Foglie nella pioggia. Okayama, Korakuen, novembre 2015.

 

Fuyugomori / haru sarikureba / nakazarishi / tori mo kinakinu / sakazarishi / hana mo sakeredo / yama o shimi / irite mo torazu / kusa fukami / morite mo mizu / akiyama no / konoha o mite wa / momichi oba / torite so shinou / aoki oba / omite so nageku / aoko shi urameshi / akiyama so are wa.

 

Quando arriva la primavera

non più prigioniera dell’inverno

gli uccelli che non cantavano

tornano a cantare

i fiori che non sbocciavano

sbocciano ma

i monti sono così folti

che se ci si inoltra non riusciamo a cogliere i fiori

l’erba è così alta e invadente

che se li cogliamo non riusciamo a vederli bene.

Ma quando guardiamo le foglie

dei monti in autunno

raccogliendo quelle gialle

le apprezziamo

lasciando sui rami quelle verdi

sospiriamo

avrei da ridire solo su quest’ultima cosa

ma, io, preferisco i monti in autunno!

 

Principessa Nukata

(VII sec.)

Dal Man’yōshū (Raccolta delle diecimila foglie).

Traduzione di Pierantonio Zanotti.

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Tōkyō, il tramonto dietro lo Zojōji, alcuni mesi fa. Primavera 2019.

Hi wa ochinu

kumo wa chigirenu

tsuki wa imada

yuube no sora no

sanagara ware wa.

 

Calato il sole

si spargono le nubi,

la luna appare –

Come mi riconosco

nel cielo della sera.

 

Ishikawa Takuboku

(1885-1912)

 

Traduzione di Mario Riccò e Paolo Lagazzi.

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Hida no sato. Nel caldo agosto del 2013.

 

Ki no eda no

kawara ni sawaru

atsuta kana.

 

Che caldo! –

i rami dell’albero

toccano le tegole.

 

Akutagawa Ryūnosuke

(1892-1927)

 

Traduzione di Mario Riccò e Paolo Lagazzi.

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Katsumata Shiro, Il trapianto del riso, xilografia, 1953.

Civiltà del riso e della risaia, il Giappone. Cultura del riso. Gesti antichi che ne ritmano la coltivazione.

Rileggendo Le sauvage et l’artefice. Les Japonais devant la nature  del geografo Augustin Berque, un autore che ammiro, ritrovo uno haiku di Kisei (1688–1764) che mi sembra racchiuda perfettamente l’immagine dei giorni del trapianto del riso (taue), che veniva effettuato tradizionalmente ai primi di luglio:

  早乙女や 泥手にはさむ額髪 

Saotome ya

dorote ni hasamu

hitaigami.

 

La mondina

con le dita infangate

si sistema una ciocca sulla fronte.

 

Il tema delle mondine che trapiantano il riso ricorre nella poesia come nell’arte della stampa a matrice di legno come un potente riferimento stagionale per la piena estate. Il lavoro nella risaia per i poeti e gli artisti di periodo Edo definisce il paesaggio, ne è un elemento caratteristico, ne è sublimata la gestualità mentre resta sullo sfondo, non detta, tutta la fatica e la sofferenza di un lavoro nell’acqua, nel fastidio degli insetti, al caldo torrido della piena estate. Erano soprattutto le donne a doverlo eseguire, e lo facevano, almeno nella tradizione iconografica che ci viene tramandata, indossando i pantaloni blu delle contadine (monpe), un obi rosso, un fazzoletto bianco sulla testa, un ampio cappello di paglia (ajirogasa) e, nei giorni di pioggia battente, un mantello di paglia, cantando i canti della risaia, taue uta, al ritmo del tarōji, il maestro delle risaie.

Da un ukiyoe di Utagawa Hiroshige (1797-1858).

Il trapianto del riso è un atto che racchiude tutta la sacralità di una civiltà del riso ed era svolto con particolare solennità, alla presenza di sacerdoti shintō e al suono di tamburi. Si trattava del momento più importante nel ciclo della coltivazione del riso, cruciale per la realizzazione di un buon raccolto: le piantine, fatte crescere altrove, venivano messe a dimora nella risaia inondata. La successione dei gesti, ritmata dal battito dei tamburi e dal canto, si faceva danza sacra affinché il kami della risaia (tanokami), invocato dalla comunità tutta, presenziasse all’evento ricolmando i presenti dell’auspicio di un ricco raccolto.

Illustrazione da un vecchio libro giapponese degli anni Settanta. Otaue matsuri (Festa del trapianto del riso), Chiyoda machi, prefettura di Hiroshima.

Nella poesia haiku la figura della mondina (saotome) ritorna spesso ed è un classico tema stagionale legato all’estate:

Saotome ya

yogorenu mono wa

uta bakari.

Ohara Koson (1877-1945), Il trapianto del riso (part.), 1910 circa.

 

Piantatrici di riso:

non è infangato solo

il loro canto.

Konishi Raizan

(1653-1716)*

 

Eppure c’è un’immagine invernale che si collega idealmente a questi giorni d’estate: è quella curiosa del trapianto del riso nella neve, un’antica tradizione di alcune località delle prefetture di Yamagata e Akita, nella regione del Tōhoku. I contadini mimavano il taue piantando, nelle risaie innevate, dei fasci di paglia di riso. Nei villaggi del “paese delle nevi” questa cerimonia accoglieva la visita del kami dell’anno nuovo (toshi no kami) il quale, vedendo la paglia piantata nelle risaie, avrebbe benedetto la preghiera delle comunità per il buon raccolto.

Illustrazione da un vecchio libro giapponese degli anni Settanta.

Da studiosa non posso provare nostalgia per un passato che non c’è più, per il Giappone romantico e idealizzato di chi, a volte, dimentica la realtà delle condizioni di vita e la realtà delle dinamiche storiche che pure sono documentate dalle fonti e dalle ricerche. Non posso accettare ricostruzioni arbitrarie e selettive del passato. Ma posso continuare ad amare l’arte e la poesia.

Sempre.

Sararetaru

mi o fumikonde

taue kana.

 

Abbandonata –

Nel trapianto del riso

affonda il corpo.

Yosa Buson

(1716-1783)**

 

*Traduzione di Elena Dal Pra.

**Traduzione di Mario Riccò e Paolo Lagazzi.

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Nei pressi di Nara. Nella bella estate del 2009.

Sono aji ga

ii ne to kimi ga

itta kara

shichigatsu muika wa

sarada kinenbi.

Siccome mi hai detto

“Ma lo sai che ha un buon

sapore?”

da allora il 6 luglio

è il nostro anniversario dell’insalata.

Tawara Machi 

(1962-)

Traduzione di Pierantonio Zanotti.

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