Annidato nei boschi di Toganō, sopra Kyōto, il Kōsanji è uno scrigno di tesori isolato e silenzioso. Qui meditava il venerabile Myōe all’inizio del XIII secolo, qui si trova la più antica piantagione del tè in Giappone, qui si conservano i rotoli del celeberrimo Chōjū-jinbutsu-giga, un emakimono monocromo forse del XII secolo, con storie di animali visti come caricature degli umani. Eppure ciò che rimane di una visita al Kōsanji è la semplice bellezza del suoi edifici, la tranquillità che si sente ammirando, dalla veranda, il panorama delle colline in cui il verde fresco degli alberi racconta la dolcezza di una primavera.

Kōsanji e le colline. Kyōto, aprile 2017.

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Foglio dall’ottavo maki dell’edizione di Kōshoku ichidai otoko stampata a Ōsaka da Akitaya Ichibee nel II anno dell’era Ten’na (1682). Illustra l’episodio della scommessa sull’amore.

Scommessa sull’amore  

Dopo aver fermato il cavallo presso il ponte di Sanjō e aver detto in fretta al servo: «Hai attaccato bene ai finimenti la sacca dei soldi? Torno subito», il sarto di nome Jūzō andò a porgere un breve saluto a Yonosuke e a dichiarare: «Sono venuto a congedarmi da voi. Sto andando a Edo. Tornerò presto», aggiunse. Yonosuke gli donò dell’argento per il viaggio e lo richiamò quando già era sulla soglia per domandargli: «Qual è lo scopo di questo viaggio?» «A essere sincero, mi è capitato di vantarmi affermando che se avessi incontrato donna Murasaki non mi sarei lasciato respingere neppure la prima volta. Una persona mi ha posto come arbitro Ubei, il Topo dei Venti Giorni;* così per una scommessa, vado a Edo a folleggiare con le cortigiane.» «Che uomo divertente! E il pegno?» «Se non mi respinge avrò in regalo l’alloggio di Kiyamachi. Se perdessi…» e sbiancatosi in viso gli tremava la voce.

«Sii sincero.» «È semplice: se sarò rifiutato mi evireranno senza però uccidermi.» Probabilmente quella persona l’aveva giudicato uno stupido e vi aveva investito dei soldi soltanto per divertirsi. «Con chi hai scommesso?» Gli domandò. «Ho promesso di non dirlo», rispose. «È una faccenda di vitale importanza. Rifletti bene. Ti conviene appendere un rosario alla testa d’oca selvatica,** ché, tanto non devi risparmiare perché non puoi lasciarla in eredità a nessuno. Rivestila invece col fundoshi*** di raso rosso arabescato», gli consigliò Yonosuke. Jūzō era un uomo onesto e versò le lagrime che fino allora aveva trattenuto. «Addio», disse, ma non si muoveva. Yonosuke, divertito, concluse: «Ti accompagnerò» e, senza neppure cambiarsi d’abito, si fece preparare un cavallo e partì seguito da Jūzō. Arrivati al negozio del quarto isolato di Honjō, Jūzō e Ubei furono vestiti da gran signori e mandati a Yoshiwara.

Vi erano poche speranze che riuscissero nell’impresa. Ubei, preoccupato, andò a trovare Riemon, padrone di una casa d’appuntamenti, gli mostrò una lettera di presentazione e gli raccontò che Jūzō era un uomo molto ricco e influente e che desiderava incontrare Murasaki. La padrona disse che sarebbe stato possibile dopo quattro o cinque giorni e, fissata la data, stavano per congedarsi quando Jūzō offrì un pacchetto al padrone sussurrando: «Oggetti preziosi che non si trovano a Edo». In quel momento arrivò Ubei che lo rimproverò: «Avresti dovuto aspettare a dargli del denaro!» «Non è denaro. Sono cose di pregio, in gran voga nella capitale», rispose. Sul pacchetto era scritto «Antica esegesi». Aperto, mostrò sette oggetti del valore complessivo di tre soldi: il perno di un ventaglio, un rivetto di bambù, un ago, una matassina di fili di seta, colla di farina, un bastoncino per pulirsi le orecchie, uno stuzzicadenti con la punta pestata.****

A quella vista il padrone esclamò: «Ma come è possibile che siano preziosi?» Ubei, mortificato, senza neppure rispondergli, condusse via l’amico. Giunse il giorno dell’appuntamento. Jūzō incontrò la tayū******e, lietamente rinfrancato dal sake, allungò una mano dicendo: «Donna Murasaki, anche voi», e afferrò malamente una tazza versandone il contenuto che, attraverso lo scollo della veste, giunse alle ginocchia di lei. Jūzō mostrò di esserne veramente costernato. La tayū, impassibile, si alzò, andò nel bagno e ordinò l’acqua per lavarsi, quindi si abbigliò proprio come prima, con una sottoveste di raso bianco arabescato, una veste rossa a macchie di cerbiatto con le falde e le maniche orlate della stessa seta della fodera, una sopravveste di seta Hachijō, tessuta diagonalmente, di un pallido color aglio. Una cortigiana della capitale non si sarebbe comportata con tanta raffinatezza. Dovrebbero, invece, avere sempre vesti di ricambio uguali. Per il primo incontro non si usa preparare l’alcova per l’ospite. La tayū dunque si coricò da sola, quindi chiamò Jūzō, gli parlò sommessamente, gli sciolse l’obi e se lo lasciò sciogliere e, dopo essersi concessa a lui di buon grado, a testimonianza del loro rapporto al primo incontro, prese la scatola della scrittura e scrisse su un angolo dell’obi inferiore: «Ho abbandonato il mio corpo al signor Jūzō. Non vi è menzogna», e firmò «Scritto da Murasaki». Non era mai capitata una cosa simile. Ubei, stupito, tornò all’alloggio a raccontarlo e Yonosuke volle andare a far visita a Murasaki, che gli spiegò: «Osservandolo bene, ho capito chiaramente che quell’uomo un po’ tonto mi era stato mandato in seguito a una scommessa. Mi sono concessa a lui in odio alla persona che ha osato inviarmelo». Yonosuke, ammirato, battè le mani: «Perché tacervelo? È giunto dalla capitale solo per quello scopo». Cercò quindi di conquistarla, ma fu respinto. Era una donna veramente raffinata.

Ihara Saikaku

(1642-1693)

 

Traduzione di Lydia Origlia.

Da: Vita di un libertino (Kōshoku ichidai otoko,  1682), Milano, Guanda, 1988, pp. 228-232.

*Soprannome di un intrattenitore di banchetti.

**Metafora per “prepuzio”.

*** Perizoma.

****Stuzzicadenti più grossi della norma venivano pestati in punta per farne degli spazzolini.

*****Tayū erano le cortigiane di livello più elevato nella gerarchia del quartiere del piacere.

✿❀✿❀✿

 

Yonosuke, ossia “uomo di mondo”, è il libertino per eccellenza della letteratura giapponese, un personaggio proverbiale nato dalla penna felice di Saikaku, figura archetipica del dandy esperto (tsū) del mondo del quartiere del piacere a cui il suo autore attribuisce la seduzione di 3742 donne e 725 ragazzi, secondo il gusto dell’enumerazione grottesca tipico della “letteratura del mondo fluttuante”. Ma in questo episodio Yonosuke compare nelle vesti di un amico preoccupato per la sorte di un uomo ingenuo…

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Una trina, un ricamo: il mon imperiale appare così sulle porte maestose del Meiji jingū. Le cerniere, le teste dei chiodi, il traforo, ogni piccolo particolare rivela l’attenzione al connubio di bellezza e funzionalità. La bellezza di ogni giorno.

Meiji jingū, Tōkyō, novembre 2015.

 

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Dalle parti di Kagurazaka. Tōkyō, novembre 2015.

Scenetta nella buvette al piano superiore di Maruzen

 

Colorata quasi nello stile dell’Harunobu dei primi tempi,

con tende color verde celadon volutamente invecchiato;

in questa stanza ornata da un’ombra profondamente tranquilla

un dubbio mi coglie.

Seguendo le pareti divani e sedie sono posti in circolo,

tutti dello stesso colore

e assai raffinati, eppure,

chissà perché, le pareti

proprio sopra quelle sedie e quei divani,

una per la sedia e quattro per i divani,

si stingono come polpette.

   … con l’alta sedia in alto

        con il basso divano in basso

        le pareti stranamente si stingono …

                nel cielo vagano le nuvole maccarello

                brillano picchi di nuvole su Tsukiji …

In un istante un uomo

con gli occhi pallidi e con guance incavate

come un miracolo si adagia su un divano.

Poi la testa meccanicamente

poggia al muro retrostante.

   È così, è così. Adesso ho capito.

   Nel Giappone del ventesimo secolo

   esistono a bizzeffe istituzioni particolari dette scuole.

   I giovani che appartengono a quel genere d’alto livello,

   a causa dei loro studi

   che richiedono troppo tempo,

   probabilmente stanno per perdere la giovinezza.

   Siccome non riescono assolutamente a tollerarlo,

   solitamente si mettono sui capelli olio di camelia o di sardina.

   Poi, dopo aver pensato abbastanza alle donne, al bere, e all’alpinismo,

   devono anche leggere libri in tedesco oppure in inglese.

   Quello domani rimarrà su queste pareti per essere inviato al secolo venturo.

       Di là è in costruzione.

       Fuh, soffia il martello a vapore.

       Le casse che salgono in alto e versano il conglomerato di cemento.

Così in un angolo, provenienti da qualche palude

oppure da un malinconico giardiniere di città,

stormono anche le canne di gusto orientale.

    Soffia il vento.

    Stride il treno.

    Turbina la punta della ciminiera.

Entra un altro

giovin signore

con un modello d’abito da confezionare.

Adesso prende una sigaretta con molta modestia

     Stride il treno.

     Suona la macchina.

     Suona la macchina.

e molto modestamente strofina un fiammifero.

      La cassa di cemento sale in alto.

      Cielo azzurro, cielo azzurro! Brillante cirrocumulo.

Oh, quale meraviglia!

Scoppiano tutti i fiammiferi.

Persa la calma, mettendosi un anello di platino si frega le mani,

     … Sai, quel platino

          è stato la causa dell’esplosione …

          I gialli mattoni del palazzo

          scintillano come onde del mare.

          Le noci di ginkgo del meriggio dondolano

          quanto i fili elettrici sbrindellati.

          Sulla volta color yucca

          splende penetrante anche la punta del parafulmine.

 

18 giugno 1928

Miyazawa Kenji (1896-1933)

 

Traduzione di Fuchino Tomohiro.

Fonte: A Oriente! Rivista italiana di lingue e culture orientali, Anno III, n°8 (2002), pp. 18-20.

* Maruzen Co. Ltd. era stata,  partire dal 1869, la prima società per azioni del Giappone. La sede centrale a Nihonbashi, a Tōkyō, che vendeva libri, cancelleria e abbigliamento, si trovava, cinque anni dopo il grande terremoto del Kantō del 1923, al centro di una zona interessata da una fervente attività di ricostruzione edilizia.

🚋🚋🚋

 

Una poesia che pare un’istantanea, questa di Miyazawa, che ci racconta un frammento della vita a Tōkyō negli anni Venti. Ma quest’ambientazione urbana non tragga in inganno: Miyazawa fu poeta e scrittore profondamente legato alla propria terra, quel “paese delle nevi” di cui narrò le leggende e le storie di animali e di sogni.

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La cucina dell’amica. Hida Furukwa, aprile 2017.

Dotata fin dalla nascita di un palato molto raffinato, Suzu era anche una bravissima cuoca, potendo contare sulla straordinaria capacità di distinguere al primo assaggio i diversi sapori di una pietanza. Ma nella sua abilità ai fornelli giocò senza dubbio un ruolo determinante l’iniziazione ai segreti della cucina del Kansai a opera di Hatsu, la cameriera veterana, che all’epoca era ancora a servizio dai Chikura e faceva avanti e indietro tra Kyōto e Atami come responsabile delle cucine. Persino il tè era più buono, quando a prepararlo era Suzu. Grazie alla sua spiccata sensibilità culinaria, era in grado di apprezzare il buon cibo molto più della maggior parte delle persone, e per questo Raikichi e Sanko erano contenti di portarla ogni tanto con loro nei migliori ristoranti della città. Oppure, quando i padroni di casa ricevevano in dono qualche squisitezza, ne mettevano sempre da parte una porzione e le dicevano: «Dai, Suzu, assaggia questo e dicci com’è».

Questo mi riporta alla mente un altro episodio degno di essere raccontato. Una volta, appena due o tre giorni dopo il suo arrivo nella residenza di Shimogamo, Suzu entrò nella stanza con tatami per prepararsi a servire la cena e trovò Raikichi seduto sul futon con accanto un tavolino laccato rosso. Era molto bello e robusto, ben lucidato, con il piano quadrato e gli angoli smussati. Sul tavolino, e su un grande vassoio a fianco, erano sistemati numerosi piatti contenenti pietanze che Suzu non aveva mai visto in vita sua e non era in grado di distinguere. Erano stati ordinati da un ristorante cinese chiamato Hiran, “Nuvole fluttuanti”, che ancora oggi serve un’ottima cucina all’incrocio tra Kiyamachi-dōri e Sanjō-dōri. Tra quelle portate dovevano esserci certamente la medusa marinata, le “uova dei cent’anni”, la zuppa di nidi di rondine e quella di pinne di squalo, il maiale Dangpo e altre tipiche prelibatezze cinesi. Vedendo Raikichi e Sanko gustare deliziati tutto quel cibo, Suzu rimase senza parole nel constatare che fosse possibile mangiare simili stranezze. Neanche il tempo di pensarlo e Sanko la invitò ad avvicinarsi con un cenno della mano e cominciò a servirle una modesta porzione di ciascuna pietanza in piccoli piatti e ciotole, dicendole: «Non hai mai assaggiato niente del genere, vero? Su, prova, è tutto buonissimo. Ma ti consiglio di mangiare qui, senza portare niente in cucina, altrimenti le altre ti vedranno e andrà a finire che ne vorranno anche loro».

Quel giorno Suzu ebbe modo di gustare la cucina cinese per la prima volta nella sua vita. Il risultato fu sensazionale: non aveva mai mangiato niente di tanto squisito! Possibile – si chiedeva mentre assaporava le pietanze una dopo l’altra – che esista al mondo qualcosa di così buono? Da quel momento, tutte le volte che se ne presentava l’occasione, parlava agli altri di quell’episodio indimenticabile e della gioia sublime che aveva provato con il palato e con la mente.

In seguito, Raikichi la portò con sé al ristorante francese Alaska, al sesto piano dell’Asahi Hall di Kawaramachi. Di norma, una ragazza poco avvezza all’ambiente si sarebbe sentita confusa e a disagio in un ristorante di lusso come quello, ma Suzu non mostrò alcun impaccio. Probabilmente perché, in virtù della sua bellezza e giovane età, il cameriere la scambiò per la figlia di Raikichi e la trattò di conseguenza. Prese posto di fronte al suo datore di lavoro e ne studiò con attenzione ogni movimento senza chiedere nulla, così da apprendere bene e in fretta il galateo della tavola e non creargli imbarazzo, dal modo conveniente in cui gustare la zuppa fino all’uso corretto di coltello, forchetta, coltello da burro e così via. Non era un’impresa facile per una giovane e semplice domestica, ma Suzu seppe trarre da quell’esperienza una buona dose di coraggio e sicurezza. Dopo quella prima volta, fu possibile portarla senza alcun timore nei locali più riservati ed esclusivi: si adeguava subito all’atmosfera del posto e non commetteva errori, rispettando appieno l’etichetta, né d’altra parte osava assumere un’aria affettata da signorina di buona famiglia.

Tanizaki Jun’ichirō

(1886-1965)

Traduzione di Gianluca Coci.

Da Le domestiche (Daidokoro  taiheiki, 1962), Milano, Guanda, 2018, pp. 358-364.

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Nell’arco di vent’anni, dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, presso la famiglia Chikura si alternano a servizio varie ragazze che, con la loro personalità, i loro amori e i loro modi punteggiano la vita dei coniugi Raikichi e Sanko di episodi buffi e curiosi, lasciando dietro di sé chiacchiere e ricordi. Tanizaki inanella, in questo romanzo dall’apparenza svagata, una gustosa serie di ritratti femminili indimenticabili, tratteggiati con mano felice e spirito lieve, e ci regala così momenti di lettura di puro piacere.

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