Henri Rivière (1865-1951), De la rue Rochechouart, litografia n° 15 della serie Les Trente-six Vues de la Tour Eiffel, 1902.

Anche il giorno della festa dell’Ascensione era passato ed era metà aprile. A cominciare dall’Avenue des Champs Elysées, ovunque a Parigi gli alberi tutti ingemmati brillavano come gioielli sfavillanti stando in fila nella luce del cielo blu che sembrava appena lavato. Sui battelli a vapore che solcavano la Senna si vedevano dei vivaci ombrellini da sole femminili. I gruppi di stranieri che erano venuti a visitare Parigi da ogni paese d’Europa e d’America avevano cominciato a circolare creando un intenso viavai dai Boulevards fin nei pressi dell’Opéra. Davanti al Grand Palais sventolavano molte bandiere, una accanto all’altra: quelle dei paesi le cui opere d’arte erano esposte nei musei. Dappertutto, agli angoli e agli incroci della città, i manifesti della campagna elettorale erano ossessivamente presenti. Davanti al tempio del Panthéon c’era stata una grande rissa tra studenti. I germogli degli alberi crescevano di giorno in giorno trasformandosi in foglie nuove verdi e tenere, più belle anche dei fiori. Il parco nel pomeriggio, la strada principale e l’incrocio, anche se non era domenica, erano pieni di persone che passeggiavano, creando affollamento. Nei caffè e nelle trattorie non si faceva altro che parlare delle corse dei cavalli.

Benché fosse già la terza primavera che trascorreva a Parigi, Teikichi* ebbe la sensazione che questa città non lo avrebbe mai annoiato. Ogni anno aveva l’impressione di trovarsi davanti a una primavera nuova e straordinaria. Nella vita non c’è una cosa così bella come la primavera. È in questa stagione che si scoprono nuovi piaceri. Nella folla che passeggiava, donne truccate in modo variopinto per incantare gli uomini lanciavano occhiate languide. Tutte le donne sconosciute che Lo attiravano, senza nessuna eccezione, suscitavano in lui delle fantasie voluttuose e sembravano cariche di un fascino misterioso. Tuttavia, una volta soddisfatto il proprio desiderio, Teikichi non provava più l’interesse a ricominciare una seconda volta con la stessa compagna e, passando da A a B e da B a C, alla fine aveva cominciato a prendere in giro come capitava le donne che si imbattevano in lui. Le foglie nuove degli alberi erano già cresciute completamente ed era arrivato il tempo in cui i fiori bianchi dell’ippocastano, simili a ciuffi, cominciavano a cadere sulle spalle dei passanti in mezzo al rumore delle carrozze che andavano e venivano. Il forte sole della sera tramontava dietro l’Eglise de la Madeleine e un lato delle case, che si susseguono l’una accanto all’altra, sembrava come incendiato dai riflessi di fiamma. Si sarebbe detto che fosse già estate. Un giorno Teikichi, camminando come al solito in cerca di una trattoria per cenare, si stupì del fatto che la maggior parte delle prostitute che vagavano in quella zona fossero tutte donne che aveva comprato una volta.

Con un sentimento di vergogna che lo pervase in un istante, Teikichi istintivamente cercò di nascondersi; tuttavia lungo il viale che prosegue dalla Madeleine al Boulevard des Capucines non c’era neanche una strada laterale o un vicolo dove girare, ma soltanto grandi negozi. Per fortuna c’era ancora la calca della sera e, non essendoci altra via, Teikichi prese a camminare confondendosi in mezzo a essa. Le prostitute immediatamente scorsero il suo viso e, con l’aria di parlare tra loro di lui, lo chiamarono lanciandogli dolci occhiate ammiccanti. Alla fine una di loro, sporca, obesa, simile a una mungitrice di mucche, rise, spalancando la grande bocca dalla labbra rosse e spesse come se avesse voluto mangiare un uomo: risultava veramente ripugnante, al punto da essere indescrivibile, Teikichi si sentì come se qualcuno gli avesse buttato addosso e fin nel profondo del cuore una sporcizia indelebile.

Provò disgusto. Capì quanto basso fosse sprofondato nella vergogna. Pensò nostalgicamente che desiderava ritornare in un modo o nell’altro a una vita pura, giudiziosa e onesta.

Senza prestare attenzione alla qualità del cibo, consumò in fretta la cena in una trattoria della zona e, inopinatamente, fu colto dal desiderio impulsivo di tornare a casa e riflettere tranquillamente in un posto dove non ci fosse nessuno. Non aveva nessuna idea chiara su cui fissare la propria attenzione, ma soltanto un desiderio irrefrenabile di sprofondare nei propri pensieri. Affrettandosi verso casa prese la carrozza fino a Place de la Concorde, dove cominciò ad aspettarne un’altra per gli Champs Elysées che non arrivava mai. Alla fine arrivarono due carrozze, ma erano piene.

Teikichi cominciò a camminare in fretta a passi lunghi. Era la metà di maggio. Ormai le giornate si erano allungate. L’Arc de Triomphe che domina in lontananza, e dietro il quale il cielo del tramonto era rosso intenso, si ergeva così nero e cupo da incutere paura. L’Avenue des Champs Elysées, l’arteria principale di Parigi, che è ampia e leggermente in pendenza e arriva direttamente fin sotto l’Arco, era occupata da una fila incalcolabile di carrozze e veicoli che oscillavano provocando quasi le vertigini. Era una scena che Teikichi era abituato a vedere ogni giorno, ma, in verità, sebben il suo pensiero fosse quello di arrivare a casa il più presto possibile, si fermò a contemplare con occhi affascinati la veduta di quel quartiere animato e lussuoso che solo Parigi può offrire. Quale potenza, quale profondità nell’eco delle ruote delle carrozze e degli zoccoli dei cavalli che facevano tremare la terra con grande fragore! Nell’immagine delle carrozze popolate da uomini e donne gli sembrava di riconoscere la voce del destino che faceva agire ciecamente esseri umani di un’infinita varietà di razze, professioni, condizioni sociali, età, senza eccezione alcuna. A causa della polvere di uomini e cavalli e del vapore della sera, tutt’intorno si vedeva in modo indistinto. In contrasto col movimento delle carrozze spiccava la silenziosa immobilità di un boschetto di alberi carichi di foglie fitte e tenere che costeggiava i lati della grande strada. Le chiome degli alberi si susseguivano a migliaia, tutte insieme alla stessa altezza, in una successione di colori che andava dal verde degli alberi più vicini folti e rigogliosi, al viola e al blu scuro allungandosi come una fila nere di nuvole fino ai confini del cielo al crepuscolo.

Addentrandosi nell’ombra degli alberi fin dove lo portarono i suoi passi, potè sentire distintamente il profumo delle foglie nuove e la freschezza dell’aria della sera. Non c’erano spiragli fra le foglie tenere degli alti ippocastani che impedivano di vedere il cielo; tuttavia la luce del chiaro crepuscolo estivo fluttuava ancora più suggestivamente tra i grossi tronchi degli alberi che stavano in gruppo. Gli arbusti fitti, che sembravano attorcigliati, avevano dei colori vaghi e delicati, secondo la prospettiva. Erano attraversati in lontananza da un amabile vialetto di sabbia di color grigio scuro che luccicava procedendo a zig zag verso una destinazione sconosciuta, quasi invitando l’osservatore ai confini tra realtà e sogno. Qua e là ai margini dei tornanti c’erano delle aiuole, ove spiccavano i colori brillanti dei tulipani, il rosso delle dalie e l’ornamento delle rose che, a causa della semioscurità, evocavano proprio l’immagine di abiti da donna immersi nella fioca luce di una camera da letto. Si sentivano anche le voci di uomini e donne che conversavano ininterrottamente fermi sulle panchine all’ombra. Teikichi si sedette su una panchina che era lì a pochi passi con l’impressione di scoprire quel parco per la prima volta quel giorno. Più il rimbombo continuo delle carrozze si allontanava, più riecheggiava suggestivamente attraverso le aiuole fiorite e profumate e attraverso gli alberi. Dietro il boschetto si vedeva l’Avenue Gabriel, una strada secondaria sempre silenziosa e poi un muro bianco che sembrava quello del Palais de l’Elysée, in quel momento illuminato di azzurro dalla luce splendente dei lampioni a gas, allineati ordinatamente ai due lati della strada secondaria. Nascosti all’ombra delle foglie verdi c’erano un’elegante trattoria e il teatro dove si assisteva agli spettacoli e allo stesso tempo si prendeva il fresco della notte estiva. Le luci erano numerose e poiché venivano dal fondo, illuminando le foglie verdi più morbide e sottili della seta, si vedevano strati di verde intenso trasparente che risplendevano fin dve l’occhio poteva arrivare, e la bellezza artificiale superava la bellezza naturale. Teikichi pensò: “Ah, questa è Parigi!” – città che s’innalza libera sul torbido gorgo del mondo naturale dominato dall’instabilità e dall’inquietudine di rocce, erbacce, acque correnti e stagnanti, muschio verde, zolle di terra, ciottoli…. Oh poter vagabondare tra le vie ornate di fiori, seta, ricami, profumi e lampioni, indifferente al destino della patria, senza pensare alla propria vita, avendo abbandonato i genitori, senza casa né moglie, nello stato pieno di malinconia di chi ha assaporato tutti i piaceri: era questa la fine più suggestiva che si potesse immaginare…

Nagai Kafū

(1879-1959)

Traduzione di Laura Ricca Lazzari.

Da: “Nuvole”(Kumo, 1908) in  Pagine dal Giappone Meiji,

a cura di Teresa Ciapparoni La Rocca, Roma, Bulzoni, 2009, pp. 242-245.

*Teikichi è il protagonista del racconto di Kafū, diplomatico giapponese di stanza presso l’ambasciata nipponica a Parigi dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Al suo personaggio, flâneur e gaudente, lo scrittore attribuisce le proprie esperienze di vita all’estero.

🗼🗼🗼

La prosa suggestiva di Kafū racconta vivacemente la frenetica vita parigina degli inizi del XX secolo non mancando, però, di descrivere pittoricamente la primavera con mano delicata e accenti lirici. Parigi, nelle parole di uno scrittore giapponese francofilo, diventa lo specchio di un occidentalismo speculare al japonisme di quegli anni. Ma lo sguardo è quello disincantato e irriverente di un autore che aveva intitolato questo racconto, contenuto nella raccolta Furansu monogatariDissipazione (Hōtō), prima che la censura, scandalizzata dai contenuti scabrosi, gli imponesse di cambiarlo. Un autore inconfondibile per temi e atmosfere: Nagai Kafū.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

A volte, addentrandomi per qualche vecchia stradina di Asakusa, all’imbrunire, quando si fa più acuto il desiderio dell’oziosa passeggiata, della flânerie, quando si rallenta e ci si ferma a osservare le persone che ti passano accanto, ed è buio all’improvviso, le serrande dei piccoli negozi sono tutte abbassate e attraversi intere gallerie commerciali deserte, a volte basta un rumore di zoccoli che colpiscono ritmicamente l’acciottolato a riportarti indietro nel tempo.

Potresti incontrare Nagai Kafū in quelle vecchie strade e non ti sembrerebbe strano.

I sentieri della nostalgia hanno percorsi che non ti aspetti.

Asakusa, la sera, aprile 2019.

Shōfūan Ragetsu, maestro di haikai, era solito far visita per la festività dei defunti alla sorella, un’insegnante di tokiwazu che viveva a Imado; quest’anno però non vi si era ancora recato e ogni giorno si proponeva di farlo. Tuttavia, per non uscire di casa nella calura del mezzogiorno aspettava sempre l’imbrunire. Quando giungeva la sera andava a darsi una rinfrescata nella tinozza dietro la casa accanto al convolvolo avviticchiato allo steccato di bambù. Poi, così, tutto nudo, si versava il sake e, terminata la cena, si accorgeva d’un tratto, con il fumo degli zampironi che bruciavano nelle case vicine, che la luce del tramonto si era dileguata nella notte. Al di là del davanzale ornato di bonsai e attraverso i sudare provenivano dalla strada calpestii di zoccoli, canti di artigiani, frammenti di frasi. Quando la moglie gli faceva notare che si era fatto tardi, subito Ragetsu usciva di casa per recarsi a Imado; ma appena si sentiva chiamare dagli amici che prendevano il fresco sui panchetti davanti casa, si sedeva con loro a chiacchierare e, tra un sorso e l’altro di sake, ogni sera andava a finire così, a parlare di niente.

Le giornate si stavano accorciando e mattina e sera si cominciava a sentire una certa frescura. Ogni giorno che passava i fiori dei convolvoli si accartocciavano su se stessi. Quando il sole al tramonto, come un fuoco ardente, inondava la piccola casa, giungeva improvviso alle orecchie il frinire straziante delle cicale.

Nagai Kafū (1879-1959)

La Sumida in Al giardino delle peonie e altri racconti, Venezia, Marsilio, 1989.

Traduzione di Luisa Bienati.

Asakusa, la notte. Un’estate, un viaggio, tempo fa (2009?).

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Da una stampa di Shibata Zenshin (1807-1891).

 

Salima cominciava a lavorare prima dell’alba e rincasava poco dopo mezzogiorno. Non appena metteva piede in casa si strappava i vestiti di dosso e si fiondava a fare la doccia. Aveva preso quell’abitudine dal primo giorno di lavoro, anche se concedersi il lusso di sprecare così tanta acqua calda per lavarsi in pieno pomeriggio le faceva venire una rabbia tremenda.

Sotto la doccia piangeva spesso. Girava in contemporanea il pomello con il cerchio rosso e quello con il cerchio blu, dopodiché attendeva in piedi che l’acqua sgorgasse da quel soffione simile al frutto del fior di loto. Quando l’acqua fredda e l’acqua calda si mescolavano e raggiungevano una temperatura tiepida, scoppiava in lacrime. Riusciva a distinguere con chiarezza il loro tepore persino mentre si lavava. Aveva i capelli talmente crespi che i denti del pettine faticavano a scorrere tra le ciocche: si lasciavano domare giusto fino all’altezza dei lobi, dove poi si arricciavano e l’acqua si infrangeva in maniera disordinata prima di defluire verso il basso. Ma la sua pelle nera era liscia come cuoio appena conciato, e la schiuma del sapone le scivolava fluida sulla curva delle spalle disegnando con destrezza strisce di colore bianco. Nonostante avesse dato alla luce due figli, aveva curve perfette come quelle di un uovo e il suo corpo sembrava contornato da una corda elastica e sensibile, pronta a restituire qualsiasi cosa la sfiorasse. Eppure, mentre lavava quel fisico di cui poteva andare fiera, piangeva in silenzio. Tutti i singhiozzi restavano imprigionati nelle bolle di sapone, e, quando queste scoppiavano, riecheggiavano contro il soffitto del bagno. Risuonavano più e più volte, poi si adagiavano sulle gocce d’acqua e tornavano a caderle sul corpo nudo come piume fluttuanti nell’aria.

 

Iwaki Kei, Arrivederci, arancione, Roma, Edizioni E/O,  2018.

Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

 

 

Una donna africana, fuggita alle atrocità e ostaggio del presente, e una donna giapponese, animata dal desiderio della scrittura ma confusa e in preda un sordo dolore, si incontrano nel destino comune dell’emigrazione in Australia, alla ricerca di una difficile integrazione. Storia di un’amicizia, di strenua volontà, di umana comprensione, questo libro – scritto con mano lieve ma denso di temi come raramente se ne incontrano in così poche pagine (poco più di un centinaio) – mi ha lasciato un’impressione duratura. L’importanza dell’empatia, il grande ruolo della lingua, il dialogo interculturale, la forza salvifica della scrittura, l’accettazione del proprio passato sono tutti temi che Iwaki affronta tratteggiando personaggi indimenticabili e, mentre racconta una piccola storia, sembra indicarci che l’unica salvezza possibile per noi, oggi, poggia sulla nostra umanità.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Itō Shinsui (1898-1972), Donna che si trucca, 1928. Stampa a colori su matrice di legno. Collection Elise Wessels – Nihon no hanga, Amsterdam.

 

Quest’anno mi voglio accingere a scrivere liberamente d’un tema che in passato esitavo persino a menzionare, qua sopra. Ho sempre evitato di discutere dei miei rapporti sessuali con Ikuko, per timore che lei di nascosto potesse leggere il mio diario e offendersene. Direi che sa esattamente in quale cassetto dello studio trovarlo. Ma ho deciso di non darmene più pensiero. Certo, nata da un’antica  famiglia tradizionalista di Kyoto e cresciuta in un ambiente feudale, conserva, ancora al giorno d’oggi, molto moralismo antiquato: anzi, quasi se ne fa vanto. Pare improbabile che sia capace di posare gli occhi sugli scritti personali del marito. Ma questo non è del tutto sicuro. Se ora, per la prima volta, il mio diario riguardasse soprattutto la nostra vita sessuale, sarà capace di resistere alla tentazione? Per sua natura è una donna chiusa, che ama i segreti, sta sempre sulle sue, finge di non sapere e non facilmente esprime ciò che ha nel cuore; quel che è peggio, tutto questo a lei pare modestia femminile. Anche se io ho diversi nascondigli per la chiave nel cassetto dove tengo questo diario e di tanto in tanto li cambio, una donna come lei può averli già scoperti tutti. E poi, senza affaticarsi a trovare i nascondigli, è facile procurarsi una copia della chiave… Ho detto che “non voglio darmi pensiero”, ma forse di darmi pensiero ho già smesso da parecchio tempo; forse dentro di me speravo che lo leggesse. E allora, perché chiudere il cassetto e nascondere la chiave?

 

Tanizaki Jun’ichirō, La chiave (Kagi), Milano, Oscar Mondadori, 1971.

Traduzione dal giapponese di Toguchi Satoko.

 

 

Anche riletto a distanza di tempo, questo romanzo di Tanizaki- pubblicato nel 1956 – mantiene inalterato, secondo me, tutta la sua carica trasgressiva e perturbante. Credo sia sempre stato, almeno qui in Italia, un romanzo più discusso  (soprattutto all’epoca della sua trasposizione cinematografica) che non letto davvero. Ed è un peccato. Perché non riprenderlo in mano in una delle tante ristampe disponibili?

 

La mia copia, come si vede dalla data riportata qui sopra, è davvero carica di anni ed è legata alla mia storia personale come un caro ricordo, la dolce memoria dell’estate dell’esame di maturità (1978). L’attesa della sessione d’esame trascorsa in compagnia delle amiche più care, le mie compagne di banco, in un paesino del Friuli. Praticamente una vacanza, per noi che avevamo studiato tutto l’anno e che pure pensavamo di aver bisogno di un ripasso generale da fare insieme al fresco, in montagna. Una notte, una fiera serale in una cittadina vicina, città d’acque e di verde, piccola, ennesima Venezia, ci porta davanti a una libreria aperta. Vedo il libro in vetrina, entro e lo acquisto senza sapere nulla né dell’autore né del romanzo…

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Le donne, un poeta, le vesti, gli amori…

Un capolavoro della letteratura di periodo Heian, l’Ise monogatari, rivive nella nuova splendida traduzione di Andrea Maurizi.

Che inizia così:

Katsukawa Shunshō (1726-1792), La sillaba い: il villaggio di Kasuga, dalla serie I racconti di Ise nelle stampe nishiki alla moda (Fūryū nishikie Ise monogatari), stampa nishiki, Museum of Fine Arts, Boston.

Uno volta un uomo, subito dopo il compimento della maggiore età, si recò a cacciare con il falco nei terreni che possedeva nei pressi del villaggio di Kasuga, non lontano dalla capitale Nara. Nel villaggio abitavano due sorelle giovani e dal fascino aristocratico, e all’uomo bastò osservarle di nascosto attraverso le fessure della recinzione della loro abitazione per infatuarsene. La giovane età e i modi raffinati delle fanciulle mal si adattavano all’atmosfera dell’antica capitale. Il nobile pensò di dedicare loro una poesia che tracciò su un lembo reciso della propria veste, un kariginu decorato con complessi motivi ornamentali.

 

Kasugano no / wakamurasaki no / surigoromo / shinobu no midare / kagiri shirarezu.

Simile ai disegni screziati

impressi sul mio abito

è la confusione che agita il mio cuore

a causa delle giovani piante di murasaki

dei campi di Kasuga.

 

In passato gli uomini si dilettavano con raffinati passatempi, e forse il giovane nobile ritenne appropriato e di buon gusto comporre la suddetta poesia perché ispirato dai versi:

 

Michinoku no / shinobu mojizuri / tare tue ni / midaresomenishi / ware naranaku ni.

Per chi

se non per voi

il mio cuore si confonderebbe

fino a ricordare i disegni screziati

dei tessuti del Michinoku.

 

I racconti di Ise (Ise monogatari), a cura di Andrea Maurizi, Venezia, Marsilio, 2018, pp. 47 e 48.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin