Un cielo splendente e intenso e, sotto le nuvole vaganti di fine aprile, il Byōdōinin, scrigno di tesori.

E poi i glicini, grappoli danzanti davanti ai nostri occhi incantati. 

Al pensiero, oggi, una consolazione.

I glicini del Byōdōin. Uji, aprile 2019.

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Anonimo, Risciò e bijin, stampa del 1901, part.

Da Wakaba kage (All’ombra di tenere foglie). 15 aprile 1891.

Giorno quindici. È piovuto un po’. Oggi è il giorno in cui per la prima volta ho fatto visita al maestro Nakarai* che Nonomiya Kikuko si era impegnata a presentarmi qualche tempo prima. Poco dopo mezzogiorno sono uscita di casa. Egli abita nei pressi di Shiba, vicino al mare, in un luogo chiamato Minami Sakuma-cho. Qualche tempo fa ero giò andata in quella casa per un impegno con Tsuruta e quindi conoscevo bene la strada. Prendendo via Atagoshita e passando dietro ad una certa sala di spettacoli di varietà, la casa si trova in fondo sul lato sinistro. Passata attraverso la porta ho chiamato. Qualcuno mi ha risposto: è uscita la sorella minore del signor Nakarai.

“Da questa parte” ha detto e mi ha condotto, passando dal corridoio dí sinistra, nel salotto. Qui mi ha pregato di aspettare un po’ dal momento che suo fratello non era ancora rientrato.

Sapendo che egli, come giornalista del quotidiano Asahi Shinbun di Tōkyō, si occupa di romanzi e notizie di ogni tipo, immaginavo che fosse sempre molto occupato. Mentre i miei pensieri vagavano così, fuori si è sentito il rumore di un risciò che si fermava: era rientrato. Dopo essersi cambiato il vestito con uno di tutti i giorni, mi ha raggiunto. Le sue parole di saluto per questo primo incontro sono state assai cortesi. Io, invece, niente affatto abituata ad incontri di questo tipo, ho sentito per la vergogna le mie orecchie andare a fuoco e le labbra seccarsi e, senza riuscire ad articolare una parola, quello che sono riuscita a fare è stato soltanto ringraziare ripetutamente. Mi vergogno al solo pensiero di quanto devo essergli sembrata stupida.

Avrà circa trent’anni. Trovo estremamente sconveniente annotare appositamente l’aspetto fisico e i lineamenti del volto, ma voglio scrivere esattamente quello che ho pensato. Il suo volto, che aveva un ottimo colorito, e la sua espressione serena e leggermente sorridente erano tali che avrebbe conquistato anche un bambino di tre anni. La sua figura era così alta e armoniosa da attirare gli sguardi. Tra le altre cose, con tono pacato, ha cominciato a discorrere dei romanzi moderni, di come il suo ideale di romanzo non venisse bene accolto dalla gente e quindi non fosse apprezzato da nessuno.

“Il concetto di letteratura dei lettori giapponesi è infantile, quindi se si vuole scrivere un romanzo sul giornale che poi venga comprato dalla gente, bisogna scrivere le solite biografie di traditori e ribelli, oppure storie di prostitute e donne malvagie: per questo tra tutti i romanzi che sto scrivendo adesso, non ce n’è uno che scriva con soddisfazione. Perciò, per quanto i grandi studiosi mi critichino negativamente, non ci penso troppo; provo vergogna e non posso sostenere il loro sguardo ma non scrivo romanzi per mio diletto, bensì per nutrire la mia famiglia. Per amore dei miei, non mi curo delle critiche che ricevo. Se si presentasse I’occasione, se dovesse arrivare il tempo in cui potrò cominciare a scrivere tutto ciò che penso, senz’altro non riceverò più quelle critiche”. Così dicendo, ha fatto una grande risata ed io ho pensato che aveva proprio ragione.

Ha ricominciato a parlare:

“Ho saputo dettagliatamente dalla signorina Nonomiya quali sono i motivi che ti spingono a scrivere romanzi. Questo sarà un momento duro per te, ma di breve durata, perciò abbi pazienza. Io non ho quella capacità che fa di me un maestro, ma sono sempre disposto a dare un consiglio. Vieni pure quando vuoi”.

Ha parlato così, con tutto il cuore, ed io ne sono stata immensamente felice, tanto che non sono riuscita a trattenere le lacrime.

Mentre parlavamo di questo e quello, è venuta l’ora di cena e invitandomi a rimanere ha iniziato a preparare diversi cibi. Pensando che era il nostro primo incontro ho rifiutato, ma il maestro ha detto:

“Nella mia casa c’è un’usanza di campagnoli: senza fare distinzione tra amici vecchi e nuovi, non si servono leccornie ma, semplicemente si resta a cena. Perciò, se favorissi senza problemi ne sarei ancora più felice. Ti faccio compagnia anch’io”.

Me lo ha ripetuto così tante volte che non ho potuto più rifiutare ed ho accettato. Nel frattempo, pioveva sempre più fittamente e, a poco a poco, si era fatto buio. Ho deciso allora di congedarmi ed egli mi ha detto:

“Ho fatto preparare un risciò, sali pure e va’ a casa”. Giusto prima di uscire, gli ho lasciato soltanto una parte del manoscritto che avevo preparato da qualche tempo, e me ne sono andata prendendo in prestito quattro o cinque suoi romanzi.

Sono stata colpita dalla squisita gentilezza del maestro. Sono giunta a casa verso le otto. 

 

 

Higuchi Ichiyō

(1872-1896)

Traduzione di Paola Cuppone.

 

Da:  Paola Cuppone, Ritratto di Higuchi Ichiyō in Pagine dal Giappone Meiji, a cura di Teresa Ciapparoni La Rocca, Roma, Bulzoni, 2009, pp.41-43 e 57-58.

*Nakarai Tōsui (1861-1926) fu giornalista e scrittore di narrativa popolare di genere gesaku.

 

 

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Due pagine dai diari della scrittrice Higuchi Ichiyō, una delle voci più importanti della letteratura giapponese moderna, raccontano due momenti salienti nella vita della giovane intellettuale: gli incontri con colui che riteneva il suo mentore nel mondo delle lettere e che la seguì agli inizi della sua carriera. È Nakarai Tōsui, uno scrittore che sarebbe del tutto dimenticato se non fosse proprio per il ruolo che ebbe nella vita di Ichiyō. In questo brano Ichiyō racconta la prima visita a casa di Nakarai con accenti romanzeschi: è l’inizio di un dolce sentimento in cui innamoramento e ammirazione si confondono. Nel secondo brano, che vi proporrò domani, è narrato un altro incontro, quattro anni dopo, quando ormai la scrittrice si è guadagnata l’ammirazione del milieu letterario e il suo talento è riconosciuto pubblicamente. Buona lettura!

 

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La festa, i carri, i musicisti, l’energia che si sprigionava dai loro movimenti ritmati: i giorni del matsuri, a Hida Furukawa sono ricchi di esperienze coinvolgenti, di incontri, di momenti difficili da dimenticare. In un giorno di festa troppo silenzioso, oggi, voglio ricordare quei giorni vissuti a Hida Furukawa, e risentire quei suoni – i flauti, i tamburi – irrompere nell’aria, danzare nella mente, rimbalzare da cuore a cuore.

Il carro e i musicisti. Hida Furukawa, aprile 2019.

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Henri Rivière (1865-1951), De la rue Rochechouart, litografia n° 15 della serie Les Trente-six Vues de la Tour Eiffel, 1902.

Anche il giorno della festa dell’Ascensione era passato ed era metà aprile. A cominciare dall’Avenue des Champs Elysées, ovunque a Parigi gli alberi tutti ingemmati brillavano come gioielli sfavillanti stando in fila nella luce del cielo blu che sembrava appena lavato. Sui battelli a vapore che solcavano la Senna si vedevano dei vivaci ombrellini da sole femminili. I gruppi di stranieri che erano venuti a visitare Parigi da ogni paese d’Europa e d’America avevano cominciato a circolare creando un intenso viavai dai Boulevards fin nei pressi dell’Opéra. Davanti al Grand Palais sventolavano molte bandiere, una accanto all’altra: quelle dei paesi le cui opere d’arte erano esposte nei musei. Dappertutto, agli angoli e agli incroci della città, i manifesti della campagna elettorale erano ossessivamente presenti. Davanti al tempio del Panthéon c’era stata una grande rissa tra studenti. I germogli degli alberi crescevano di giorno in giorno trasformandosi in foglie nuove verdi e tenere, più belle anche dei fiori. Il parco nel pomeriggio, la strada principale e l’incrocio, anche se non era domenica, erano pieni di persone che passeggiavano, creando affollamento. Nei caffè e nelle trattorie non si faceva altro che parlare delle corse dei cavalli.

Benché fosse già la terza primavera che trascorreva a Parigi, Teikichi* ebbe la sensazione che questa città non lo avrebbe mai annoiato. Ogni anno aveva l’impressione di trovarsi davanti a una primavera nuova e straordinaria. Nella vita non c’è una cosa così bella come la primavera. È in questa stagione che si scoprono nuovi piaceri. Nella folla che passeggiava, donne truccate in modo variopinto per incantare gli uomini lanciavano occhiate languide. Tutte le donne sconosciute che Lo attiravano, senza nessuna eccezione, suscitavano in lui delle fantasie voluttuose e sembravano cariche di un fascino misterioso. Tuttavia, una volta soddisfatto il proprio desiderio, Teikichi non provava più l’interesse a ricominciare una seconda volta con la stessa compagna e, passando da A a B e da B a C, alla fine aveva cominciato a prendere in giro come capitava le donne che si imbattevano in lui. Le foglie nuove degli alberi erano già cresciute completamente ed era arrivato il tempo in cui i fiori bianchi dell’ippocastano, simili a ciuffi, cominciavano a cadere sulle spalle dei passanti in mezzo al rumore delle carrozze che andavano e venivano. Il forte sole della sera tramontava dietro l’Eglise de la Madeleine e un lato delle case, che si susseguono l’una accanto all’altra, sembrava come incendiato dai riflessi di fiamma. Si sarebbe detto che fosse già estate. Un giorno Teikichi, camminando come al solito in cerca di una trattoria per cenare, si stupì del fatto che la maggior parte delle prostitute che vagavano in quella zona fossero tutte donne che aveva comprato una volta.

Con un sentimento di vergogna che lo pervase in un istante, Teikichi istintivamente cercò di nascondersi; tuttavia lungo il viale che prosegue dalla Madeleine al Boulevard des Capucines non c’era neanche una strada laterale o un vicolo dove girare, ma soltanto grandi negozi. Per fortuna c’era ancora la calca della sera e, non essendoci altra via, Teikichi prese a camminare confondendosi in mezzo a essa. Le prostitute immediatamente scorsero il suo viso e, con l’aria di parlare tra loro di lui, lo chiamarono lanciandogli dolci occhiate ammiccanti. Alla fine una di loro, sporca, obesa, simile a una mungitrice di mucche, rise, spalancando la grande bocca dalla labbra rosse e spesse come se avesse voluto mangiare un uomo: risultava veramente ripugnante, al punto da essere indescrivibile, Teikichi si sentì come se qualcuno gli avesse buttato addosso e fin nel profondo del cuore una sporcizia indelebile.

Provò disgusto. Capì quanto basso fosse sprofondato nella vergogna. Pensò nostalgicamente che desiderava ritornare in un modo o nell’altro a una vita pura, giudiziosa e onesta.

Senza prestare attenzione alla qualità del cibo, consumò in fretta la cena in una trattoria della zona e, inopinatamente, fu colto dal desiderio impulsivo di tornare a casa e riflettere tranquillamente in un posto dove non ci fosse nessuno. Non aveva nessuna idea chiara su cui fissare la propria attenzione, ma soltanto un desiderio irrefrenabile di sprofondare nei propri pensieri. Affrettandosi verso casa prese la carrozza fino a Place de la Concorde, dove cominciò ad aspettarne un’altra per gli Champs Elysées che non arrivava mai. Alla fine arrivarono due carrozze, ma erano piene.

Teikichi cominciò a camminare in fretta a passi lunghi. Era la metà di maggio. Ormai le giornate si erano allungate. L’Arc de Triomphe che domina in lontananza, e dietro il quale il cielo del tramonto era rosso intenso, si ergeva così nero e cupo da incutere paura. L’Avenue des Champs Elysées, l’arteria principale di Parigi, che è ampia e leggermente in pendenza e arriva direttamente fin sotto l’Arco, era occupata da una fila incalcolabile di carrozze e veicoli che oscillavano provocando quasi le vertigini. Era una scena che Teikichi era abituato a vedere ogni giorno, ma, in verità, sebben il suo pensiero fosse quello di arrivare a casa il più presto possibile, si fermò a contemplare con occhi affascinati la veduta di quel quartiere animato e lussuoso che solo Parigi può offrire. Quale potenza, quale profondità nell’eco delle ruote delle carrozze e degli zoccoli dei cavalli che facevano tremare la terra con grande fragore! Nell’immagine delle carrozze popolate da uomini e donne gli sembrava di riconoscere la voce del destino che faceva agire ciecamente esseri umani di un’infinita varietà di razze, professioni, condizioni sociali, età, senza eccezione alcuna. A causa della polvere di uomini e cavalli e del vapore della sera, tutt’intorno si vedeva in modo indistinto. In contrasto col movimento delle carrozze spiccava la silenziosa immobilità di un boschetto di alberi carichi di foglie fitte e tenere che costeggiava i lati della grande strada. Le chiome degli alberi si susseguivano a migliaia, tutte insieme alla stessa altezza, in una successione di colori che andava dal verde degli alberi più vicini folti e rigogliosi, al viola e al blu scuro allungandosi come una fila nere di nuvole fino ai confini del cielo al crepuscolo.

Addentrandosi nell’ombra degli alberi fin dove lo portarono i suoi passi, potè sentire distintamente il profumo delle foglie nuove e la freschezza dell’aria della sera. Non c’erano spiragli fra le foglie tenere degli alti ippocastani che impedivano di vedere il cielo; tuttavia la luce del chiaro crepuscolo estivo fluttuava ancora più suggestivamente tra i grossi tronchi degli alberi che stavano in gruppo. Gli arbusti fitti, che sembravano attorcigliati, avevano dei colori vaghi e delicati, secondo la prospettiva. Erano attraversati in lontananza da un amabile vialetto di sabbia di color grigio scuro che luccicava procedendo a zig zag verso una destinazione sconosciuta, quasi invitando l’osservatore ai confini tra realtà e sogno. Qua e là ai margini dei tornanti c’erano delle aiuole, ove spiccavano i colori brillanti dei tulipani, il rosso delle dalie e l’ornamento delle rose che, a causa della semioscurità, evocavano proprio l’immagine di abiti da donna immersi nella fioca luce di una camera da letto. Si sentivano anche le voci di uomini e donne che conversavano ininterrottamente fermi sulle panchine all’ombra. Teikichi si sedette su una panchina che era lì a pochi passi con l’impressione di scoprire quel parco per la prima volta quel giorno. Più il rimbombo continuo delle carrozze si allontanava, più riecheggiava suggestivamente attraverso le aiuole fiorite e profumate e attraverso gli alberi. Dietro il boschetto si vedeva l’Avenue Gabriel, una strada secondaria sempre silenziosa e poi un muro bianco che sembrava quello del Palais de l’Elysée, in quel momento illuminato di azzurro dalla luce splendente dei lampioni a gas, allineati ordinatamente ai due lati della strada secondaria. Nascosti all’ombra delle foglie verdi c’erano un’elegante trattoria e il teatro dove si assisteva agli spettacoli e allo stesso tempo si prendeva il fresco della notte estiva. Le luci erano numerose e poiché venivano dal fondo, illuminando le foglie verdi più morbide e sottili della seta, si vedevano strati di verde intenso trasparente che risplendevano fin dve l’occhio poteva arrivare, e la bellezza artificiale superava la bellezza naturale. Teikichi pensò: “Ah, questa è Parigi!” – città che s’innalza libera sul torbido gorgo del mondo naturale dominato dall’instabilità e dall’inquietudine di rocce, erbacce, acque correnti e stagnanti, muschio verde, zolle di terra, ciottoli…. Oh poter vagabondare tra le vie ornate di fiori, seta, ricami, profumi e lampioni, indifferente al destino della patria, senza pensare alla propria vita, avendo abbandonato i genitori, senza casa né moglie, nello stato pieno di malinconia di chi ha assaporato tutti i piaceri: era questa la fine più suggestiva che si potesse immaginare…

Nagai Kafū

(1879-1959)

Traduzione di Laura Ricca Lazzari.

Da: “Nuvole”(Kumo, 1908) in  Pagine dal Giappone Meiji,

a cura di Teresa Ciapparoni La Rocca, Roma, Bulzoni, 2009, pp. 242-245.

*Teikichi è il protagonista del racconto di Kafū, diplomatico giapponese di stanza presso l’ambasciata nipponica a Parigi dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Al suo personaggio, flâneur e gaudente, lo scrittore attribuisce le proprie esperienze di vita all’estero.

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La prosa suggestiva di Kafū racconta vivacemente la frenetica vita parigina degli inizi del XX secolo non mancando, però, di descrivere pittoricamente la primavera con mano delicata e accenti lirici. Parigi, nelle parole di uno scrittore giapponese francofilo, diventa lo specchio di un occidentalismo speculare al japonisme di quegli anni. Ma lo sguardo è quello disincantato e irriverente di un autore che aveva intitolato questo racconto, contenuto nella raccolta Furansu monogatariDissipazione (Hōtō), prima che la censura, scandalizzata dai contenuti scabrosi, gli imponesse di cambiarlo. Un autore inconfondibile per temi e atmosfere: Nagai Kafū.

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Macchie di colore proprio sotto la superficie dell’acqua. No, si muovono, scivolano, boccheggiano: le macchie sono vive. E, attorno a loro, ondeggiano i petali caduti dai ciliegi che si rispecchiano nello stagno e al minimo alito di vento cedono i fiori, a poco a poco. In mezzo al giardino, sullo stagno, si getta zigzagando un ponte a livello dell’acqua, una passerella, meglio, e se sostate un poco appoggiandovi alla balaustra di legno, ecco che a frotte arrivano le carpe, spalancando le piccole bocche, in attesa… Colori brillanti si mescolano al bianco e al rosa e l’acqua, d’improvviso, scompare.

Macchie vive nell’acqua. Togo jinja, Tōkyō, aprile 2019.

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