Tenersi per mano a Nishi Shinjuku. Tōkyō, aprile 2019.

 

Essere vivi

 

Essere vivi

essere vivi ora

vuol dire avere sete

essere abbagliati dal sole fra gli alberi

ricordare all’improvviso una melodia

starnutire

tenerti per mano

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire minigonna

un planetario

Johann Strauss

Picasso

le Alpi

vuol dire imbattersi in tutte le cose belle

e poi

essere attenti e opporsi al male che vi si nasconde

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire poter piangere

poter ridere

potersi arrabbiare

vuol dire libertà

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire un cane che abbaia in lontananza ora

la terra che sta girando ora

da qualche parte il primo vagito che si alza ora

da qualche parte un soldato ferito ora

è un’altalena che dondola ora

è l’ora che passa ora

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire il battito d’ali degli uccelli

vuol dire il fragore del mare

il lento procedere di una lumaca

vuol dire gente che ama

il tepore della tua mano

vuol dire vita

(1971)

 

Tanikawa Shuntarō

(n. 1931)

 

Traduzione di Maria Teresa Orsi.

 

Da: Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi,

Torino, Einaudi, 2020, pp. 31-33.

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1961), Fun’ya no Yasahide, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

吹くからに
秋の草木の
しをるれば
むべ山風を
あらしといふらむ

Fuku kara ni
aki no kusaki no
shiorureba

mube yamakaze o
arashi to iuramu

 

Fun’ya (Bun’ya) no Yasuhide

(seconda metà IX sec.)

 

È perché soffia  Appena soffia,  Basta che spiri
che erbe e alberi d’autunno  gli alberi e le piante d’autunno  perché gli alberi e le piante autunnali
appassiscono; a ragione  si prostrano; ecco,  appassiscano.
dunque, il vento di montagna  il vento di montagna  Sarà per questo che il vento di montagna
lo chiamano violento.  si chiama tempesta.  si chiama anche tempesta?
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Sagiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Si confronti la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Quando in autunno / l’erba si curva e gli alberi / dal soffio spinti / dal vento di montagna / vedrai, dirai tempesta.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

🍂🍂🍂

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°22 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta e funzionario Fun’ya  (o, anche, Bun’ya) no Yasuhide, secondo la tradizione uno dei sei “geni” della poesia giapponese (rokkasen), insieme a Ono no Komachi, Ariwara no Narihira, Henjō, Kisen, Ōtomo no Kuronushi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un cielo scuro, un’atmosfera tempestosa: è la sera di un giorno autunnale, o un pomeriggio turbolento di vento? Comunque sia, la scena ritratta da Kuniyoshi con un certa vena umoristica è percorsa da un potente dinamismo che rende con efficacia il clima di una giornata autunnale di forte vento.

Sullo sfondo di un cielo che dal verde-azzurro vira al grigio antracite, un uccello si abbandona, ali spiegate, alla spinta del vento. La dolce pendenza dei fianchi di una montagna chiude la scena. Davanti a questa massa scura volano oggetti: un ombrello giallo di carta e dei fogli bianchi sono sollevati in alto dal vento che agita i rami di un vicino salice piangente, fino a levarli verso il cielo. Sotto l’albero sono tre personaggi che l’abbigliamento cerimoniale rivela quali cortigiani: due figure del gruppo, il poeta stesso, nel noshi di broccato blu-viola e il  giovane attendente reggi-spada, dalla corta casacca e gli ampi pantaloni rimboccati, si trattengono il copricapo sollevando entrambi il braccio destro, con un gesto curiosamente identico mentre, davanti a loro, un altro elegante personaggio, che indossa una vistosa veste a grandi disegni viola su fondo chiaro, volge a noi la schiena, mentre cerca di trattenersi l’eboshi sulla testa.

La metà inferiore della scena è tutto occupata da una verde prateria spazzata dal vento su cui spiccano le macchie gialle degli ombrelli. In primo piano un artigiano fabbricante di ombrelli di carta traslucida (bangasa, wagasa) è pericolosamente sbilanciato nel tentativo di trattenere un ombrello che si è rovesciato. Il kimono rimboccato lascia nude le gambe scomposte in un movimento barcollante. Alle sue spalle è una sorta di rastrelliera a cui sono assicurati due ombrelli aperti. Per terra giacciono alcuni ombrelli chiusi insieme a fogli di carta oleata gialla (che qui hanno più l’aspetto di stuoie, in realtà) e a carte bianche pronte per l’uso, mentre nell’angolo in basso a destra si scorge, seminascosto dalle carte, un fusto verde di bambù, materiale con cui si fanno i manici dei bangasa e, accanto, una bacinella, un pennello largo da colla e un coltello dalla lunga lama, gli strumenti del mestiere. A sinistra della scena sono due fanciulli, probabilmente figli e aiutanti dell’artigiano: in primo piano, con la veste colorata e le gambe nude, uno dei due è riuscito a bloccare con il suo corpo un ombrello, dietro di lui l’altro sta invece rincorrendo dei fogli bianchi che svolazzano nel cielo e un ombrello che ormai ha preso il volo e se ne va, chissà dove, portato dal vento tempestoso in questa tempestosa giornata d’autunno.

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Utagawa Kuniyoshi, (1797-1861), Il monaco Sōsei, dalla serie Hyakunin-isshu-no-uchi.

 

今来むと
いひしばかりに
長月の
有明の月を
待ち出でつるかな

 

Ima komu to

iishi bakari ni

nagatsuki no

ariake no tsuki wo

machiidetsuru kana.

 

Sōsei Hōshi

(m. 909?)

“Ora vengo”, mi disse Solo perché ella m’aveva detto: Mi aveva detto
e così, in attesa “torno subito”, che sarebbe venuto
passai la lunga notte io l’ho attesa, ahimè, fino e io l’ho atteso
d’autunno, finché all’alba all’apparir della luna dell’alba fino quando l’alba
m’apparve solo la tarda luna. del mese delle lunghe notti. non ha illuminato la luna del nono mese.
Trad. di Ikuko Sugiyama. Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Andrea Maurizi.

 

 

 

Si confrontino:

  • la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Era di notte / dicesti “Torno subito” / invano ho atteso / nel cielo di settembre / un’alba con la luna.

  • la traduzione di Aldo Tollini:

Avendomi detto / che sarebbe venuto / l’ho aspettato / fino a quando l’alba / non ha illuminato la luna del nono mese.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Aldo Tollini, Sanjūrokkasen, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°21 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del monaco-poeta e calligrafo Sōsei, secondo la tradizione uno dei trentasei “immortali” della poesia giapponese.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Un’atmosfera irreale sembra percorrere questa scena. Sullo sfondo, contro un cielo che da blu vira all’azzurro, si ergono delle formazioni rocciose, forse montagne – ma dall’aspetto dolomitico, si direbbe -, prive di vegetazione. Il resto della scena è tutto per i due personaggi in primo piano, appoggiati su un irrealistico prato reso con un’ampia campitura di un pallido verde.

Protagonista della scena è il poeta, raffigurato seduto su un ampio cuscino di broccato decorato con un motivo di fiori e onde, nella sua veste di monaco di alto rango (chiamata rai), color mattone, dall’ampio panneggio, sulla cui spalla sinistra è allacciato un raffinato manto (gojōgesa) turchese decorato con un motivo geometrico circolare di colore chiaro. Il poeta regge nella mano destra un ventaglio chiuso e ha il volto rivolto verso l’altro personaggio della scena cui sembra stia rivolgendo qualche parola.

Si tratta di un giovane attendente dai tratti femminei di una bijin, il volto allungato a seme di melone, la capigliatura fermata in due crocchie sulla sommità del capo (la fronte non rasata ne denuncia la giovane età), qualche ciocca che sfugge da dietro le orecchie, vezzosamente. Il giovane indossa degli ampi e lunghi hakama di color azzurro dentro cui sono inseriti vari indumenti i cui colletti si intravedono dall’ampia apertura del kimono che sta sopra a tutto: un kimono a fondo viola, di tipo furisode, tipico delle fanciulle, caratterizzato dalle lunghe maniche fluttuanti, qui decorate a fiori e foglie, trattenuto in vita da un’ampio obi color senape chiuso da un nodo sul davanti.

Chi è questo personaggio che sembra stia per allontanarsi e che tiene tra le mani una scatola piatta, forse una scatola da scrittura appena utilizzata dal poeta? Con molta probabilità uno di quei giovani novizi che intrattenevano una relazione con un monaco più anziano secondo una prassi abituale e al cui carattere erotico sembra alludere il colore rosso della sottoveste che appare alla scollatura e all’imboccatura delle maniche del furisode… O non sarà, invece, proprio la donna a cui danno voce i versi, e che compare come una visione notturna davanti al poeta? Del resto fra i due personaggi è posta una lucerna dal lungo stelo rosso, accesa a far luce al poeta in un’atmosfera che sembra di sogno.

La scena è ambigua così come lo è il waka, composto da un uomo ma che tutti i commentatori dicono sia da intendere come scritto da una donna. Eppure tutti gli artisti che lo hanno illustrato nelle varie versioni della raccolta poetica hanno rappresentato il poeta solo, mentre guarda un paesaggio immerso nella luce della luna ancora persistente all’alba (un fenomeno che compare solo dopo il nono mese, detto ariake, “luna all’alba”) o al più insieme a un giovane attendente.

Comunque sia, vorrei lasciare aperta l’interpretazione sul significato della scena illustrata da Kuniyoshi e permettere che solo i versi del monaco-poeta Sōsei ci avvolgano nella loro suggestione.

 

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Giorni felici. Hida Furukawa, aprile 2017. Foto di Yuka Kawai.

 

Ko no ma naru

somei yoshino no

shiro hodo no

hakanaki inochi

idaku haru kana.

 

Fra gli alberi

un ciliegio somei yoshino

e i suoi fiori bianchi.

Effimera come la mia

è la loro vita a primavera.

 

Yosano Akiko

(1878-1942)

 

Traduzione di Claire Dodane.

Fonte:

Claire Dodane, Yosano Akiko, Paris, POF, 2000.

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Kawase Hasui, Luna di primavera alla baia di Ninomiya, 1932.

Samidare ya

aru yo hisokani

matsu no tsuki.

Piogge del quinto mese

una sera segretamente

tra i pini, la luna.

Yoshikawa Ryōta

(1718-1787)

Traduzione di Elena Dal Pra.

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