Fresche acque d’estate a Kawagoe. Agosto 2009.

Kaze fukeba

hasu no ukiha ni

tama koete

suzushiku narinu

higurashi no koe.

 

Quando soffia il vento,

sulle foglie galleggianti di loto

guizzano gocce d’acqua

e l’aria si rinfresca:

cantano le cicale del crepuscolo.

 

Minamoto no Toshiyori

(1055-1129)

 

Dal Kin’yōshū (Raccolta di foglie d’oro, 1127 circa).

Traduzione di Pierantonio Zanotti.

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A Yamagata, una sera d’estate di molti anni fa. Hanagasa matsuri, 7 agosto 2001.

Nella calda notte estiva, in una città del nord del Giappone (è Yamagata, è il Tōhoku), risuonano i sonagli e i tamburi della parata del matsuri. Osservo dal mezzo della folla assiepata ai lati della strada i gruppi di danzatori in freschi kimono estivi susseguirsi al ritmo della musica della festa tradizionale. D’improvviso ecco comparire buffi personaggi mascherati che si muovono a passo di danza ma con movimenti volutamente scomposti, esagerati o furtivi: quelli di una pantomima. Donne e uomini dai giacchini colorati (i tradizionali happi) indossano contemporaneamente  – una sul viso, l’altra sulla nuca – le maschere di Okame e Hyottoko, i personaggi del folclore, immancabili e amatissimi.

I bambini ne sono conquistati (sarà per le caramelle e i dolcetti che distribuiscono lungo tutto il percorso della sfilata?), gli adulti li seguono con lo sguardo, ridendo e applaudendo ai loro sberleffi.

Chi si nasconde dietro la maschera? Non ha importanza saperlo.

Okame e Hyottoko, la bella donna paffuta e il suo compagno mal rasato, dalle labbra prominenti, il ghigno storto e gli occhi asimmetrici, sono i protagonisti della festa. In apparenza solo una coppia di contadini, regina del folclore dell’antico Giappone rurale. In realtà, divinità bonarie mai troppo lontane dai loro devoti.

Perché, come spesso avviene quando si parla delle arti giapponesi, anche nel caso di Okame e Hyottoko siamo in presenza di una trasformazione, come spesso avviene, di tipi, ambienti e situazioni, del passaggio di personaggi elevati – in questo caso delle divinità, addirittura – al loro contraltare buffo, comico, nelle danze folcloriche e nelle feste religiose e popolari.

Sono soggetti le cui sembianze ci sembra di riconoscere un po’ ovunque, quando ci muoviamo per le strade del Giappone, quando visitiamo templi e santuari, quando ci aggiriamo curiosi fra le bancarelle dei mercatini, e che ritroviamo nelle maschere, che ritroviamo nelle bambole kokeshi, nei decori delle stoffe degli yukata, o che riconosciamo guardando all’insù, ecco, proprio sull’insegna della bottega che ci sta di fronte. E ci troviamo a sorridere. Come a vecchi amici.

Hyottoko a Yamagata, quella sera d’estate.

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Tsukioka Yoshitoshi, Le stelle innamorate sulla Via Lattea.

Amanogawa

tōki watari ni

aranedomo

kimi ga funade wa

toshi ni kosovars mate

 

Sul Fiume Celeste,

per quanto le sponde

non siano distanti,

la partenza della tua barca

attendo per un intero anno.

 

Kakinomoto no Hitomaro

(VIII sec.)

 

Traduzione di  Ikuko Sagiyama.

Da: Fujiwara no Kintō, Wakanrōeishū. Raccolta di poesie giapponesi e cinesi da intonare, a cura di Andrea Maurizi e Ikuko Sagiyama, Milano, Ariele, 2016, p. 72.

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Dolce frescura di acque nascoste. Kyōto, estate del 2007.

 

Ricordo di Narahashi, Mishima

 

In una minuscola striscia di giardino avevano scavato la bocca di una fonte.

Qua e là crescevano fusti di zenzero.

Lungo il muretto bianchi fiori di lespedeza           cespugli così rigogliosi!

Veramente un buco in affitto, quasi da vergognarsene.

 

Eppure c’era sempre       quella trasparente

fredda acqua sorgiva. Confetti di rugiada

      celeste      perle di rugiada terrena.

Nessuna tubatura a portare acqua intiepidita, ma in cambio

l’anguria penzolante dalla corda, gocciolava di frescura vermiglia.

 

Sia papà che cantava i suoi versi , sia mamma

che dal buio della cucina sciacquava nella pignatta il riso da bollire,

di quest’acqua     andavano fieri.

 

Anche nel sogno     le alghe si allungavano fluttuanti,

il piccolo alla fine tornerà      a questa nascosta      città d’acqua

il sorriso fluttuante       un invito delle mani.

 

Ōoka Makoto

(1931-2017)

Traduzione di Alessandro Clementi Degli Albizzi. In Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, Torino, Einaudi, 2020, p. 49.

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WUNDERKAMMER

 

 

 

Nella mia personale” camera delle meraviglie” c’è una lampada e, dietro, c’è tutta una storia.

 

“Indovini?

Cosa?

È in terracotta, no?

Ma no! È senz’altro un soprammobile.

Per niente! Non sarà invece una lampada? Ma sì, una lampada!

Sì, una lampada, e nient’affatto banale. Deve risalire alla fine del Meiji o all’inizio dell’era Taishō. In ogni caso di certo prima della guerra. E dentro c’è ancora dell’olio.

L’accendiamo?

Spenga la luce. La fiamma è vigorosa. Un tempo tutti si facevano luce in questo modo, per leggere e scrivere. Ma non avevo mai visto prima d’ora questo genere di antichità. Di certo se ne trovavano solo nelle famiglie agiate. Bisognava almeno essere uno scrittore per possedere una tal sorta di oggetti. Quando rientrerà nel suo paese, dica che era “la lampada di Akutagawa”: in ogni caso, nessuno ne sa niente…

Ma guardi, la fiamma è scomparsa. La lanterna si è spenta. Ah, no! Non ancora. In basso, brucia ancora. È ancora forte.

Ma no, non è certo di oggi. Deve risalire all’inizio dell’era Meiji, o tutt’al più agli anni Venti del Meiji (1887-1896). Noi altri studiavamo alla luce elettrica ma nelle campagne si utilizzavano ancora lampade a olio: erano appese al soffitto, con un’impugnatura da ogni lato. Niente a che vedere con quella…”

Neppure io avevo mai visto niente di simile. Doveva essere alta più di cinquanta centimetri. Robusta. Un diametro di quindici centimetri alla base, di una decina in mezzo. Era spessa, imponente. All’interno di uno zoccolo a semicerchio, rigato di linee orizzontali, fatto di legno duro dalle venature chiare (forse di castagno?), era infisso un grosso bambù. Doveva essere stato tagliato a livello del suolo, e dei nodi si susseguivano sul suo stelo come delle onde, forti, poco sporgenti, arrotondate. A causa dell’olio, la lampada aveva preso a poco a poco una patina e il tempo che passa aveva annerito i vari anelli. 

L’apparecchiatura metallica posta al di sopra non era arrugginita né rovinata. Alla fine dell’anno precedente, avevo visto per la prima volta questa lampada, fra le noiose cianfrusaglie di un “Negozio di abiti e mobili” vicino alla stazione di Higashi Nakano, c’era ancora un globo di vetro per la fiamma. Così il tutto doveva superare i settanta centimetri di altezza. Ma il vetro aveva dovuto rompersi a un certo momento e questa lampada occidentale era rimasta nascosta vari mesi in fondo al magazzino.

L’ho portata nella mia camera, l’ho posata sul mio tavolo e ho avuto l’impressione che gli altri mobili, la mia lampada da ufficio, il mio scaffale traballante, si trovavano completamente schiacciati. Al primo colpo d’occhio questo oggetto imponente non ha niente di raffinato. Si tratta sicuramente di una cosa strana. […]

Ma da questo oggetto emana qualcosa come un sentimento di equilibrio. Quando questa lampada è posata su un tavolo, di colpo una specie di tranquillità invade la stanza. Le linee delle colonne ellenizzanti del XIX secolo sono proprio diritte e nettamente disegnate. Ma nelle vere colonne greche, c’è la pietra stessa, tutta la ruvidità della natura. Questa lampada occidentale dell’era Meiji partecipa della bellezza delle colonne greche.

 

Jean-Jacques Origas

da La lampe d’Akutagawa. Essais sur la littérature japonaise moderne, Paris, Les Belles Lettres, 2008, p.17.

Tsukioka Yoshitoshi, Accendendo la lampada, stampa del 1878. La dama di corte ritratta è Sho-go-i Yanagihara Aiko, madre dell’imperatore Taishō.

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