Viste dal treno, risaie in un villaggio del Giappone centrale. Aprile 2019.

 

A Taeko

Orrendo Giappone! Dall’aeroporto fino all’arrivo in centro città, quante bruttezze che lasciano di sasso…quelle, grigie e ocra, di costruzioni senza carattere, dalla melanconia triviale; quelle, rutilanti, delle insegne commerciali o dei distributori di bevande sui marciapiedi.

Non appena arrivati, lasciate questo paese per entrare in… “Nipponia”.

Prendete un treno regionale lento che, con il suo ritmo e l’ordine naturale che imprime alle vostre sensazioni fa già campagna: sedili di velluto, volti vivaci di vecchi e di scolari che salgono e scendono, profumi sbiaditi di birra ghiacciata e di cuori tranquilli. Accolta in questa pienezza discreta, ad essa incorporata, la vostra carne, in un dolce sfregamento di assiali, arriverà a destinazione, la stazione di “Nessuna parte” dove errerete stordito, con la grazia di uno struzzo titubante su un parquet da sala da ballo, per scoprire una composizione dell’universo unica, più sapientemente innervata di una foglia di camelia. E vi servirà del tempo prima di distinguere gli esseri dalle cose, circondati dal tempo e dai costumi, avvolti nella loro connivenza.

Schiene curve, palpebre dagli occhi luminosi e teneri, denti in oro o cuciti nella stoffa del viso, anime tutte d’un pezzo, scoraggianti di qualità, ancorate a un busto nodoso, braccia di betulla tremante. Dei vecchi, osservate la misura del corpo, la moderazione e la rudezza degli usi e tutti i panni del paesaggio che vi circonda si scioglieranno: le mille varietà di soba dai colori di nuvola o di cenere, il pallido sapore della rapa bollita o del sake crudo, la perfezione di ogni oggetto uscito da queste mani minuziose, il taglio così netto tracciato nella vita dal passaggio di questi esseri.

Sul cammino sinuoso del ritorno, ubriacatevi della calda atmosfera del crepuscolo e dei gruppi di neonati paffuti e di bambini sognatori vestiti come degli eschimesi, il viso altrettanto espressivo di una biglia di legno, lo sguardo intenso, immobile.

Altrettanto meticolosa ma più furtiva, voi scorgerete la Nipponia anche in seno alla città, nel suo cuore generoso: nella coesione sociale, nella lentezza e nella finitezza dei gesti, nella goffaggine dei modi o nella timidezza velata di sfrontatezza e nel conformismo che affiorano sotto l’eccentricità di un abito; o, semplicemente, in uno sguardo furtivo, nella freschezza della sera che una famiglia assapora fuori della porta di casa durante una festa di quartiere…

Osservate bene le soglie delle porte, poiché ciascuno, qui, è sulla soglia di se stesso, dal freno che impone alle sue emozioni, queste prendono il loro slancio nella stanza in fondo, dove si ama e dove si odia, infinitamente, a pugni chiusi.

La Nipponia è, così, questo cammino, estenuato e calmo, fino al fondo di se stessi, come quella coppia di amiche che sgranocchiano con imbarazzo un dolcetto e portano una mano alla bocca ridacchiando; la loro conversazione è svagata ma è feroce, in loro, la gioia d’essere vive, o la tristezza di amare. Tutte le scene del repertorio umano diventano qui spettacolo estremi, dall’energia altrettanto pura che se voi tentaste di stipare il cielo in un ditale.

Viaggiare in Nipponia, è anche visitare le stagioni che, in questo paese di attenzioni, sanno come ricevervi: all’inizio della primavera, inginocchiatevi sotto il cielo ricamato di fiori che ricoprono i gruppi gioiosi di gitanti; vinti, abbattuti dall’estate, lasciate che il sole vi accarezzi il cuore come i corvi lucenti e grassi raschiano i sacchi trasparenti della spazzatura; ricevete l’abbraccio dell’autunno, dagli stracci sontuosi e, in un attimo d’inverno, acconsentite a diventare l’ospite di un fiocco di neve appesantito dalla notte.

***

Luoghi di Nipponia: un treno, una izakaya, ogni stagione al suo passaggio, un amico, uno sconosciuto, il rumore della città all’avvicinarsi del mezzogiorno, un quartiere popolare una sera di gran caldo, una stazione termale, un giardino pubblico.

 

Yves Letournel

 

Diplomatico francese, nel triennio 2001-2003 responsabile dell’Institut Français di Yokohama.

 

Da:  “Voyage en Japonie” in  100 regards inédits sur le Japon,

Paris, Association Jipango, 2004, p. 97.

La traduzione è mia.

 

🚂🚂🚂

Fuori dai sentieri battuti, il Giappone può fare un certo effetto, suscitare un lirismo di maniera, ispirare pensieri in libertà, a volte incongrui. Ma anche queste sono testimonianze: perché dovremmo ignorarle? Il giapponismo ha molti volti. Come il Giappone, del resto.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Félix Régamey, Ritratto di Hyakutarō, 1876.

Al fratello minore Frédéric

Yokohama, 8 settembre 1976

 

Mio Frédéric,

ti scrivo dal paese dei sogni – quando ti avrò detto che ciò che ne conoscevamo attraverso le immagini era ben lontano dalla realtà!!! È un incanto perpetuo – il nudo in tutto il suo splendore, il costume altrettanto bello che l’antico con in più la varietà del taglio e del colore. Un paesaggio meraviglioso. Infine: tutto. Così non ho abbastanza forze per il lavoro di assimilazione che devo fare. Non aspettarti delle lettere: non ho il tempo di scrivere. Più tardi si vedrà dai miei lavori che non perdo il mio tempo e tu mi perdonerai il mio silenzio.

Il mio dolore è di essere senza notizie. Quando me ne arriveranno? Ti scrivo su carta giapponese, la busta è giapponese. Abbiamo appena fatto su sedie trasportate da corridori [sic] un’escursione di due giorni nei dintorni. Dormendo nelle locande ma con un cuoco che ci precedeva e preparava delle cene come da Brabant e un interprete di scarsa utilità. Noi eravamo quattro, con l’aggiunta di questi due personaggi accessori, i dodici portatori corridori – uno che trascina e l’altro che spinge, sempre correndo – questo in tutto faceva una carovana di diciotto persone più due cani. Altrettanto allegri, dopo aver corso per due giorni, che alla partenza, questi uomini sono straordinari, vestiti di un largo cappello e di una cintura, in mutandoni e a piedi nudi, qualche volta con tatuaggi che gli occupano tutto il dorso, vere opere d’arte di colori diversi che si ha il tempo di contemplare a piacere. Fa un po’ caldo, ma che importa! E la locanda con le piccole cameriere che accolgono i viaggiatori con delle prosternazioni e delle parole di benvenuto come un cinguettio di uccelli. Entrati, ci si tolgono le scarpe, ci si leva fino all’ultimo calzino, le fanciulle vi lavano piedi. Le stesse fanciulle ci passano una grande palandrana (sic) di stoffa leggera di cui si infilano le larghe maniche con il loro aiuto. A questa unica veste si aggiungono i sandali di paglia… L’età dell’oro, né più né meno. Il nostro cuoco giapponese si è superato, le ragazze si interrompono di servire (gli è stato insegnato che è a sinistra che i piatti devono essere presentati) per farci vento.

Nient’altro da chieder loro, del resto, e malgrado la fatica, l’emozione di un primo inizio così fantastico unito alla durezza della stuoia che vi è stata assegnata come letto, con la semplice aggiunta di una spessa coperta doppia, non vi permettono di ottenere il sonno facilmente. Una larga zanzariera ci risparmia le punture degli insetti ma le cicale fanno un frastuono infernale. Potrei continuare così a lungo, se ne avessi voglia. Non mi resta che ottenere una committente dal Mikado – perché no?

Itinerario per inviare lettere: Post Office – Ottobre a Shangai, Cina; Novembre alla Punta di Galle, India; Dicembre 1 a Calcutta, 2 Bombay; Gennaio al Cairo, Egitto. Fare lo sforzo di inviarmi almeno una parola a ognuno di questi luoghi sarebbe meritorio.

Ti abbraccio, e che dispiacere di non averti con me.

Régamey – Sayo Nara! (che vuol dire arrivederci in giapponese o qualcosa che gli si avvicina)

 

Japon – splendide – Santé – excellente – Travail – énorme – Guimet – charmant

Giappone – splendido – salute – eccellente – lavoro – enorme – Guimet – affascinante

 

Félix Régamey

(1844-1907)

 

Da: Keiko Omoto, Francis Macouin, Quand le Japon  s’ouvrit au monde, Paris, Gallimard,  1990, pp.  130-131.

La traduzione è mia.

🌊🌊🌊

Guimet, seduto, e Régamey, in piedi, durante il loro viaggio del 1876. Foto d’epoca. Il personaggio in piedi alla destra di Régamey è il cuoco di cui parla nella lettera. Si notino i geta di Guimet e i più femminili zōri di Régamey indossati con gli abiti europei.

 

Félix Régamey, pittore francese, e rampollo di una famiglia di artisti, è una figura interessante di artista e viaggiatore e fu, per certi versi, un protagonista anomalo del giapponismo francese, avendo conosciuto il Giappone direttamente e non solo sognato, immaginato e ricreato. Fu scelto infatti da Émile Guimet, imprenditore lionese e studioso di religioni, come accompagnatore e illustratore ufficiale per il suo viaggio in Giappone, nel 1876, di studio delle religioni “orientali”, da cui riportò una quantità notevole di manufatti (oggetti rituali, statue buddhiste, ecc.) che andò a costituire il nucleo del museo che prese il suo nome, fondato prima a Lione, e poi a Parigi. Régamey tornò di nuovo in Giappone nel 1899. Nel frattempo animò le stagioni parigine cercando di far conoscere il paese che amava tanto, sia attraverso il suo lavoro di pittore, illustratore e docente di belle arti, che attraverso la sua attività di scrittore e polemista. Celebre, in tal senso, la disputa con Pierre Loti: per rispondere al suo Madame Chrysanthème (1885), Régamey diede alle stampe nel 1894 il suo Le Cahier rose de Madame Chrysanthème in cui il pittore dava voce, sotto forma di diario, alla fanciulla giapponese sposata “temporaneamente” dallo scrittore e avventuriero Loti.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Il villaggio di Hakone nel 1910. Foto d’epoca.

 

Inizio il mio soggiorno in Giappone con un’escursione a piedi attraverso Yamato, la provincia del paese a cui sono legati i suoi ricordi più antichi e sacri. È il periodo dei pellegrinaggi ai santuari buddhisti, e tutte le strade e le foreste sono affollate, come se metà Giappone fosse in gita di piacere. Per quanto è possibile condivido la vita dei miei compagni di viaggio, cerco di pensare e di sentire come loro e di percepire con i loro sensi.

La natura giapponese è senz’altro la più duttile di tutte, dato che vi prolifera un numero enorme di tipi di conifere e la boscaglia possiede le forme più meravigliosamente varie; nessuna volontà umana potrebbe comporre in modo più artistico le sfumature ottenute spontaneamente dalla suddivisione dei colori e delle forme alle differenti altitudini. Perché mai stupirsi quindi se il giapponese è dotato di una grande sensibilità per le forme naturali? È chiaro infatti che una natura riccamente articolata risulta stimolante nello stesso senso in cui colui che la buona sorte ha fatto crescere circondato da tesori artistici – e che può dunque considerarli non come uno splendore estraneo, ma come il proprio ambiente naturale – pur avendo di per sé doti soltanto mediocri possiede ugualmente un gusto e un occhio che i discendenti assai più artisticamente dotati di paesi barbari acquistano solo eccezionalmente. A latitudini in cui i contrasti di luci e di colore sono così forti da nascondere le gradazioni più sottili, nemmeno il popolo visivamente più dotato può fare altrettanti progressi nella pittura di paesaggio di quanti ne farebbe in regioni caratterizzate da condizioni di rifrazione della luce più favorevoli. Non a caso il paesaggismo occidentale è sorto e si è massimamente sviluppato in Olanda, non in Italia. Ora, è il Giappone stesso a indurre l’occhio a concepire proprio quelle relazioni formali e cromatiche che sono caratteristiche dell’arte giapponese, nel senso che ogni sua specifica sfumatura vi è già data. Una volta che tale natura è stata colta e compresa, lo spirito artistico continua infatti involontariamente a creare nel suo senso; ed è appunto questo continuare a comporre nello spirito e nel senso della natura che fin dai tempi antichi è stato attuato dagli artisti dell’Estremo Oriente con una sensibilità che a noi è rimasta ignota. È come se in essi l’anelito alla bellezza proprio della natura avesse preso coscienza di sé e l’uomo fosse l’organo particolare tramite il quale essa raggiunge la sua perfezione ultima: qui  egli è per così dire il responsabile dell’armonia più assoluta. Ma da dove trae questo meraviglioso potere? Esso gli viene fornito dal metodo con cui l’orientale impara a vedere. I pittori cinesi e giapponesi sono yogin, cioè non contemplano la natura dall’esterno, ma vi si sprofondano come il mistico si profonda in Dio, uscendo così dalla dimensione umana e divenendo tutt’uno con lo spirito delle cose. Non v’è dubbio che l’uomo non è solo uomo, ma, con parti diverse della sua essenza, è al tempo stesso animale, pianta, roccia e mare, solo che ne diviene cosciente soltanto di rado ed è capace di sentire solo come uomo. Ma se egli impara a divenire tutt’uno con ciò che vive al di fuori di lui come un alcunché di apparentemente estraneo, allora può produrlo anche traendolo dal proprio stesso interno. È per questo che i paesaggi orientali contengono in tutto e per tutto la vita del paesaggio reale, e che il giapponese, come per gioco, riesce comunque a utilizzare in modo artistico la natura come tale. L’assoluta perfezione delle composizioni floreali giapponesi è dovuta al fatto che è lo spirito intimo dei fiori in quanto tale a intrecciare il mazzo; in Giappone perfino le foreste amministrate secondo una rigorosa tecnica forestale non sono così brutte come quelle tedesche, poiché qui l’uomo, anziché imporre la sua opinione agli alberi, li favorisce in ciò che preferirebbero fare se fossero lasciati a se stessi. [. . .]

Adesso sto percorrendo vallate fuori mano, in cui l’uomo bianco non penetra quasi mai, e per gli abitanti dei villaggi rappresento un inesauribile motivo di divertimento. Essi sono più cordiali e premurosi che mai, solo che a causa della mia altezza, che ai loro occhi appare sovrumana, si mettono a ridere qualsiasi cosa faccia. Stamani, mentre salivo lungo un ripido sentiero, mi sono sentito spingere e quando mi sono girato ho scoperto due ragazzine graziosissime in preda alle risa: avevano voluto verificare quanto fossi pesante. C’è pur sempre qualcosa di meraviglioso nell’ignoranza contadina. 

Lo so bene se penso alla mia patria. Quando mi reco nei miei remoti possedimenti di campagna provo ancora una sorta di profondo rispetto constatando quanto, nelle cerchie di persone più ristrette, appaia significativo anche il fatto più quotidiano, e fino a che punto la prospettiva più angusta accresca il senso di ciò che non rientra nella quotidianità. [. . .]

La popolazione della provincia giapponese mi è più simpatica di ogni altra che ho conosciuto e possiede tutte quelle doti di dolcezza, delicatezza, assennatezza, sensibilità e piacevolezza che da quando ho letto Lafcadio Hearn mi hanno fatto apparire così amabile il piccolo uomo di queste latitudini. Gli abitanti di queste contrade sono amabili e la loro gentilezza viene senza dubbio dal cuore, dato che non ho percepito alcuna traccia di avidità e di impostura. Forse essi mi mostrano i loro lati migliori perché, su consiglio della mia guida – un giovane poeta di Kyōto – mi comporto con loro come con i contadini dalla mentalità patriarcale della mia patria, cioè da signore feudale. Nelle valli remote di Yamato il Medioevo non è ancora finito e l’epoca di Meiji sembra appena all’inizio. Qui il contadino si aspetta ancora che i suo signore dimostri superiorità, magnanimità, distacco, insomma quella consapevolezza di una supremazia talmente assoluta da consentire appunto la massima famigliarità nei rapporti umani. Qui la gente vuole ancora poter guardare dal basso in alto. Con quale piacere sono tornato ad assumere un ruolo che nel mondo attuale si ha sempre meno occasione di recitare! Il risultato pratico è stato che ovunque ho incontrato persone che mi offrivano i loro servigi e mi facevano favori senza pretendere nulla in cambio.

(1911)

 

Hermann Graf von Keyserling

(1880-1946)

 

Traduzione di Giovanni Gurisatti.

Da: Diario di viaggio di un filosofo, Vicenza, Neri Pozza, 1998, pp. 145-149.

 

🍃🌳🍃

Keyserling, aristocratico tedesco proveniente dal Baltico, fu naturalista e filosofo. Particolarmente interessato ad approfondire la conoscenza delle culture extraeuropee e della spiritualità asiatica, nel 1911 compì un viaggio attorno al mondo che lo portò in India, Cina, Giappone e nelle Americhe e da cui ricavò un diario di viaggio che, pubblicato nel 1919, divenne uno dei best-seller dell’epoca. Nelle pagine sul Giappone e nel brano che ho scelto qui, traspare inevitabilmente, oltre alle abituali osservazioni sulla presunta “specificità” del carattere dei giapponesi, un paternalismo da signorotto di campagna su cui comunque sembra egli stesso il primo a voler scherzare: “Con quale piacere sono tornato ad assumere un ruolo che nel mondo attuale si ha sempre meno occasione di recitare!”.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lungo la strada, dalle parti di Taitō-ku. Tōkyō, agosto 2007.

 

In occasione della mia prima visita in Giappone, nel 1977, i miei amici, anche quelli giapponesi, mi avevano messo in guardia. Soprattutto che io non giudicassi il Giappone da Tokyo: città sovrappopolata, anarchica, priva di bellezza, schiacciata dal suo gigantismo, interamente ricostruita dopo i bombardamenti del 1945, attraversata in ogni direzione da autostrade sopraelevate che si incrociano, nel tumulto, a livelli differenti…

Le mie passeggiate mi diedero tutta un’altra impressione. La città, brulicante di vita, mi parve respirare la giovinezza. I colori chiari e vari degli edifici mantenevano l’allegria. La libertà con la quale erano collocate le case e gli altri edifici mi sembrava un piacevole diversivo dalle vie europee in cui le case, allineate e saldate le une alle altre, chiudevano il passante fra muraglie di pietra. A Tokyo le costruzioni, staccate dalle loro vicine, orientate in maniera diversa, fornivano gradevoli contrasti di prospettiva. Anche nel cuore della metropoli, proponevano al passante degli angoli più tranquilli, dei piccoli rifugi…

Soprattutto, mi sono accorto che bastava lasciare le grandi arterie e inoltrarsi nelle vie traverse perché tutto cambiasse. Ben presto ci si perdeva nel dedalo di viuzze in cui le case basse, disposte senz’ordine, restituivano un’atmosfera di provincia. Il giardinetto che le fiancheggiava poteva essere minuscolo: la scelta e la sistemazione delle piante non mancava per questo di dare testimonianza del gusto e dell’ingegnosità degli abitanti delle vicinanze. Queste case private circondate di vegetazione alloggiavano forse persone della classe media: io riflettevo che a Parigi avrebbero rappresentato un lusso accessibile solo ai più ricchi. Percorrendo Tokyo ero meno urtato dalla brutalità dei quartieri degli affari che affascinato dal veder coesistere questi contrasti urbani. Ammiravo e invidiavo questa facoltà ancora concessa agli abitanti di una delle più grandi città del mondo, se non la più grande, di poter praticare degli stili di vita così differenti.

 

Claude Lévi-Strauss

(1908-2009)

“Aux habitants de Tokyo” in Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 115-116.

 

🌊🌊🌊

Quello di Claude Lévi-Strauss fu prima di tutto un Giappone immaginato, fantasticato: quello scoperto in seguito al regalo fattogli dal padre pittore e collezionista di ukiyoe, di una stampa giapponese quando aveva solo 5 o 6 anni. Da allora, ad ogni successo scolastico, il padre prese a regalargli una stampa della sua collezione fino a che iniziò egli stesso, ragazzo, a fare economie per potersene acquistare qualcuna. L’antropologo, questo Giappone sognato sin dall’infanzia, lo visitò solo quando ebbe 70 anni, lui che aveva viaggiato e studiato culture per tutta la vita. E forse qualcosa di quel sogno, nel suo incontro con la realtà nipponica, rimase attaccato alla sua visione… Gli scritti di Lévi-Strauss sul Giappone sono raccolti nel volume dal titolo L’altra faccia della luna, pubblicato da Bompiani nel 2015.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Negozi a Ninenzaka. Kyōto, agosto 2007.

 

A cinque minuti di strada dalla mia nuova casa, verso oriente, c’era un tempio, dove presi l’abitudine di andare nelle mattinate di nebbia, quando il grigiore m’invadeva e la mente stentava a concentrarsi. Me ne stavo seduto, davanti alle alture, fitte di alberi, che si levavano verso il cielo, ad assaporare i vasti silenzi, un gong risonante alle mie spalle, e a cogliere i dettagli: un vecchio monaco sfregava e sfregava per ripulire un sentiero, una ragazza, tanto chiara quanto il laghetto davanti a lei, sedeva sulla piattaforma del tempio, un altro Jizō di pietra, circondato dalle offerte di madri addolorate, un Buddha seduto che emanava una sensazione di pace così forte da trasformarla in saggezza. Tra i templi di Kyoto situati sulle colline orientali ce n’è uno che sembra proprio fuori del mondo; lo si raggiunge dopo una fuga di scale che si inerpicano tra i pini, lontano dalla frenesia e dal rumore quotidiano della città. Eppure non si riusciva a dimenticare il mondo circostante: dal basso proveniva, attutito, il rumore, rimbombante e sconsolato, di un camion della nettezza urbana che eseguiva il suo melanconico rituale.

A cinque minuti di strada da casa mia, verso occidente, c’erano delle sale di pachinko, i negozi di generi di conforto, e centri commerciali più moderni di quelli americani. Quando camminavo per le vie dei negozi, mi pareva di vagare in un mondo fantastico, fatto su misura per appagare i desideri dei bambini, acquietati da canzoni in versione Muzak e rassicuranti ninnananne. Sulla soglia del negozio locale di video da cui mi servivo, si udiva una voce metallica che diceva “Salve!” quando si entrava e “Grazie e arrivederci!” quando si usciva; il supermercato della zona, dopo avere trasmesso per tutto il giorno i messaggi delle offerte speciali, la sera all’ora di chiusura ammansiva i clienti con una lamentosa e insopportabile riedizione di Auld Lang Syne. Gli sbalorditivi depatōs [sic] – scatole compatte inserite in quel vero e proprio pacco dono che è questo paese moderno – non soltanto esagerano in modo vistoso in accessori, schermi, centri alimentari che si susseguono nei seminterrati, ma mettono anche a disposizione venti o più ristoranti nelle terrazze dell’ultimo piano e, sempre sulle terrazze, sale di divertimenti, non semplici sale giochi, ma interi luna-park, disordinatamente agglomerati nei cieli, che offrono la vista sulle colline e i templi da un lato, e dall’altro sconcertanti file di robot, montagne russe, pesci rossi in vaschette, procioni meccanici, e tunnel dell’orrore.

Talvolta pare che il Giappone sia una sorta di tintinnante casa della bambole, con elementi presi da tutto il mondo e ricostituiti per commercializzare sogni stranieri. Nel mio quartiere per esempio c’era il ristorante Ergo Bibamus, il panificio Notre Quotidien Pain a soli due isolati dal Our Daily Bread, e La Casa Felice, quasi tutti pieni di giapponesine della Kyoto Valley Girls in giacchetta da ginnastica con la scritta Style vivant: nous nous aimons et nous vivons che tendevano, presumo, a fare arubaito (lavoro part-time) per pagarsi le vacances. Poco lontano c’erano il Café-Bar Selfish, il Café Post Coitus, e la cafeteria Ringo, con le pareti ricoperte di manifesti dei Beatles, video non-stop delle ultimissime novità musicali menù disegnati come il L.P. The White Album, e persino una pubblicità che sollecitava la sottoscrizione alla squadra di calcio Ringo Star American. Tuttavia ogni volta che entravo in uno di questi luoghi, ispirati a soggetti di importazione, fosse esso il ristorante Shalom (con tutte le insegne in ebraico e in inglese), o il Moghul (propagandato da una ossequiosa figurina subcontinentale col turbante), oppure la cafeteria Mozart (specializzata nella Sacher), ebbene ovunque ero ricevuto da una squadra di giapponesine impeccabilmente educate, situate su entrambi i lati del bancone che svolgevano il loro ruolo in modo irreprensibile in una cornice di arredamento esotico.

Nelle strade cosmopolite, inoltre, pareva che ogni desiderio o bisogno fosse già stato preso in considerazione e ogni cliente veniva trattato come un Vip (nell’accezione del sistema per cui ai clienti viene concesso un suffisso onorifico in genere riservato agli dei o ai potenti). In uno dei miei giri intensivi in città trovai squisite paste francesi, givrés all’arancia, cassette di Lata Mangeshkar, che è raro trovare fuori dai confini dell’India, l’intero catalogo di New & Lingwood, il merciaio della mia fanciullezza. Un’intera schiera di inservienti in livrea, bottoni d’oro tutti luccicanti, mi correva, letteralmente, incontro per servirmi ogni volta che mi capitava di precipitarmi, con i miei jeans sgualciti, in un lussuoso albergo per usare la toilette. Mi è sorto qualche volta il dubbio che i ricchi a New York possano, per via delle blatte nel lavandino e dell’immondizia fuori della porta, sentirsi defraudati, invece qui anche i poveri si sentono miliardari: infatti qualsiasi acquisto viene confezionato come se fosse un tesoro inestimabile.

Quel Giappone che stava colonizzando il futuro con ingegnose comodità, era già, naturalmente, un dato acquisito; eppure mi meravigliavo sempre quando vedevo le cameriere organizzare le ordinazioni con il computer; le catenelle alle uscite del Kentucky Fried Chicken, le macchine specializzate nel lavaggio delle scarpe da ginnastica o nell’asciugatura dei maglioni nella lavanderia a gettoni di cui ero cliente. Il tutto non si risolveva nel fatto che i giapponesi avevano inventato le schede telefoniche per evitare il disagio dei gettoni telefonici, ma nell’essere riusciti a traslare l’invenzione in arte: le carte magnetiche erano decorate con vedute di giardini zen, oppure delle montagne Hokusai,  [sic] oppure del Golden Gate Bridge, oppure con i protagonisti dei cartoni animati, oppure con le foto dei campioni di sumō, o degli idoli degli adolescenti o anche, lo appresi in seguito, con l’immagine della persona amata o dei propri cari. Chiunque può accedere a queste comodità comprandole per la strada dalle macchinette o nei negozi, rivestite da un involucro speciale perché non si smagnetizzino. Il mondo perfetto, infiocchettato nella confezione regalo.

 

Pico Iyer

(n. 1957)

 

Traduzione di Melania Gagliazzo e Amedeo Poggi.

Da: Il monaco e la signora. Una stagione a Kyoto (The Lady and the Monk, 1991),

Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 41-44.

 

 

🎁🎁🎁 

 

L’intellettuale e scrittore angloindiano Pico Iyer vive dal 1992 a Nara con la moglie giapponese. La sua attuale visione del Giappone, dopo tanti anni di residenza, sarà senz’altro più complessa e sfumata, ma quando vi arrivò nel 1991, come emerge da ciò che racconta in questo libro che è tante cose diverse (un libro di viaggio, un romanzo, un saggio) fu molto probabilmente anche lui esposto al virus del giapponismo, alla meraviglia e all’innamoramento. Non si spiega altrimenti l’uso di certe espressioni (tipico il ricorrente “giapponesine”) e certe considerazioni che, lette ora, possono lasciare il lettore avvertito davvero perplesso. E divertito.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin