per noi, oggi, poggia sulla nostra umanità.

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Un giardino quasi segreto: Isuien. Nara, 3 maggio 2019.

C’è sempre un Giappone lontano e segreto, basta allontanarsi dai sentieri battuti, dalle linee dello shinkansen, dagli itinerari suggeriti dalle riviste patinate, dai tour operator ingordi, dalle guide tutte foto e niente sostanza.

C’è sempre un Giappone di sorprese e di tesori nascosti, basta camminare per strade che si snodano fra i campi, seguendo il battito di un tamburo, il vociare ritmato di un gruppo di persone, in lontananza: è quello allora il momento di affrettare il passo.

C’è sempre un Giappone di gesti gentili e inattesi, basta avere il sorriso aperto, gli occhi spalancati, il dovuto rispetto.

C’è sempre un Giappone in cui è bello viaggiare, basta aver voglia di camminare con lentezza, di mandare al diavolo le tabelle di marcia, di mettersi in ascolto del canto degli uccelli, di ricercare la spoglia di una cicala. Di ascoltare anche chi non ci sta parlando se non con gli occhi.

Il tempo è il nostro privilegio. Il tempo e la solitudine di stradine deserte in cui la sera i ragazzini giocano a baseball, una donna si affretta con una borsa della spesa traboccante e una bicicletta sfugge silenziosamente davanti al nostro sguardo. 

Mentre a due isolati da noi, e lo sappiamo, pullman turistici sono in attesa dei gruppi che si affannano nell’inutile rincorsa di un’improbabile geisha, sempre alla ricerca della cartolina perfetta, del Giappone che rispetti l’immagine che si sono costruiti prima della partenza: il ciliegio, la maiko con l’ombrellino, il Fujisan sullo sfondo.

Accartoccio con sottile piacere questa immagine, mentre seduta davanti a uno stagno, in un piccolo giardino sconosciuto, osservo i pesci respirare.

Attraversando con calma lo stagno… Nara, Isuien, 3 maggio 2019.

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Itō Shinsui (1898-1972), Donna che si trucca, 1928. Stampa a colori su matrice di legno. Collection Elise Wessels – Nihon no hanga, Amsterdam.

 

Quest’anno mi voglio accingere a scrivere liberamente d’un tema che in passato esitavo persino a menzionare, qua sopra. Ho sempre evitato di discutere dei miei rapporti sessuali con Ikuko, per timore che lei di nascosto potesse leggere il mio diario e offendersene. Direi che sa esattamente in quale cassetto dello studio trovarlo. Ma ho deciso di non darmene più pensiero. Certo, nata da un’antica  famiglia tradizionalista di Kyoto e cresciuta in un ambiente feudale, conserva, ancora al giorno d’oggi, molto moralismo antiquato: anzi, quasi se ne fa vanto. Pare improbabile che sia capace di posare gli occhi sugli scritti personali del marito. Ma questo non è del tutto sicuro. Se ora, per la prima volta, il mio diario riguardasse soprattutto la nostra vita sessuale, sarà capace di resistere alla tentazione? Per sua natura è una donna chiusa, che ama i segreti, sta sempre sulle sue, finge di non sapere e non facilmente esprime ciò che ha nel cuore; quel che è peggio, tutto questo a lei pare modestia femminile. Anche se io ho diversi nascondigli per la chiave nel cassetto dove tengo questo diario e di tanto in tanto li cambio, una donna come lei può averli già scoperti tutti. E poi, senza affaticarsi a trovare i nascondigli, è facile procurarsi una copia della chiave… Ho detto che “non voglio darmi pensiero”, ma forse di darmi pensiero ho già smesso da parecchio tempo; forse dentro di me speravo che lo leggesse. E allora, perché chiudere il cassetto e nascondere la chiave?

 

Tanizaki Jun’ichirō, La chiave (Kagi), Milano, Oscar Mondadori, 1971.

Traduzione dal giapponese di Toguchi Satoko.

 

 

Anche riletto a distanza di tempo, questo romanzo di Tanizaki- pubblicato nel 1956 – mantiene inalterato, secondo me, tutta la sua carica trasgressiva e perturbante. Credo sia sempre stato, almeno qui in Italia, un romanzo più discusso  (soprattutto all’epoca della sua trasposizione cinematografica) che non letto davvero. Ed è un peccato. Perché non riprenderlo in mano in una delle tante ristampe disponibili?

 

La mia copia, come si vede dalla data riportata qui sopra, è davvero carica di anni ed è legata alla mia storia personale come un caro ricordo, la dolce memoria dell’estate dell’esame di maturità (1978). L’attesa della sessione d’esame trascorsa in compagnia delle amiche più care, le mie compagne di banco, in un paesino del Friuli. Praticamente una vacanza, per noi che avevamo studiato tutto l’anno e che pure pensavamo di aver bisogno di un ripasso generale da fare insieme al fresco, in montagna. Una notte, una fiera serale in una cittadina vicina, città d’acque e di verde, piccola, ennesima Venezia, ci porta davanti a una libreria aperta. Vedo il libro in vetrina, entro e lo acquisto senza sapere nulla né dell’autore né del romanzo…

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Rieccomi.

Dopo mesi intensi che mi hanno portato con la testa altrove.

Chiedo scusa. Sono di nuovo qui.

Sono tornata.

Dopo tre corsi in cui ho messo tutta me stessa, dopo aver terminato un libro che mi ha messo a dura prova e finalmente sta per uscire (Zen, per l’Editrice Bibliografica), dopo un viaggio impegnativo in Giappone, il mio diciottesimo, in cui ho provato, mai come questa volta, sentimenti contrastanti. In cui la moda imperante dei viaggi in Giappone “a tutti i costi” mi ha messo davanti a una considerazione impietosa: non vedrò forse più il Giappone come l’ho visto sino a due anni fa. Il tempo e le masse cambiano i luoghi.

Anche noi cambiamo. Anche i nostri amori maturano, si fanno consapevoli, ci pongono delle sfide. Ne nascono nuovi desideri: di approfondire temi, di visitare luoghi, di fermarsi a leggere un’iscrizione mentre alle tue spalle c’è chi preme, chi spinge per il selfie estremo, chi sbraita per radunare un gruppo. Per la prima volta ti scopri a pensare che vorresti essere altrove. Basta. Via dalla pazza folla.

 

Eppure, eppure.

Eppure proverò sempre gioia all’idea di tornare in Giappone.

Noi due, almeno, lo sappiamo. Non è forse vero?

Sappiamo i vicoli, i sentieri, le passeggiate insolite e i piccoli templi isolati. Riconosciamo il suono di un flauto lontano, captiamo la presenza di un matsuri, entriamo in giardini nascosti. Noi sì. Lascia che passi la buriana. 

Ancora potremo fermarci su una panchina a chiacchierare con pochi compagni, davanti a uno stagno su cui danzano le foglie dei salici, ammirando la semplice bellezza che ci circonda. Ancora scenderemo le scale di una stazioncina di campagna, ritrovandoci soli. 

Ancora apriremo gli ombrelli sotto la pioggia battente e poi, sotto porticati deserti, ascolteremo il suono dei nostri passi, nella sera.

Ancora ci fermeremo a leggere una poesia incisa su una pietra, ammireremo un dettaglio architettonico, inseguiremo con lo sguardo un insetto. 

E i nostri occhi ancora accarezzeranno il muschio fra le radici di un giardino.

Lasciando che nuovi turisti, a frotte, ci oltrepassino in fretta. 

E che ritorni il canto delle fronde e degli uccelli.

Un pomeriggio della nostra sfolgorante primavera. Nara, giardino Isuien, 3 maggio 2019.

 

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