Utagawa Kuniyoshi (1797-1961), Fun’ya no Yasahide, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

吹くからに
秋の草木の
しをるれば
むべ山風を
あらしといふらむ

Fuku kara ni
aki no kusaki no
shiorureba

mube yamakaze o
arashi to iuramu

 

Fun’ya (Bun’ya) no Yasuhide

(seconda metà IX sec.)

 

È perché soffia  Appena soffia,  Basta che spiri
che erbe e alberi d’autunno  gli alberi e le piante d’autunno  perché gli alberi e le piante autunnali
appassiscono; a ragione  si prostrano; ecco,  appassiscano.
dunque, il vento di montagna  il vento di montagna  Sarà per questo che il vento di montagna
lo chiamano violento.  si chiama tempesta.  si chiama anche tempesta?
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Sagiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Si confronti la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Quando in autunno / l’erba si curva e gli alberi / dal soffio spinti / dal vento di montagna / vedrai, dirai tempesta.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

🍂🍂🍂

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°22 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta e funzionario Fun’ya  (o, anche, Bun’ya) no Yasuhide, secondo la tradizione uno dei sei “geni” della poesia giapponese (rokkasen), insieme a Ono no Komachi, Ariwara no Narihira, Henjō, Kisen, Ōtomo no Kuronushi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un cielo scuro, un’atmosfera tempestosa: è la sera di un giorno autunnale, o un pomeriggio turbolento di vento? Comunque sia, la scena ritratta da Kuniyoshi con un certa vena umoristica è percorsa da un potente dinamismo che rende con efficacia il clima di una giornata autunnale di forte vento.

Sullo sfondo di un cielo che dal verde-azzurro vira al grigio antracite, un uccello si abbandona, ali spiegate, alla spinta del vento. La dolce pendenza dei fianchi di una montagna chiude la scena. Davanti a questa massa scura volano oggetti: un ombrello giallo di carta e dei fogli bianchi sono sollevati in alto dal vento che agita i rami di un vicino salice piangente, fino a levarli verso il cielo. Sotto l’albero sono tre personaggi che l’abbigliamento cerimoniale rivela quali cortigiani: due figure del gruppo, il poeta stesso, nel noshi di broccato blu-viola e il  giovane attendente reggi-spada, dalla corta casacca e gli ampi pantaloni rimboccati, si trattengono il copricapo sollevando entrambi il braccio destro, con un gesto curiosamente identico mentre, davanti a loro, un altro elegante personaggio, che indossa una vistosa veste a grandi disegni viola su fondo chiaro, volge a noi la schiena, mentre cerca di trattenersi l’eboshi sulla testa.

La metà inferiore della scena è tutto occupata da una verde prateria spazzata dal vento su cui spiccano le macchie gialle degli ombrelli. In primo piano un artigiano fabbricante di ombrelli di carta traslucida (bangasa, wagasa) è pericolosamente sbilanciato nel tentativo di trattenere un ombrello che si è rovesciato. Il kimono rimboccato lascia nude le gambe scomposte in un movimento barcollante. Alle sue spalle è una sorta di rastrelliera a cui sono assicurati due ombrelli aperti. Per terra giacciono alcuni ombrelli chiusi insieme a fogli di carta oleata gialla (che qui hanno più l’aspetto di stuoie, in realtà) e a carte bianche pronte per l’uso, mentre nell’angolo in basso a destra si scorge, seminascosto dalle carte, un fusto verde di bambù, materiale con cui si fanno i manici dei bangasa e, accanto, una bacinella, un pennello largo da colla e un coltello dalla lunga lama, gli strumenti del mestiere. A sinistra della scena sono due fanciulli, probabilmente figli e aiutanti dell’artigiano: in primo piano, con la veste colorata e le gambe nude, uno dei due è riuscito a bloccare con il suo corpo un ombrello, dietro di lui l’altro sta invece rincorrendo dei fogli bianchi che svolazzano nel cielo e un ombrello che ormai ha preso il volo e se ne va, chissà dove, portato dal vento tempestoso in questa tempestosa giornata d’autunno.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Utagawa Kuniyoshi, (1797-1861), Il monaco Sōsei, dalla serie Hyakunin-isshu-no-uchi.

 

今来むと
いひしばかりに
長月の
有明の月を
待ち出でつるかな

 

Ima komu to

iishi bakari ni

nagatsuki no

ariake no tsuki wo

machiidetsuru kana.

 

Sōsei Hōshi

(m. 909?)

“Ora vengo”, mi disse Solo perché ella m’aveva detto: Mi aveva detto
e così, in attesa “torno subito”, che sarebbe venuto
passai la lunga notte io l’ho attesa, ahimè, fino e io l’ho atteso
d’autunno, finché all’alba all’apparir della luna dell’alba fino quando l’alba
m’apparve solo la tarda luna. del mese delle lunghe notti. non ha illuminato la luna del nono mese.
Trad. di Ikuko Sugiyama. Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Andrea Maurizi.

 

 

 

Si confrontino:

  • la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Era di notte / dicesti “Torno subito” / invano ho atteso / nel cielo di settembre / un’alba con la luna.

  • la traduzione di Aldo Tollini:

Avendomi detto / che sarebbe venuto / l’ho aspettato / fino a quando l’alba / non ha illuminato la luna del nono mese.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Aldo Tollini, Sanjūrokkasen, in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°21 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del monaco-poeta e calligrafo Sōsei, secondo la tradizione uno dei trentasei “immortali” della poesia giapponese.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Un’atmosfera irreale sembra percorrere questa scena. Sullo sfondo, contro un cielo che da blu vira all’azzurro, si ergono delle formazioni rocciose, forse montagne – ma dall’aspetto dolomitico, si direbbe -, prive di vegetazione. Il resto della scena è tutto per i due personaggi in primo piano, appoggiati su un irrealistico prato reso con un’ampia campitura di un pallido verde.

Protagonista della scena è il poeta, raffigurato seduto su un ampio cuscino di broccato decorato con un motivo di fiori e onde, nella sua veste di monaco di alto rango (chiamata rai), color mattone, dall’ampio panneggio, sulla cui spalla sinistra è allacciato un raffinato manto (gojōgesa) turchese decorato con un motivo geometrico circolare di colore chiaro. Il poeta regge nella mano destra un ventaglio chiuso e ha il volto rivolto verso l’altro personaggio della scena cui sembra stia rivolgendo qualche parola.

Si tratta di un giovane attendente dai tratti femminei di una bijin, il volto allungato a seme di melone, la capigliatura fermata in due crocchie sulla sommità del capo (la fronte non rasata ne denuncia la giovane età), qualche ciocca che sfugge da dietro le orecchie, vezzosamente. Il giovane indossa degli ampi e lunghi hakama di color azzurro dentro cui sono inseriti vari indumenti i cui colletti si intravedono dall’ampia apertura del kimono che sta sopra a tutto: un kimono a fondo viola, di tipo furisode, tipico delle fanciulle, caratterizzato dalle lunghe maniche fluttuanti, qui decorate a fiori e foglie, trattenuto in vita da un’ampio obi color senape chiuso da un nodo sul davanti.

Chi è questo personaggio che sembra stia per allontanarsi e che tiene tra le mani una scatola piatta, forse una scatola da scrittura appena utilizzata dal poeta? Con molta probabilità uno di quei giovani novizi che intrattenevano una relazione con un monaco più anziano secondo una prassi abituale e al cui carattere erotico sembra alludere il colore rosso della sottoveste che appare alla scollatura e all’imboccatura delle maniche del furisode… O non sarà, invece, proprio la donna a cui danno voce i versi, e che compare come una visione notturna davanti al poeta? Del resto fra i due personaggi è posta una lucerna dal lungo stelo rosso, accesa a far luce al poeta in un’atmosfera che sembra di sogno.

La scena è ambigua così come lo è il waka, composto da un uomo ma che tutti i commentatori dicono sia da intendere come scritto da una donna. Eppure tutti gli artisti che lo hanno illustrato nelle varie versioni della raccolta poetica hanno rappresentato il poeta solo, mentre guarda un paesaggio immerso nella luce della luna ancora persistente all’alba (un fenomeno che compare solo dopo il nono mese, detto ariake, “luna all’alba”) o al più insieme a un giovane attendente.

Comunque sia, vorrei lasciare aperta l’interpretazione sul significato della scena illustrata da Kuniyoshi e permettere che solo i versi del monaco-poeta Sōsei ci avvolgano nella loro suggestione.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Hokusai, Hyakunin isshu uba ga etoki: Motoyoshi shinnō, 1835 circa.

わびぬれば
今はた同じ
難波なる

身をつくしても
逢はむとぞ思ふ

 

Wabinureba
ima hata onaji
naniwa naru
mi o tsukushite mo
awamu to zo omou

 

Motoyoshi Shinnō

(890-943)

 

Nella mia disperazione,  Depresso immobile  Nella mia disperazione
ormai tutto è uguale per me;  come i pali di Naniwa ormai tutto  è uguale per me
anche se dovessi esaurire me stesso io mi consumo al punto che per incontrarti
(pali che siete a Naniwa)  per voler rivederti  non esiterei a immergermi nell’acqua
io voglio rivederti.  nella dura eguaglianza.  come un segnale di rotta a Naniwa.
  Trad. Marcello Muccioli. Trad. di Nicoletta    Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2000 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°20 è di Katsushika Hokusai (1760-1849), celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del principe-poeta Motoyoshi, figlio dell’imperatore Yōzei.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Questa stampa, molto conosciuta, fa parte della serie Le cento poesie per cento poeti come raccontate dalla nutrice, serie per la quale Hokusai realizzò solo 27 delle 100 stampe previste.

La scena, sottilmente allusiva, va interpretata attraverso un’attenta lettura del waka del principe Motoyoshi, celebre per la fama di grande amatore che lo accompagnava.

Nel testo l’uso di un kakekotoba (parola-perno) permette il riferimento a due significati diversi utilizzando una medesima espressione, un espediente poetico che permetteva il rispetto della regola di brevità: nel quarto verso, infatti, l’espressione mi o tsukushite (dal verbo tsukusu), che vale per “consumarsi”, “struggersi”, è affine a miotsukushi, che sta a indicare i pali di segnalazione per i naviganti delle secche prossime alle coste nella baia di Naniwa (attuale Ōsaka). Ma per alcuni commentatori antichi, se anche il toponimo Naniwa poteva essere inteso come parola-perno, il na di Naniwa andava allora interpretato con il significato di “nome” e visto come un riferimento allusivo alla reputazione del poeta o addirittura della coppia. Si sa infatti che il waka era stato spedito da Motoyoshi alla dama Fujiwara no Hōshi, concubina dell’imperatore in ritiro Uda, e con questa dama il poeta aveva avuto una relazione pare di dominio pubblico.

La stampa di Hokusai presenta più piani prospettici. Sullo sfondo è il paesaggio della costa, meglio, una stretta insenatura chiusa,  da un profilo di verdi colline che si prolunga in un indistinto paesaggio nel quale si scorgono con difficoltà, in lontananza, i tetti di paglia di un villaggio e, dietro a questi, il cielo rosseggiante del tramonto.

In primo piano è una riva verdeggiante. A sinistra è lo scorcio dei tetti di paglia di due case vicine, circondate da una vegetazione di un’intensa sfumatura di verde-blu. Lungo il profilo della costa, emergenti dall’acqua, sono i pali di segnalazione di aiuto ai naviganti, in cui il poeta sembra identificarsi, come appare dalla lettura del waka. Sulla verde striscia di prato antistante il mare sono tre personaggi: due donne e un uomo. Quest’ultimo è un portatore dal caratteristico kimono a righe scure, corto per agevolare la marcia, e reca sulle spalle una grossa scatola avvolta da un furoshiki verde, presumibilmente il bagaglio dei due personaggi femminili. Sul furoshiki spicca il carattere (yama, montagna) che si può leggere anche san, un riferimento nascosto all’editore Ise Sanjirō che aveva preso in carico la produzione della serie a partire dal 1835. Le due donne, parzialmente nascoste dagli ombrelli aperti, sono con tutta evidenza due cortigiane: l’obi pendente dell’una, il sottokimono rosso e i numerosi spilloni decorativi che caratterizzano l’acconciatura dell’altra ne sono chiari indizi. Entrambe sono rivolte verso il mare: staranno forse guardando i pali infissi nell’acqua, o sostano pensando a un appuntamento che forse le attende?

Infine, davanti all’osservatore, in primissimo piano, è un sentiero lastricato e su quel sentiero si muove, riluttante, un bue carico di fascine, trascinato da un contadino il cui ampio copricapo in paglia, spinto in avanti dal gesto di fatica , crea un curioso dialogo con i due ombrelli di carta delle donne.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Utagawa Kuniyoshi, Poesia di Ise-Ritratto di Otani, moglie di Masaemon, dalla serie Ogura nazorae hyakunin isshu.

 

難波潟
みじかき芦の
ふしのまも

あはでこの世を
過ぐしてよとや

 

Naniwa gata 
Mijikaki ashi no 
Fushi no ma mo 
Awade kono yo o 
Sugushite yo to ya

 

Ise

(c. 877-c. 940)

Passar questa vita senza vederci Senza toccarsi  Come vivrò
sia pur un intervallo [breve come] stanno i nodi di canna  senza poterti incontrare
quello fra i nodi dei corti sulla laguna  neppure per un istante
rovi della palude di Naniwa: nemmeno per un attimo  breve quanto i nodi dei giunchi
è forse questo che intendi? insieme,  tu mi dici.  della baia di Naniwa.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta  Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°19 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico della poetessa Ise. La stampa che ho trovato fa parte di una serie dal titolo Ogura nazorae hyakunin isshu (Comparazione di Cento poesie per cento poeti di Ogura) in cui a ogni componimento poetico si affianca una scena di un episodio storico o di un dramma del kabuki. Iniziata durante le riforme repressive dell’era Tenpō (1847), la serie comprende 35 stampe di Utagawa Hiroshige (1797-1858), 51 stampe di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) e 14 stampe di Utagawa Kunisada (1786-1861). Questa immagine che si riferisce al waka n° 19 della poetessa Ise è opera di Kuniyoshi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Nella parte superiore della stampa, accanto al cartiglio con il titolo della serie, posto a destra, è il componimento poetico di Ise.

Sotto a questo la scena è totalmente monopolizzata da una figura di donna. Si tratta di Otani, moglie divorziata di Karaki Masaemon, protagonista di un dramma di vendetta di Iga, Igagoe mono, a sua volta combinazione di due drammi: Igagoe norikake gappa e Igagoe dōchū sugoroku. La trama del dramma deriva da un episodio realmente accaduto a Iga Ueno nel 1634: la vendetta compiuta dal guerriero Karaki Masaemon per conto del proprio cognato Wada Shizuma per vendicare la morte del padre di questi, Yukie, ucciso dal malvagio Matagorō. 

Nella stampa di Kuniyoshi la bella Otani è immersa in un paesaggio innevato. Si sta recando a un tempio dove incontrerà l’amato marito, Masaemon, da cui ha divorziato per permettergli di portare avanti liberamente il progetto della vendetta. Otani è abbigliata con una serie di kimono sovrapposti dai vari colori ma sopra ad essi indossa la veste bianca del pellegrino e del pellegrino ha anche altri attributi: i sandali di paglia (waraji), il bastone e l’ampio cappello (ajirogasa) che utilizzerà per ripararsi dalla fitta nevicata. Fra i colletti del kimono spunta la testolina del suo bambino, al riparo, contro il suo petto, fra gli strati dei kimono. Per proteggersi dalla neve Otani indossa anche il sarumino, il tradizionale mantello di paglia utilizzato dai contadini per ripararsi da pioggia e neve. Appoggiata al tronco di un pino la cui chioma innevata sovrasta la donna, Otani spicca contro il morbido cielo grigio punteggiato da fiocchi di neve ma sembra quasi non accorgersi: girata di lato la testa, sembra guardare oltre la propria spalla e sorridere all’idea dell’incontro imminente.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Utagawa Kuniyoshi, Fujiwara no Toshiyuki, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842 circa.

住の江の
岸による波
よるさへや

夢の通ひ路
人目よくらむ

 

Suminoe no
Kishi ni yoru nami
Yoru sae ya

Yume no kayoiji
Hitome yokuramu

 

Fujiwara no Toshiyuki Ason

(?-901)

 

Perfino nella notte  Anche di notte  Mi chiedo se perfino di notte
che ci sommerge come le onde quando l’onda si infrange  quando le onde lambiscono le coste
che accarezzano la riva di Suminoe, presso Suminoye  della baia di Suminoe
il timore di occhi indiscreti  gli occhi della gente evito sul sentiero dei sogni
allontana l’amata dal sentiero del sogno?  la via del sogno taccio.  cercherai di eludere il mio sguardo.
  Trad. di Sagiyama Ikuko.    Trad. di Nicoletta  Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Si confronti la traduzione di Marcello Muccioli:

Di Suminoye / alla spiaggia le onde s’accostano/ persino la notte, sulla /via che in sogno [conduce a te]/eviterò gli sguardi della gente.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°18 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta Fujiwara no Toshiyuki.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

Nella stampa di Kuniyoshi la scena compare nettamente divisa in due parti: il primo piano occupato dai tre personaggi che sostano lungo una spiaggia e lo sfondo in cui cielo e mare sembrano confondersi.

La baia di Suminoe, o Sumiyoshi secondo un’altra denominazione dei luoghi, è una località celebre sin dall’antichità per un santuario dedicato alle divinità del mare (Sumiyoshi Sanjin) e per un caratteristico ponte a tamburo, ancora esistente, il Sorihashi, il cui profilo doveva ricordare ai visitatori l’arcobaleno che, al pari di un ponte, collega il cielo alla terra.

Fra i pini dai profili tormentati che sembrano punteggiare la battigia nella parte superiore della stampa di Kuniyoshi, è proprio la caratteristica silhouette del ponte a comparire, luminosa e come fluttuante sul mare, immagine fiabesca di un ponte dei sogni che forse il poeta vorrebbe evocare. Secondo le convinzioni dell’epoca, una persona davvero innamorata avrebbe visitato in sogno il proprio amante. Resta da capire se, nei versi di Toshiyuki, sia l’amante del poeta a non fargli visita per timore delle maldicenze o il poeta stesso a trattenersi, mentre riflette sui propri sentimenti.

E in primo piano, sulla superficie della spiaggia forse inondata dalla luce della luna, sosta il poeta, dai lunghi baffi alla foggia cinese, che indossa l’elegante seppur informale abbigliamento di corte: una veste “da caccia” kariginu dagli eleganti motivi su fondo verde e gli ampi pantaloni  a sbuffo sashinuki di color viola melanzana. Il braccio destro levato, come a schermarsi, sembra assorto nell’osservazione del ponte che emerge fra i pini, in lontananza. Accanto a lui, accosciati, l’inserviente dal volto rugoso e espressivo che reca l’ombrello chiuso, insegna di rango, e il giovane attendente che reca la spada, dalla veste il cui colore rimanda alla fodera del kariginu del poeta in un gioco di richiami interni di cui Kuniyoshi è maestro, lasciano Toshiyuki alle sue riflessioni solitarie e notturne, tutti presi, come sembrano, dalla propria stanchezza.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin