Yoshida Hiroshi, Il giardino degli iris a Horikiri (Horikiri no shōbu), dalla serie Dodici scene di Tōkyō (Tōkyō jūni dai), 1928.

 

Un giardino dove chiacchierare con gli amici, quando il sole tramonta. Un giardino di iris, un paesaggio irreale, uscito da una parete come in una leggenda cinese e in cui passeggiare, bere il tè, lasciar passare i giorni, oziosamente.
Sognare, è quello che possiamo fare noi, che non andiamo in vacanza.

Sognare è scatenare la nostra fantasia, spalancando i nostri occhi interiori noi, che non abbiamo paesaggi davanti, che non abbiamo montagne, che non abbiamo mare.
Sognare, è forse quello che sappiamo fare meglio, recitandoci poesie, raccontandoci storie, mentre scorre la notte.

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Takeuchi Keishu (1861-1943), La carpa, 1908.

Tradizionalmente in Giappone il periodo fra il 5 e il 21 maggio era indicato come “tarda primavera” (banshun) e a segnarne l’inizio era la festa dei bambini (tango no sekku), una delle cinque feste tradizionali che punteggiavano il corso dell’anno:

Go jo arite

nochi no otoko ya

hatsu nobori.

Avere cinque figlie

e, dopo, un bambino, ah

la prima carpa fluttuante.

 

Masaoka Shiki

(1867-1902)

 

Gli stendardi multicolori a forma di carpa, i cosiddetti satsuki nobori (o “stendardi del quinto mese”) si gonfiavano – e ancora si gonfiano – alla brezza tiepida che viene dal sud, la brezza profumata chiamata tradizionalmente kunpū.

Koinobori, stampa di autore sconosciuto, 1950 circa.

Perché la carpa? Perché la sua strenua ostinazione nel risalire la corrente è simbolo della capacità di affrontare con coraggio qualsiasi avversità: modello per qualsiasi individuo, certo, ma che nella società tradizionale giapponese (notoriamente più incline a vedere la donna come “buona moglie e madre saggia” ossia ryōsai kenbo, e a imporle questo modello, che a considerarla come individuo autonomo), era proposto come esempio per i maschietti. E, dunque, la festa dei maschietti diventava festa delle carpe, inalberando, sui pennoni di bambù posti sulle case, quelle maniche a vento a forma di koi, multicolori e svolazzanti.

Nell’antica Cina, del resto, si riteneva che le carpe potessero risalire delle rapide chiamate Ryūmon (Porta del Dragone) e che qui si trasformassero in dragoni, signori dei cieli e delle acque. La carpa diventò così, nel mondo sinogiapponese, simbolo di ascesa sociale, di successo nella vita. 

Intrigante, a questo proposito è la stampa di Utagawa Hiroshige (1797-1858) della serie Sakana zukushi, dedicata alla carpa.

Utagawa Hiroshige, Carpa, dalla serie “Grandi pesci”, 1840 circa.

Durante il periodo Edo, acquistare una stampa con la raffigurazione di una carpa che risale la corrente aveva un forte valore talismanico e, in questa in particolare, tale connotazione era rafforzata dai versi di anonimo che accompagnano la rappresentazione del pesce: “Alla fine non c’è dubbio che diventerà un dragone fra le nuvole del palazzo – la forza della carpa che risale le rapide del fiume” (sue tsui in kumoi no ryū to narinubeshi kawase wo noboru noi no ikioi).

Capacità di affrontare le avversità, coraggio, resistenza: in questa nostra particolare stagione, questa faticosa, crudele e interminabile primavera, l’insegnamento della carpa può valere anche per noi, mi sembra.

Lasciamo allora che sventoli al vento caldo, contro il cielo.

Utagawa Kuniyoshi, Tango no sekku (La festa dei bambini), dalla serie Gayū go sekku no chi (Gioco elegante delle cinque feste), 1840.

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Era la vigilia della festa, la cittadina fra le montagne era in fermento. Si mettevano in moto gli antichi carri, tirati a lucido, con  le loro karakuri ningyō (automi), i loro intagli, i bassorilievi, i cordoni colorati intrecciati con nodi di buon augurio. I musicisti controllavano gli strumenti. E tutti erano pronti, dopo mesi di preparativi, a vivere pienamente una festa che sarebbe durata due giorni e una notte. Avevamo negli occhi i colori, nelle orecchie i suoni: la festa era in arrivo. Quest’anno il matsuri di Hida Furukawa non si fa. E questa notizia mi riempie di tristezza. Penso alla tristezza degli abitanti della città: la festa è dentro di loro. Penso a loro, agli amici di Hida Furukawa, ai giorni sereni trascorsi insieme. Oggi, l’anno scorso. Care memorie.

In attesa della sfilata. Un carro del matsuri di Hida Furukawa, aprile 2019.

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Il caldo sorriso della dea. Forse, in questa dolorosa primavera, ne abbiamo davvero bisogno. Così ricordo la scorsa primavera l’incontro ravvicinato, l’ennesimo, con Okame, (anche Otafuku ossia “tante fortune”, o Ofuku, “grande fortuna”), nell’atrio in penombra dell’Edo-Tokyo Museum, al centro di un gigantesco rastrello portafortuna (kumade) insieme a tanti altri motivi tradizionali di buon auspicio. Okame è l’onnipresente immagine della contadina paffuta e sorridente, simbolo di prosperità e di fertilità, di buon auspicio, di fortuna e felicità. È facile interpretarla come una trasformazione buffa, sorta di caricatura, della ko-omote, la maschera nō per i personaggi di donna giovane e bella, ma Okame ci sorride e ci incoraggia.

Vorrei così, oggi, per tutti noi, il suo franco, aperto sorriso. Per ricordarci, anche, la nostra umanità.

Il kumade dell’Edo-Tokyo Museum. Tōkyō, maggio 2019.

 

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Un cielo splendente e intenso e, sotto le nuvole vaganti di fine aprile, il Byōdōinin, scrigno di tesori.

E poi i glicini, grappoli danzanti davanti ai nostri occhi incantati. 

Al pensiero, oggi, una consolazione.

I glicini del Byōdōin. Uji, aprile 2019.

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