Un giardino quasi segreto: Isuien. Nara, 3 maggio 2019.

C’è sempre un Giappone lontano e segreto, basta allontanarsi dai sentieri battuti, dalle linee dello shinkansen, dagli itinerari suggeriti dalle riviste patinate, dai tour operator ingordi, dalle guide tutte foto e niente sostanza.

C’è sempre un Giappone di sorprese e di tesori nascosti, basta camminare per strade che si snodano fra i campi, seguendo il battito di un tamburo, il vociare ritmato di un gruppo di persone, in lontananza: è quello allora il momento di affrettare il passo.

C’è sempre un Giappone di gesti gentili e inattesi, basta avere il sorriso aperto, gli occhi spalancati, il dovuto rispetto.

C’è sempre un Giappone in cui è bello viaggiare, basta aver voglia di camminare con lentezza, di mandare al diavolo le tabelle di marcia, di mettersi in ascolto del canto degli uccelli, di ricercare la spoglia di una cicala. Di ascoltare anche chi non ci sta parlando se non con gli occhi.

Il tempo è il nostro privilegio. Il tempo e la solitudine di stradine deserte in cui la sera i ragazzini giocano a baseball, una donna si affretta con una borsa della spesa traboccante e una bicicletta sfugge silenziosamente davanti al nostro sguardo. 

Mentre a due isolati da noi, e lo sappiamo, pullman turistici sono in attesa dei gruppi che si affannano nell’inutile rincorsa di un’improbabile geisha, sempre alla ricerca della cartolina perfetta, del Giappone che rispetti l’immagine che si sono costruiti prima della partenza: il ciliegio, la maiko con l’ombrellino, il Fujisan sullo sfondo.

Accartoccio con sottile piacere questa immagine, mentre seduta davanti a uno stagno, in un piccolo giardino sconosciuto, osservo i pesci respirare.

Attraversando con calma lo stagno… Nara, Isuien, 3 maggio 2019.

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Itō Shinsui (1898-1972), Donna che si trucca, 1928. Stampa a colori su matrice di legno. Collection Elise Wessels – Nihon no hanga, Amsterdam.

 

Quest’anno mi voglio accingere a scrivere liberamente d’un tema che in passato esitavo persino a menzionare, qua sopra. Ho sempre evitato di discutere dei miei rapporti sessuali con Ikuko, per timore che lei di nascosto potesse leggere il mio diario e offendersene. Direi che sa esattamente in quale cassetto dello studio trovarlo. Ma ho deciso di non darmene più pensiero. Certo, nata da un’antica  famiglia tradizionalista di Kyoto e cresciuta in un ambiente feudale, conserva, ancora al giorno d’oggi, molto moralismo antiquato: anzi, quasi se ne fa vanto. Pare improbabile che sia capace di posare gli occhi sugli scritti personali del marito. Ma questo non è del tutto sicuro. Se ora, per la prima volta, il mio diario riguardasse soprattutto la nostra vita sessuale, sarà capace di resistere alla tentazione? Per sua natura è una donna chiusa, che ama i segreti, sta sempre sulle sue, finge di non sapere e non facilmente esprime ciò che ha nel cuore; quel che è peggio, tutto questo a lei pare modestia femminile. Anche se io ho diversi nascondigli per la chiave nel cassetto dove tengo questo diario e di tanto in tanto li cambio, una donna come lei può averli già scoperti tutti. E poi, senza affaticarsi a trovare i nascondigli, è facile procurarsi una copia della chiave… Ho detto che “non voglio darmi pensiero”, ma forse di darmi pensiero ho già smesso da parecchio tempo; forse dentro di me speravo che lo leggesse. E allora, perché chiudere il cassetto e nascondere la chiave?

 

Tanizaki Jun’ichirō, La chiave (Kagi), Milano, Oscar Mondadori, 1971.

Traduzione dal giapponese di Toguchi Satoko.

 

 

Anche riletto a distanza di tempo, questo romanzo di Tanizaki- pubblicato nel 1956 – mantiene inalterato, secondo me, tutta la sua carica trasgressiva e perturbante. Credo sia sempre stato, almeno qui in Italia, un romanzo più discusso  (soprattutto all’epoca della sua trasposizione cinematografica) che non letto davvero. Ed è un peccato. Perché non riprenderlo in mano in una delle tante ristampe disponibili?

 

La mia copia, come si vede dalla data riportata qui sopra, è davvero carica di anni ed è legata alla mia storia personale come un caro ricordo, la dolce memoria dell’estate dell’esame di maturità (1978). L’attesa della sessione d’esame trascorsa in compagnia delle amiche più care, le mie compagne di banco, in un paesino del Friuli. Praticamente una vacanza, per noi che avevamo studiato tutto l’anno e che pure pensavamo di aver bisogno di un ripasso generale da fare insieme al fresco, in montagna. Una notte, una fiera serale in una cittadina vicina, città d’acque e di verde, piccola, ennesima Venezia, ci porta davanti a una libreria aperta. Vedo il libro in vetrina, entro e lo acquisto senza sapere nulla né dell’autore né del romanzo…

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Rieccomi.

Dopo mesi intensi che mi hanno portato con la testa altrove.

Chiedo scusa. Sono di nuovo qui.

Sono tornata.

Dopo tre corsi in cui ho messo tutta me stessa, dopo aver terminato un libro che mi ha messo a dura prova e finalmente sta per uscire (Zen, per l’Editrice Bibliografica), dopo un viaggio impegnativo in Giappone, il mio diciottesimo, in cui ho provato, mai come questa volta, sentimenti contrastanti. In cui la moda imperante dei viaggi in Giappone “a tutti i costi” mi ha messo davanti a una considerazione impietosa: non vedrò forse più il Giappone come l’ho visto sino a due anni fa. Il tempo e le masse cambiano i luoghi.

Anche noi cambiamo. Anche i nostri amori maturano, si fanno consapevoli, ci pongono delle sfide. Ne nascono nuovi desideri: di approfondire temi, di visitare luoghi, di fermarsi a leggere un’iscrizione mentre alle tue spalle c’è chi preme, chi spinge per il selfie estremo, chi sbraita per radunare un gruppo. Per la prima volta ti scopri a pensare che vorresti essere altrove. Basta. Via dalla pazza folla.

 

Eppure, eppure.

Eppure proverò sempre gioia all’idea di tornare in Giappone.

Noi due, almeno, lo sappiamo. Non è forse vero?

Sappiamo i vicoli, i sentieri, le passeggiate insolite e i piccoli templi isolati. Riconosciamo il suono di un flauto lontano, captiamo la presenza di un matsuri, entriamo in giardini nascosti. Noi sì. Lascia che passi la buriana. 

Ancora potremo fermarci su una panchina a chiacchierare con pochi compagni, davanti a uno stagno su cui danzano le foglie dei salici, ammirando la semplice bellezza che ci circonda. Ancora scenderemo le scale di una stazioncina di campagna, ritrovandoci soli. 

Ancora apriremo gli ombrelli sotto la pioggia battente e poi, sotto porticati deserti, ascolteremo il suono dei nostri passi, nella sera.

Ancora ci fermeremo a leggere una poesia incisa su una pietra, ammireremo un dettaglio architettonico, inseguiremo con lo sguardo un insetto. 

E i nostri occhi ancora accarezzeranno il muschio fra le radici di un giardino.

Lasciando che nuovi turisti, a frotte, ci oltrepassino in fretta. 

E che ritorni il canto delle fronde e degli uccelli.

Un pomeriggio della nostra sfolgorante primavera. Nara, giardino Isuien, 3 maggio 2019.

 

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Il sentiero di Villa Katsura. Petali a primavera. Kyōto, aprile 2013.

Salivo per un sentiero di montagna e riflettevo.

Se si usa la ragione il carattere d’inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.

Quando il malessere di abitarvi s’aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s’intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura.

Non è stato un Dio, e neppure un Dèmone, a creare il mondo degli uomini. Ma solamente degli esseri umani, proprio come i nostri indaffarati vicini di casa, i nostri dirimpettai. Vivere in questo mondo creato da semplici uomini può essere sgradevole, ma dove emigrare? Dovremmo avventurarci in un luogo non umano, ammesso esista. Ma un tale luogo sarebbe ancora più inabitabile del mondo umano.

Perché è difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio, sia pure per il breve tempo concesso all’effimera vita umana. Qui nasce la vocazione del poeta, qui il Cielo assegna al pittore la sua missione. Gli artisti sono preziosi, perché rasserenano questo mondo e arricchiscono il cuore degli uomini.

 

Natsume Sōseki, Guanciale d’erba (Kusamakura), Vicenza, Neri Pozza, 2001, p. 5.

Traduzione di Lydia Origlia.

 

Pochi sono gli scrittori che, come Sōseki, sono capaci di esprimere l’angoscia, il disagio, la complessità della convivenza in un mondo abitato – e forgiato – dai nostri simili. Un’angoscia che non è scevra da empatia, però. Che non è mai misantropia ma, invece, senso di inadeguatezza.

Forse è per questo che lo amiamo così tanto. Forse è per questo che centelliniamo Kusamakura, un libro che è pura poesia, che è limpido amore per la bellezza del mondo.

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Tutto sta nel primo incontro. Fra i banchi di una libreria, sugli scaffali di una biblioteca, a casa di un amico, sul banco di una fiera: una copertina ci attira, un titolo ci cattura, un nome ci fa sussultare e prendiamo in mano un libro. Ecco, è il primo contatto. Allora, poi, diventa inevitabile sfogliarlo e, senza rendercene conto i nostri occhi già stanno scorrendo le prime righe. Entriamo nella storia, ci si apre un mondo. Forse si tratta dell’inizio di un innamoramento, per quel libro, per un autore che da allora non abbandoneremo più, per un genere letterario. Oppure, che meraviglia, è la nascita di una passione per una cultura. La passione di una vita.

A me capitò nel 1978: il regalo di un profumo giapponese dal nome evocatore, Murasaki. E, subito dopo, la corsa in biblioteca Sormani, poco distante da dove lavoravo, durante una pausa pranzo, e  la scoperta del Genji monogatari (nell’obsoleta e francamente improbabile traduzione di Adriana Motti dalla storica versione inglese di Arthur Wiley).

Ecco, l’inizio di un libro a volte non è solo l’inizio di un libro.

Ma anche se fosse solo l’inizio di un libro, perchè non abbandonarci al gusto della scoperta, al piacere di un incontro?

Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia d’origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

Forse anche nelle precedenti esistenze i legami che l’avevano unita a Sua Maestà erano stati profondi, perché le nacque un bambino, simile a un puro gioiello di cui al mondo non si vede l’eguale.

 

Murasaki Shikibu, La storia di Genji (Genji monogatari), Torino, Einaudi, 2012, pp. 3 e 4.

Tradizione di Maria Teresa Orsi.

Anonimo, Genji monogatari emaki, XII sec., (part). Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

 

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