Tramonto su Enoshima. Il Fuji e la nostra primavera. Aprile 2013.

 

Per la primavera

Haru no tame ni

 

Dissotterrando la primavera assopita sulla spiaggia

con essa tu adorni i capelli              tu ridi

come cerchi sull’acqua la schiuma della tua risata sparsa nel cielo

piano il mare riscalda un sole colore dell’erba

la tua mano nella mia

i tuoi ciottoli verso il mio cielo             ah

ombre di petali fluttuanti oggi sul fondo del cielo

 

nuove gemme sbocciate sulle nostre braccia

al centro del nostro campo visivo

l’oro del sole che ruota sollevando spruzzi

 

noi          siamo laghi siamo alberi

siamo il sole che filtra tra gli alberi sul prato

siamo i terrazzamenti dei tuoi capelli dove danza il sole che filtra tra i rami

noi

 

nel vento nuovo una porta si apre

innumerevoli mani chiamano le ombre del verde e noi

le strade sono ancora vive sulla morbida pelle della terra

le tue braccia risplendono nell’acqua sorgente

e poi immersi nel sole sotto le nostre ciglia

piano cominciano a maturare

il mare e i frutti

(1956)

 

Ōoka Makoto

(1931-2017)

 

Traduzione di Maria Teresa Orsi.

In Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi degli Albizzi, Torino, Einaudi, 2020, p. 43.

 

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Hon’ami Kōetsu  (1558–1637), Poesia di Kamo no Chōmei su dipinto di fiori di ciliegio attribuito a Tawaraya Sōtatsu (1570 circa-1640 circa), datato 1606. Giappone, periodo Momoyama  (1573–1615). Shikishi montato come rotolo verticale, inchiostro, oro e argento su carta, The MET, New York.*

 

Nagamureba ni

mono omou tsuki* ni

mata waga mi

hitotsu no mine no

matsukaze

 

Quando  rifletto,

oltre alla luna*

che suscita mille pensieri,

solo per me c’è il vento

dei pini delle cime

 

Kamo no Chōmei

(1156?-1216)

 

Traduzione di Aldo Tollini.

☞Fonte per la traduzione : Le poesie di Kamo no Chōmei, a cura di Aldo Tollini, Venezia, Cafoscarina, 2002, p. 158.

  • Nella versione tradotta da Tollini tsuki (luna) sostituisce il termine aki (autunno) presente invece nella versione calligrafata da Hon’ami Kōetsu nello shikishi coservato al Metropolitan Museum di New York che qui propongo.
  • Nel waka di Chōmei è citato un waka di Ōe no Chisato (X sec-) compreso nel Kokinwakashū (n° 193): Tsuki mireba/chiji in mono koso/kanashikere/wa ga mi hitotsu no/aki ni wa aranedo.Quando vedo la luna / mi assalgono / mille pensieri  tristi /benché, lo so,  l’autunno / non appartenga solo a me. (Traduzione di Sagiyama Ikuko).

☞Fonte per l’immagine: 

The Metropolitan Museum of Art, New York, The Harry G. C. Packard Collection of Asian Art, Gift of Harry G. C. Packard, and Purchase, Fletcher, Rogers, Harris Brisbane Dick, and Louis V. Bell Funds, Joseph Pulitzer Bequest, and The Annenberg Fund Inc. Gift, 1975.
http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/44861

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Nagamachi Chikuseki (1747 – 1806), Uva e vespa.

 

Doko kara?

 

Doko kara? to kaze ga tazuneru.

Budō no fusa wa yureru dake

doko kara? nan’te, kotaerare nai.

 

Kizuita toki wa, koko ni ita.

Moshika shitara kiri no naka

iwa no naka kamo shirenai ga,

 

moshika shitara sora no hate.

Kotaerare nai, doko kara? nan’te.

Demo doko kara to, toi dasu budō.

 

Nemure nai hi ea tsuzuki

fusa wa higoto ni omosa o mashita

hotondo namida no katachi ni mieta.

 

Itsu demo toi wa machigaeru

demo toinasai doko kara to.

Furisosogu tōi mono

 

sore ga yubi da to kizuku made

machigaeta mamade toitsunore.

Sore ga deai to kizuku made.

 

Hikari no yubi ni sawararete

yutaka ni ureru budō no mi desu

fatto nemureru budō no mi desu.

 

Da dove?

 

Da dove? chiede il vento.

Si scuote solo il grappolo d’uva,

perché non sa rispondere: da dove?

 

Quando s’è reso conto, era già qui.

Potrebbe esser venuto dalla nebbia,

forse dalla roccia,

 

oppure forse dal cielo senza fine.

Non può rispondere alla domanda: da dove?

Però comincia a chiedere: da dove?

 

In seguito a giorni d’insonnia

il grappolo è cresciuto di peso,

e ha cominciato a formarsi come gocce di lacrime.

 

Chiunque potrebbe sbagliarsi nel porre la domanda,

ma occorre domandarsi: da dove arriva

l’essere lontano che irradia la terra?

 

Finché t’accorgerai che quello è un dito,

chiedilo con intensità pur sbagliando.

Finché t’accorgerai che è un incontro…

 

Toccato dalle dita di luce

il maturare abbondante è frutto d’uva,

il dormire alla fine è frutto d’uva.

 

 

Takano Kikuo

(1927-2006)

 

Da: Secchio senza fondo (Poesie 1952-1998), a cura di Paolo Lagazzi e Matsumoto Yasuko, Fondazione Piazzolla, Roma, pp. 172-173.

 

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Scenografie di nubi nel cielo di inizio settembre.

 

 

Kaika ame uruu shinshū no chi

tōyō kaze suzushi yo ni naran to hossuru ten.

Mentre dai fiori di robinia la pioggia irrora il terreno nei primi giorni d’autunno,

il vento tra le foglie di paulonia rinfresca l’aria sul far della sera.

 

-Bai Juyi

(772-846)

 

Aki kinu to

me in wa sayaka ni

mienedomo

kaze no oto ni zo

odorokarenuru.

Non vedo ancora

chiari segni 

dell’autunno,

ma il fruscio del vento

mi sorprende.

 

-Fujiwara no Toshiyuki

(?-901)

 

Traduzione di Andrea Maurizi (Bai Juyi) e Ikuko Sagiyama (Fujiwara no Toshiyuki).

Fonte: Fujiwara no Kintō, Wakanrōeishū. Raccolta di poesie giapponesi e cinesi da intonare, a cura di Andrea Maurizi e Ikuko Sagiyama, Milano, Edizioni Ariele, 2016, pp. 68 e 69.

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Jizō nella foresta. Yamadera, agosto 2013.

 

Appassita,

bagnata

bellezza

dell’erba –

al mattino.

 

Se è solo,

verde

meravigliosamente

verde

è il filo d’erba.

 

Qual meraviglia

essere compagno

di me stesso –

erbe campestri.

 

Taneda Santōka

(1882-1940)

 

Traduzione di Ierene Iarocci.

Da: L’eterno nel tempo. Antologia della poesia giapponese dalle origini al ‘900, a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1993, p. 219.

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