Negozi a Ninenzaka. Kyōto, agosto 2007.

 

A cinque minuti di strada dalla mia nuova casa, verso oriente, c’era un tempio, dove presi l’abitudine di andare nelle mattinate di nebbia, quando il grigiore m’invadeva e la mente stentava a concentrarsi. Me ne stavo seduto, davanti alle alture, fitte di alberi, che si levavano verso il cielo, ad assaporare i vasti silenzi, un gong risonante alle mie spalle, e a cogliere i dettagli: un vecchio monaco sfregava e sfregava per ripulire un sentiero, una ragazza, tanto chiara quanto il laghetto davanti a lei, sedeva sulla piattaforma del tempio, un altro Jizō di pietra, circondato dalle offerte di madri addolorate, un Buddha seduto che emanava una sensazione di pace così forte da trasformarla in saggezza. Tra i templi di Kyoto situati sulle colline orientali ce n’è uno che sembra proprio fuori del mondo; lo si raggiunge dopo una fuga di scale che si inerpicano tra i pini, lontano dalla frenesia e dal rumore quotidiano della città. Eppure non si riusciva a dimenticare il mondo circostante: dal basso proveniva, attutito, il rumore, rimbombante e sconsolato, di un camion della nettezza urbana che eseguiva il suo melanconico rituale.

A cinque minuti di strada da casa mia, verso occidente, c’erano delle sale di pachinko, i negozi di generi di conforto, e centri commerciali più moderni di quelli americani. Quando camminavo per le vie dei negozi, mi pareva di vagare in un mondo fantastico, fatto su misura per appagare i desideri dei bambini, acquietati da canzoni in versione Muzak e rassicuranti ninnananne. Sulla soglia del negozio locale di video da cui mi servivo, si udiva una voce metallica che diceva “Salve!” quando si entrava e “Grazie e arrivederci!” quando si usciva; il supermercato della zona, dopo avere trasmesso per tutto il giorno i messaggi delle offerte speciali, la sera all’ora di chiusura ammansiva i clienti con una lamentosa e insopportabile riedizione di Auld Lang Syne. Gli sbalorditivi depatōs [sic] – scatole compatte inserite in quel vero e proprio pacco dono che è questo paese moderno – non soltanto esagerano in modo vistoso in accessori, schermi, centri alimentari che si susseguono nei seminterrati, ma mettono anche a disposizione venti o più ristoranti nelle terrazze dell’ultimo piano e, sempre sulle terrazze, sale di divertimenti, non semplici sale giochi, ma interi luna-park, disordinatamente agglomerati nei cieli, che offrono la vista sulle colline e i templi da un lato, e dall’altro sconcertanti file di robot, montagne russe, pesci rossi in vaschette, procioni meccanici, e tunnel dell’orrore.

Talvolta pare che il Giappone sia una sorta di tintinnante casa della bambole, con elementi presi da tutto il mondo e ricostituiti per commercializzare sogni stranieri. Nel mio quartiere per esempio c’era il ristorante Ergo Bibamus, il panificio Notre Quotidien Pain a soli due isolati dal Our Daily Bread, e La Casa Felice, quasi tutti pieni di giapponesine della Kyoto Valley Girls in giacchetta da ginnastica con la scritta Style vivant: nous nous aimons et nous vivons che tendevano, presumo, a fare arubaito (lavoro part-time) per pagarsi le vacances. Poco lontano c’erano il Café-Bar Selfish, il Café Post Coitus, e la cafeteria Ringo, con le pareti ricoperte di manifesti dei Beatles, video non-stop delle ultimissime novità musicali menù disegnati come il L.P. The White Album, e persino una pubblicità che sollecitava la sottoscrizione alla squadra di calcio Ringo Star American. Tuttavia ogni volta che entravo in uno di questi luoghi, ispirati a soggetti di importazione, fosse esso il ristorante Shalom (con tutte le insegne in ebraico e in inglese), o il Moghul (propagandato da una ossequiosa figurina subcontinentale col turbante), oppure la cafeteria Mozart (specializzata nella Sacher), ebbene ovunque ero ricevuto da una squadra di giapponesine impeccabilmente educate, situate su entrambi i lati del bancone che svolgevano il loro ruolo in modo irreprensibile in una cornice di arredamento esotico.

Nelle strade cosmopolite, inoltre, pareva che ogni desiderio o bisogno fosse già stato preso in considerazione e ogni cliente veniva trattato come un Vip (nell’accezione del sistema per cui ai clienti viene concesso un suffisso onorifico in genere riservato agli dei o ai potenti). In uno dei miei giri intensivi in città trovai squisite paste francesi, givrés all’arancia, cassette di Lata Mangeshkar, che è raro trovare fuori dai confini dell’India, l’intero catalogo di New & Lingwood, il merciaio della mia fanciullezza. Un’intera schiera di inservienti in livrea, bottoni d’oro tutti luccicanti, mi correva, letteralmente, incontro per servirmi ogni volta che mi capitava di precipitarmi, con i miei jeans sgualciti, in un lussuoso albergo per usare la toilette. Mi è sorto qualche volta il dubbio che i ricchi a New York possano, per via delle blatte nel lavandino e dell’immondizia fuori della porta, sentirsi defraudati, invece qui anche i poveri si sentono miliardari: infatti qualsiasi acquisto viene confezionato come se fosse un tesoro inestimabile.

Quel Giappone che stava colonizzando il futuro con ingegnose comodità, era già, naturalmente, un dato acquisito; eppure mi meravigliavo sempre quando vedevo le cameriere organizzare le ordinazioni con il computer; le catenelle alle uscite del Kentucky Fried Chicken, le macchine specializzate nel lavaggio delle scarpe da ginnastica o nell’asciugatura dei maglioni nella lavanderia a gettoni di cui ero cliente. Il tutto non si risolveva nel fatto che i giapponesi avevano inventato le schede telefoniche per evitare il disagio dei gettoni telefonici, ma nell’essere riusciti a traslare l’invenzione in arte: le carte magnetiche erano decorate con vedute di giardini zen, oppure delle montagne Hokusai,  [sic] oppure del Golden Gate Bridge, oppure con i protagonisti dei cartoni animati, oppure con le foto dei campioni di sumō, o degli idoli degli adolescenti o anche, lo appresi in seguito, con l’immagine della persona amata o dei propri cari. Chiunque può accedere a queste comodità comprandole per la strada dalle macchinette o nei negozi, rivestite da un involucro speciale perché non si smagnetizzino. Il mondo perfetto, infiocchettato nella confezione regalo.

 

Pico Iyer

(n. 1957)

 

Traduzione di Melania Gagliazzo e Amedeo Poggi.

Da: Il monaco e la signora. Una stagione a Kyoto (The Lady and the Monk, 1991),

Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 41-44.

 

 

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L’intellettuale e scrittore angloindiano Pico Iyer vive dal 1992 a Nara con la moglie giapponese. La sua attuale visione del Giappone, dopo tanti anni di residenza, sarà senz’altro più complessa e sfumata, ma quando vi arrivò nel 1991, come emerge da ciò che racconta in questo libro che è tante cose diverse (un libro di viaggio, un romanzo, un saggio) fu molto probabilmente anche lui esposto al virus del giapponismo, alla meraviglia e all’innamoramento. Non si spiega altrimenti l’uso di certe espressioni (tipico il ricorrente “giapponesine”) e certe considerazioni che, lette ora, possono lasciare il lettore avvertito davvero perplesso. E divertito.

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All’imbrunire, sotto la Tōkyō Tower. Aprile 2017.

È tardi. Il parcheggio in basso è quasi vuoto. Le luci sono rare, e la Torre Eiffel in miniatura sullo sfondo, equivalente in senso opposto alle giapponeserie del XIX secolo in Europa, non ha ormai che una puntina rossa alla sua sommità.

In questa camera banale, senza legame con il passato e il futuro (e per questa ragione si è più se stessi), nel bel mezzo di una giornata o di una notte qualunque, il miracolo che a un tratto si compie, la grazia che talvolta discende: non un istante di felicità, poiché la felicità nn si misura a istanti, ma l’improvvisa consapevolezza che la felicità ci pervade.

Gli oggetti che compongono la vita, disposta improvvisamente in un altro ordine, volgono verso di noi il loro lato gioioso. Trasporto dello spirito dei sensi (Baudelaire non si è sbagliato), levitazione durante la quale l’anima vaga come su una nube d’oro. Allo stesso modo, in aereo, le straordinarie nubi, sotto ci soffoca la terra, diventano sotto di noi scintillanti ghiacciai bianchi e azzurri. Felicità pura che, in altri momenti, potrebbe essere parimenti pura infelicità. Basterebbe che gli stessi elementi volgessero verso di noi il loro lato cupo. In entrambi i casi, c’è plenitudine, ma quella della felicità è solare.

La Torre Eiffel autentica e la sua copia a Tokyo non sono che uno scenario sotto cui permane il caos. Ma la felicità, se sopraggiunge, dà brevemente un senso alle cose: un briciolo almeno si sente liberato, salvato. Nell’infelicità, per quanto possibile, il coraggio sostituisce il sole.

 

Marguerite Yourcenar

(1903-1987)

Traduzione di Fabrizio Ascari.

Da: Il giro della prigione (Le tour de la prison, 1991), Milano, Bompiani, 1991, pp. 75-76.

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Una bella pagina della Yourcenar, secondo me. A volte la felicità giunge in un lampo di rivelazione, in un luogo che poi rimane nel nostro ricordo. Poi, come è venuta, scompare. Ma qualcosa ci resta dentro. Se non altro, il ricordo della felicità e di quell’attimo.

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Stretching in riva al mare. Kōbe, parco Meriken, aprile 2013.

 

Tra tutte le grandi città del Giappone da me visitate, quella che ho preferito da subito è Kobe, dove sono stato solo di passaggio, rispetto a Kyoto o a Tokyo dove ho vissuto e che gli occidentali per di più prediligono perché sono le due grandi città gemelle di un Giappone la cui natura, secondo le guide turistiche, è duplice, divisa fra tradizione e modernità. Si tratta di un luogo comune. Non dico che sia senza significato: la storia intera del paese prova il contrario. I luoghi comuni dicono spesso la verità, malgrado tutto. Dicono la verità ma mai qualcosa di più. Ed è quel di più la sola cosa che conta. Kyoto oppure Tokyo: sono due immagini. Il che significa: due miraggi. Io, inspiegabilmente, ho saputo sui due piedi che la mia preferenza sarebbe andata a Kobe. E se la mia preferenza è stata immediata (stabilita al primo colpo d’occhio sulla città, cedo addirittura prima che in me si sia determinato il desiderio di andarci),  mi ci è voluto un po’ per capirne il significato. […]

Venendo da Kyoto in macchina, si arriva a Kobe da un’autostrada aerea, la via rapida Hanshin. È come un’interminabile passerella lanciata sopra la città. La carreggiata si stacca dal suolo e raggiunge un’altezza che probabilmente non supera i dieci, quindici metri, ma che agli automobilisti dà l’impressione di essersi letteralmente alzati in volo. Quando il traffico è scorrevole, si ha davvero la sensazione di galleggiare e filar via nel cielo, perché si passa al livello dei grattacieli, tra le terrazze e i piani alti, lasciandosi sotto la strada, gli edifici più bassi, i pedoni e i negozi. La città giapponese viene spesso descritta come un collage architettonico delirante, disordinato, all’interno del quale, per l’estrema densità della vita, gli stili più disparati si trovano gomito a gomito, si accavallano. Non uno dei grandi centri urbani del Giappone desta un’impressione paragonabile a quella che ci si fa di Kobe dalla Hanshin Expressway. La bellezza dello spettacolo sta nell’incongruità e nella magnificenza del collage; è come se tutte le risorse dell’architettura più avveniristica fossero state dispiegate nello spazio tranquillamente, senza badare in alcun modo che il risultato sia conforme o meno alle norme urbanistiche. La si direbbe un città impossibile che galleggia sospesa in mezzo al nulla, costruita contro tutte le regole della natura e dell’arte, pezzi di meraviglia magnificamente spaiati in aria che stanno insieme come per miracolo; una città così nuova da sembrare emersa in una notte dal niente per poi svanire nel reticolo dei suoi stessi riflessi, simile a un’illusione. Se non altro, questa è la prima impressione che ne ho avuto quando, dopo aver attraversato in auto il cielo della città ed essere sceso da uno degli scivoli, una delle uscite laterali che conducono ai vari quartieri, sono arrivato alla baia: la grande e straordinaria apertura della rada e, quel primo giorno, l’azzurro senza nuvole del cielo sdraiato all’orizzonte sull’azzurro senza schiuma del mare, la punta rosso-oro e acciaio i alcuni edifici dai lunghi e strani profili di vetro e metallo, il ventre delle grandi navi sull’acqua.

Sì, avevo l’impressione di essere entrato in una specie di sogno. “Fantasmagorico” è il solo aggettivo che si possa usare per esprimere il tranquillo stupore che si prova di fronte a uno spettacolo del genere, la calma celeste di vedere il mondo organizzarsi a quel modo sotto il sole, come nulla fosse. Tutto qui. Eppure, da subito mi è stato chiaro che nella mia prima impressione di Kobe c’era qualcosa di più della seduzione esercitata dalla bellezza di una città di cui avevo scoperto il panorama dalla prospettiva mobile aerea di un’autostrada che corre nel vuoto. Qualcosa di più anche del vecchio sentimento – che pure quel giorno provavo come non mai – di non essere in nessun posto, restituito al vagabondare infantile di un sogno, come spesso era capitato che mi sentissi e come mi era successo ancora, qualche settimana prima, sulle colline di Kyoto. No, sapevo che Kobe significava qualcosa di più. E anche se avevo dimenticato che cosa, e il significato che il nome di quella città aveva per gli altri, non ero arrivato a cancellare del tutto in me la sensazione di tenue vuoto che quell’oblio scavava nella mia mente: la consapevolezza che qualcosa mi sfuggiva, come un nome che sta sulla punta della lingua a non viene, un’evidenza che ostinatamente si sottrae: la certezza, insomma, di aver dimenticato qualcosa di essenziale che tuttavia determina inconsciamente ogni percezione del momento presente. Che cosa significava Kobe, lo avevo dimenticato. Eppure il mio stupore nasceva da questo: come la città del mio sogno infantile, anche questa, dove non ero mai stato, la riconoscevo. E andando verso di lei, lo sapevo, tornavo verso il luogo della mia vera vita, miracolosamente ritrovato dall’altra parte del tempo e dello spazio. 

 

Philippe Forest

(n. 1962)

 

Traduzione di Gabriella Bosco.

Da: Sarinagara, Padova, Alet, 2004, pp. 252-255.

 

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In Giappone per un periodo dedicato alla scrittura di un libro, Forest scopre una città che credeva di aver sognato da bambino ma, anche, una città il cui nome è legato al momento più tragico della sua vita: la morte per cancro della figlioletta di quattro anni. Nei giorni del terremoto di Kōbe lo scrittore francese e la moglie avevano avuto conferma della diagnosi senza speranza della malattia della piccola. La partenza per il Giappone, dopo la morte della bimba, si era allora imposta come la fuga verso un luogo che non conosceva il loro dolore, un luogo dove trovare consolazione in una sorta di oblio, o dove cercare di ritrovare la forza di sopravvivere. 

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Pietre e muschio al Ryōanji. Kyōto, aprile 2009.

Al pittore Seiho Takeuchi

Uno dei principi della setta Zen è che le grandi Verità sono ineffabili.

Non possono essere insegnate, si comunicano all’anima per una specie di contagio. Un ragionamento sarà sempre neutralizzato da un altro ragionamento, ma il tumulto in fondo al nostro cuore non potrà resistere a lungo contro il silenzio, né l’acqua contro il riflesso. Ci consigliano di ascoltare e se viene prospettato ai nostri occhi un punto di vista che ci insegni a non cambiare posizione per un minuto, sarà stata seminata in noi l’idea di immobilità. Il male è uno stato di isolamento e di violenza; non riusciremo a restarci più di quanto il la non si prolunghi sui violini quando l’elemento piacevole a poco a poco gli venga sottratto dal flauto.

E quel mattino di gennaio a Kyoto, mentre andavo a visitare, nel recinto del vecchio giardino solitario di Ryuanji [sic], quel “paesaggio” semplice fatto di 15 pietre e di sabbia, che si ritiene rappresentare non so quale favola infantile di pantere e di tigri (la tigre sarebbe suggerita piuttosto dal disegno regolare che fanno i denti del rastrello, quelle increspature del mare quando il vento lo fa sembrare un giardino coltivato intorno a tre isolotti che sono come la firma e il sigillo e lo stemma scolpito dell’artista sulla superficie della pagina) io so bene che qui c’è stata soltanto un’astuzia dell’eremita defunto ad attirarmi per quella strada cosparsa di rami morti; l’insidia alla mia sinistra era quella dello stagno così puro che non saprebbe sfuggirgli neanche il più piccolo ramoscello degli alberi spogliati dall’inverno né il colloquio col niente di quei trofei lacerati di porpora bruna che è diventata la chioma suprema della foresta inclinata verso quel contemplatore mortificato fra i suoi argini penitenti. Anch’io per quel poco che il mio piede ha sostato sul ponte di pietra, il cui livello fa chiudere idealmente il cerchio sotto di me, sento che mi è stata trafugata un’impressione dal ghiaccio di questo inverno incorruttibile e che mi sono fatto prendere un pegno. Mi circondano alberi sepolti nel muschio come se il mondo intorno a me fosse condannato alla caducità ed entro nell’eternità attraverso il portico della vecchiaia. Davanti a me c’è soltanto la foresta e i primi gradini di una scala che sale, e quel tempio tarlato sotto i rami più che al riposo è il richiamo alla fine improvvisa, opacità del supremo testimonio seduto qui per l’addio e vinto dalla decrepitezza.

Tutta l’arte degli antichi pittori giapponesi (che quasi sempre erano dei religiosi) si spiega se si comprende che il mondo visibile era per loro un’allusione perpetua alla Saggezza, come quel grande albero laggiù che dice no per noi al male con una lentezza inesprimibile. Allusione e non illusione. E se noi leggiamo nei Libri Sacri che la Sapienza è appostata ad attenderci anche nei posti inverosimili come gli angoli delle strade e i quadrivi delle scuole e dei tribunali, quanto di più naturale incontrarla al sorgere del sole, vicino a quell’aratro mezzo affondato nel solco, sotto quell’albero tremante di freddo nella corazza di neve e di vetro? Anche nelle parti più materiali della nostra natura c’è qualcosa che si amalgama interiormente con la verità come sulle lastre coreane la polvere d’oro col nero animale. Come quella vista presenta al nostro sguardo diretto soltanto una superficie opaca e confusa e aspetta che si siamo voltati per dissolvere dietro di noi il suo segreto e colpirci al fianco col suo dardo più acuto, così l’artista offrendoci un fiore, una barca, un uccello, si riferisce a un mondo più sospeso che assente congiunto a quello che passa e che non potrebbe essere abitato da nessun altro. Come chi va a caccia con le trappole indica un nascondiglio con un certo segno fatto sopra un albero col suo coltello. Niente ci attrae come quella zampa di martin pescatore disegnata con la punta più fine del pennello e quel tratto affilato e sottile!

E ora guardate quel rotolo abbagliante che si svolge davanti a noi! È il mare fra le isole. O moralisti, a che pro tante spiegazioni e teorie e minacce, quando sappiamo che la lordura in noi è inconciliabile con lo zaffiro? Che il colore e il profumo liberano i nostri sensi invece di renderli schiavi? È soltanto un’anima purificata che saprà comprendere l’odore della rosa.

(gennaio 1925)

Paul Claudel

(1868 -1955)

Traduzione di Maria Antonietta Di Paco Triglia.

Da: L’uccello nero del Sol Levante (L’Oiseau noir dans le soleil levant, 1965), Rimini, Il Cerchio,  1996, pp. 57-58.

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Figura complessa di poeta e diplomatico dalla spiccata connotazione cattolica (dopo la celebre “conversione” religiosa avvenuta nella cattedrale di Nȏtre-Dame, a Parigi, il giorno di Natale del 1886), Claudel era un profondo conoscitore dell’Asia, essendo stato console francese in Cina per 15 anni e poi, finalmente, ambasciatore di Francia nell’agognato Giappone, dal 1921 al 1927. Quest’ultima esperienza influenzò non poco l’opera del Claudel drammaturgo (con l’introduzione nei suoi testi teatrali di alcuni elementi del teatro e del kabuki) e l’opera del Claudel poeta, ponendosi all’origine, in particolare, della raccolta Cent phrases pour éventails, costituita da 172 componimenti poetici calligrafati dallo stesso Claudel, ciascuno dei quali è accompagnato da due kanji tracciati dal pittore giapponese Arishima Ikuma, una raccolta che fa suo il dialogo costante tra segno e parola scritta proprio della  tradizione nipponica. Consiglierei, a chi volesse approfondire il rapporto privilegiato fra il poeta e il Giappone la lettura del libro di Michel Wasserman,  D’or et de neige. Paul Claudel et le Japon, Paris, Gallimard, 2008.

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Ikkei, Una locomotiva a vapore lungo la ferrovia a Takanawa, 1872.

Come cominciare e da dove? Dal lato personale o dal dato storico? Dalla storia o da chi la scrive? Da Townsend Harris, ritto davanti a tempio di Gyokuzenji nel villaggio di pescatori di Kakisaki, nel tardo pomeriggio di giovedì 4 settembre 1856? O dall’autore di questo libro, appoggiato al parapetto del Philippine Mail nel porto di Yokohama durante la piovosa mattina del 16 settembre 1974? Harris, gli occhi rivolti alla baia di Shimoda circondata da colline a punta simili a mammelle (e infatti così si chiamano in giapponese), osserva la fregata San Jacinto ammainare la bandiera in segno di saluto e poi dirigersi verso il mare aperto tra sbuffi di fumo. L’autore contempla un mondo nebbioso di docks grigi, camion, elevatori a forca e gru gigantesche, e lamenta tra sé e sé la rapida distruzione della veduta, simile a un depliant turistico eppure così bella, del monte Fuji, un cono ricoperto di neve contro il cielo azzurro, incorniciato da rami scintillanti di fiori di ciliegio. Harris entra nel tempio, la sua nuova casa, e apre il diario sul quale, solo pochi giorni prima, aveva annotato trionfante: sarò il primo emissario di una potenza civile a risiedere in Giappone. Adesso il suo stato d’animo è più sobrio: Pensieri cupi – inquietanti presagi di cambiamento – Questo è sicuramente il principio della fine. Domanda: sarà davvero per il bene del Giappone?

Incontrerò queste parole soltanto verso la fine del 1975, al mio ritorno in patria dopo un anno di insegnamento presso due università giapponesi. La lettura del diario di Harris rientrava in un progetto più vasto. Dal giorno stesso in cui avevo rimesso piede negli Stati Uniti, ero stato afferrato da un senso di scontentezza, di disagio, di spaesamento. Casa mia non sembrava più la stessa dopo il mio soggiorno in Asia. Era una sensazione diversa rispetto a quando, anni addietro, ero tornato dall’Europa. In Giappone mi era accaduto qualcosa di misterioso, e io, nel tentativo di venirne a capo e di scoprire perché il mio sguardo e la mia mente fossero evidentemente cambiati e mi sentissi estraneo alla mia stessa cultura, mi ero rivolto (da bravo professore universitario) alla mia propria disciplina, la storia, e avevo incominciato a studiare le testimonianze scritte di altri americani che avevano soggiornato in Giappone prima di me. Harris sembrava particolarmente importante, perché era stato il primo americano a risiedere in Giappone legalmente. Coloro che lo avevano preceduto (alcuni naufraghi, un gruppo di marinai che aveva disertato da una baleniera e Ranald Macdonald, il meticcio chinook che nel 1848 si era spinto fino all’isola di Hokkaido nella convinzione che gli indiani d’America provenissero dal Giappone) non potevano essere considerati propriamente residenti: erano stati fatti prigionieri dalle autorità, deportati a Nagasaki e colà detenuti in attesa di essere rimpatriati su qualche nave olandese di passaggio a Deshima, l’unica concessione commerciale occidentale esistente in Giappone durante i duecentocinquanta anni di autoimposto isolamento. […]

Leggere gli articoli, i libri, le agende, i diari e le lettere di questi uomini e queste donne fu per me come penetrare in un Giappone in cui, mentre il paesaggio fisico, e in particolare quello delle aree urbane, era ormai irriconoscibile, il paesaggio umano (gli atteggiamenti e i modelli di comportamento sociali, religiosi ed estetici della gente) era sorprendentemente simile a quello della mia stessa esperienza. Le scoperte, le meraviglie, le gioie, le difficoltà, le bellezze e gli equivoci che avevo sperimentato io come insegnante e come viaggiatore erano state vissute in maniera molto simile un secolo prima dai miei predecessori. Nonostante il loro pervicace senso di superiorità culturale, molti di quei primi viaggiatori si erano posti, anche se di solito in maniera meno consapevole, i medesimi interrogativi che assillavano Harris: le nostre capacità, i nostri valori, le nostre idee sono davvero utili per questa antichissima cultura? Introducendo idee e pratiche moderne, non finiremo col distruggere qualcosa di molto prezioso? Invece, la domanda speculare, quella che a me interessava di più, il problema non già dell’influenza che noi esercitiamo su un’altra cultura ma di quella che essa esercita su di noi, non sembrava rientrare nella loro consapevolezza. O almeno, nessuno di essi l’aveva mai espresso in parole. […]

Questo libro, dunque: dove ha inizio? In molti luoghi e momenti diversi: con l’autore che, seduto alla scrivania davanti ai moduli versi delle borse di studio Fulbright, decide di scrivere “Giappone” invece di “Italia”, nello spazio contrassegnato “paese richiesto”. A Kyōto, nella storica locanda Tawaraya, con le sue vasche da bagno in legno, i corridoi bui, le cameriere in kimono, le squisite decorazioni floreali che paiono appartenere alla coreografia di un film di Kurosawa. Nel giardino roccioso del Ryoanji, dove ogni tentativo di contemplazione è interrotto da una voce stridula diffusa senza sosta dagli altoparlanti, la quale ti spiega verbosamente come quel giardino sia ineffabile. Durante il delizioso pranzo preparato e servito con grande delicatezza da tre giganteschi lottatori di sumo timidi come fanciulle. Durante le visite a decine (no, a centinaia, a migliaia) di templi, santuari, castelli, cimiteri, villaggi di vasai e sushi restaurant (dove, benché si veda benissimo che stai apprezzando quel che hai nel piatto, trovi sempre qualcuno che domanda: “A lei piace il pesce crudo?”). Durante una rappresentazione di teatro nō, quando la noia per il ritmo lentissimo si trasforma all’improvviso in amore ardente per tutto ciò che è giapponese.

 

Robert A. Rosenstone

(Montreal, 1936)

 

Traduzione dall’americano di Adriana Bottini.

Da: Lo specchio e il santuario. Storie di americani nel Giappone Meiji  

(Mirror in the Shrine, 1988), Milano, Feltrinelli, 2001, pp.  17-20.

 

📖📚📖

Il giapponismo, l’esotismo, sì, possono colpire tutti, anche lo storico più serio. Facile cadere nella sua trappola. Ti avvince prima ancora che tu non te ne renda conto. Questa pagina, del professore emerito di storia all’Università della California Robert Rosenstone, ne è un tipico esempio. Il suo resta comunque un libro molto ben documentato, ed estremamente piacevole anche per il pubblico meno esperto, su tre personaggi esemplari di espatriati nel Giappone di epoca Meiji: il naturalismo Edward Morse, lo scrittore e giornalista Lafcadio Hearn e il missionario William Elliot Griffis.

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