Toyohara Chikanobu, La fattoria dei bachi da seta, 1890.

Un magistrato della provincia di Mikawa aveva due mogli. Entrambe allevavano bachi da seta, producendo filato in grande quantità.

Per un’oscura ragione, i bombici del gelso curati dalla moglie più anziana perirono uno dopo l’altro e si rivelarono inutili i ripetuti tentativi di lei per allevarne altri. Di conseguenza il marito la trascurò completamente, imitato subito, com’è ovvio, dai suoi dipendenti. Ella viveva così in tristezza nella sua casa disadorna e ormai tetra, senza che nessuno andasse a trovarla; era sola, con un cane bianco e un paio di donne addette ai lavori manuali.

Un giorno la signora trovò un bombice, uno solo, intento a brucare una foglia di gelso; lo circondò di attenzioni amorevoli, riempiendo la scatola dove l’aveva messo con le foglie di gelso. Così il baco crebbe sempre di più. Da molti anni la donna non vedeva una baco da seta, perciò finì per trattare con vero affetto quell’unico bombice.

Una volta il cane stava seduto di fronte alla padrona e scodinzolava mentre lei ammucchiava foglie di gelso nella scatola e osservava il bombice del gelso brucare. All’improvviso il cane spiccò un salto sul bombice e lo ingoiò. La signora provò rabbia e tristezza insieme. Tutto era avvenuto in modo così fulmineo che lei non tentò neppure di punire il cane. Pianse, piuttosto, per quel fato impietoso che le vietava di allevare bachi!

In quel mentre il cane starnutì: da ogni narice prese a scendere un filaticcio di seta bianca di circa due pollici.

Stupefatta, la donna cominciò a tirare la seta per poi affrettarsi ad avvolgerla, rocchetto dopo rocchetto, su circa trecento rocchetti. Eppure la seta continuava a fluire! Allora la avvolse su paletti di bambù, poi intorno a secchi tanto da trovarsi con un’incalcolabile quantità di seta. Questa smisurata produzione finì allorché il cane si accasciò a terra e giacque immoto. La donna non ebbe dubbi: qualche divinità o Buddha dovevano aver assunto le sembianze del cane per aiutarla. Sotterrò la bestiola sotto un annoso albero di gelso, nel campo dietro la casa.

Sembrava impossibile rendere la sete ancora più fine di quanto già non lo fosse, tuttavia la donna provò a lavorarla ugualmente. In quel mentre il marito, di ritorno da una passeggiata a cavallo, si trovò a passare là davanti. Provando rimorso per la donna che dopotutto era sua moglie, smontò da cavallo ed entrò. In casa non v’era altri che la moglie, affaccendata in mezzo a una quantità smisurata di seta. Ebbene, la seta prodotta a casa del magistrato era scura, granulosa e comunque di qualità scadente, ma questa no! Era una seta candida come la neve e di eccezionale luminosità, di qualità molto superiore a qualunque altra seta mai vista prima. Quando lei gli spiegò la provenienza di una simile meraviglia, l’uomo comprese quanto grande fosse stato l’errore di trattar male una moglie a cui arridevano le divinità e i Buddha. Decise di restare con lei, e l’altra moglie non lo vide più.

L’albero di gelso sotto cui era stato sotterrato il cane non tardò a far nascere dei bozzoli della medesima seta meravigliosa. Il magistrato raccontò l’accaduto al governatore della provincia. Questi lo riferì alla Corte Imperiale. In seguito quella seta, ormai nota come “testa di cane”, venne offerta con regolarità all’Imperatore per tessere gli abiti del Sovrano.

Corse voce che era stata la seconda moglie del magistrato a uccidere apposta i bachi da seta dell’altra consorte, ma nessuno poté mai esserne certo.

 

Da Konjaku monogatari-shū (XIII sec.), XXVI, 11.

Fonte: Memorie della luna. Storie e leggende dell’antico Giappone,

a cura di Irene Iarocci, Parma, Guanda, 1991, pp.  190-192.

 

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La malvagità punita, il bene ricompensato: cose dell’altro mondo. O forse di questo?

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Katsukawa Shunshō (1726-1792), dalla serie Ise monogatari, 1770/1773 circa.

C’era una volta un uomo. Un giorno, per chissà quale motivo, cessò di frequentare una certa nobildonna. Lei iniziò una relazione con un altro uomo, ma dal momento che aveva avuto da lui un figlio, anche se non era più in intimità, a volte gli inviava delle lettere. La donna dipingeva molto bene, cosicché una volta lui le inviò un oggetto da decorare, ma a causa della presenza del suo nuovo amante lei non fu in grado di rimandarglielo per un paio di giorni. L’uomo, profondamente irritato, le fece recapitare il messaggio: «Anche se posso comprendere il motivo per cui non abbiate ancora esaudito la mia richiesta, ci sono rimasto molto male!». Era autunno, e per punzecchiarla le inviò una poesia:

Le notti d’autunno, a quanto pare,

vi hanno fatto dimenticare

i giorni di primavera.

Sarà perché la nebbia autunnale

è molto più fitta della foschia primaverile?

La nobildonna replicò:

Anche se mille autunni

non valgono

una sola primavera,

le foglie autunnali e i fiori di ciliegio

si disperdono entrambi allo stesso modo.

 

I racconti di Ise. Ise monogatari, (IX sec.), Marsilio, Venezia,  2018, pp. 120-121.

Traduzione  e curatela di Andrea Maurizi.

 

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I racconti di Ise, capolavoro della letteratura giapponese di periodo Heian (794-1185), è un testo che per la sua natura, costituito com’è da 125 brevi capitoli, è un’opera che può essere gustata a poco a poco, centellinandola con un buon vino. L’ideale livre de chevet, insomma. 

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La notte buia e fredda, ma i ciliegi erano lì, come sempre, nel parco di Ueno, in piena fioritura.

E qualche gruppo sparuto si attardava ancora sotto agli alberi. Chissà quanti avranno attraversato come noi il parco, per rientrare in hotel, e quanti avranno visto la teoria di lanterne baluginare nel folto dell’erba primaverile. Ma certo, viene più spontaneo volgere lo sguardo verso le cime fiorite…

Eppure quelle lanterne, a Ueno, resteranno a lungo nella nostra memoria. Un ricordo di primavera acceso nella notte di questi giorni.

Lanterna con stampa di Hiroshige. Tōkyō, parco di Ueno, aprile 2017.

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Frammento dal Genji Monogatari emakimono, Nagoya Tokugawa hakubutsukan.

Una dama che si chiamava Saemon no Naishi, alla quale non so bene perché stavo molto antipatica, aveva incominciato a far circolare tutta una serie di cattiverie sul mio conto.

Una volta l’imperatore, mentre ascoltava le dame che leggevano La Storia di Genji, commentò: «L’autrice sembra molto colta. Deve aver letto sicuramente gli Annali del Giappone».*

Allora Dama Saemon no Naishi, che aveva ascoltato quelle parole, iniziò a dire ai gentiluomini della corte che mi vantavo della mia cultura e mi diede il soprannome “Dama degli annali”. Che cosa insopportabile! Se ero il tipo che la teneva nascosta persino quando stavo a casa mia con le serve, l’avrei mai potuta ostentare quando ero in servizio a corte?

Quando mio fratello, Ministro del Cerimoniale, da giovane leggeva i classici cinesi, io stavo sempre ad ascoltarlo e stranamente riuscivo a imparare anche quello che lui aveva difficoltà a capire o a ricordare. Mio padre, che dava molta importanza allo studio dei classici, rammaricato mi diceva: «È proprio una sfortuna che tu non sia nata maschio!»

Poi da quando ho sentito dire che anche gli uomini devono stare attenti a non ostentare la loro conoscenza dei classici cinesi perché comprometterebbe la loro carriera, non scrivo come si deve neanche un carattere molto semplice e ho abbandonato completamente lo studio. Considerato che faccio sempre attenzione a non far capire agli altri che conosco i classici cinesi, credo che la dama che ha detto quelle cattiverie sul mio conto debba proprio detestarmi.

Per paura che la gente possa parlare male di me, fingo di non riconoscere neanche i caratteri scritti su un paravento. Però Sua Maestà un giorno mi ha chiesto di leggere insieme a lei qualche passo della Raccolta di opere di Bai Juyi** e avendomi manifestato il desiderio di approfondire la conoscenza delle sue poesie, di nascosto, quando nessuna delle dame può vederci, dall’estate di due anni fa ho iniziato a darle delle lezioni molto lacunose su un paio di volumi di versi. Sia io che lei non abbiamo detto mai a nessuno di queste nostre letture, ma, non so come, la faccenda è arrivata alle orecchie di Sua Eccellenza [Michinaga] e dell’Imperatore e Sua Eccellenza ha donato a Sua Maestà vari fascicoli in cinese ricopiati con una splendida calligrafia. Credo che quella pettegola di Saemon no Naishi non aveva ancora sentito dire da nessuno che io e Sua Maestà leggiamo i classici cinesi, perché, se lo venisse a sapere, chissà cosa sarebbe capace di raccontare! È davvero difficile vivere in questo mondo pieno di problemi!

 

Murasaki Shikibu

Dal Diario di Murasaki Shikibu. Murasaki Shikibu nikki, XI sec.,

traduzione e curatela di Carolina Negri, Marsilio, Venezia, 2015.  pp. 107-109.

*Gli  Annali del Giappone (Nihon shoki, 720) è la prima delle opere annalistiche compilate su modello di quelle cinesi e scritta in cinese.

** Il poeta cinese Bai Juyi (772-846) esercitò una grande influenza sulla letteratura giapponese di epoca Heian (794-1185).

 

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Vita difficile, a corte,  per una dama colta. In questo brano è tutto il talento della più grande scrittrice giapponese. La maldicenza, la cattiveria, le chiacchiere: un ritratto impietoso della vita a corte in cui la cultura classica non è considerata un valore ma, anzi, è vista con sospetto. Come spesso avviene. Oggi, come un tempo.

 

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Era primavera, a Kyōto. I ciliegi allora fiorivano in aprile e il giardino secco del Ryōanji era più vicino che mai, essendoci una piattaforma aggettante sulla superficie di ghiaia. Il restauro della residenza dell’abate ci aveva favorito. I ciliegi sembravano più vicini, anzi, erano più vicini, e così le misteriose pietre.

E quella bellezza! Credevamo che sarebbe durata per sempre, dimenticando la fragilità della nostra natura impermanente.

I ciliegi e il Ryōanji. Kyōto, aprile 2009.

 

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