Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), “Kanke”, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

このたびは
幣もとりあへず
手向山
紅葉のにしき
神のまにまに

 

Kono tabi wa
nusa mo toriaezu
tamukeyama

momiji no nishiki
kami no manimani

 

Kanke*

(Sugawara no Michizane)

(845-903)

 

Stavolta, in questo viaggio Per questo viaggio, i nastri votivi Non avendo predisposto offerte
io non ho potuto portare offerte, non ebbi tempo di preparare; per il viaggio
ma gli dei possono prendere quanto vogliono e dunque sulla collina della sacra offerta voglia la divinità accettare
dal broccato di foglie d’acero sia volontà divina accettare su questo monte
del monte delle offerte. il broccato delle foglie autunnali.* un broccato di foglie d’aceri.
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Sagiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

Per confronto la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

In questo viaggio / non ho portato doni / ma solo aceri / offro agli dei dei monti / rossi quasi un broccato.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

🍁🍁🍁

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°24 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta, letterato, uomo politico e dignitario di corte Sugawara no Michizane, venerato come kami della calligrafia, delle lettere, del sapere.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un gruppo di personaggi avanza lungo un sentiero incassato fra i monti. L’introduzione al waka di Michizane presente nella raccolta Kokinwakashū ne spiega le circostanze della composizione: “Composto sul monte [Tamukeyama o ‘monte delle offerte’] ove si fecero offerte alla divinità del viaggio, mentre l’imperatore abdicatario Suzakuin [ossia Uda] si recava a Nara”. L’episodio è storicamente accertato: si tratta di un viaggio effettuato dall’imperatore in ritiro Uda (chiamato Suzakuin dal nome della sua residenza nella capitale) che lo condusse, nell’898, in pellegrinaggio a Nara e a Sumiyoshi, sede di un famoso santuario shintoista.

La stampa è incorniciata, a destra dell’osservatore, dagli alti fusti di alcuni pini che protendono i loro rami frondosi sui viaggiatori. L’opposto angolo, in basso a sinistra, mostra la sommità della verde chioma di un altro albero che immaginiamo crescere sul lato opposto del sentiero, cosicché la scena appare come abbracciata da una cornice di vegetazione. È il color verde a dominare il paesaggio, sfumato in varie tonalità, dalle fronde degli alberi, alla collina ricoperta di prati contro cui si staglia il gruppo, al boschetto sulla cima del monte color della terra che lo fronteggia. Ed è proprio questo monte che sembra rappresentare la prossima sosta dei viaggiatori: in lontananza, infatti, di fronte a loro, serpeggia un sentiero tortuoso che conduce a un torii nascosto fra i pini, quasi impercettibile ma segno inequivocabile della presenza di un luogo sacro dedicato alla divinità dei luoghi.

Il corteo, di cui vediamo solo una piccola parte, entra nella scena da destra. I primi due personaggi li intravediamo solo: indossano delle vesti informali da caccia, come si deduce dal taglio caratteristico sulle spalle destinato a favorire i movimenti delle braccia (kariginu). Sono decorate a grossi motivi, una su fondo marrone e l’altra su fondo grigio. Davanti a questi due cortigiani avanza un cavallo bianco, rivestito di una gualdrappa, anch’essa bianca, decorata a disegni azzurri; lo accompagnano due attendenti di basso rango, tipicamente abbigliati in bianco. Davanti al cavallo è ancora un cortigiano in tenuta informale da viaggio: veste marrone da caccia a grossi motivi e ampi pantaloni trattenuti alla caviglia (sashinuki). Questo personaggio regge lo strascico (shitakasane no kyo) della veste cerimoniale (sokutai) del poeta, letterato e dignitario imperiale, Michizane, l’autore del waka che la stampa di Kuniyoshi illustra. È proprio lui, il protagonista della scena, rivestito nelle vesti formali del cortigiano, in testa il rigido copricapo nero kanmuri, ai piedi le calzature nere di foggia cinese (kurokawanokutsu) e lo shaku fra le mani; avanza sul sentiero, forse rammaricandosi di non aver avuto il tempo di recare con sé gli stendardi votivi da donare al santuario dedicato agli dei che dimorano sulla montagna dove i viaggiatori sostano per chiedere impetrare la loro protezione durante il cammino (tamukeyama, “collina delle offerte” ma anche toponimo). Quale la ragione di questa mancanza? Forse la decisione di organizzare in tutta fretta questo pellegrinaggio imperiale? O, più probabilmente il fatto che essendo un’occasione pubblica, vi siano proibite manifestazioni private di devozione? Gli studiosi non sono concordi sull’interpretazione da dare alle parole del poeta.

Accanto a lui, un giovane attendente, i capelli trattenuti in due codini nella foggia dei karako (fanciulli cinesi), quasi a ricordare il magistero di Michizane nelle lettere cinesi, sembra spezzare con la sua presenza la solennità della scena. Intanto, sopraggiunge la notte autunnale a tingere il cielo di un blu sempre più scuro.

*Il nome Kanke, sotto il quale compare l’autore in alcune fonti, fa riferimento a una diversa lettura dei kanji del cognome Sugawara.

 

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), Ōe no Chisato, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

月見れば
千々に物こそ
悲しけれ
わが身ひとつの
秋にはあらねど

 

Tsuki mireba
chiji ni mono koso
kanashikere

waga mi hitotsu no
aki ni wa aranedo

 

Ōe no Chisato

(seconda metà IX sec.)

 

Quando contemplo la luna, Quando vedo la luna, Di fronte alla luna
mille e mille pensieri tristi mi assalgono mille oscuri pensieri
m’opprimono, mille pensieri tristi, mi assalgono
eppure l’autunno benché, lo so, l’autunno e questo sebbene non solo per me
non appartiene a me solo. non appartenga a me solo. sia giunto l’autunno.
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Saigiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

Si confronti la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Falce di luna / cento cupi pensieri / quando ti guardo / eppure non sono solo in questo autunno.

 

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

🍁🍁🍁

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°23 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta Ōe no Chisato, secondo la tradizione nipote del celebre Ariwara no Narihira.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La silhouette sinuosa di un pino, con i suoi scuri rami sporgenti, occupa la scena sul lato destro di chi osserva, mettendo così in connessione la metà inferiore della stampa con quella superiore, occupata da un cielo blu notturno in cui campeggia la luna piena che si va nascondendo dietro banchi di nubi bianche che, a larghe falde, occupano via via tutto lo spazio all’orizzonte. Fra le nuvole, stormi di uccelli in volo si allontanano sempre più, migrando, nella notte autunnale.

La parte inferiore della stampa sembra dare il tono placido, riflessivo dell’intera scena.

In primo piano è una strada, forse la stessa Tōkaidō o una delle altre vie di comunicazione che vedevano un frenetico viavai di viandanti, di palanchini, di personaggi di tutti i tipi muoversi da una parte all’altra del Giappone centrale. Due cani acciambellati dormono tranquilli, incuranti della scena, poco lontano dall’imponente pino. E, seminascosta dal tronco dell’albero, è una piccola tettoia sotto cui si trova la statua in pietra chiara, rozzamente sbozzata, di una divinità protettrice dei viaggiatori, forse Jizō, il bodhisattva guardiano di bambini e viandanti. Più in là, oltre l’altarino, sulla destra, si scorgono le case gialle di un villaggio lontano posto a semicerchio sulla baia, alle cui spalle è il fitto di una scura striscia di alberi. Baia, dico, ma potrebbe essere una zona paludosa, solcata da un corso d’acqua serpeggiante che sbuca da sotto la strada, fra le canne che ne segnano il bordo. La scena pare come sigillata, sul lato sinistro di chi guarda, dall’ingombrante mole azzurra di una montagna le cui pendici sono nascoste da strisce di fitta nebbia autunnale.

In primo piano, sulla strada, i due protagonisti della scena: due portatori che recano sulle spalle un palanchino vuoto di passeggero. Il palanchino sembra un kago, poco più di un cesto con il fondo in paglia, la struttura in canne di bambù e le tende in pesante stoffa verde, arrotolate sul palo che serve a trasportarlo. I due personaggi indossano entrambi kimono di cotone sui toni del blu, il colore tipico dei lavoratori, rimboccati alla cintura per poter camminare più agevolmente. Ai piedi indossano entrambi i waraji, i sandali in paglia che ogni famiglia contadina si fabbricava da sé.

Il primo portatore, che reca il peso sulla spalla sinistra, guarda davanti a sé, attento alla strada e a non perdere la coperta a motivo di crisantemi bianchi su fondo più scuro (forse la stoffa di un kimono) che è appoggiata sul palo e tenuta bloccata con corde e paletti di bambù. Il portatore che sta dietro reca anch’egli il peso sulla stessa spalla del compagno, mentre la mano sinistra regge la fune di una lanterna di carta cilindrica su cui si intravede il mon rosso di una famiglia o di una bottega. Figura poetica che allude al senso del waka di Ōe no Chisato, questo personaggio solleva verso la luna piena il suo sguardo, chissà da quali pensieri attraversato.

 

 

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1961), Fun’ya no Yasahide, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

吹くからに
秋の草木の
しをるれば
むべ山風を
あらしといふらむ

Fuku kara ni
aki no kusaki no
shiorureba

mube yamakaze o
arashi to iuramu

 

Fun’ya (Bun’ya) no Yasuhide

(seconda metà IX sec.)

 

È perché soffia  Appena soffia,  Basta che spiri
che erbe e alberi d’autunno  gli alberi e le piante d’autunno  perché gli alberi e le piante autunnali
appassiscono; a ragione  si prostrano; ecco,  appassiscano.
dunque, il vento di montagna  il vento di montagna  Sarà per questo che il vento di montagna
lo chiamano violento.  si chiama tempesta.  si chiama anche tempesta?
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Sagiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Si confronti la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Quando in autunno / l’erba si curva e gli alberi / dal soffio spinti / dal vento di montagna / vedrai, dirai tempesta.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

🍂🍂🍂

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°22 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta e funzionario Fun’ya  (o, anche, Bun’ya) no Yasuhide, secondo la tradizione uno dei sei “geni” della poesia giapponese (rokkasen), insieme a Ono no Komachi, Ariwara no Narihira, Henjō, Kisen, Ōtomo no Kuronushi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un cielo scuro, un’atmosfera tempestosa: è la sera di un giorno autunnale, o un pomeriggio turbolento di vento? Comunque sia, la scena ritratta da Kuniyoshi con un certa vena umoristica è percorsa da un potente dinamismo che rende con efficacia il clima di una giornata autunnale di forte vento.

Sullo sfondo di un cielo che dal verde-azzurro vira al grigio antracite, un uccello si abbandona, ali spiegate, alla spinta del vento. La dolce pendenza dei fianchi di una montagna chiude la scena. Davanti a questa massa scura volano oggetti: un ombrello giallo di carta e dei fogli bianchi sono sollevati in alto dal vento che agita i rami di un vicino salice piangente, fino a levarli verso il cielo. Sotto l’albero sono tre personaggi che l’abbigliamento cerimoniale rivela quali cortigiani: due figure del gruppo, il poeta stesso, nel noshi di broccato blu-viola e il  giovane attendente reggi-spada, dalla corta casacca e gli ampi pantaloni rimboccati, si trattengono il copricapo sollevando entrambi il braccio destro, con un gesto curiosamente identico mentre, davanti a loro, un altro elegante personaggio, che indossa una vistosa veste a grandi disegni viola su fondo chiaro, volge a noi la schiena, mentre cerca di trattenersi l’eboshi sulla testa.

La metà inferiore della scena è tutto occupata da una verde prateria spazzata dal vento su cui spiccano le macchie gialle degli ombrelli. In primo piano un artigiano fabbricante di ombrelli di carta traslucida (bangasa, wagasa) è pericolosamente sbilanciato nel tentativo di trattenere un ombrello che si è rovesciato. Il kimono rimboccato lascia nude le gambe scomposte in un movimento barcollante. Alle sue spalle è una sorta di rastrelliera a cui sono assicurati due ombrelli aperti. Per terra giacciono alcuni ombrelli chiusi insieme a fogli di carta oleata gialla (che qui hanno più l’aspetto di stuoie, in realtà) e a carte bianche pronte per l’uso, mentre nell’angolo in basso a destra si scorge, seminascosto dalle carte, un fusto verde di bambù, materiale con cui si fanno i manici dei bangasa e, accanto, una bacinella, un pennello largo da colla e un coltello dalla lunga lama, gli strumenti del mestiere. A sinistra della scena sono due fanciulli, probabilmente figli e aiutanti dell’artigiano: in primo piano, con la veste colorata e le gambe nude, uno dei due è riuscito a bloccare con il suo corpo un ombrello, dietro di lui l’altro sta invece rincorrendo dei fogli bianchi che svolazzano nel cielo e un ombrello che ormai ha preso il volo e se ne va, chissà dove, portato dal vento tempestoso in questa tempestosa giornata d’autunno.

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Utagawa Kuniyoshi, (1797-1861), Il monaco Sōsei, dalla serie Hyakunin-isshu-no-uchi.

 

今来むと
いひしばかりに
長月の
有明の月を
待ち出でつるかな

 

Ima komu to

iishi bakari ni

nagatsuki no

ariake no tsuki wo

machiidetsuru kana.

 

Sōsei Hōshi

(m. 909?)

“Ora vengo”, mi disse Solo perché ella m’aveva detto: Mi aveva detto
e così, in attesa “torno subito”, che sarebbe venuto
passai la lunga notte io l’ho attesa, ahimè, fino e io l’ho atteso
d’autunno, finché all’alba all’apparir della luna dell’alba fino quando l’alba
m’apparve solo la tarda luna. del mese delle lunghe notti. non ha illuminato la luna del nono mese.
Trad. di Ikuko Sugiyama. Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Andrea Maurizi.

 

 

 

Si confrontino:

  • la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Era di notte / dicesti “Torno subito” / invano ho atteso / nel cielo di settembre / un’alba con la luna.

  • la traduzione di Aldo Tollini:

Avendomi detto / che sarebbe venuto / l’ho aspettato / fino a quando l’alba / non ha illuminato la luna del nono mese.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Aldo Tollini, Sanjūrokkasen, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

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L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°21 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del monaco-poeta e calligrafo Sōsei, secondo la tradizione uno dei trentasei “immortali” della poesia giapponese.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Un’atmosfera irreale sembra percorrere questa scena. Sullo sfondo, contro un cielo che da blu vira all’azzurro, si ergono delle formazioni rocciose, forse montagne – ma dall’aspetto dolomitico, si direbbe -, prive di vegetazione. Il resto della scena è tutto per i due personaggi in primo piano, appoggiati su un irrealistico prato reso con un’ampia campitura di un pallido verde.

Protagonista della scena è il poeta, raffigurato seduto su un ampio cuscino di broccato decorato con un motivo di fiori e onde, nella sua veste di monaco di alto rango (chiamata rai), color mattone, dall’ampio panneggio, sulla cui spalla sinistra è allacciato un raffinato manto (gojōgesa) turchese decorato con un motivo geometrico circolare di colore chiaro. Il poeta regge nella mano destra un ventaglio chiuso e ha il volto rivolto verso l’altro personaggio della scena cui sembra stia rivolgendo qualche parola.

Si tratta di un giovane attendente dai tratti femminei di una bijin, il volto allungato a seme di melone, la capigliatura fermata in due crocchie sulla sommità del capo (la fronte non rasata ne denuncia la giovane età), qualche ciocca che sfugge da dietro le orecchie, vezzosamente. Il giovane indossa degli ampi e lunghi hakama di color azzurro dentro cui sono inseriti vari indumenti i cui colletti si intravedono dall’ampia apertura del kimono che sta sopra a tutto: un kimono a fondo viola, di tipo furisode, tipico delle fanciulle, caratterizzato dalle lunghe maniche fluttuanti, qui decorate a fiori e foglie, trattenuto in vita da un’ampio obi color senape chiuso da un nodo sul davanti.

Chi è questo personaggio che sembra stia per allontanarsi e che tiene tra le mani una scatola piatta, forse una scatola da scrittura appena utilizzata dal poeta? Con molta probabilità uno di quei giovani novizi che intrattenevano una relazione con un monaco più anziano secondo una prassi abituale e al cui carattere erotico sembra alludere il colore rosso della sottoveste che appare alla scollatura e all’imboccatura delle maniche del furisode… O non sarà, invece, proprio la donna a cui danno voce i versi, e che compare come una visione notturna davanti al poeta? Del resto fra i due personaggi è posta una lucerna dal lungo stelo rosso, accesa a far luce al poeta in un’atmosfera che sembra di sogno.

La scena è ambigua così come lo è il waka, composto da un uomo ma che tutti i commentatori dicono sia da intendere come scritto da una donna. Eppure tutti gli artisti che lo hanno illustrato nelle varie versioni della raccolta poetica hanno rappresentato il poeta solo, mentre guarda un paesaggio immerso nella luce della luna ancora persistente all’alba (un fenomeno che compare solo dopo il nono mese, detto ariake, “luna all’alba”) o al più insieme a un giovane attendente.

Comunque sia, vorrei lasciare aperta l’interpretazione sul significato della scena illustrata da Kuniyoshi e permettere che solo i versi del monaco-poeta Sōsei ci avvolgano nella loro suggestione.

 

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Hokusai, Hyakunin isshu uba ga etoki: Motoyoshi shinnō, 1835 circa.

わびぬれば
今はた同じ
難波なる

身をつくしても
逢はむとぞ思ふ

 

Wabinureba
ima hata onaji
naniwa naru
mi o tsukushite mo
awamu to zo omou

 

Motoyoshi Shinnō

(890-943)

 

Nella mia disperazione,  Depresso immobile  Nella mia disperazione
ormai tutto è uguale per me;  come i pali di Naniwa ormai tutto  è uguale per me
anche se dovessi esaurire me stesso io mi consumo al punto che per incontrarti
(pali che siete a Naniwa)  per voler rivederti  non esiterei a immergermi nell’acqua
io voglio rivederti.  nella dura eguaglianza.  come un segnale di rotta a Naniwa.
  Trad. Marcello Muccioli. Trad. di Nicoletta    Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

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L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°20 è di Katsushika Hokusai (1760-1849), celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del principe-poeta Motoyoshi, figlio dell’imperatore Yōzei.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Questa stampa, molto conosciuta, fa parte della serie Le cento poesie per cento poeti come raccontate dalla nutrice, serie per la quale Hokusai realizzò solo 27 delle 100 stampe previste.

La scena, sottilmente allusiva, va interpretata attraverso un’attenta lettura del waka del principe Motoyoshi, celebre per la fama di grande amatore che lo accompagnava.

Nel testo l’uso di un kakekotoba (parola-perno) permette il riferimento a due significati diversi utilizzando una medesima espressione, un espediente poetico che permetteva il rispetto della regola di brevità: nel quarto verso, infatti, l’espressione mi o tsukushite (dal verbo tsukusu), che vale per “consumarsi”, “struggersi”, è affine a miotsukushi, che sta a indicare i pali di segnalazione per i naviganti delle secche prossime alle coste nella baia di Naniwa (attuale Ōsaka). Ma per alcuni commentatori antichi, se anche il toponimo Naniwa poteva essere inteso come parola-perno, il na di Naniwa andava allora interpretato con il significato di “nome” e visto come un riferimento allusivo alla reputazione del poeta o addirittura della coppia. Si sa infatti che il waka era stato spedito da Motoyoshi alla dama Fujiwara no Hōshi, concubina dell’imperatore in ritiro Uda, e con questa dama il poeta aveva avuto una relazione pare di dominio pubblico.

La stampa di Hokusai presenta più piani prospettici. Sullo sfondo è il paesaggio della costa, meglio, una stretta insenatura chiusa,  da un profilo di verdi colline che si prolunga in un indistinto paesaggio nel quale si scorgono con difficoltà, in lontananza, i tetti di paglia di un villaggio e, dietro a questi, il cielo rosseggiante del tramonto.

In primo piano è una riva verdeggiante. A sinistra è lo scorcio dei tetti di paglia di due case vicine, circondate da una vegetazione di un’intensa sfumatura di verde-blu. Lungo il profilo della costa, emergenti dall’acqua, sono i pali di segnalazione di aiuto ai naviganti, in cui il poeta sembra identificarsi, come appare dalla lettura del waka. Sulla verde striscia di prato antistante il mare sono tre personaggi: due donne e un uomo. Quest’ultimo è un portatore dal caratteristico kimono a righe scure, corto per agevolare la marcia, e reca sulle spalle una grossa scatola avvolta da un furoshiki verde, presumibilmente il bagaglio dei due personaggi femminili. Sul furoshiki spicca il carattere (yama, montagna) che si può leggere anche san, un riferimento nascosto all’editore Ise Sanjirō che aveva preso in carico la produzione della serie a partire dal 1835. Le due donne, parzialmente nascoste dagli ombrelli aperti, sono con tutta evidenza due cortigiane: l’obi pendente dell’una, il sottokimono rosso e i numerosi spilloni decorativi che caratterizzano l’acconciatura dell’altra ne sono chiari indizi. Entrambe sono rivolte verso il mare: staranno forse guardando i pali infissi nell’acqua, o sostano pensando a un appuntamento che forse le attende?

Infine, davanti all’osservatore, in primissimo piano, è un sentiero lastricato e su quel sentiero si muove, riluttante, un bue carico di fascine, trascinato da un contadino il cui ampio copricapo in paglia, spinto in avanti dal gesto di fatica , crea un curioso dialogo con i due ombrelli di carta delle donne.

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