Paesaggi metropolitani

Esterno effetto neve
Esterno effetto neve

Sono le ore dell’inverno ad avere il passo della neve. Tutta la luce tolta al giorno è il suo bianco. Sapevamo da lì cosa sarebbe successo, chi sarebbe sparito prima, dimenticato. Si fanno passi lunghi, a volte, per non farsi riconoscere dalle impronte, altri per tenersi compagnia, proprio come la neve quando cerca di ricordarsi il sole e muore sopra  a  tutto, affettuosa, lenta come un bacio dato prima di tradire.

Sul comodino, in questi giorni, c’è Interni con finestre, di Stefano Raimondi.

Lavoriamo da talmente tanto tempi che ci diamo per scontati.

Forse è inevitabile, ci si sottovaluta o ci si prende troppo sul serio, mai nella giusta misura.

Ma siamo frutto della stessa città, spietata e ingiusta,  nostra abitudine quotidiana.

Forse tirannica, spesso matrigna. E così appare in questi “versi in prosainterni con fin cop-2” di Interni con finestre.

Milano ci possiede e a volte ci stritola, lasciandoci spossessati, le case vuote, le pareti spoglie, i poveri resti del nostro quotidiano sul pavimento.

Eppure, potremmo starne lontani?  Ci sentiamo tutti così, o almeno a me capita, sconosciuti alle case e alla strade – ma come posseduti e in perenne movimento nella “città dei cerchi “.

Il quartiere è davvero chi saluti, chi scopri lasciare ombre spesse sopra i muri, come firme, sigle come impronte. Il quartiere è davvero ciò che si vede da quando l’inizio era la scuola la mattina, la merenda il pomeriggio e la paura era la sua sera. È il signore che toglie i cartelli strappati dalle facciate, che prega negli angoli come per benedirli o la zitella vestita d’azzurrino che non cammina mai sul marciapiede, come per provare a rischiare qualche volta, qualcosa di grande, di suo. Camminare qui è come trovare le parole dentro una favola che si conosce fino alla fine. Ma a volte ci si addormenta prima per non sentirla e la via è come se ti chiamasse, per nome, dalle finestre. Un nome intero, chiaro, ripetuto da qualcuno, rimasto vivo lì da sempre.

Quante volte ci è capitato, la sera, di guardare all’insù per spiare le luci attraverso le tende e sorprendere la vita degli altri, negli interni della loro quotidianità.  Stefano Raimondi parte proprio dall’interno di quelle case, da quelle stanze vissute e spesso cariche di solitudini, per spingersi verso le strade, il quartiere, nella città che a volte stritola, a volte sembra assistere indifferente alle piccole storie degli altri.

Con un ritmo incalzante e musicale, le prose poetiche di Interni con finestre raccontano soprattutto il vissuto spicciolo e comune, le piccole strade bordate da palazzine liberty di pochi piani, i quartieri a ridosso dei bastioni, odore di cera data sui corrimani, rumori:

Ci sono case dove il rumore degli altri sale dai muri, dalle canne fumarie. Entra nel letto, invade la testa. Case dove la musica d’altri ha faccia crudele, denti forzuti, che trama dai vetri. E dentro una piazza di stanze si resta a tacere, per dirlo il silenzio, sperando che faccia rumore. Ma la vita fa rumore diceva il ragazzo del piano di sopra, regalandomi intensissimi attimi del suo tremare dentro qualcuno che gridava da fondamenta bellissime.

Ma è soprattutto la città, una città ancora molto lontana dalle metropoli di grattacieli e folle, una città quasi ancora di provincia, e forse, per questo, ancora più crudele.

Sono le nostre  vie a impararci a memoria, le case a tenere il conto dei nostri anni, le scale che restano buie a domandare di noi e neppure le cantine se la sentono di tacere, quando non c’è più niente di nostro da nascondere. Abbiamo portato tutto, anche le porte, le finestre con pezzi di sole attaccati ai vetri. Ho il tuo respiro vicino alla finestra che spiffera la nostra storia a tutti. Ho messo lane arrotolate tra i telai, sotto l’inverno che esce nel cortile.

BILOCALE RISTRUTTURATO

E SILENZIOSO VENDESI

Era scritto così l’annuncio: con un altro pezzo di  cuore.

Stefano RAIMONDI, Interni con finestre, Milano, La Vita Felice, 2009.

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