Utagawa Kuniyoshi, Semimaru, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842 circa.

これやこの 
行くも帰るも 
別れては 
知るも知らぬも 
逢坂の関

 

Kore ya kono 
yuku mo kaeru mo 
wakarete wa 
shiru mo shiranu mo 
ausaka no seki.

Semimaru

(IX sec.)

“Vedendo la gente andare e venire, quando viveva nell’eremo che si era costruito vicino alla barriera di Ausaka.”

Questa è proprio quella barriera di Ausaka  È questo e quello Barriera del Pendio dei incontri:
dove andando o venendo  separazione e incontri è questo il luogo da cui si passa
ci si separa, chi va e chi torna quando si lascia la capitale o ci si torna
e conoscendosi o non conoscendosi chi si conosce e chi no e in cui amici e sconosciuti
ci s’incontra. sulla salita Ausaka.  si incontrano.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°10 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del leggendario suonatore di biwa Semimaru.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Il tronco nodoso di un pino dalla folta chioma domina la scena tagliandola diagonalmente. A destra è una capanna dal tetto di paglia la cui  finestra, aperta, mostra il poeta stesso che osserva il via vai dei viaggiatori, un fascio di fogli in mano. La sua espressione è sorridente, come compiaciuta, in apparente contrasto con la leggenda che narra di come Semimaru sia stato un celebre cantore cieco che suonava il biwa, un biwa hōshi dunque, un mōsō, ossia un religioso cieco. 

Il lato sinistro della stampa mostra in lontananza il dolce pendio della cosiddetta “barriera degli incontri” (afusaka no seki) chiamata anche barriera di Ausaka o “di Ōsaka” (nulla a che vedere con l’attuale metropoli il cui antico nome era Naniwa). Questo toponimo veniva utilizzato come utamakura (lett. “cuscino poetico”, un artificio letterario della poesia classica che legava il nome di una località a un’associazione di immagini e sentimenti comuni e condivisi da autore e lettore e che spesso si basava su un gioco di parole), giocando con il suono afu /au, analogo al verbo au, “incontrare”. Sul sentiero che si inerpica verso il passo, fra le colline verdeggianti, sostano e si muovono vari personaggi: qualcuno indica la strada ancora da percorrere a un viandante, altri recano sulle spalle merci e fascine, contadini o venditori ambulanti al pari di Shinroku, protagonista di un gustoso racconto di Ihara Saikaku (1642-1693), “Il cappello di Daikoku” (in Nippon eitaigura, “Il magazzino eterno del Giappone”, 1688). Figlio scapestrato di un ricco mercante di Kyōto che lo ha disconosciuto, Shinroku si mette in marcia verso Edo, trasformandosi a poco a poco in abile ciarlatano capace di turlupinare i creduloni che incontra strada facendo: “Superata la barriera di Ōsaka, dove «la gente va e viene, gente nota e gente ignota» riuscì a persuadere parecchi a fermarsi e ad acquistare la sua medicina: ci cascarono persino venditori ambulanti di aghi e di pennelli da scrittura, che avevano una lunga esperienza di imbroglioni.” scrive Saikaku, prendendosi il lusso di citare così il celebre waka di Semimaru.*

Nella stampa di  Kuniyoshi, in primo piano sono tre personaggi che indossano vesti dai colori simili, azzurro e beige, e dai motivi decorativi affini. Tutti e tre indossano i waraji, le caratteristiche calzature infradito in paglia. Seminascosto dal tetto della capanna di Semimaru è un servitore che reca a spalla il bagaglio della coppia che lo precede. La donna, girata di spalle, indossa il tipico cappello da viaggiatrice di periodo Kamakura (ichimegasa) e ha la sopravveste a losanghe trattenuta da un nastro rosso, secondo il costume da viaggio di quell’epoca, il personaggio che le sta accanto, e che con la mano sinistra sembra far cenno di affrettarsi al servitore, ha tratti del volto femminei ma l’acconciatura è quella di un codino (mage) da samurai, cosa che mi lascia incerta circa l’identità da attribuirgli. Spicca, nell’armonia cromatica della scena, il rosso mattone dei particolari delle vesti delle due figure in primo piano, viaggiatori che hanno appena lasciato il pendio degli incontri.

Semimaru, autore del waka qui illustrato, è un personaggio leggendario, della cui esistenza non si hanno testimonianze certe, ma solo aneddoti quali, ad esempio, quello contenuto nel Konjaku monogatarishū (XII sec.). Un dramma importante del teatro nō, attribuito dalla tradizione allo stesso Zeami Motokiyo (1363?-1443?), è dedicato alla sua leggenda. Semimaru, figlio dell’imparatore Uda, nato cieco e bandito dalla corte, è inviato alla barriera di Ausaka, fra Kyōto e il lago Biwa, affinchè vi si stabilisca e prenda i voti religiosi. Egli accetta il suo destino sapendo che è stato stabilito per lui dal karma di una vita precedente. Un uomo costruisce allora per lui una capanna dove prenderà dimora. Giunge in loco la sorella Sakagami, che lo cerca senza sosta e, sentendolo suonare il biwa, lo riconosce. I due si ritrovano e condividono memorie e ricordi, ma sarà una consolazione di breve durata perchè Sakagami dovrà presto dirgli addio. 

Sulla stampa di Kuniyoshi, non sono forse, allora, la principessa Sakagami e il suo piccolo seguito, coloro che si sono voltati per salutare un’ultima volta il poeta cantore? È forse per loro il sorriso di Semimaru? Il gioco delle ipotesi è appena iniziato.

 

* Da Ihara Saikaku, Storie di mercanti, traduzione di Michele Marra, Torino, Utet, 1983, p. 46.

 

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Niente scuse.

E’ passato troppo tempo, lo so, e intanto è iniziato l’anno, con tanti progetti di corsi, conferenze, incontri ed esperienze che faremo insieme, con grande entusiasmo. Con la curiosità di sempre.

Con rinnovata energia.

Finito finalmente il libro sullo shintō, una piccola introduzione che mi ha obbligata ad acrobazie di sintesi e mi ha richiesto non poche forze, posso finalmente riprendere ogni discorso interrotto.

Per tornare a parlare di Giappone e di cultura giapponese.

Possibilmente fuori dai sentieri battuti.

Proprio come piace a me.

Riflessione nella quiete. Giardino del Nezu museum. Tokyo, dicembre 2015.

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Fossi capace, canterei l’autunno.

Chiuderei gli occhi e li spalancherei su quel nostro ritorno a Miyajima sotto una pioggia battente.

Dal traghetto l’isola sembrava immersa in un sogno nebbioso: stavamo forse raggiungendo la Penglai dei miti taoisti, la mitica isola degli immortali che si cela allo sguardo dell’uomo? Eppure eravamo ben vivi, seduti davanti al finestrino appannato dalla pioggia, circondati da esclamazioni eccitate di chi forse stava per sbarcare sull’isola per la prima volta.

Fossi capace racconterei della passeggiata solitaria nella valle degli aceri. Tutti si erano fermati lungo la riva, alle bancarelle di castagne arrosto, nei ristoranti che offrivano un temporaneo riparo dalla pioggia. Noi intrepidi ci eravamo inerpicati su, verso il bosco. L’odore della pioggia, il suono della pioggia. Nient’altro.

Fossi capace, ricorderei il colore delle foglie, lo ritroverei sulle nostre mani. E, sotto le foglie, il muschio vibrante di gocciole trasparenti. Il verde intenso di smeraldo.

Non sono capace e dovrei stare zitta. Ma gli occhi rivedono noi, soli, calpestare pozzanghere e foglie. A ripeterci quanto era bello essere lì, proprio lì, in autunno. Dopo tanti viaggi e tanti ritorni in estate, in primavera.

Era l’autunno che si rivelava. E noi restavamo in silenzio.

Sospesi nella bellezza. Consapevoli della bellezza.

Momijidani, la valle degli aceri, Miyajima. Novembre 2015.

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Utagawa Kuniyoshi, Ono no Komachi, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1849.

花の色は 
うつりにけりな 
いたづらに 
わが身世にふる 
ながめせしまに

 

Hana no iro wa 
Utsuri ni keri na 
Itazura ni 
Waga mi yo ni furu 
Nagame seshi ma ni 

 

Ono no Komachi

(825 circa-900)

Kokinwakashū, II, 113.

Fonte del testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Di questo celeberrimo waka esistono numerose traduzioni, a testimonianza dell’importanza della figura di Ono no Komachi nella storia della letteratura giapponese, del suo grande talento poetico e del fascino leggendario di una donna che continuò ad ispirare per secoli artisti e autori di teatro.

Ho scelto qui alcune traduzioni che possono dar conto della varietà delle interpretazioni degli acclamati versi della poetessa. Aggiungo le note che, in alcuni casi, accompagnano le traduzioni.

 

I colori dei fiori

Sono, ahimé, sbiaditi,

mentre io, invano

assorta nei pensieri, vedevo passare

i giorni di pioggia ostinata.

Trad di Ikuko Sagiyama.

Commento di Sagiyama:

L’identità della poetessa, annoverata da Ki no Tsurayuki tra i “sei geni poetici” (rokkasen), è tuttora avvolta nel mistero. Questo è uno dei suoi componimenti più celebri e presenta una notevole complessità strutturale che ha dato adito a svariate interpretazioni. Il ricorso all’uso di due kakekotoba, furu (“trascorrere di tempo” e “piovere”) e nagame (“immersione nei pensieri” e “lunga pioggia”), la posizione centrale dell’avverbio “invano” (idazura ni) che, come cardine, può riferirsi anche ai versi precedenti., il velato paragone tra l’appassire dei fiori e lo sfiorire della donna: la sovrapposizione di tutte queste “trovate” tecniche crea una fusione tra le immagini tratte dalla natura e i sentimenti, risolvendosi in un lirismo di struggente allusività. (Kokin Waka Shū, ed Ariele, p. 122).

*

Il colore dei fiori

s’è mutato invano,

mentre a fatica attraversavo il mondo.

Trad. di Mario Teti (in Poesia classica giapponese, Guanda, 1967, p. 66).

*

Il colore dei fiori,

ahimè, è svanito!

mentre senza scopo

io, pensosa, ho passato la vita,

lo sguardo fisso alla pioggia notturna.

Trad. di Marcello Muccioli (in La letteratura giapponese, Sansoni Accademia, 1969, p. 82).

Nota: In questi versi famosissimi con un abile e delicato gioco di doppi sensi imperniati sui vocaboli  furu  e “cadere (della pioggia)” e “passare” (la vita, il tempo); e  nagame, “lunga pioggia e “contemplazione”, ella sostanzialmente dice: “io ho passato vanamente la vita (yo) in contemplazione (nagame) di me stessa: ma a che pro? Vana è stata la mia bellezza, caduca come il colore dei fiori che avvizzisce al cadere (furu) di una lunga pioggia (nagame)”. L’espressione “il colore dei fiori” è metafora per: bellezza.

*

Il colore dei fiori è svanito, mentre senza scopo ho passato la vita fissando la pioggia notturna.

Trad. di Adriana Boscaro (in Katō Shūichi, Storia della letteratura giapponese. Vol. 1, Marsilio,1987, p. 125). 

Nota: Ono no Komachi, famosa per la sua bellezza, era anche nota per l’alterigia con la quale trattava i suoi spasimanti che spesso lasciava languire fuori della sua porta, sotto la pioggia. Nello waka qui riportato c’è un complesso e allusivo richiamo a questo suo atteggiamento.

*

Svanito è già 

il colore dai fiori

e senza scopo

il mio corpo dal mondo

come pioggia è passato.

Trad. di Nicoletta Spadavecchia e Michelangelo Coviello (in Fuiwara Teika, Tanka, Corpo 10, 1990, p. 9).

*

In fragile pallore

ormai è la bellezza

dei fiori –

e intanto, lo sguardo

assorto, penso alla

fuga dei miei giorni

mentre la pioggia

scende senza fine.

Trad. di Irene Iarocci (in L’eterno nel tempo, Guanda, 1993, p. 70).

Nota: Questo celebre waka di Ono no Komachi fino al tempo di Fujiwara no Toshinari passò quasi inosservato; fu il grande poeta e critico Fujiwara no Teika a individuarne la profonda, umanissima percezione dell’associazione – in chiave metaforica – tra il tempo e la fralezza del bello in natura da un lato, e la fuga del tempo e dell’età verde della poetessa dall’altro. Ritmica e impietosa, la pioggia sembra simboleggiare la tristezza, la melanconia di chi riconosce nell’età matura quanto sia simile alla sua vita l’immagine del fiore non più vivido.

*

Così presto è svanito

il colore dei fiori.

Lo sguardo nel vuoto,

vedo passare i giorni

e questa pioggia cadere senza fine.

Trad. di Mario Riccò e Paolo Lagazzi (in Il muschio e la rugiada, Rizzoli, 1996, p. 59).

*

I colori dei fiori

sono purtroppo svaniti

mentre io invano

mi soffermavo a riflettere

sul corso della mia vita.

Trad. di Andrea Maurizi (in Lo spirito giovane della calligrafia classica, GoBook, 2006, p. 45).

🍁🍁🍁

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°9 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Ono no Komachi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La stampa è tutta giocata sulle linee diagonali in cui Kuniyoshi suddivide la scena e illustra quasi alla lettera il componimento poetico.

Le linee diagonali sono rappresentate in alto dalla striscia verde dell’orlo del prato, subito sotto dalla massa colorata data dagli strati di kimono con cui è abbigliata la poetessa e, sull’orlo inferiore, dalla campitura gialla del terreno punteggiato di petali di ciliegio rosa. 

La parte superiore della scena è occupata dalla chioma ondeggiante di un ciliegio in piena fioritura, piegato verso destra. L’albero sembra opporsi alle raffiche di vento che soffia nella direzione opposta, spargendone i petali tutt’intorno.

La poetessa è mollemente appoggiata con il braccio destro a un tavolino basso laccato di nero. La sua lunga chioma corvina è sciolta sulle spalle secondo l’usanza di periodo Heian ed è decorata da un kanzashi di fiori azzurri, mentre la serie di strati di kimono con cui è abbigliata richiama nella decorazione più lo stile di Edo che quello delle vesti hitoe indossate dalle dame della corte imperiale del IX secolo. Nella massa di vesti spicca il rosso intenso di una delle vesti sottostanti che si stacca cromaticamente dallo sfondo che sfuma, dal basso all’alto, dal giallo carico al giallo tenue. 

La scena è come sospesa, dominata dal muto dialogo fra la poetessa assorta nei suoi pensieri, i fiori che si disperdono in mille petali e il vento che spazza il cielo grigio con pennellate dinamiche. Unico movimento nella quiete senza tempo di un giorno di primavera.

 

❀ Di Ono no Komachi ho scritto diffusamente qui: 

http://www.rossellamarangoni.it/onna-donne-giapponesi-passioni-giapponesi-2-ono-no-komachi.html

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Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

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