Obon, e soprattutto a Nara.

L’estate è legata in Giappone al ricordo dei morti.
Davanti al Todaiji, notte di Obon 2007.
Davanti al Todaiji, notte di Obon 2007.

 

 

Vendendo chochin nella notte di Obon. Nara 2007.
Vendendo chochin nella notte di Obon. Nara 2007.

Il 15 agosto è Obon, la festa dei defunti, celebrata ovunque con particolari cerimonie, processioni, danze (le bon odori), accensione di lanterne per festeggiare il temporaneo ritorno degli antenati presso le loro case e grandi fuochi, i daimonji, chiamati così a causa della loro forma particolare, quella del kanji di dai  , il carattere il cui significato è “grande”.

Il Daibutsu ci guarda dalla finestra del Todaiji.
Il Daibutsu ci guarda dalla finestra del Todaiji.

Questi giganteschi falò vengono accesi sulle montagne per favorire il ritorno degli antenati nell’aldilà. I daimonji più celebri e attesi dai turisti e dai fotografi, dilettanti e no, che, in queste ghiotte occasioni, dispogono con amorevole pazienza i loro interminabili obbiettivi su treppiedi di ogni sorta,  sono quelli di Kyōto e di Nara.

Ma, in realtà, per tutto il mese di agosto, nell’intero arcipelago si tengono rituali e cerimonie che fanno spesso ricorso al fuoco come rito purificatorio e in ricordo degli antenati. La luce vi svolge un ruolo molto importante. Vengono accese lanterne presso i templi e portate in processione nella calda notte d’estate.

Ricordo i vari Obon trascorsi a Nara.

 

A Tokushima per l'Awa Odori, agosto di un anno che non ricordo.
A Tokushima per l'Awa Odori, agosto di un anno che non ricordo.

Il buio profondo del vastissimo parco, le altre sere silenzioso e tranquillo, è animato dallo scalpiccio di tante persone che, a coppie o in piccoli gruppi, lo attraversano, recando le loro chōchin accese, le lanterne di carta  acquistate ai banchetti dei sacerdoti del grande santuario shintō, il Kasuga Taisha, appunto. Tutti si incamminano verso l’immensa porta del Tōdaiji, il  tempio più grande, e si incanalano in una fila ordinata ma animata di voci e di risate, per andare a rendere omaggio al Daibutsu, il gigantesco Buddha i cui occhi, dalle finestre poste sul tetto del tempio, seguono protettive e accoglienti la folla che si avvicina. Intanto, tutto intorno, nel vasto cortile, sono accese centinaia di lanterne offerte dai fedeli in ricordo dei propri cari defunti i cui nomi sono tracciati dai monaci sulla carta, in fragili calligrafie.

Cortile del Todaiji, 2007.
Cortile del Todaiji, 2007.

Teorie di queste lanterne di carta accese si rincorrono in file ordinate attorno al perimetro del gigantesco padiglione, accompagnate dal canto salmodiante di un monaco che, seduto ai piedi del Daibutsu, suona incessantemente il keisu, lo strumento rituale buddhista a forma di campana rovesciata. Tutto intorno è il fumo dei bastoncini d’incenso, accesi a migliaia, dall’inconfondibile, aromatico, profumo.  

Ricordo che ogni volta, ritornati all’aperto, ci riaccoglieva caldo e umido il buio del parco, punteggiato dal lucore delle chōchin, dalle risate, dagli scherzi dei bambini. Era bello passeggiare in quell’affollata oscurità, con la sensazione di essere parte di un tutto, una sensazione benefica di rilassatezza, di tranquillità.

Così passeggiavamo fra i padiglioni degli altri grandi templi, immersi in una pace solo interrotta dal canto ossessivo delle cicale.

Piccole lanterne sulla scalinata del Kofukuji, Obon 2007.
Piccole lanterne sulla scalinata del Kofukuji, Obon 2007.

Se l’occasione era propizia e la notte serena, ci spingevamo su per la collina fino a raggiungere il santuario Kasuga: lì ci perdevamo fra le circa tremila lanterne di pietra, le toro, che punteggiano il bosco che circonda gli edifici sacri e che vengono accese due volte l’anno, a febbraio, per Setsubun, e ad agosto, in occasione di Obon.

Rientravamo poi seguendo lentamente il flusso della folla che defluiva verso case e alberghi, verso il nostro solito ryōkan, il Furuichi, dietro lo stagno di Sarusawa, proprio di fronte all’antico e imponente Kōfukuji, con la consapevolezza che sarebbero restati, in quel buio, i cerbiatti, unici abitanti autorizzati del parco, a custodirne le meraviglie.

 

La notte di Obon, piccole luci nelle stradine della vecchio quartiere di Naramachi, agosto 1999.
La notte di Obon, piccole luci nelle stradine della vecchio quartiere di Naramachi, agosto 1999.

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