Utagawa Kuniyoshi, Kawara no Sadajin (no. 14), dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842.

みちのくの
しのぶもぢずり
誰故に

乱れそめにし
我ならなくに

 

Michinoku no 
shinobu moji-zuri 
tare yue ni 
midare some ni shi 
ware naranaku ni 

 

Kawara no Sadaijin

(Minamoto no Tōru)

(822-895)

 

 Come l’intricato disegno sulla tela  Fragile stoffa  A causa di chi
 tinta con l’erba dei sospiri  come quella dipinta  avrei iniziato a confondermi
 nel lontano paese del profondo est  a Michinoku  come i nontiscordardimé
 confuso io mai sarei  per te mi sono confuso,  dei tessuti screziati di Michinoku
 per nessuna se non per te.  donna, non per colpa mia.  se non per te?
  Trad. di Sagiyama Ikuko.    Trad. di Nicoletta  Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

🌼🌼🌼

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°14 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del figlio dell’imperatore Saga, Minamoto no Tōru, uno dei Sei Poeti Immortali della tradizione.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Il poeta e ministro della Sinistra (sadaijin), abbigliato nelle sontuose vesti di cortigiano, è raffigurato all’interno della sua residenza, che aveva fatto erigere sulla riva occidentale del fiume Kamo, e nella quale era solito ospitare raduni poetici con i più celebri nomi dell’epoca, come Ki no Tsurayuki. Proprio a causa della vicinanza dei suoi padiglioni al letto del fiume (kawara), Tōru era chiamato Kawara no Sadaijin (lett. “il ministro della Sinistra del letto del fiume”).

Nella stampa di Kuniyoshi il poeta regge fra le mani il capo di una pezza di preziosa stoffa di Michinoku, forse valutandone i disegni, mentre, accanto a lui, un giovane attendente, dal volto di bellezza delicata e dai tratti quasi femminei, abbigliato con una veste semi-formale riccamente decorata, sta srotolando altre pezze, per permettere al poeta di fare la propria scelta.

Più discosto, e in piedi, un personaggio dalle vesti più modeste, forse colui che ha avuto il compito di presentare i rotoli, ha le braccia cariche di stoffe e sembra attendere in atteggiamento di rispetto e premura.

Lo sfondo è occupato a sinistra di chi osserva la scena dallo scorcio di un tokonoma in cui è disposto un vaso in ceramica bianca e blu dal lungo collo con una composizione di camelie  e, in un angolo, una pila di libri: chiaro riferimento alla fama del sadaijin di maestro di eleganza e d’arte l’uno e alla sua vocazione di letterato gli altri.

Sulla figura del ministro-poeta sembra incombere un paravento a due ante che è in realtà alle sue spalle. Si tratta di un uta byōbu (paravento poetico) che reca attaccati, o dipinti, fra la decorazione vegetale, alcuni componimenti poetici, prassi molto antica e, qui, riferimento al talento poetico di Tōru. La scena, intima e domestica, rivela con sottigliezza la personalità del poeta, amante della bellezza e dell’eleganza e, proprio per questo, forse preso a modello da Murasaki Shikibu, per il suo protagonista, l’inarrivabile principe Genji. O così, almeno, amano pensare alcuni studiosi.

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Hiroshima, una notte del 2013.

Il carro si diresse poi verso il Kokutaiji, attraversò il ponte Sumiyoshi e arrivò a Koi. Fui così in grado di vedere in un unico colpo d’occhio la quasi totalità di ciò che restava del centro. Strade, fiumi e ponti erano in mezzo a quella vuota distesa color argento che giaceva sotto il torrido cielo estivo. E rossi cadaveri rigonfi erano distribuiti in vari punti. Era un inferno nuovo, realizzato con finezza e precisione. Qui ogni traccia di umanità era stata cancellata, a cominciare dall’espressione sul volto dei cadaveri, sostituita con un che di stereotipato, di meccanico. 

Quei corpi, irrigiditi in un istante di doloroso travaglio, erano abitati da una sorta di ammaliante ritmicità. I cavi elettrici sparsi a terra insieme alle infinite macerie erano una trama di spasmi al centro del nulla. Invece, quando vidi i vagoni del treno rovesciati e carbonizzati, e i corpi enormi dei cavalli stramazzati al suolo, ebbi l’impressione di trovarmi in un quadro surrealista. Anche il grande albero di canfora del Kokutaiji era stato sradicato, le pietre tombali disperse ovunque. La biblioteca di Asano, della quale non restava che il recinto esterno, era diventata il centro della raccolta dei corpi. La strada ancora fumava in diversi punti, ed era impregnata dell’odore dei cadaveri. Quando attraversammo il fiume, fui stupito che il ponte fosse ancora in piedi. L’impressione che mi lasciò questa parte della città è più adatta a essere descritta in katakana. Inserisco dunque i versi:

 

Schegge lucenti e

ceneri bianche sono

come un paesaggio sconfinato.

Il ritmo misterioso dei rossi cadaveri di genti consumate dal fuoco.

È successo davvero? È potuto succedere per davvero?

Il mondo di domani strappato via tutto d’un fiato,

accanto ai vagoni rovesciati del treno

il torso gonfio di un cavallo,

l’odore del fumo che si solleva dai fili elettrici.

 

Hara Tamiki

(1905-1951)

 

Traduzione di Gala Maria Follaco.

Da L’ultima estate di Hiroshima, L’ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2010, p. 87.

Hiroshima, il giardino Shukkeien il 6 agosto 1945. Targa che ho fotografato nell’agosto 2007.

 

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Disponibile in libreria e online qui: https://www.editricebibliografica.it/scheda-libro/rossella-marangoni/zen-9788893570572-579288.html

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Da una stampa di Shibata Zenshin (1807-1891).

 

Salima cominciava a lavorare prima dell’alba e rincasava poco dopo mezzogiorno. Non appena metteva piede in casa si strappava i vestiti di dosso e si fiondava a fare la doccia. Aveva preso quell’abitudine dal primo giorno di lavoro, anche se concedersi il lusso di sprecare così tanta acqua calda per lavarsi in pieno pomeriggio le faceva venire una rabbia tremenda.

Sotto la doccia piangeva spesso. Girava in contemporanea il pomello con il cerchio rosso e quello con il cerchio blu, dopodiché attendeva in piedi che l’acqua sgorgasse da quel soffione simile al frutto del fior di loto. Quando l’acqua fredda e l’acqua calda si mescolavano e raggiungevano una temperatura tiepida, scoppiava in lacrime. Riusciva a distinguere con chiarezza il loro tepore persino mentre si lavava. Aveva i capelli talmente crespi che i denti del pettine faticavano a scorrere tra le ciocche: si lasciavano domare giusto fino all’altezza dei lobi, dove poi si arricciavano e l’acqua si infrangeva in maniera disordinata prima di defluire verso il basso. Ma la sua pelle nera era liscia come cuoio appena conciato, e la schiuma del sapone le scivolava fluida sulla curva delle spalle disegnando con destrezza strisce di colore bianco. Nonostante avesse dato alla luce due figli, aveva curve perfette come quelle di un uovo e il suo corpo sembrava contornato da una corda elastica e sensibile, pronta a restituire qualsiasi cosa la sfiorasse. Eppure, mentre lavava quel fisico di cui poteva andare fiera, piangeva in silenzio. Tutti i singhiozzi restavano imprigionati nelle bolle di sapone, e, quando queste scoppiavano, riecheggiavano contro il soffitto del bagno. Risuonavano più e più volte, poi si adagiavano sulle gocce d’acqua e tornavano a caderle sul corpo nudo come piume fluttuanti nell’aria.

 

Iwaki Kei, Arrivederci, arancione, Roma, Edizioni E/O,  2018.

Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

 

 

Una donna africana, fuggita alle atrocità e ostaggio del presente, e una donna giapponese, animata dal desiderio della scrittura ma confusa e in preda un sordo dolore, si incontrano nel destino comune dell’emigrazione in Australia, alla ricerca di una difficile integrazione. Storia di un’amicizia, di strenua volontà, di umana comprensione, questo libro – scritto con mano lieve ma denso di temi come raramente se ne incontrano in così poche pagine (poco più di un centinaio) – mi ha lasciato un’impressione duratura. L’importanza dell’empatia, il grande ruolo della lingua, il dialogo interculturale, la forza salvifica della scrittura, l’accettazione del proprio passato sono tutti temi che Iwaki affronta tratteggiando personaggi indimenticabili e, mentre racconta una piccola storia, sembra indicarci che l’unica salvezza possibile per noi, oggi, poggia sulla nostra umanità.

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Itō Shinsui (1898-1972), Donna che si trucca, 1928. Stampa a colori su matrice di legno. Collection Elise Wessels – Nihon no hanga, Amsterdam.

 

Quest’anno mi voglio accingere a scrivere liberamente d’un tema che in passato esitavo persino a menzionare, qua sopra. Ho sempre evitato di discutere dei miei rapporti sessuali con Ikuko, per timore che lei di nascosto potesse leggere il mio diario e offendersene. Direi che sa esattamente in quale cassetto dello studio trovarlo. Ma ho deciso di non darmene più pensiero. Certo, nata da un’antica  famiglia tradizionalista di Kyoto e cresciuta in un ambiente feudale, conserva, ancora al giorno d’oggi, molto moralismo antiquato: anzi, quasi se ne fa vanto. Pare improbabile che sia capace di posare gli occhi sugli scritti personali del marito. Ma questo non è del tutto sicuro. Se ora, per la prima volta, il mio diario riguardasse soprattutto la nostra vita sessuale, sarà capace di resistere alla tentazione? Per sua natura è una donna chiusa, che ama i segreti, sta sempre sulle sue, finge di non sapere e non facilmente esprime ciò che ha nel cuore; quel che è peggio, tutto questo a lei pare modestia femminile. Anche se io ho diversi nascondigli per la chiave nel cassetto dove tengo questo diario e di tanto in tanto li cambio, una donna come lei può averli già scoperti tutti. E poi, senza affaticarsi a trovare i nascondigli, è facile procurarsi una copia della chiave… Ho detto che “non voglio darmi pensiero”, ma forse di darmi pensiero ho già smesso da parecchio tempo; forse dentro di me speravo che lo leggesse. E allora, perché chiudere il cassetto e nascondere la chiave?

 

Tanizaki Jun’ichirō, La chiave (Kagi), Milano, Oscar Mondadori, 1971.

Traduzione dal giapponese di Toguchi Satoko.

 

 

Anche riletto a distanza di tempo, questo romanzo di Tanizaki- pubblicato nel 1956 – mantiene inalterato, secondo me, tutta la sua carica trasgressiva e perturbante. Credo sia sempre stato, almeno qui in Italia, un romanzo più discusso  (soprattutto all’epoca della sua trasposizione cinematografica) che non letto davvero. Ed è un peccato. Perché non riprenderlo in mano in una delle tante ristampe disponibili?

 

La mia copia, come si vede dalla data riportata qui sopra, è davvero carica di anni ed è legata alla mia storia personale come un caro ricordo, la dolce memoria dell’estate dell’esame di maturità (1978). L’attesa della sessione d’esame trascorsa in compagnia delle amiche più care, le mie compagne di banco, in un paesino del Friuli. Praticamente una vacanza, per noi che avevamo studiato tutto l’anno e che pure pensavamo di aver bisogno di un ripasso generale da fare insieme al fresco, in montagna. Una notte, una fiera serale in una cittadina vicina, città d’acque e di verde, piccola, ennesima Venezia, ci porta davanti a una libreria aperta. Vedo il libro in vetrina, entro e lo acquisto senza sapere nulla né dell’autore né del romanzo…

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