Il fiume Sumida, la Skytree e le luci di fronte ad Asakusa. Tōkyō, aprile 2019.

In un mattino d’estate, mentre attraversiamo il ponte Azuma sul fiume Sumida, K. mi dice di aver seguito in Giappone il suo ragazzo da Ho Chi Minh City, ma che lui I’ha lasciata poco dopo. Ride. Sotto il ponte scarlatto, vaporetti carichi di turisti solcano le acque bruno-azzurre della baia di Tokyo. All’inizio è rimasta sconvolta, poi si è rassegnata. Cosa puoi fare, dice, quando la persona che ami s’innamora di un’altra? Non puoi mica cominciare a odiarla di colpo. 

K. è rimasta a Tokyo a studiare e ha trovato un lavoro part- time al 7-Eleven di Asakusa, il quartiere popolare dove abito io. Uno sciame di turisti si accalca intorno al grande tempio e al massiccio portone di epoca feudale. I visitatori si scattano selfie con le due statue gemelle che raffigurano il vento furioso e gli dei del tuono, di fronte a una lanterna rossa da 700 chili sponsorizzata dal fondatore della Panasonic.
La conosco appena. Le ho proposto di uscire per una passeggiata e un caffè perché incontrarla al 7-Eleven mi fa piacere, e ci siamo scambiati le email. Lei usa vari nomi. K. e uno di questi. In uno dei suoi messaggi dice: “Puoi chiamarmi con il mio nome inglese, Melissa”. 

È un tipo energico che non si fa mettere i piedi in testa. Mi piace il suo sorriso impertinente. Mi tira su di morale quando passo dal minimarket per fare la spesa mentre corro al lavoro o torno a casa. Quando arriva il mio turno alla cassa le dico: “Come stai?”, e lei risponde, con un accento più britannico che americano: “Bene, grazie. E tu?”. Pronuncia quelle parole come fossero una specie di sfida strafottente. La musica di sottofondo, spesso, è Daydream believer dei Monkees, la sigla scelta da 7-Eleven.

In quei minimarket quasi nessuno parla con i dipendenti. 

Attraversato il ponte, camminiamo verso nord e costeggiamo ia sponda del fiume per dieci minuti, passando sotto la sopraelevata che fu costruita per le Olimpiadi del 1964. È facile chiacchierare con un’estranea: del mio lavoro e della mia famiglia, del mio divorzio, del suo ragazzo che l’ha mollata, dei suoi otto fratelli e sorelle, tutti figli di genitori diversi. Lei chiede: “Che cosa ti piace di me?”. Io dico: “Il tuo umorismo”.

Svoltiamo a sinistra, attraversiamo il ponte Kototoi, quello blu, e riscendiamo a valle tra i turisti sotto i ciliegi, che hanno i rami coperti di foglie nuove, tutte verdi. Lei ordina un matcha latte al Tully’s coffee, che guarda la torre Tokyo Skytree. Dice che si è trasferita in un appartamento più vicino al minimarket, insieme a una coinquiiina e a un gatto randagio. Vuole diventare veterinaria. Però ha bisogno di soldi e ha intenzione di rimanere a Tokyo per guadagnare un po’. 

K. si trova nel posto giusto. La popolazione giapponese sta invecchiando, e per i giovani stranieri disposti a lavorare sodo per pochi soldi ci sono un sacco di opportunità. Al tempo stesso, il governo di Shinzō Abe ha un disperato bisogno della liquidità portata dai turisti, quindi se prima gli stranieri provenienti dalla Cina e dal sudest asiatico erano meno ricercati, adesso ottengono il visto con facilità e possono fare shopping esentasse. Di conseguenza, da qualche anno il numero delle persone che visitano il Giappone ha superato ogni record, e da adesso alle Olimpiadi del 2020 non farà che aumentare. […]

Per qualche tempo non ho più visto K., poi il giorno di Natale ha risposto a una mia vecchia email. L’ho invitata a pranzo in un ristorante di soba, dove ci siamo seduti sul pavimento davanti a un tavolino basso. Mi racconta di aver trovato un lavoro in un’azienda di marketing e di essersi iscritta a un corso di economia aziendale. Ha lasciato il 7-Eleven – e la sua “sgarbata” manager cinese – e punta a trovare un impiego presso una grande azienda giapponese di elettronica che la rimandasse in Vietnam. Le mancano la madre e il padre, che hanno più di 70 e 80 anni. Sono entrambi al terzo matrimonio, e K. è I’unica figlia che hanno avuto insieme. 

K. sa bene che tornando a Ho Chi Minh City il suo stipendio diminuirà. Le dico che anch’io sento la mancanza di mia mamma che sta dall’altra parte dell’oceano, ma uno deve stare là dove c’è il lavoro. Lei mi fa: “Puoi avere tutti i soldi che ti pare, ma non puoi comprarti il tempo da trascorrere coi tuoi genitori”. 

Dice che il Giappone le piace perché è pulito e sicuro, e la gente e gentile. Ma ho l’impressione che Tokyo potrebbe essere qualunque altro posto: noto che K., nonostante sia qui da quasi tre anni, non sa neanche come mangiare il banalissimo piatto di spaghetti soba freddi da intingere nella salsa. Per socializzare, esce con altri vietnamiti; la sua compagna di appartamento è una sua connazionale, e ogni tanto esce a bere con altri studenti: vietnamiti, cinesi, italiani, coreani. Però mettere d’accordo le persone per vedersi è difficile. 

Torniamo a parlare del suo futuro. Dopo pranzo saliamo da me a prendere un caffè e lei mi dice che a 27 anni, a casa sua, è già vecchia per sposarsi e che i genitori le fanno pressione perché si sistemi. Ma il matrimonio è scivolato in basso nel suo elenco di priorità: “La mia migliore amica delle elementari ha appena avuto il secondo figlio e la prima ha già sei anni. Ogni volta che torno giù la bambina mi chiede perché non ho anch’io un figlio. Vedo la mia amica litigare con il marito ogni giorno. Hanno pochi soldi, non hanno l’automobile, la casa non è di loro proprietà”. 

Il piano di K. è tener duro per altri due anni e poi tornare in Vietnam. E quando lascerà la grande azienda giapponese per una più piccola, potrà pretendere uno stipendio più alto. Per via dell’esperienza, dice. “Perché ho lavorato nella grande industria. È così che funziona, no? Sto diventando più forte e sto accumulando esperienza”. L’esperienza è come un’arma, e devi mettere a punto la tua. 

Poi mi consiglia di risposarmi e di fare un figlio, trovare qualcuno che si occupi di me, così potrò fare una vita “come tutti”. Guardiamo lontano, oltre la selva di tetti; poi l’occhio di K. corre al telefono e lei, sorpresa di quanto si è fatto tardi, se ne va. 

Mark Robinson

 

Traduzione di M.A.

Da: Internazionale Extra, n° 4, Tokyo, estate 2018, pp. 55-57.

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Vive dal 1988 a Tōkyō, Mark Robinson e della metropoli conosce tutto o quasi. Ha scritto corrispondenze dalla capitale giapponese per il Financial Times e Monocle e nel frattempo è diventato un critico gastronomico esperto di cucina giapponese. Per Kodansha USA ha scritto un libro che rivela tutti i segreti degli izakaya dal titolo Izakaya: The Japanese Pub Cookbook.

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Iwasa Matabei, Paravento a 6 ante del genere rakuchūrakugai-zu (con scene dentro e nei dintorni della Capitale), periodo Edo (XVII sec.), Tokyo National Museum, Tesoro Nazionale, part.

 

Kio, o Miaco… in giapponese significa città. La definizione le spetta di preminenza, poiché vi risiede sua santità il Dairi, l’imperatore ecclesiastico ereditario, e per questo è considerata la capitale di tutto l’impero. È situata nella provincia di Jamatto [Yamato], in una vasta pianura, e si stende da nord a sud per tre quarti di un miglio tedesco e da est a ovest per mezzo miglio tedesco. È circondata da verdi, amene colline e da montagne, da cui sgorgano diversi fiumicelli e deliziose sorgenti. La città è più vicina alla montagna sul lato orientale, ove abbondano i templi, i monasteri, le cappelle e altri edifici religiosi, disseminati sui pendii, che avremo modo di visitare e di descrivere più accuratamente al nostro ritorno. Tre fiumi poco profondi attraversano o costeggiano la città da quella parte; il più grande e importante esce dal lago di Oitz; gli altri due scendono dalle montagne vicine e tutti si uniscono a formare un solo corso d’acqua, all’incirca nel centro della città, attraversato da un largo ponte, lungo duecento passi, chiamato Sensjonosas. Da questo punto in poi, il fiume dirige il proprio corso verso ovest. Il Dairi, con la famiglia ecclesiastica e la corte, risiede nella parte settentrionale della città, in una zona o quartiere speciale, formato da dodici o tredici strade e separato dal resto della città per mezzo di mura o fossati. Nella zona occidentale della città sorge un robusto castello di nuda pietra. Fu fatto costruire durante le guerre civili, a scopo di difesa personale, da uno degli imperatori ecclesiastici ereditari; ora vi alloggia il sovrano secolare, quando si reca in visita al Dairi. Nel punto di maggior lunghezza, misura centocinquanta kin, o braccia. Un profondo fossato in muratura, colmo d’acqua, corre tutt’intorno, e questo è a sua volta circondato da un largo spazio vuoto, o fossato asciutto. Al centro del castello si trova, com’è uso, una torre quadrata di diversi piani. Nel fossato vengono tenute delle carpe di tipo particolare, deliziose, alcune delle quali sono state offerte questa sera al nostro interprete. A guardia del castello v’è una piccola guarnigione, comandata da un capitano. Le vie sono strette, ma regolari, e corrono alcune verso sud, altre verso est. Trovandosi in fondo a una delle grandi strade, a causa della loro straordinaria lunghezza, della polvere e della gente che vi si affolla ogni giorno, è impossibile riuscire a vedere a occhio nudo l’estremità opposta. Le case, in genere, sono anguste, al massimo di due piani, costruite in legno, calce e argilla, secondo l’uso del paese, e con il tetto coperto con tavolette di legno. Vicino al tetto si trova sempre un secchio di legno pieno d’acqua, con tutti gli attrezzi necessari a spegnere un incendio. 

Frontespizio della History of Japan, vol. 1, London, 1728.

La città chiamata Miaco è il più grande magazzino dei manufatti e delle merci giapponesi e il maggiore centro mercantile dell’impero. Non v’è quasi casa in questa grande capitale ove non si venda o fabbrichi qualche cosa. Qui si raffina il rame, si coniano monete, si stampano libri, si tessono le stoffe più pregiate con fiorami d’oro e d’argento. Le più rare e belle tinture, i più raffinati intagli, ogni sorta di strumenti musicali, dipinti, scrigni laccati, ogni tipo d’oggetto lavorato in oro e altri metalli, specialmente in acciaio, come lame ben temperate e altre armi, tutto viene fabbricato qui nel modo più perfetto, così come le vesti più lussuose, confezionate secondo i dettami più raffinati della moda, ogni tipo di giocattolo, marionette che muovono la testa da sole e innumerevoli altre cose, più di quante se ne possano qui elencare. In breve, qualsiasi cosa venga in mente, a Miaco la si può trovare e non v’è nulla di quanto viene importato dall’estero, mai comunque di così raffinata lavorazione, che qualche artigiano di questa capitale non tenti di imitare. Tutto considerato, non c’è da meravigliarsi se i manufatti di Miaco son divenuti celebri in tutto l’impero e vengono spesso preferiti a qualsiasi altro, anche se inferiori per qualche particolare, solo per il fatto d’essere stati prodotti a Kio. In tutte le vie principali non vi sono che poche case in cui non si venda qualcosa e, da parte mia, non potei fare a meno di chiedermi, ammirato, dove potessero procurarsi abbastanza clienti per una così ingente quantità di merci. È vero, però, che pochi passano per Miaco senza comperare qualcuno dei manufatti locali, vuoi per uso personale, vuoi per fare un regalo agli amici o ai parenti. Il supremo magistrato risiede a Miaco, ed è un uomo potente e di grande autorità, poiché esercita il comando supremo, al servizio dell’imperatore, su tutti i Bugjo, i governatori, gli amministratori e gli altri funzionari che hanno qualche incarico nel governo delle città imperiali, delle terre e dei possedimenti della corona in tutte le province occidentali dell’impero. Anche gli stessi prìncipi dell’Occidente devono in una certa misura dipendere da lui. 

 

 

Engelbertus Kaempfer 

(1651-1716)

 

Da: Storia del Giappone, 1693.

 Citato in:  Edwin Bayrd, Kyoto, Milano, Mondadori, 1973, pp. 139-140.

 

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Lo scienziato, naturalista e medico tedesco Engelbertus Kaempfer arrivò a Dejima, l’isola artificiale allestita nel porto di Nagasaki per ospitare la Casa commerciale olandese (Oranda shōkan), nel 1690 ed ebbe più volte occasione di accompagnare, in qualità di medico ufficiale, l’annuale ambasceria degli stranieri alla sede shogunale, Edo, percorrendo la Tōkaidō. La sua cronaca, stilata, in latino e tedesco, con lo sguardo e il rigore dello scienziato, è un’importante testimonianza del Giappone a cavallo fra XVII e XVIII secolo.

 

 

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L’inconfondibile cartellone pubblicitario del marchio Jintan sotto la torre Ryounkaku di Asakusa. Tōkyō, prima del 1923. Da una foto d’epoca.

 

In Giappone la pubblicità è incomparabilmente più sviluppata che in Europa. Il commercio avanza con la pubblicità, le esposizioni e gli annunci.

Già a Yokohama ero rimasto stupefatto dalla quantità di annunci che si poteva vedere. In seguito, andando da Yokohama a Tokyo in vettura, in treno o in tram elettrico, fui colpito dai cartelloni in forme diverse che si susseguivano senza soluzione di continuità ai due lati del percorso. Eppure non era nulla di comparabile alle insegne luminose che ho visto la sera a Tokyo. In questa città non si può trovare una casa senza insegna elettrica. È veramente sorprendente vedere tutti questi cartelli appesi alle porte delle case, ai pali del telegrafo che costeggiano le strade, incollati su speciali cabine o sospesi in aria.

Un giapponese chiamato Jintan* ha del resto inventato una pillola celebre in tutto il paese e che si chiama, per altro, “pillola di Jintan”. Sembra che quest’uomo spenda trecentocinquantamila yen all’anno nient’altro che per la pubblicità, cosa che equivale a quarantamila lire.

In qualsiasi strada di Tokyo si può vedere una pubblicità che lo rappresenta in divisa di ammiraglio. Nel corso di tutto l’anno, tutti i suoi annunci sono illuminati da luci elettriche di tutti i colori. Questa pillola ha per virtù supposta di eliminare l’alito cattivo. Se il fabbricante di una pillola che elimina l’alito cattivo spende quarantamila lire all’anno unicamente per la pubblicità, ci si può facilmente fare un’idea della quantità di pillole consumate; e delle somme spese dal popolo giapponese per profumarsi la bocca. In tutto il Giappone, non si può incontrare una sola persona, uomo o donna, che non abbia in tasca una pillola di Jintan. Questa è per il Giappone quel che è la sigaretta per la Turchia: ognuno ne ha sempre un pacchetto su di sé.

Gli annunci dei grandi commercianti sono ancora più sontuosi, più strani degli altri. Non si vede altro, si potrebbe trascorrere il proprio tempo non guardando altro. Davanti a una tale quantità di vetture e a una tale quantità di suoni, avevo quasi l’impressione che il mondo intero stesse sfilando davanti ai miei occhi.

(1909)

 

Abdürrechid Ibrahim

(1857-1944)

 

Da: Un tatar au Japon. Voyage en Asie 1908-1910,

tradotto dal turco-ottomano da François Georgeon e Işik Tamdoǧan-Abel (Éditions Actes Sud, 2004)

Citato in Michaël Ferrier (ed.), Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 23-24.

La traduzione dal francese è mia.

 

*Si tratta in realtà dell’imprenditore Morishita Hiroshi che a Ōsaka, nel 1893, aveva iniziato a produrre l’Elisir Umano (è la traduzione letterale dei due kanji utilizzati per il marchio Jintan), un prodotto medicinale (tonico e pastiglie) dalle proprietà molteplici, ispirato alla medicina tradizionale cinese, commercializzato ben presto in tutta l’Asia orientale attraverso un marketing molto aggressivo.

Nel 1910  il marchio Jintan era il più pubblicizzato in Giappone e in Cina attraverso cartelloni, annunci su quotidiani e riviste, biglietti,  calendari e persino parate con fanfare e figuranti.

 

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Tataro ulema (ossia turco di Russia), Abdürrechid Ibrahim, intellettuale musulmano di grande spessore, ebbe una vita tumultuosa nella Russia di fine impero; viaggiò a lungo in Asia e in Europa ed infine in Giappone dove divenne il primo imam della moschea di Tōkyō. Dei suoi viaggi in Asia ha lasciato un resoconto di più di mille pagine, un terzo delle quali è dedicato proprio al Giappone: preziosa testimonianza del paese all’inizio del XX secolo.

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Il Rokku di Asakusa, la strada di cinema e teatri. Tōkyō, anni Venti del XX sec. Foto d’epoca.

A un angolo della via che conduce da Ushigome-Kagurazaka alla palizzata, c’è un vicoletto che è rimasto esattamente com’era all’epoca feudale. In quel vicolo, anche se certe porte erano di vetro, c’erano tre edifici rimasti identici a com’erano stati secoli fa. Mio fratello viveva in una di queste case, con una donna e la madre di lei. Quando mi rimisi e fui in grado di uscire, fu lì che mi trasferii. 

La mia comparsa all’ingresso degli artisti del Cinema Palace, quel giorno, sorprese molto mio fratello.* Mi fissò con aperto stupore e mi chiese: “Akira, che t’è successo? Stai male?” Scossi il capo e risposi: “No, sono solo un po’ stanco”. “Un po’? Non direi proprio”, mi disse dopo avermi fissato di nuovo, alzando le spalle. Poi aggiunse: “Vieni ad abitare da me!”. 

E fu così che approfittai dell’ospitalità di mio fratello. Circa un mese dopo mi trasferii in una stanza lì vicino, ma anche così passavo tutta la giornata a casa di mio fratello. A mio padre avevo detto che avrei abitato da mio fratello, quando me n’ero andato da casa: così la bugia diventava realtà. 

L’edificio e il vicolo in cui abitava mio fratello erano esattamente uguali ai posti in cui per generazioni i cantastorie rakugo avevano ambientato i loro racconti. Non c’era l’acqua corrente, ma solo un pozzo. I residenti erano tutti dei tradizionalissimi Edokko, gli abitanti originali di Tōkyō. Il ruolo di mio fratello, in quell’ambiente, era quello di un samurai senza padrone, come quel mitico eroe del romanzo avventuroso- guerresco della fine del Settecento – Yasuhei Horibe -, ricoperto di gloriose cicatrici guadagnate in battaglia. Lo guardavano con timore e rispetto. 

Gli appartamenti erano divisi così: ognuno aveva un ingresso largo come due stuoie (tre metri quadrati circa) e una stanza da sei stuoie sul retro, con in fondo la cucina e il bagno. Lo spazio era molto ristretto. Sulle prime non riuscivo a capire perché mio fratello, con quello che guadagnava, volesse vivere in un posto come quello. Ma col passare dei giorni cominciai ad apprezzare i pregi di quella vita. 

Alcuni dei vicini erano operai edili, carpentieri, stuccatori e via dicendo. Ma la maggioranza dei residenti apparentemente non aveva mezzi di sostentamento, né una professione definibile. Eppure, si aiutavano a vicenda e condividevano tutto a un punto tale che quella che avrebbe potuto essere una vita spaventosamente difficile diventava una vita molto gaia; e tutte le occasioni erano buone per scherzare. Perfino i bambini facevano delle battute. 

La conversazione degli adulti era di questo tenore: “Stamattina ero lì sulla soglia di casa che prendevo il sole, quando dalla porta del vicino m’arriva in volo un materasso arrotolato. Poi da dentro il materasso rotola fuori il mio vicino. Sapete, sua moglie non fa le cose a metà quando fa le pulizie”. E il vicino: “Io direi che quella moglie è particolarmente delicata: lo imballa, così non si fa male”. 

In un luogo già così esiguo si trovava sempre qualcuno che ricavava minuscole stanzette in solaio e le affittava. In una di quelle mansarde abitava un giovanotto che faceva il pescivendolo. Ogni mattino, prima dell’alba, andava sulla riva del fiume con la sua scatola di latta a comprare le sue merci. Lavorava furiosamente per un mese intero e poi, alla fine del mese, indossava i suoi abiti migliori e si concedeva il lusso di una prostituta: come se quello lo ripagasse di tutto.

Quell’esistenza era appassionante come se avessi condiviso la vita dei personaggi della narrativa tardo settecentesca, nei racconti di Sanba e Kyōden. Imparavo moltissimo. I vecchi facevano mestieri come custodire le scarpe nei teatri dei cantastorie, sulla Kagurazaka, o fare le pulizie nei cinema. Così avevano degli abbonamenti gratuiti, e li vendevano a prezzi stracciati ai loro vicini. Ne approfittai anch’io, e per tutto il periodo in cui abitai nella zona passai ogni giorno e ogni sera al cinema o a sentire i cantastorie. 

A quell’epoca c’erano due cinema sulla Kagurazaka, l’Ushigomekan per i film stranieri e il Bunmeikan per i film giapponesi. C’erano tre teatri di cantastorie, il Kagurazaka Enbujō e altri due dei quali non rammento il nome. Quei due cinema non erano i soli a cui andavo, però. Mio fratello mi presentò ai suoi amici che lavoravano in altri cinema, e cosi potei vedere tutti i film che volevo. Ma riuscivo a godermi così tanto l’arte dei cantastorie solo perché vivevo in quel vicolo vicino alla Kagurazaka. Non avevo idea del ruolo che avrebbe giocato nel mio futuro l’arte popolare del cantastorie, mi accontentavo di gustarla senza pormi degli interrogativi. 

Oltre ad assistere alle esibizioni di artisti famosi, ebbi anche l’opportunità dí vedere quelle dei clown e degli attori comici che affittavano i teatri dei cantastorie per allestirvi i loro spettacoli. Ricordo ancora uno di quei numeri, intitolato “Il crepuscolo d’un idiota”. Era la pantomima di uno sciocco che sta impalato a guardare il tramonto, con gli uccelli che tornano al nido. Sembrava una cosa molto semplice, ma la bravura dell’artista nell’evocare il fascino e l’emozione della scena cui assisteva mi riempì di ammirazione. 

Intorno a quel periodo comparvero i primi film sonori, e alcuni mi rimangono impressi nella memoria. […] 

L’arrivo dei film sonori decretò la fine dell’epoca del muto. Con la decadenza del muto, non c’era più bisogno del commentatore, e il tenore di vita di mio fratello subì un colpo terribile. Sulle prime tutto parve rimediabile, perché mio fratello era capo benshi in un cinema di prima visione, il Taikatsukan di Asakusa, dove aveva un suo seguito di ammiratori. Il cambiamento fu molto graduale, e fu allora che scopersi che tra le pieghe della vita tanto allegra e spiritosa del nostro caseggiato si celava una triste realtà. Probabilmente ciò vale per ogni essere umano: dovunque, sotto apparenze brillanti, si nascondono sempre cose oscure. Era la prima volta che me ne accorgevo, e fui costretto a rifletterci seriamente. 

Succedevano anche là delle brutte cose, come dappertutto. Un vecchio stuprava la sua nipotina. Una donna dava un gran fastidio a tutti minacciando ogni notte di suicidarsi. Una notte, dopo che aveva tentato di impiccarsi e tutti l’avevano derisa, si gettò zitta zitta nel pozzo e affogò. E c’erano anche delle storie di bambini picchiati dai patrigni e dalle matrigne, proprio come nelle favole più lacrimose. 

Come può una matrigna essere crudele verso il suo figliastro? Non ha senso che si comporti così solo perché odia la prima moglie di suo marito. L’unica spiegazione di questo misfatto è l’ignoranza. Ma l’ignoranza diventa una specie di follia, nell’animale uomo.

Kurosawa Akira

(1910-1998)

Traduzione dall’americano di Roberto Buffagni.

Da: L’ultimo samurai. Quasi un’autobiografia (ed. originale giapponese 1975, ed. USA 1982),

a cura di Aldo Tassone, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, pp. 118-121.

*Il fratello di Kurosawa faceva il benshi, il narratore cinematografico che commentava e recitava le battute degli attori nel cinema muto. Con l’avvento del sonoro il ruolo del benshi inevitabilmente scomparve. Nel 1929 il fratello di Kurosawa si uccise a 33 anni.

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Sono pagine come queste, nell’autobiografia mai compiaciuta del maestro Kurosawa, a farci meglio comprendere l’umanesimo del suo cinema e il suo sguardo sul mondo. Un libro avvincente, appassionante come le sue immagini. Secondo me, indispensabile.

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All’imbrunire, sotto la Tōkyō Tower. Aprile 2017.

È tardi. Il parcheggio in basso è quasi vuoto. Le luci sono rare, e la Torre Eiffel in miniatura sullo sfondo, equivalente in senso opposto alle giapponeserie del XIX secolo in Europa, non ha ormai che una puntina rossa alla sua sommità.

In questa camera banale, senza legame con il passato e il futuro (e per questa ragione si è più se stessi), nel bel mezzo di una giornata o di una notte qualunque, il miracolo che a un tratto si compie, la grazia che talvolta discende: non un istante di felicità, poiché la felicità nn si misura a istanti, ma l’improvvisa consapevolezza che la felicità ci pervade.

Gli oggetti che compongono la vita, disposta improvvisamente in un altro ordine, volgono verso di noi il loro lato gioioso. Trasporto dello spirito dei sensi (Baudelaire non si è sbagliato), levitazione durante la quale l’anima vaga come su una nube d’oro. Allo stesso modo, in aereo, le straordinarie nubi, sotto ci soffoca la terra, diventano sotto di noi scintillanti ghiacciai bianchi e azzurri. Felicità pura che, in altri momenti, potrebbe essere parimenti pura infelicità. Basterebbe che gli stessi elementi volgessero verso di noi il loro lato cupo. In entrambi i casi, c’è plenitudine, ma quella della felicità è solare.

La Torre Eiffel autentica e la sua copia a Tokyo non sono che uno scenario sotto cui permane il caos. Ma la felicità, se sopraggiunge, dà brevemente un senso alle cose: un briciolo almeno si sente liberato, salvato. Nell’infelicità, per quanto possibile, il coraggio sostituisce il sole.

 

Marguerite Yourcenar

(1903-1987)

Traduzione di Fabrizio Ascari.

Da: Il giro della prigione (Le tour de la prison, 1991), Milano, Bompiani, 1991, pp. 75-76.

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Una bella pagina della Yourcenar, secondo me. A volte la felicità giunge in un lampo di rivelazione, in un luogo che poi rimane nel nostro ricordo. Poi, come è venuta, scompare. Ma qualcosa ci resta dentro. Se non altro, il ricordo della felicità e di quell’attimo.

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