Picnic al parco.  Ōnuma Kōen (Ōnuma Quasi National Park), isola di Hokkaidō, agosto 2001.

 

Sono qui, seduti tutti e due al bel sole d’inverno su una panchina anonima eppure davvero personale, perché li si vede lì quasi tutti i giorni, alla stessa ora. L’uno è un uomo che si appoggia ad una canna per compensare un’emiplegia che lo disequilibra; l’altra è una donna dal corpo gracile come quello di un bambino e che ha sempre con sé una borsa –  di ritorno o in partenza verso qualche commissione, che sono il grande impegno della sua giornata. Tutti e due sono rugosi come due mele d’inverno ma zuccherate e dolci. Seduti là, ogni mattina un po’ dopo le dieci e mai dopo le undici, chiacchierano o, piuttosto, lui l’ascolta e lei parla. Sono vedovi entrambi? Senza dubbio. Sono vicini da molto tempo?

Una mamma passa, accompagnata dal suo bambino che vuole giocare un pochino nella sabbia di questo minuscolo giardino pubblico di quartiere (kōen). Tutti inchinano la testa, sorridendo al gioviale “buongiorno” (ohayōgozaimasu) del bambino che lancia con energia un sonoro saluto del mattino tutto intorno.

Come fa bene respirare, al sole blu dell’inverno a Tokyo, seduto su una panchina in un giardino di quartiere! Un giardino come se ne contano a migliaia nella città immensa – che vive a un ritmo di provincia nel cuore di qualche labirinto urbano, racchiuso dietro alle mura dei viali rapidi e minacciosi.

L’indirizzo di questo angolo di pace? Impossibile darlo, perché ognuno deve trovarlo da sé, abbandonandosi al caso di una passeggiata silenziosa e svagata.

Tutto il piacere di Tokyo è qui, nella felicità di questi “non luoghi”, poiché la capitale giapponese è una città da vivere più che da visitare. Al termine di un lungo viaggio in aereo, nell’autobus che si muove lungo le vie e vi trasporta dall’aeroporto al terminal, spesso ci si sorprende a dirsi che la città non è bella nel senso occidentale del termine, con dei monumenti da vedere, dei grandi viali, una storia con la S maiuscola che si iscrive nella memoria delle pietre. La città non è bella, tuttavia è sconcertante, affascinante, ammaliante, mentre riversa in noi, a ogni battito del cuore, il suo filtro strano e delizioso, come una droga indispensabile.

Come fare per ottenere la chiave della capitale dell’Est? Gettare tutte le guide e mettere da parte cartine e mappe, bussole e riferimenti e partire alla deriva, il cuore al vento e l’occhio avido di quotidiano, in quello che è senza dubbio il più grande maelström rurale del mondo: Tokyo. È importante perdersi e domandare a qualche Arianna locale la strada per ritornare verso l’hotel o la casa che vi ospita.

E se non c’è nessuno, sedetevi allora un momento per consultare la vostra cartina, in questo piccolo giardino dove due persone anziane erano sedute stamattina. In questo giardino che capta così bene gli odori della cucina della sera che vengono a mescolarsi in volute misteriose ai fumi del santuario shintō, che, in un angolo buio del giardino, veglia in silenzio alla dolcezza del quotidiano  – per il bene di tutti.

 

Jean-François Sabouret

(n. 1946)

 

Da:  “Tokyo, une ville à vivre” in  100 regards inédits sur le Japon, Paris, Association Jipango, 2004, p. 129.

La traduzione è mia.

 

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Jean-François Sabouret è sociologo e personalità eminente nel campo degli studi sulla società giapponese, con particolare riguardo alle minoranze discriminate, all’emarginazione, all’esclusione. Ha vissuto trent’anni in Giappone, e ora vive fra Francia e Giappone. Molti sono i testi importanti scritti da Sabouret sulla società giapponese ma, per iniziare, consiglierei Besoin de Japon (Paris, Seuil, 2004), un libro semplicemente bello.

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