A Yamagata, una sera d’estate di molti anni fa. Hanagasa matsuri, 7 agosto 2001.

Nella calda notte estiva, in una città del nord del Giappone (è Yamagata, è il Tōhoku), risuonano i sonagli e i tamburi della parata del matsuri. Osservo dal mezzo della folla assiepata ai lati della strada i gruppi di danzatori in freschi kimono estivi susseguirsi al ritmo della musica della festa tradizionale. D’improvviso ecco comparire buffi personaggi mascherati che si muovono a passo di danza ma con movimenti volutamente scomposti, esagerati o furtivi: quelli di una pantomima. Donne e uomini dai giacchini colorati (i tradizionali happi) indossano contemporaneamente  – una sul viso, l’altra sulla nuca – le maschere di Okame e Hyottoko, i personaggi del folclore, immancabili e amatissimi.

I bambini ne sono conquistati (sarà per le caramelle e i dolcetti che distribuiscono lungo tutto il percorso della sfilata?), gli adulti li seguono con lo sguardo, ridendo e applaudendo ai loro sberleffi.

Chi si nasconde dietro la maschera? Non ha importanza saperlo.

Okame e Hyottoko, la bella donna paffuta e il suo compagno mal rasato, dalle labbra prominenti, il ghigno storto e gli occhi asimmetrici, sono i protagonisti della festa. In apparenza solo una coppia di contadini, regina del folclore dell’antico Giappone rurale. In realtà, divinità bonarie mai troppo lontane dai loro devoti.

Perché, come spesso avviene quando si parla delle arti giapponesi, anche nel caso di Okame e Hyottoko siamo in presenza di una trasformazione, come spesso avviene, di tipi, ambienti e situazioni, del passaggio di personaggi elevati – in questo caso delle divinità, addirittura – al loro contraltare buffo, comico, nelle danze folcloriche e nelle feste religiose e popolari.

Sono soggetti le cui sembianze ci sembra di riconoscere un po’ ovunque, quando ci muoviamo per le strade del Giappone, quando visitiamo templi e santuari, quando ci aggiriamo curiosi fra le bancarelle dei mercatini, e che ritroviamo nelle maschere, che ritroviamo nelle bambole kokeshi, nei decori delle stoffe degli yukata, o che riconosciamo guardando all’insù, ecco, proprio sull’insegna della bottega che ci sta di fronte. E ci troviamo a sorridere. Come a vecchi amici.

Hyottoko a Yamagata, quella sera d’estate.

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La significativa copertina della rivista su cui era apparso il mio saggio. Il disegno è di Paolo Cardoni.

 

Io ritornai da la santissima onda 

rifatto sì come piante novelle 

rinnovellate di novella fronda, 

 

puro e disposto a salire alle stelle.      

Purgatorio, XXXIII

 

“Io, che sono nato in provincia, nel profondo di una foresta giapponese, da tanto tempo perseguo il sogno della somma felicità nel primo canto del Purgatorio. Il Paradiso, per me che sono pagano, è troppo lontano. Il mio sogno sarebbe arrivare al cerchio più basso del Purgatorio, dove, a differenza dell’Inferno, soffia il vento, cade la pioggia, crescono gli alberi, si vedono le stelle. E i ricordi dell’Inferno e tutto ciò che è apparso nel Purgatorio costituiscono le metafore più importanti della mia letteratura.” Ōe Kenzaburō, a Mondello per il Premio dei Cinque Continenti, nel 1993, così rendeva poeticamente omaggio alle sue radici provinciali e all’autore prediletto, Dante.

Sull’importanza dei riferimenti danteschi nella letteratura di Ōe Kenzaburō, premio Nobel per la letteratura 1994, si sono espresse voci ben più autorevoli della mia. A me solo piace ricordare qui la passione di uno scrittore giapponese, il più importante della sua generazione, lucida coscienza critica del Giappone contemporaneo, per un poeta che tutti noi amiamo, e invitarvi a leggere una delle sue opere più intense, Natsukashii toshi e no tegami, del 1987, tradotta in italiano con il titolo Gli anni della nostalgia da Emanuele Ciccarella Garzanti, 1997).

Come ho scritto in un saggio del 1995: “Opera biografica, Natsukashii toshi e no tegami può essere considerata la summa della poetica di Ōe, una sorta di guida al mondo creativo e spirituale dello scrittore. Vi ritroviamo la sua vita, la sua famiglia, le sue passioni, il suo passato politico e sentimentale, le sue letture e, soprattutto, il suo villaggio natale, il tempo mitico dell’infanzia vissuto nella vallata, la “foresta buia”: il tutto, ovviamente, trasfigurato dalla sua mirabile arte di raccontare.

Anche in quest’opera monumentale, come spesso prima ma soprattutto dopo Atarashī hito yo mezameyo (Svegliatevi uomini nuovi, 1983), Ōe fa uso della narrazione in prima persona: l’ “io narrante”, K per i suoi parenti, denuncia uno stile dalle connotazioni fortemente autobiografiche. Non è tuttavia una ripresa acritica della tradizione dell’ autobiografismo shishōsetsu, genere letterario dominante nella letteratura giapponese a cavallo fra XIX e XX secolo. Si tratta piuttosto di una sua ricostruzione e trasformazione in un sottile gioco di strategie letterarie: con sapienti mezzi di citazione di sé e delle opere care, con metafore, simbolismi, per ricreare una realtà al tempo stesso eloquentemente realistica e riccamente immaginaria.

La storia è quella dell’amicizia appassionata fra l’autore e il suo maestro spirituale, quel Fratello Gii che nel villaggio natale lo accompagnerà alla scoperta della poesia di Yeats, lo spingerà a studiare letteratura guidandolo infine nel mondo di Dante. Gii, novello Virgilio seppur demone, figura non priva di ambiguità, sarà testimone della sua cariera e, dal villaggio ai margini della foresta, intratterrà con lui un fitto scambio epistolare, criticandone le scelte o stimolandone la curiosità.

Il romanzo, davvero composito per l’affollarsi dei vari ricordi e la compenetrazione di tante diverse vicende, evidenzia di nuovo la grande passione di Ōe per Dante.

Nel romanzo, il nume tutelare Gii, conoscitore esperto dell’opera di Dante, conduce l’autore a “leggere” ogni destino umano come la traversata di uno specchio alla ricerca di un altro mondo. In effetti un’interpretazione originale della Commedia dantesca percorre tutta l’opera: ogni episodio, pur essendo legato alla storia personale dell’autore come a quella politica del Giappone, ha il suo equivalente nel cammino di Dante e Virgilio.”*

“Come piante novelle” è il motto prescelto da Ōe per il suo ex-libris: un richiamo toccante al Purgatorio.

Un invito alla speranza.

 

*R.M. “Kenzaburō Ōe. Il paradiso può attendere”, in Leggere, anno VIII, n° 69, aprile 1995.

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Quali petali sull’acqua. Kyōto, marzo 2013.

 

Jigoku nashi

gokuraku no nashi

ware mo nashi

tada aru mono wa

hito to banbutsu.

 

Nè inferno né paradiso né io. Tutto quanto esiste è l’uomo e la moltitudine delle cose.

 

Yamagata Bantō

(1748-1821)

 

Da Yume no shiro (Al posto dei sogni). Traduzione di Adriana Boscaro.

 

Yamagata Bantō, figlio di contadini e mercante egli stesso, fu un intellettuale di periodo Edo fortemente influenzato dalle idee e dalle scienze occidentali. 

Su di lui è possibile leggere alcune pagine di Katō Shuichi in Storia della letteratura giapponese, 2 vol., Dal XVI al XVIII sec. (Venezia, Marsilio, 1989).

Yume no shiro, la sua opera più celebre, composta probabilmente fra il 1802 e il 1820, è un compendio della conoscenza delle scienze occidentali  acquisita in Giappone sino alla seconda metà del XVIII secolo. Fu pubblicata solo nel 1916, anche se alcune parti dovettero circolare, almeno a livello di manoscritti, durante la vita dell’autore e, in generale, in epoca Edo.

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Pagine Zen n. 123 (Anno ventunesimo)
Con 8 nuovi approfondimenti

 

– Taiko Monogatari
Storie di costruzione
di Chiara Codetta Raiteri – www.youtube.com/watch?v=DvZp1hmseFo
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/taiko-monogatari-storie-di-costruzione

 

清風徐来
La fresca brezza arriva lentamente
Calligrafia di Bruno Riva – shodo.it

– Kokeshi
Il Tōhoku fra tradizione e design
Recensione di Anna Lisa Somma – www.bibliotecagiapponese.it
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/kokeshi-il-tohoku-fra-tradizione-e-design

 

– Kuki Shuzō: Iki
o l’estetica della singolarità
di Laura Ricca
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/kuki-shuzo-iki-o-l-estetica-della-singolarita

 

– Dalla necessità alla bellezza
Un’indagine su “Mottainai” (2^ parte)
di Rossella Marangoni – www.rossellamarangoni.it
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/dalla-necessita-alla-bellezza-un-indagine-su-mottainai-seconda-parte

 

– Tra antenati e legami perduti
Incontri con le itako del Tōhoku (1^ parte)
di Marianna Zanetta – www.mariannazanetta.com
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/tra-antenati-e-legami-perduti-incontri-con-le-itako-del-tohoku-prima-parte

 

– Scorci di Kyōto
Tre opere inedite di Hōen nella collezione del Museo d’Arte Orientale di Venezia
di Francesca Storti
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/scorci-di-kyoto-tre-opere-inedite-di-hoen-nella-collezione-del-museo-d-arte-orientale-di-venezia

 

– Il tavolo del letterato cinese (2^ e ultima parte)
di Carla Gaggianesi – www.lagalliavola.com
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/il-tavolo-del-letterato-cinese-seconda-parte

 

 – L’influenza del teatro Kabuki sull’Ukiyo-e
di Paolo Linetti – pao.lin@live.it
Con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/l-influenza-del-teatro-kabuki-sull-ukiyo-e

 

Questo il link all’intero numero 123 di Pagine Zen
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/archivio/pagine-zen-123

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Pagine Zen n. 122 (anno ventesimo)
con 5 nuovi approfondimenti
 
– Tawaraya Sōtatsu (1570? – 1640?)
Un artista all’avanguardia
di Marta Molinari
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/tawaraya-sotatsu-un-artista-all-avanguardia

– Johakyū 序破急
Introduzione, sviluppo, conclusione.
Calligrafia di Bruno Riva – shodo.it

– Il tavolo del letterato cinese (prima parte)
di Carla Gaggianesi – www.lagalliavola.com
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/il-tavolo-del-letterato-cinese-prima-parte

– Un’indagine su “Mottainai” (Prima parte)
di Rossella Marangoni – www.rossellamarangoni.it
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/un-indagine-su-mottainai-prima-parte

– Un Okimono di avorio del Museo d’Arte Orientale di Venezia
Figura femminile con acqua, arco e frecce.
di Silvia Begotto

– L’immagine della donna nello Shintō
di Giulia Zucconi
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/l-immagine-della-donna-nello-shinto

– Kaze no denwa
Il telefono del vento
di Giampiero Raganelli
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/kaze-no-denwa-il-telefono-del-vento

– Amae
Il lato dolce del Giappone
di Fabiola Palmeri – www.facebook.com/nipponstorytelling/

– Pagine giapponesi
Immagini e racconti dal Giappone attraverso i libri della Biblioteca Braidense
Recensione di Anna Lisa Somma – www.bibliotecagiapponese.it

 
— Questo il link all’intero numero di Pagine Zen n. 122
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/archivio/pagine-zen-122
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