Asakusa la notte. Tōkyō, agosto 2009.

Un aspetto della cultura anni Sessanta che perdurava nei Settanta era un interesse per quello che i giapponesi chiamano dorokusai, che significa “puzza di terra”, o nostalgie de la boue:* lo squallore, l’oscenità, la dissolutezza, il sangue, gli odori, tutto ciò permeava la scena artistica, non solo in fotografia, ma anche nel teatro, nel cinema, in letteratura, nei manga e perfino nelle arti grafiche. Si trattava, credo, di una reazione all’estetica elitaria, che fin dalla metà dell’Ottocento era stata rigidamente tradizionalista oppure una leziosa rilettura giapponese della cultura europea alta. 

Scriveva Mishima, nell’introduzione a un libro fotografico [. . .] in cui erano ritratti giovani uomini scatenati durante i festival shintoisti, che alla fine dell’Ottocento il Giappone aveva cominciato a vergognarsi della sua cultura popolare, per timore che gli occidentali rimanessero scioccati dalla sua rozzezza. Il Giappone, diceva, “ha tentato di rinnegare completamente il suo passato o quantomeno di nascondere agli occhi occidentali le vecchie usanze che potevano rivelarsi più difficili da estirpare. I giapponesi erano come una casalinga ansiosa che in attesa degli ospiti nasconde gli oggetti di uso quotidiano nei ripostigli e rinuncia agli abiti comodi di tutti i giorni, nella speranza di fare colpo con la versione impeccabile e idealizzata della sua casa, dove non si vede l’ombra di un granello di polvere”. La tendenza degli anni Sessanta, proseguita poi nei Settanta, andava nella direzione opposta. Anche se tanti giapponesi della generazione bellica e del primo dopoguerra nutrivano sentimenti contrastanti nei confronti degli occidentali, l’idea era quella di non eliminare l’influenza dell’occidente. Sarebbe comunque stato impossibile, anzi assurdo.  [. . .] 

La mia nostalgie de la boue aveva meno a che fare con l’atteggiamento giapponese verso I’occidente che con il contesto privilegiato da cui venivo. Il mio immergermi nel Giappone era in parte anche una fuga dalla raffinatezza borghese, anche se una fuga superficiale, voyeuristica, quasi distaccata. Fotografavo i vicoli di Shinjuku nello stile di Moriyama Daido, che si ispirava soprattutto all’americano William Klein, e mi aggiravo per le zone ancora dissolute lungo il fiume Sumida, nella cosiddetta shitamachi, o città bassa, in contrapposizione alla città alta nelle più prospere aree collinari a ovest. La parte di Tokyo dove preferivo girare e fotografare partiva dalla stazione di Minami-Senju – sotto i cui binari un piccolo cimitero abbandonato segna il luogo dove nel periodo Edo si eseguivano le condanne a morte dei criminali – attraversava Sanya, la zona povera dove ogni mattina i senzatetto venivano raccolti come manovalanza a poco prezzo per i cantieri, proseguiva verso Yoshiwara, un tempo elegante quartiere a luci rosse di bordelli e sale da tè d’alta classe, oggi squallido labirinto di centri massaggio illuminati al neon, e terminava al tempio di Asakusa dedicato a Kannon, la divinità della compassione. 

La mia guida letteraria in questi vagabondaggi era uno dei miei scrittori giapponesi preferiti, Kafū Nagai, morto nel 1959. Il suo soggetto era Tokyo, il suo temperamento elegiaco. La volgarità del presente lo disgustava. Kafū (che fu sempre noto con questo soprannome) riusciva ad amare solo a posteriori, e a celebrare solo ciò che era scomparso. La città occidentalizzata del periodo Meiji, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, cominciò a commuoverlo solo dopo essere stata in buona parte distrutta dal terremoto del 1923. La sfacciata Tokyo moderna che era emersa da quel disastro lo riempiva di delizia, ma solo dopo che nel 1945 era stata devastata dai bombardieri B-29. Kafū era un dolente archeologo del recente passato: il muro di piastrelle di un ex bordello degli anni Trenta in mezzo a un quartiere modernizzato senza gusto nel dopoguerra poteva commuoverlo fino alle lacrime. 

Nella zona di Minami-Senju, l’esterno di un vecchio teatro fatiscente era dipinto a mano in colori accesi, con immagini di guerrieri con la spada in pugno e geisha dal viso tondo. Il teatro, che odorava di calamari fritti e sudore rancido, era la sede di una delle ultime compagnie itineranti. Portavano in scena versioni rozze di famosi spettacoli kabuki che raccontavano di suicidi d’amore e fuorilegge dall’animo nobile. Tra un atto e I’altro, gli attori si cambiavano rapidamente indossando sgargianti camicie hawaiane, dopodiché intonavano a squarciagola canzoni popolari davanti a microfoni che si inceppavano, mentre altri strimpellavano chitarre elettriche scordate. I ruoli femminili, secondo la tradizione, erano tutti interpretati da uomini. Uno degli attori, un giovane con il naso all’insù e un viso gommoso dai lineamenti marcati, riusciva, una volta in abiti femminili, a sembrare bellissimo perfino nello squallore del contesto. Vent’anni dopo conquistò fama nazionale, apparendo alla tv come il “Tamasaburō della shitamachi”, in riferimento al famoso attore di kabuki. 

Nel teatro di Minami-Senju trascorsi molte ore, fotografando gli attori e anche il pubblico, la cui età media doveva superare ampiamente i cinquant’anni: il macellaio di quartiere con la moglie tracagnotta, uno o due truffatori, operai che lavoravano sui tetti, muratori e cuochi di ravioli al vapore. Dio solo sa cosa dovevano pensare di quel giovane straniero che li fotografava inginocchiato davanti a loro. Ma erano sempre amichevoli, e con un’aria educatamente divertita. Un fine settimana accompagnai gli attori durante uno dei loro tour per le zone di campagna, insieme a Graham, il mio amico della biblioteca della Nichidai. Trascorremmo la notte nel resort fatiscente di una sorgente termale, detto “Green Center”, con i vecchi venuti a bere e godersi lo spettacolo del Tamasaburō della shitamachi e degli altri attori. Seduti intorno a lunghi tavoli di legno carichi di polpettine di riso, calamari essiccati, sottaceti e zuppa di miso, e abbigliati con i leggeri yukata forniti dal Green Center, guardammo un’agghiacciante scena di omicidio commessa da un famoso fuorilegge dell’ottocento, seguita da una celebre scena d’amore presa da un vecchio dramma di samurai. Nel frattempo io mi aggiravo scattando foto come avevo visto fare ad Araki. Ma il pezzo forte della serata doveva ancora arrivare. 

Quando fu il momento di immergersi nel grande bagno comune, uomini e donne si tolsero gli abiti estivi e invitarono anche Graham e me a entrare. La sala piastrellata aveva un odore sulfureo di uova marce. Il monte Fuji dipinto sulla parete era mezzo nascosto dal vapore che saliva dall’acqua rovente. Dopo esserci velocemente lavati, io e Graham entrammo cauti nel bagno, con tutti gli occhi puntati addosso. Stavo pensando che difficilmente avremmo potuto essere più immersi nel Giappone profondo, quando un’improvvisa esplosione di risate fragorose increspò le rughe dei volti campagnoli che avevamo intorno. “Guarda il pisello!”, strillò una delle signore più anziane immerse nell’acqua. “Guarda che pisello, gli stranieri!”. “Ce l’hanno più grosso di te, nonno!”, grido una donna robusta che avrà avuto almeno ottant’anni. Diversi signori raggrinziti sorrisero timidi. “E quanto sono bianchi, i gaijin!”, esclamò una terza signora, come se in vita sua non avesse mai visto nulla di più grottesco. “Proprio come il tofu”. 

Ian Buruma

(n.  1951)

Da: A Tokyo Romance. A Memoir, London, Atlantic Books, 2018, pp. 53-57.

*Letteralmente “nostalgia del fango”.

🗼🗼🗼

È diventata uno dei miei livres de chevet, questa cronaca autobiografica della Tōkyō degli anni Settanta raccontata nei suoi aspetti più nascosti e intriganti di teatro d’avanguardia, di nuova cinematografia, di bassifondi e di nostalgia, di esperienze e di incontri con personaggi straordinari, di performance e di vecchi palcoscenici. Buruma racconta, con mano felice e senza autocompiacimento, la storia della sua educazione sentimentale e artistica in una Tōkyō non ancora presa d’assalto dai turisti ma vitale e autentica. O così vorremmo credere abbandonandoci alle pagine così cariche di suggestione da trasportarci indietro nel tempo. Affascinati.

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Lungo la strada, dalle parti di Taitō-ku. Tōkyō, agosto 2007.

 

In occasione della mia prima visita in Giappone, nel 1977, i miei amici, anche quelli giapponesi, mi avevano messo in guardia. Soprattutto che io non giudicassi il Giappone da Tokyo: città sovrappopolata, anarchica, priva di bellezza, schiacciata dal suo gigantismo, interamente ricostruita dopo i bombardamenti del 1945, attraversata in ogni direzione da autostrade sopraelevate che si incrociano, nel tumulto, a livelli differenti…

Le mie passeggiate mi diedero tutta un’altra impressione. La città, brulicante di vita, mi parve respirare la giovinezza. I colori chiari e vari degli edifici mantenevano l’allegria. La libertà con la quale erano collocate le case e gli altri edifici mi sembrava un piacevole diversivo dalle vie europee in cui le case, allineate e saldate le une alle altre, chiudevano il passante fra muraglie di pietra. A Tokyo le costruzioni, staccate dalle loro vicine, orientate in maniera diversa, fornivano gradevoli contrasti di prospettiva. Anche nel cuore della metropoli, proponevano al passante degli angoli più tranquilli, dei piccoli rifugi…

Soprattutto, mi sono accorto che bastava lasciare le grandi arterie e inoltrarsi nelle vie traverse perché tutto cambiasse. Ben presto ci si perdeva nel dedalo di viuzze in cui le case basse, disposte senz’ordine, restituivano un’atmosfera di provincia. Il giardinetto che le fiancheggiava poteva essere minuscolo: la scelta e la sistemazione delle piante non mancava per questo di dare testimonianza del gusto e dell’ingegnosità degli abitanti delle vicinanze. Queste case private circondate di vegetazione alloggiavano forse persone della classe media: io riflettevo che a Parigi avrebbero rappresentato un lusso accessibile solo ai più ricchi. Percorrendo Tokyo ero meno urtato dalla brutalità dei quartieri degli affari che affascinato dal veder coesistere questi contrasti urbani. Ammiravo e invidiavo questa facoltà ancora concessa agli abitanti di una delle più grandi città del mondo, se non la più grande, di poter praticare degli stili di vita così differenti.

 

Claude Lévi-Strauss

(1908-2009)

“Aux habitants de Tokyo” in Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 115-116.

 

🌊🌊🌊

Quello di Claude Lévi-Strauss fu prima di tutto un Giappone immaginato, fantasticato: quello scoperto in seguito al regalo fattogli dal padre pittore e collezionista di ukiyoe, di una stampa giapponese quando aveva solo 5 o 6 anni. Da allora, ad ogni successo scolastico, il padre prese a regalargli una stampa della sua collezione fino a che iniziò egli stesso, ragazzo, a fare economie per potersene acquistare qualcuna. L’antropologo, questo Giappone sognato sin dall’infanzia, lo visitò solo quando ebbe 70 anni, lui che aveva viaggiato e studiato culture per tutta la vita. E forse qualcosa di quel sogno, nel suo incontro con la realtà nipponica, rimase attaccato alla sua visione… Gli scritti di Lévi-Strauss sul Giappone sono raccolti nel volume dal titolo L’altra faccia della luna, pubblicato da Bompiani nel 2015.

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Il fiume Sumida, la Skytree e le luci di fronte ad Asakusa. Tōkyō, aprile 2019.

In un mattino d’estate, mentre attraversiamo il ponte Azuma sul fiume Sumida, K. mi dice di aver seguito in Giappone il suo ragazzo da Ho Chi Minh City, ma che lui I’ha lasciata poco dopo. Ride. Sotto il ponte scarlatto, vaporetti carichi di turisti solcano le acque bruno-azzurre della baia di Tokyo. All’inizio è rimasta sconvolta, poi si è rassegnata. Cosa puoi fare, dice, quando la persona che ami s’innamora di un’altra? Non puoi mica cominciare a odiarla di colpo. 

K. è rimasta a Tokyo a studiare e ha trovato un lavoro part- time al 7-Eleven di Asakusa, il quartiere popolare dove abito io. Uno sciame di turisti si accalca intorno al grande tempio e al massiccio portone di epoca feudale. I visitatori si scattano selfie con le due statue gemelle che raffigurano il vento furioso e gli dei del tuono, di fronte a una lanterna rossa da 700 chili sponsorizzata dal fondatore della Panasonic.
La conosco appena. Le ho proposto di uscire per una passeggiata e un caffè perché incontrarla al 7-Eleven mi fa piacere, e ci siamo scambiati le email. Lei usa vari nomi. K. e uno di questi. In uno dei suoi messaggi dice: “Puoi chiamarmi con il mio nome inglese, Melissa”. 

È un tipo energico che non si fa mettere i piedi in testa. Mi piace il suo sorriso impertinente. Mi tira su di morale quando passo dal minimarket per fare la spesa mentre corro al lavoro o torno a casa. Quando arriva il mio turno alla cassa le dico: “Come stai?”, e lei risponde, con un accento più britannico che americano: “Bene, grazie. E tu?”. Pronuncia quelle parole come fossero una specie di sfida strafottente. La musica di sottofondo, spesso, è Daydream believer dei Monkees, la sigla scelta da 7-Eleven.

In quei minimarket quasi nessuno parla con i dipendenti. 

Attraversato il ponte, camminiamo verso nord e costeggiamo ia sponda del fiume per dieci minuti, passando sotto la sopraelevata che fu costruita per le Olimpiadi del 1964. È facile chiacchierare con un’estranea: del mio lavoro e della mia famiglia, del mio divorzio, del suo ragazzo che l’ha mollata, dei suoi otto fratelli e sorelle, tutti figli di genitori diversi. Lei chiede: “Che cosa ti piace di me?”. Io dico: “Il tuo umorismo”.

Svoltiamo a sinistra, attraversiamo il ponte Kototoi, quello blu, e riscendiamo a valle tra i turisti sotto i ciliegi, che hanno i rami coperti di foglie nuove, tutte verdi. Lei ordina un matcha latte al Tully’s coffee, che guarda la torre Tokyo Skytree. Dice che si è trasferita in un appartamento più vicino al minimarket, insieme a una coinquiiina e a un gatto randagio. Vuole diventare veterinaria. Però ha bisogno di soldi e ha intenzione di rimanere a Tokyo per guadagnare un po’. 

K. si trova nel posto giusto. La popolazione giapponese sta invecchiando, e per i giovani stranieri disposti a lavorare sodo per pochi soldi ci sono un sacco di opportunità. Al tempo stesso, il governo di Shinzō Abe ha un disperato bisogno della liquidità portata dai turisti, quindi se prima gli stranieri provenienti dalla Cina e dal sudest asiatico erano meno ricercati, adesso ottengono il visto con facilità e possono fare shopping esentasse. Di conseguenza, da qualche anno il numero delle persone che visitano il Giappone ha superato ogni record, e da adesso alle Olimpiadi del 2020 non farà che aumentare. […]

Per qualche tempo non ho più visto K., poi il giorno di Natale ha risposto a una mia vecchia email. L’ho invitata a pranzo in un ristorante di soba, dove ci siamo seduti sul pavimento davanti a un tavolino basso. Mi racconta di aver trovato un lavoro in un’azienda di marketing e di essersi iscritta a un corso di economia aziendale. Ha lasciato il 7-Eleven – e la sua “sgarbata” manager cinese – e punta a trovare un impiego presso una grande azienda giapponese di elettronica che la rimandasse in Vietnam. Le mancano la madre e il padre, che hanno più di 70 e 80 anni. Sono entrambi al terzo matrimonio, e K. è I’unica figlia che hanno avuto insieme. 

K. sa bene che tornando a Ho Chi Minh City il suo stipendio diminuirà. Le dico che anch’io sento la mancanza di mia mamma che sta dall’altra parte dell’oceano, ma uno deve stare là dove c’è il lavoro. Lei mi fa: “Puoi avere tutti i soldi che ti pare, ma non puoi comprarti il tempo da trascorrere coi tuoi genitori”. 

Dice che il Giappone le piace perché è pulito e sicuro, e la gente e gentile. Ma ho l’impressione che Tokyo potrebbe essere qualunque altro posto: noto che K., nonostante sia qui da quasi tre anni, non sa neanche come mangiare il banalissimo piatto di spaghetti soba freddi da intingere nella salsa. Per socializzare, esce con altri vietnamiti; la sua compagna di appartamento è una sua connazionale, e ogni tanto esce a bere con altri studenti: vietnamiti, cinesi, italiani, coreani. Però mettere d’accordo le persone per vedersi è difficile. 

Torniamo a parlare del suo futuro. Dopo pranzo saliamo da me a prendere un caffè e lei mi dice che a 27 anni, a casa sua, è già vecchia per sposarsi e che i genitori le fanno pressione perché si sistemi. Ma il matrimonio è scivolato in basso nel suo elenco di priorità: “La mia migliore amica delle elementari ha appena avuto il secondo figlio e la prima ha già sei anni. Ogni volta che torno giù la bambina mi chiede perché non ho anch’io un figlio. Vedo la mia amica litigare con il marito ogni giorno. Hanno pochi soldi, non hanno l’automobile, la casa non è di loro proprietà”. 

Il piano di K. è tener duro per altri due anni e poi tornare in Vietnam. E quando lascerà la grande azienda giapponese per una più piccola, potrà pretendere uno stipendio più alto. Per via dell’esperienza, dice. “Perché ho lavorato nella grande industria. È così che funziona, no? Sto diventando più forte e sto accumulando esperienza”. L’esperienza è come un’arma, e devi mettere a punto la tua. 

Poi mi consiglia di risposarmi e di fare un figlio, trovare qualcuno che si occupi di me, così potrò fare una vita “come tutti”. Guardiamo lontano, oltre la selva di tetti; poi l’occhio di K. corre al telefono e lei, sorpresa di quanto si è fatto tardi, se ne va. 

Mark Robinson

 

Traduzione di M.A.

Da: Internazionale Extra, n° 4, Tokyo, estate 2018, pp. 55-57.

🍡🍡🍡

Vive dal 1988 a Tōkyō, Mark Robinson e della metropoli conosce tutto o quasi. Ha scritto corrispondenze dalla capitale giapponese per il Financial Times e Monocle e nel frattempo è diventato un critico gastronomico esperto di cucina giapponese. Per Kodansha USA ha scritto un libro che rivela tutti i segreti degli izakaya dal titolo Izakaya: The Japanese Pub Cookbook.

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Marmellata-Giappone: un cartello pubblicitario al Kitte del quartiere Marunouchi. Tōkyō, agosto 2013.

 

L’incidente del pane alla fermata del treno

(Meiekiteisha no pan no jiken)

 

Qualche giorno fa mi trovavo sul treno, quando a una fermata è rimbombato con forza il suono di un allarme proveniente dalle rotaie. Il rumore era particolarmente fastidioso, al punto che più d’un passeggero si è alzato per andare a dare un’occhiata fuori. L’annuncio “Verificheremo immediatamente l’accaduto” riempiva le carrozze, mentre al di là delle porte s’intravedevano gli addetti della stazione correre di qua e di là.

Lo stato di confusione generale ricordava un cartone animato, tipo quelli americani di una volta, con Tom e Jerry che si rincorrevano.

In quel momento, proprio dalle parti dell’uscita più vicina al mio posto, una donna con un passeggino ha richiamato l’attenzione di uno degli addetti con fare nervoso, farfugliando qualcosa. In effetti, poco prima avevo colto distrattamente con lo sguardo il momento in cui si era rivolta con agitazione a un’altra donna con il passeggino dicendole: “E ora che faccio?”. 

“Ehm, ecco, il pane… È quel pane che…”. “Sì, prego? Il pane?”. Alle sollecitazioni dell’uomo, come se fosse ormai rassegnata, la donna ha risposto più chiaramente: “Ecco… è caduto del pane”. L’addetto della stazione ha ribattuto con aria incredula: “Eh?! Del pane?”. “Sì, pane”. “Ha fatto cadere del pane?”. “Sì, mi dispiace”.

Insomma, pareva proprio che fosse stato quel pane, cadendo sui binari, a far scattare l’allarme. Chissà, magari era scivolato via dalle mani del bambino nella carrozzina. Bastava un pezzo di pane a far scattare quell’allarme così forte? Ero impressionata dal livello di precisione dei sensori dei binari.

L’addetto delle ferrovie che aveva raccolto la confessione della dona ha trasmesso immediatamente l’informazione agli altri addetti con una ricetrasmittente. “Pare sia caduto del pane”.  Attraverso la ricetrasmittente si è sentita anche la risposta dell’interlocutore. “Del pane?”. L’addetto ha ripetuto ancora una volta: “Del pane”.

La voce si è sparsa sulla banchina, oltre che nei dialoghi attraverso la ricetrasmittente. “Pare che sia caduto del pane”. “È caduto del pane?”. “Sì, del pane”.

E ancora, da tutt’altra direzione si sentiva esclamare: “Pare fosse del pane!”. “Eh, cosa?”. “La cosa che è caduta… Era pane”.

Gli addetti delle ferrovie correvano a destra e a sinistra, mentre tutti ripetevano “pane” all’unisono. La notizia si era sparsa rapidamente. Era curioso il fatto che la parola “pane” corresse di bocca in bocca tra gli addetti con la stessa gravità con cui avrebbero parlato di incidenti ben più seri. Intanto la donna con il passeggino continuava a essere palesemente nervosa: probabilmente neppure lei avrebbe immaginato di poter scatenare tutto quel trambusto.

All’interno del treno, la notizia che si trattava solo di pane aveva rasserenato l’atmosfera, sembravano tutti molto sollevati. C’era anche qualche studente che sghignazzava ripetendo: “Pane… ma tu pensa!”.

Grazie a quella parola, “pane”, così in contrasto con il suono eccessivo dell’allarme, tutto si era risolto in un tranquillo evento di una giornata qualsiasi.

Quando avevo sentito che era caduto del pane, mi era venuta in mente la forma tonda dei panini ripieni di crema o anko, o quella del melonpan. Senza dubbio la donna l’aveva comprato nella panetteria di una di quelle gallerie commerciali vicine alle stazioni, e glielo avevano avvolto in una pellicola trasparente. Non potevo dirlo con certezza, ma di sicuro nella testa degli altri passeggeri erano passate altre immagini. È probabile però che non fossero molti quelli a cui erano venuti in mente una fetta di pane in cassetta, un filoncino francese, o ancora un panino farcito con pomodori, prosciutto crudo e formaggio. Sono certa che a tutti era tornato in mente qualcosa di semplice e idilliaco, sempre presente fin dall’infanzia; e lo penso perché ho come la sensazione che la parola “pane” possa far sciogliere anche il cuore più ostinato e che la ragione sia nella pura e semplice eco che essa emana con forza.

Nell’istante stesso in cui si sente la parola “pane” – come succede con il riflesso del cane di Pavlov – in ognuno emerge immediatamente il ricordo primordiale che la associa a “qualcosa di semplice e buono”.

Non ho idea se siano poi riusciti a recuperare il pane dai binari, ma probabilmente una volta preso l’hanno restituito alla sua proprietaria. Se a farlo cadere era stato davvero il bambino nel passeggino, doveva essere stato molto triste per lui vederselo scomparire dalle mani all’improvviso.

Alla fine, nei vagoni era stato diffuso l’avviso che diceva: “A causa del pane caduto sui binari, ripartiamo con un ritardo di quattro minuti”, poi il treno aveva lasciato la stazione. Non avrei saputo dire se quattro minuti mi erano parsi un tempo lungo o breve: mi ero resa conto che in ogni caso non avevano una corrispondenza con la mia esperienza personale di quell’evento.

L’incidente del pane era diventato presto acqua passata. I passeggeri avevano ricominciato ognuno la propria attività: chi chiacchierava, chi maneggiava il telefono, e chi ascoltava musica. Il treno era uscito in superficie. Come se l’incidente del pane non ci fosse mai stato, era tornato regolarmente alle sue fermate e alle sue partenze. La gente saliva e scendeva. Nessun altro buttava pane sui binari. Nelle carrozze non rimaneva più traccia dell’atmosfera di sollievo che si era creata quando si era capito che si era trattato solo di pane finito sui binari.

Lasciandomi trasportare dal treno ho pensato che mi sarebbe proprio piaciuto vedere di che tipo di pane si era trattato.

 

 Matsuda Aoko

(n. 1979)

 

Traduzione di Caterina Mazza.

Da: Internazionale Extra, n° 4, Tokyo, estate 2018, pp. 75-76.

 

 

 🍞🍞🍞

 

Il racconto della Matsuda ci immerge in un piccolo episodio di vita quotidiana nella metropoli. In apparenza insignificante, sotto lo sguardo della scrittrice che lo illumina come un flash nel buio assume un andamento epico, il tempo di una breve sosta, un attimo sospeso nel brulicante movimento della città.

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All’imbrunire, sotto la Tōkyō Tower. Aprile 2017.

È tardi. Il parcheggio in basso è quasi vuoto. Le luci sono rare, e la Torre Eiffel in miniatura sullo sfondo, equivalente in senso opposto alle giapponeserie del XIX secolo in Europa, non ha ormai che una puntina rossa alla sua sommità.

In questa camera banale, senza legame con il passato e il futuro (e per questa ragione si è più se stessi), nel bel mezzo di una giornata o di una notte qualunque, il miracolo che a un tratto si compie, la grazia che talvolta discende: non un istante di felicità, poiché la felicità nn si misura a istanti, ma l’improvvisa consapevolezza che la felicità ci pervade.

Gli oggetti che compongono la vita, disposta improvvisamente in un altro ordine, volgono verso di noi il loro lato gioioso. Trasporto dello spirito dei sensi (Baudelaire non si è sbagliato), levitazione durante la quale l’anima vaga come su una nube d’oro. Allo stesso modo, in aereo, le straordinarie nubi, sotto ci soffoca la terra, diventano sotto di noi scintillanti ghiacciai bianchi e azzurri. Felicità pura che, in altri momenti, potrebbe essere parimenti pura infelicità. Basterebbe che gli stessi elementi volgessero verso di noi il loro lato cupo. In entrambi i casi, c’è plenitudine, ma quella della felicità è solare.

La Torre Eiffel autentica e la sua copia a Tokyo non sono che uno scenario sotto cui permane il caos. Ma la felicità, se sopraggiunge, dà brevemente un senso alle cose: un briciolo almeno si sente liberato, salvato. Nell’infelicità, per quanto possibile, il coraggio sostituisce il sole.

 

Marguerite Yourcenar

(1903-1987)

Traduzione di Fabrizio Ascari.

Da: Il giro della prigione (Le tour de la prison, 1991), Milano, Bompiani, 1991, pp. 75-76.

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Una bella pagina della Yourcenar, secondo me. A volte la felicità giunge in un lampo di rivelazione, in un luogo che poi rimane nel nostro ricordo. Poi, come è venuta, scompare. Ma qualcosa ci resta dentro. Se non altro, il ricordo della felicità e di quell’attimo.

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