Un vecchio libro ingiallito sullo scaffale dei testi dedicati alla poesia giapponese. Capita, a volte, di ritrovare piccoli tesori in casa.

Forse ritrovare non è il termine corretto perchè il libro, questo piccolo libro che ora tengo fra le mani, non l’ho mai smarrito, in realtà. 

Nella stanza dei libri giapponesi (del Giappone, sul Giappone, dal Giappone) nulla si perde ma a volte – sì, qualcosa si nasconde. I libri si accalcano, scivolano l’uno dietro l’altro, l’uno sotto l’altro, in file indisciplinate. Devono sgomitare per tornare alla ribalta. Per imporsi di nuovo all’attenzione. Ora li sto schedando e quindi lo so: questa estate è un’estate di ritrovamenti, un’estate di tesori.

Il libretto edito da Guanda nel lontano 1969 probabilmente l’avevo scovato fra gli scaffali sommersi da pile di libri della mai dimenticata libreria Accademia, in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano, là dove andavo a caccia il sabato pomeriggio, nelle mie peregrinazioni bibliofile di ragazza e, più tardi, quando già avevo iniziato a lavorare in libreria. Da quella caverna di tesori uscivo sempre con la soddisfazione di una conquista… e un sacchetto pieno di volumi.

Uno di questi è la silloge Rane e altre storie, di Kusano Shinpei (1903-1988), un libro che perdo e ritrovo sempre con piacere, come racconto anche qui: https://www.rossellamarangoni.it/un-poeta-dimenticato-ho-ritrovato-kusano-shinpei.html

Ne estraggo dei versi perfetti per agosto perchè, nel mio ricordo, si sovrappongono alle passeggiate estive fra gli asagao di Takayama. 

Rispetto la disposizione del testo e la punteggiatura scelta dai traduttori/curatori Corman, Kamaike e Datini insieme al poeta.

 

AGOSTO CAMPANULE AZZURRE

 

cielo d’agosto campanula azzurra.

perfettamente ritagliato in forme

              di cinque petali.

come se veramente.

seduce campanule azzurre.

che ad ogni brezza oscillano.

 

peri betulle bianche larici e noci.

oh alto in un bosco. un

cantando echeggiando un cucù.

svanisce nel cielo campanula e.

 

campanule a coppa ornano agosto.

 

agosto nelle coppe oscillando oscillando.

dondola ad ogni brezza.

 

Kusano Shinpei

 

Trad. di Cid Corman, Susumu Kamaike e M. Datini jr. 

In Rane e altre cose, a cura di Cid Corman, Guanda, Parma, 1969, p. 59.

Estiva visione. Takayama, agosto 2013.

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A chi parte, regalo spiagge e vette, alberi e conchiglie.

A chi resta, e sogna nella notte troppo calda un vento che percorra la pianura, regalo parole.

E pensieri lievi. E sogni di acque e di brezze.

Fresche acque! Kyōto, giardino del Kinkakuji. Agosto 2013.

 

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Fossi capace, canterei l’autunno.

Chiuderei gli occhi e li spalancherei su quel nostro ritorno a Miyajima sotto una pioggia battente.

Dal traghetto l’isola sembrava immersa in un sogno nebbioso: stavamo forse raggiungendo la Penglai dei miti taoisti, la mitica isola degli immortali che si cela allo sguardo dell’uomo? Eppure eravamo ben vivi, seduti davanti al finestrino appannato dalla pioggia, circondati da esclamazioni eccitate di chi forse stava per sbarcare sull’isola per la prima volta.

Fossi capace racconterei della passeggiata solitaria nella valle degli aceri. Tutti si erano fermati lungo la riva, alle bancarelle di castagne arrosto, nei ristoranti che offrivano un temporaneo riparo dalla pioggia. Noi intrepidi ci eravamo inerpicati su, verso il bosco. L’odore della pioggia, il suono della pioggia. Nient’altro.

Fossi capace, ricorderei il colore delle foglie, lo ritroverei sulle nostre mani. E, sotto le foglie, il muschio vibrante di gocciole trasparenti. Il verde intenso di smeraldo.

Non sono capace e dovrei stare zitta. Ma gli occhi rivedono noi, soli, calpestare pozzanghere e foglie. A ripeterci quanto era bello essere lì, proprio lì, in autunno. Dopo tanti viaggi e tanti ritorni in estate, in primavera.

Era l’autunno che si rivelava. E noi restavamo in silenzio.

Sospesi nella bellezza. Consapevoli della bellezza.

Momijidani, la valle degli aceri, Miyajima. Novembre 2015.

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Più passa il tempo, più invecchio, più amo Natsume Sōseki.

Con lui attraverso le stagioni, attraverso i paesaggi, ma soprattutto penetro nell’animo umano che egli rivela per cenni, senza clamori, sottovoce. Le sue parole quasi un sussurro alle mie orecchie. Non ho finito di scoprirlo, Natsume Sōseki. Periodicamente estraggo un libro dallo scaffale senza necessariamente rileggerlo dall’inizio alla fine. Lo apro, il libro, e prendo a leggere le pagine che si sono aperte, lasciando la scelta al caso. E poi, se il libro lo conosco bene, proseguo nella lettura, lasciandomi guidare dall’onda del ricordo di parole e sensazioni.

L’estate, per esempio.

 

Anni fa partendo da Tateyama avevo attraversato il Bōshu, e da Kazusa ero arrivato a Chōshi, camminando lungo la costa. Una sera mi fermai in un luogo. Non posso definirlo che “un luogo”. Ho dimenticato sia il nome della località sia quello della locanda. Non sono neppure sicuro di essermi fermato in una vera locanda. Era una casa alta e grande, abitata da due donne sole. Quando domandai loro se potevano ospitarmi la più anziana disse di sì e la giovane m’invitò a entrare e mi guidò; la seguii: dopo aver attraversato numerose ampie camere abbandonate, mi condusse in quella più interna, al piano superiore. Saliti tre gradini feci per entrare in camera dal corridoio quando un gruppo di alti bambù che si protendevano obliquamente sotto le tavole della terrazza, mossi dalla brezza della sera, mi accarezzarono la testa da dietro le spalle e io sobbalzai spaventato. Le tavole della veranda erano marce. “L’anno prossimo i germogli di bambù cresceranno fino ad aprirsi un passaggio nel pavimento della veranda e la camera sarà piena di bambù”, dissi; la giovane donna non rispose, sorrise e uscì.

Quella notte non potei dormire per il fruscio del bambù vicino al mio capezzale. Aprii gli shōji: il giardino era una distesa d’erba; una luminosa luna rischiarava la notte estiva, spostai lo sguardo e vidi che, proprio grazie alle siepi e al muro, il giardino sembrava continuare in una vasta collina erbosa. Subito al di là di essa si stendeva l’oceano, con immense onde fragorose che parevano minacciare il mondo umano. Non riuscii a chiudere occhio fino all’alba, rimasi pazientemente ad aspettare sotto la strana zanzariera, con l’impressione ritrovarmi in un libro di racconti  illustrati. Ho viaggiato molto, dopo di allora, ma non ho mai provato simili sensazioni prima di fermarmi nella locanda di Nakoi.

Mentre dormo supino a un tratto apro gli occhi e vedo, appeso alla parete, un quadro con una cornice laccata di rosso. Contiene una poesia che riesco a leggere distintamente pur restando sdraiato:

L’ombra del bambù

spazza la scala

ma immobile rimane la polvere.

 

Natsume Sōseki

(1906)

 

 

Traduzione di Lydia Origlia. Da Guanciale d’erba (Kusamakura), Vicenza, Neri Pozza Editore, 2001.

Bambù nella foresta vicino a Matsushima. Estate 2013.

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Odio l’estate e lo so, non son la sola. Odio quella luce abbacinante, il calore soffocante, l’umidità, la testa che gira, il cervello che si mette a riposo. Odio l’estate qui, nella pianura, fra le zanzare e le erbe alte che nessuno taglia. Odio tutto quello che porta con sé: corpi sudaticci, schiamazzi e musica a tutto volume, treni in perenne ritardo ai bordi delle risaie. Finestre aperte e discussioni a cui assisti impotente, voci lontane. Ventri, pance, seni mostrati senza pietà. Volgarità e bottiglie di birra abbandonate, bicchierini appiccicaticci di gelato, sacchetti di plastica galleggianti sui corsi d’acqua. Marciapiedi assetati, giardini abbrustoliti, prati polverosi.

Odio l’estate. Ora. Qui.

Non sotto gli abeti nella radura di un bosco in montagna, non sulle rive di un lago alpino, sotto le rocce antiche, non con lo sguardo su una vallata lontana dalla terrazza di un rifugio.

Odio l’estate e lo so, non son la sola.

Almeno qualcuno, un tempo, l’ha scritto. Almeno una, o uno, di cui non so il nome, ha sentito come me. Ha, come me, sognato un impossibile anno, aspettando la stagione amica che porta, finalmente, il vento fra i pini, le gocce di pioggia alla terra assetata. Sollievo per il corpo e per la mente.

*****

 

Matsukage no iwai no mizu wo musubi agete natsu naki toshi to omoikeru kana.

Raccogliendo l’acqua del pozzo all’ombra dei pini, penso a un anno senza estate.

 

Anonimo

dall’antologia poetica Shūishū

 

Inizi dell’XI sec.

(sezione Estate, n° 131)

 

Ho scoperto questo waka in Shirane Haruo, Japan and the Culture of the Four Seasons, New York, Columbia University Press, 2012.

Kyōto, un angolo nascosto, un pomeriggio d'estate. Agosto 2013.

Kyōto, un angolo nascosto, un pomeriggio d’estate. Agosto 2013.

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