Takeuchi Keishu (1861-1943), La carpa, 1908.

Tradizionalmente in Giappone il periodo fra il 5 e il 21 maggio era indicato come “tarda primavera” (banshun) e a segnarne l’inizio era la festa dei bambini (tango no sekku), una delle cinque feste tradizionali che punteggiavano il corso dell’anno:

Go jo arite

nochi no otoko ya

hatsu nobori.

Avere cinque figlie

e, dopo, un bambino, ah

la prima carpa fluttuante.

 

Masaoka Shiki

(1867-1902)

 

Gli stendardi multicolori a forma di carpa, i cosiddetti satsuki nobori (o “stendardi del quinto mese”) si gonfiavano – e ancora si gonfiano – alla brezza tiepida che viene dal sud, la brezza profumata chiamata tradizionalmente kunpū.

Koinobori, stampa di autore sconosciuto, 1950 circa.

Perché la carpa? Perché la sua strenua ostinazione nel risalire la corrente è simbolo della capacità di affrontare con coraggio qualsiasi avversità: modello per qualsiasi individuo, certo, ma che nella società tradizionale giapponese (notoriamente più incline a vedere la donna come “buona moglie e madre saggia” ossia ryōsai kenbo, e a imporle questo modello, che a considerarla come individuo autonomo), era proposto come esempio per i maschietti. E, dunque, la festa dei maschietti diventava festa delle carpe, inalberando, sui pennoni di bambù posti sulle case, quelle maniche a vento a forma di koi, multicolori e svolazzanti.

Nell’antica Cina, del resto, si riteneva che le carpe potessero risalire delle rapide chiamate Ryūmon (Porta del Dragone) e che qui si trasformassero in dragoni, signori dei cieli e delle acque. La carpa diventò così, nel mondo sinogiapponese, simbolo di ascesa sociale, di successo nella vita. 

Intrigante, a questo proposito è la stampa di Utagawa Hiroshige (1797-1858) della serie Sakana zukushi, dedicata alla carpa.

Utagawa Hiroshige, Carpa, dalla serie “Grandi pesci”, 1840 circa.

Durante il periodo Edo, acquistare una stampa con la raffigurazione di una carpa che risale la corrente aveva un forte valore talismanico e, in questa in particolare, tale connotazione era rafforzata dai versi di anonimo che accompagnano la rappresentazione del pesce: “Alla fine non c’è dubbio che diventerà un dragone fra le nuvole del palazzo – la forza della carpa che risale le rapide del fiume” (sue tsui in kumoi no ryū to narinubeshi kawase wo noboru noi no ikioi).

Capacità di affrontare le avversità, coraggio, resistenza: in questa nostra particolare stagione, questa faticosa, crudele e interminabile primavera, l’insegnamento della carpa può valere anche per noi, mi sembra.

Lasciamo allora che sventoli al vento caldo, contro il cielo.

Utagawa Kuniyoshi, Tango no sekku (La festa dei bambini), dalla serie Gayū go sekku no chi (Gioco elegante delle cinque feste), 1840.

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Era la vigilia della festa, la cittadina fra le montagne era in fermento. Si mettevano in moto gli antichi carri, tirati a lucido, con  le loro karakuri ningyō (automi), i loro intagli, i bassorilievi, i cordoni colorati intrecciati con nodi di buon augurio. I musicisti controllavano gli strumenti. E tutti erano pronti, dopo mesi di preparativi, a vivere pienamente una festa che sarebbe durata due giorni e una notte. Avevamo negli occhi i colori, nelle orecchie i suoni: la festa era in arrivo. Quest’anno il matsuri di Hida Furukawa non si fa. E questa notizia mi riempie di tristezza. Penso alla tristezza degli abitanti della città: la festa è dentro di loro. Penso a loro, agli amici di Hida Furukawa, ai giorni sereni trascorsi insieme. Oggi, l’anno scorso. Care memorie.

In attesa della sfilata. Un carro del matsuri di Hida Furukawa, aprile 2019.

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Il caldo sorriso della dea. Forse, in questa dolorosa primavera, ne abbiamo davvero bisogno. Così ricordo la scorsa primavera l’incontro ravvicinato, l’ennesimo, con Okame, (anche Otafuku ossia “tante fortune”, o Ofuku, “grande fortuna”), nell’atrio in penombra dell’Edo-Tokyo Museum, al centro di un gigantesco rastrello portafortuna (kumade) insieme a tanti altri motivi tradizionali di buon auspicio. Okame è l’onnipresente immagine della contadina paffuta e sorridente, simbolo di prosperità e di fertilità, di buon auspicio, di fortuna e felicità. È facile interpretarla come una trasformazione buffa, sorta di caricatura, della ko-omote, la maschera nō per i personaggi di donna giovane e bella, ma Okame ci sorride e ci incoraggia.

Vorrei così, oggi, per tutti noi, il suo franco, aperto sorriso. Per ricordarci, anche, la nostra umanità.

Il kumade dell’Edo-Tokyo Museum. Tōkyō, maggio 2019.

 

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Un cielo splendente e intenso e, sotto le nuvole vaganti di fine aprile, il Byōdōinin, scrigno di tesori.

E poi i glicini, grappoli danzanti davanti ai nostri occhi incantati. 

Al pensiero, oggi, una consolazione.

I glicini del Byōdōin. Uji, aprile 2019.

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Anonimo, Risciò e bijin, stampa del 1901, part.

Da Wakaba kage (All’ombra di tenere foglie). 15 aprile 1891.

Giorno quindici. È piovuto un po’. Oggi è il giorno in cui per la prima volta ho fatto visita al maestro Nakarai* che Nonomiya Kikuko si era impegnata a presentarmi qualche tempo prima. Poco dopo mezzogiorno sono uscita di casa. Egli abita nei pressi di Shiba, vicino al mare, in un luogo chiamato Minami Sakuma-cho. Qualche tempo fa ero giò andata in quella casa per un impegno con Tsuruta e quindi conoscevo bene la strada. Prendendo via Atagoshita e passando dietro ad una certa sala di spettacoli di varietà, la casa si trova in fondo sul lato sinistro. Passata attraverso la porta ho chiamato. Qualcuno mi ha risposto: è uscita la sorella minore del signor Nakarai.

“Da questa parte” ha detto e mi ha condotto, passando dal corridoio dí sinistra, nel salotto. Qui mi ha pregato di aspettare un po’ dal momento che suo fratello non era ancora rientrato.

Sapendo che egli, come giornalista del quotidiano Asahi Shinbun di Tōkyō, si occupa di romanzi e notizie di ogni tipo, immaginavo che fosse sempre molto occupato. Mentre i miei pensieri vagavano così, fuori si è sentito il rumore di un risciò che si fermava: era rientrato. Dopo essersi cambiato il vestito con uno di tutti i giorni, mi ha raggiunto. Le sue parole di saluto per questo primo incontro sono state assai cortesi. Io, invece, niente affatto abituata ad incontri di questo tipo, ho sentito per la vergogna le mie orecchie andare a fuoco e le labbra seccarsi e, senza riuscire ad articolare una parola, quello che sono riuscita a fare è stato soltanto ringraziare ripetutamente. Mi vergogno al solo pensiero di quanto devo essergli sembrata stupida.

Avrà circa trent’anni. Trovo estremamente sconveniente annotare appositamente l’aspetto fisico e i lineamenti del volto, ma voglio scrivere esattamente quello che ho pensato. Il suo volto, che aveva un ottimo colorito, e la sua espressione serena e leggermente sorridente erano tali che avrebbe conquistato anche un bambino di tre anni. La sua figura era così alta e armoniosa da attirare gli sguardi. Tra le altre cose, con tono pacato, ha cominciato a discorrere dei romanzi moderni, di come il suo ideale di romanzo non venisse bene accolto dalla gente e quindi non fosse apprezzato da nessuno.

“Il concetto di letteratura dei lettori giapponesi è infantile, quindi se si vuole scrivere un romanzo sul giornale che poi venga comprato dalla gente, bisogna scrivere le solite biografie di traditori e ribelli, oppure storie di prostitute e donne malvagie: per questo tra tutti i romanzi che sto scrivendo adesso, non ce n’è uno che scriva con soddisfazione. Perciò, per quanto i grandi studiosi mi critichino negativamente, non ci penso troppo; provo vergogna e non posso sostenere il loro sguardo ma non scrivo romanzi per mio diletto, bensì per nutrire la mia famiglia. Per amore dei miei, non mi curo delle critiche che ricevo. Se si presentasse I’occasione, se dovesse arrivare il tempo in cui potrò cominciare a scrivere tutto ciò che penso, senz’altro non riceverò più quelle critiche”. Così dicendo, ha fatto una grande risata ed io ho pensato che aveva proprio ragione.

Ha ricominciato a parlare:

“Ho saputo dettagliatamente dalla signorina Nonomiya quali sono i motivi che ti spingono a scrivere romanzi. Questo sarà un momento duro per te, ma di breve durata, perciò abbi pazienza. Io non ho quella capacità che fa di me un maestro, ma sono sempre disposto a dare un consiglio. Vieni pure quando vuoi”.

Ha parlato così, con tutto il cuore, ed io ne sono stata immensamente felice, tanto che non sono riuscita a trattenere le lacrime.

Mentre parlavamo di questo e quello, è venuta l’ora di cena e invitandomi a rimanere ha iniziato a preparare diversi cibi. Pensando che era il nostro primo incontro ho rifiutato, ma il maestro ha detto:

“Nella mia casa c’è un’usanza di campagnoli: senza fare distinzione tra amici vecchi e nuovi, non si servono leccornie ma, semplicemente si resta a cena. Perciò, se favorissi senza problemi ne sarei ancora più felice. Ti faccio compagnia anch’io”.

Me lo ha ripetuto così tante volte che non ho potuto più rifiutare ed ho accettato. Nel frattempo, pioveva sempre più fittamente e, a poco a poco, si era fatto buio. Ho deciso allora di congedarmi ed egli mi ha detto:

“Ho fatto preparare un risciò, sali pure e va’ a casa”. Giusto prima di uscire, gli ho lasciato soltanto una parte del manoscritto che avevo preparato da qualche tempo, e me ne sono andata prendendo in prestito quattro o cinque suoi romanzi.

Sono stata colpita dalla squisita gentilezza del maestro. Sono giunta a casa verso le otto. 

 

 

Higuchi Ichiyō

(1872-1896)

Traduzione di Paola Cuppone.

 

Da:  Paola Cuppone, Ritratto di Higuchi Ichiyō in Pagine dal Giappone Meiji, a cura di Teresa Ciapparoni La Rocca, Roma, Bulzoni, 2009, pp.41-43 e 57-58.

*Nakarai Tōsui (1861-1926) fu giornalista e scrittore di narrativa popolare di genere gesaku.

 

 

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Due pagine dai diari della scrittrice Higuchi Ichiyō, una delle voci più importanti della letteratura giapponese moderna, raccontano due momenti salienti nella vita della giovane intellettuale: gli incontri con colui che riteneva il suo mentore nel mondo delle lettere e che la seguì agli inizi della sua carriera. È Nakarai Tōsui, uno scrittore che sarebbe del tutto dimenticato se non fosse proprio per il ruolo che ebbe nella vita di Ichiyō. In questo brano Ichiyō racconta la prima visita a casa di Nakarai con accenti romanzeschi: è l’inizio di un dolce sentimento in cui innamoramento e ammirazione si confondono. Nel secondo brano, che vi proporrò domani, è narrato un altro incontro, quattro anni dopo, quando ormai la scrittrice si è guadagnata l’ammirazione del milieu letterario e il suo talento è riconosciuto pubblicamente. Buona lettura!

 

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