Vi invito con piacere a visitare la mostra dell’artista

SHOKO OKUMURA

“Finestre di luce nei boschi”

Dal’8 al 31 Ottobre 2020

Presso Manifiesto Blanco

Via Benedetto Marcello 46 Milano

Ingresso libero

 

Inaugurazione 8,9,10 Ottobre 17.00 – 20.30 su prenotazione

 

Per l’inaugurazione Vi prego di prenotare tramite il sito oppure inviare un messaggio whatsapp:

indicando nome e cognome, la data e orario e indirizzo mail per favore.   

 ☛ La prenotazione è necessaria SOLO per l’inaugurazione  

whatsapp: 389 569 3638

sito: https://www.manifiestoblanco.com/  

 

Apertura Mostra: da Martedi a Sabato, dalle ore 16.00 alle 19.00, fino al 31 Ottobre.

Ingresso libero senza prenotazione.

Dove: Via Benedetto Marcello 46 Milano presso la galleria Manifiesto Blanco.

 
 
 
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Pagine Zen n. 122 (anno ventesimo)
con 5 nuovi approfondimenti
 
– Tawaraya Sōtatsu (1570? – 1640?)
Un artista all’avanguardia
di Marta Molinari
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/tawaraya-sotatsu-un-artista-all-avanguardia

– Johakyū 序破急
Introduzione, sviluppo, conclusione.
Calligrafia di Bruno Riva – shodo.it

– Il tavolo del letterato cinese (prima parte)
di Carla Gaggianesi – www.lagalliavola.com
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/il-tavolo-del-letterato-cinese-prima-parte

– Un’indagine su “Mottainai” (Prima parte)
di Rossella Marangoni – www.rossellamarangoni.it
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/un-indagine-su-mottainai-prima-parte

– Un Okimono di avorio del Museo d’Arte Orientale di Venezia
Figura femminile con acqua, arco e frecce.
di Silvia Begotto

– L’immagine della donna nello Shintō
di Giulia Zucconi
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/l-immagine-della-donna-nello-shinto

– Kaze no denwa
Il telefono del vento
di Giampiero Raganelli
con approfondimento al link:
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/approfondimenti/kaze-no-denwa-il-telefono-del-vento

– Amae
Il lato dolce del Giappone
di Fabiola Palmeri – www.facebook.com/nipponstorytelling/

– Pagine giapponesi
Immagini e racconti dal Giappone attraverso i libri della Biblioteca Braidense
Recensione di Anna Lisa Somma – www.bibliotecagiapponese.it

 
— Questo il link all’intero numero di Pagine Zen n. 122
https://temizen.zenworld.eu/paginezen/archivio/pagine-zen-122
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Nagamachi Chikuseki (1747 – 1806), Uva e vespa.

 

Doko kara?

 

Doko kara? to kaze ga tazuneru.

Budō no fusa wa yureru dake

doko kara? nan’te, kotaerare nai.

 

Kizuita toki wa, koko ni ita.

Moshika shitara kiri no naka

iwa no naka kamo shirenai ga,

 

moshika shitara sora no hate.

Kotaerare nai, doko kara? nan’te.

Demo doko kara to, toi dasu budō.

 

Nemure nai hi ea tsuzuki

fusa wa higoto ni omosa o mashita

hotondo namida no katachi ni mieta.

 

Itsu demo toi wa machigaeru

demo toinasai doko kara to.

Furisosogu tōi mono

 

sore ga yubi da to kizuku made

machigaeta mamade toitsunore.

Sore ga deai to kizuku made.

 

Hikari no yubi ni sawararete

yutaka ni ureru budō no mi desu

fatto nemureru budō no mi desu.

 

Da dove?

 

Da dove? chiede il vento.

Si scuote solo il grappolo d’uva,

perché non sa rispondere: da dove?

 

Quando s’è reso conto, era già qui.

Potrebbe esser venuto dalla nebbia,

forse dalla roccia,

 

oppure forse dal cielo senza fine.

Non può rispondere alla domanda: da dove?

Però comincia a chiedere: da dove?

 

In seguito a giorni d’insonnia

il grappolo è cresciuto di peso,

e ha cominciato a formarsi come gocce di lacrime.

 

Chiunque potrebbe sbagliarsi nel porre la domanda,

ma occorre domandarsi: da dove arriva

l’essere lontano che irradia la terra?

 

Finché t’accorgerai che quello è un dito,

chiedilo con intensità pur sbagliando.

Finché t’accorgerai che è un incontro…

 

Toccato dalle dita di luce

il maturare abbondante è frutto d’uva,

il dormire alla fine è frutto d’uva.

 

 

Takano Kikuo

(1927-2006)

 

Da: Secchio senza fondo (Poesie 1952-1998), a cura di Paolo Lagazzi e Matsumoto Yasuko, Fondazione Piazzolla, Roma, pp. 172-173.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

 

“Scampanio al crepuscolo”, acquerello di Satō Giei.

 

Tintinnare al crepuscolo

 

Quando si oscura – a mano a mano che il pomeriggio giunge alla fine – la carta degli shōji che servono da pareti della sala di meditazione, il responsabile del luogo aziona la grande campana che, facendo tremare con il suo rimbombo l’aria della sera, avvisa che il giorno giunge al termine. Così facendo, recita serenamente il sūtra di Kannon. Colpisce la campana, colpo dopo colpo, con un’energia possente come quella del ruggito di un leone, quella che irradiano i sermoni del Buddha. Il suono è grave, colmo di quella solennità capace di purgare dalle passioni e di abbattere il demone. Un tempo, quando suonava la campana di Gion,* i nostri antenati vi ravvisavano ciò che richiama ogni essere vivente alla propria impermanenza e alle delizie del nirvana. Ma oggi, cosa distinguono i nostri simili di queste armonie capaci di riempire i quattro angoli della sala di meditazione e di andare ben al di là, fino ai quartieri più lontani di Kyoto, per ricadere in fasci di echi?

La difficile sentenza di Unmon ha ancora tutta la sua portata: “Questo mondo è così vasto! Come può, il solo suono della campana, far sì che la grande assemblea rivesta la veste monastica e si renda alla sala di meditazione?” Attraverso quale canale arriva questo linguaggio sonoro: le orecchie, gli occhi, il naso, perché no? E tu, novizio che ti applichi a progredire lungo la Via, quali visioni ti procura questa musica del crepuscolo?

La campana della sera ha finito di risuonare – chiudiamo senza rumore la porta del monastero a due battenti, poiché inizia l’ingresso nel tempo vespertino della meditazione.

 

Satō Giei

(1920-1967)

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 90-91.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

*Riferimento all’incipit del poema guerresco Heike monogatari. 

 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

“Fare le pulizie dopo i riti serali”, acquerello di Satō Giei.

 

Fare le pulizie dopo le cerimonie della sera

 

Gli edifici importanti in un tempio zen sono, oltre alla sala di meditazione, la cucina e lo hōjō, insieme costituito dal padiglione del Buddha e dalla cella del maestro. Lo hōjō dà a sud su una vasta veranda, a cielo aperto. Quanto alla cucina, la fronteggia, all’altezza della parte centrale dal pavimento in terra battuta, una specie di atrio, la cui funzione è quella di servire tutti gli ambienti destinati a diversi servizi; anche lì, il pavimento è costituito da larghe assi. Dovunque si posi lo sguardo, lì regnano l’ordine e la pulizia: il pavimento, i pilastri luccicano come se fossero ricoperti di lacca e ogni oggetto possiede il suo posto ben definito. Prova ulteriore che, da quando esiste il monastero, numerosi furono fra i monaci gli adepti del motto: “Indietro, sporcizia! Polvere: fuori dalla mia vista!” e che tale è stata, mattina e sera, la loro volontà di piegare ogni fibra del proprio essere alla sola ricerca della Via.

Se la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti ha bisogno di ordine e di pulizia, che dire di un monastero? Là dove non si deve mirare che a estirpare dal proprio cuore il minimo ostacolo alla purificazione, sarebbe intollerabile lasciar sfuggire all’esterno il più piccolo granello di polvere. Le regole lo dicono: “Gli utensili ci sono per essere usati, guai a riporli in un posto qualsiasi!”. L’abbiamo capito, sistemare non è un’azione fine a se stessa, né un comportamento che rende migliori e più meritevoli: si devono utilizzare le cose per farle vivere, e utilizzarle come mezzi di espressione della compassione e della riconoscenza che albergano nel proprio cuore.

 

Satō Giei

(1920-1967)

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 88-89.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin