Ah, i tombini giapponesi!

In viaggio, camminando per le strade del Giappone, capita di calpestare immagini che ti sorprendono.

Le raccoglierò qui.

Questa rubrica è dedicata alla mia amica Anna.

Miyajima. Momijidani, la valle degli aceri. Autunno 2015.

Miyajima. Momijidani, la valle degli aceri. Autunno 2015.

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Takeuchi Keishu (1861-1942), Hagoita (1894 circa), shin hanga. Lo hagoita è simbolo del Nuovo Anno.

Takeuchi Keishu (1861-1942), Hagoita (1894 circa), shin hanga. Lo hagoita è simbolo del Nuovo Anno.

Quando inizia l’anno ci sembra di voltar pagina: ci ammantiamo di buoni propositi, elaboriamo nuovi progetti, sembriamo cercare implacabilmente le novità. Lo viviamo come un rito di passaggio  sui generis: non il passaggio da un’età all’altra della nostra vita, ma il passaggio da un tempo vecchio e superato a un tempo ricco di promesse e, per noi, di attese. O forse di illusioni.

In Giappone questo momento di apertura è segnalato dalla consapevolezza delle azioni che si compiono per la prima volta.

Il termine hatsu 初 (lett. “inizio” o, anche “prima volta”),che si premette davanti all’oggetto dell’azione, ne segnala questa connotazione di primizia. È un risvegliarsi al nuovo che fa compiere agli uomini questi gesti non meccanicamente, ma con consapevolezza. Come per riscoprire la preziosità del quotidiano.

Meglio, molto meglio di me, lo studioso Augustin Berque lo ha spiegato nel suo libro Le sauvage et l’artefice (Paris, Gallimard, 1986). Ecco cosa scrive:

 

Hatsu hinode: questo “primo levarsi del sole” dell’anno, basta un poco di fortuna per vederlo, poiché a Tōkyō, in questo periodo, in genere fa bel tempo; ma altrove che non sia nell’Omote Nihon (il Giappone “del diritto”, ossia le regioni sulla costa del Pacifico)*, è ben più raro. Per il buon auspicio, il costume vuole comunque che vi si assista ovunque. Forse occorre del coraggio per uscire prima dell’alba, dopo la veglia nella quale si avrà avuto cura, fra mezzanotte meno uno e mezzanotte, di aspirare un lungo “tagliolino che passa l’anno” (toshikoshi soba), per assicurarsi la congiunzione fra i due anni. Se si preferisce restare a casa, ben al caldo sotto le coperte, basta evitare di mettere le imposte di legno amado per lasciar entrare il sole:

Uchi harete

shōji mo shiroshi

hatsu hikage.

Improvvisamente la luce.

Anche gli shōji sono bianchi:

primo sole.

(Kikan)

 

Del resto, anche se si è mancato il primo sole, si può apprezzare, grazie alla tradizione, un gran numero di “première” o di “prime volte” dell’anno: nella raccolta delle parole di stagione (kigo) di Yamamoto Kenkichi**, non ho registrato meno di 110 “prima volta di qualcosa” relative al nuovo anno. Parecchie sembrano molto prosaiche – cose che non sono più o non erano un tempo. Tutte testimoniano, in ogni caso, di una attenzione delicata verso la presenza delle cose e dei fatti più semplici della vita: come quella “prima gugliata” (hatsu hari) che, di colpo, diventa il contrario di un atto meccanico… Certe sono gaie, come, naturalmente, “la prima risata” (hatsu warai), altre no, come “il primo pianto” (hatsu naki); certe solenni, come “la prima visita (al tempio)” (hatsu mairi); certe sono proprio di questo mondo, come “la prima vendita” (hatsu uri); ma tutte hanno un’aria di festa. Attraverso queste “prime”, i Giapponesi riscoprono con occhio nuovo il senso dei fatti e dei gesti della vita. Dal sogno al gioco, al lavoro, fanno in qualche giorno il giro del loro ambiente, rintracciano i contorni del loro paesaggio per rassicurarsi.

Non è proprio in questo labirinto che li impegnano di nuovo, ogni anno, il  “primo sogno” (hatsu yume) – forse annunciatore di fortuna -, il “primo paesaggio” (hatsu geshiki), in cui la natura li saluta e questo “primo specchio” (hatsu kagami), dove, stranamente forse:

Ushiro ni mo

utsureru hito ya

hatsu kagami.

Anche dietro

-ah- qualcuno si riflette.

Primo specchio.

(Kyoshi)

 

Da: Augustine Berque, Le sauvage et l’artifice. Les Japonais devant la nature, Paris, Gallimard, 1986, pp. 48-49. (La traduzione è mia).

*L’Omote Nihon, o Giappone “della facciata”/Giappone “del diritto”, ossia le regioni che danno sulla costa del Pacifico, è chiamato così in contrapposizione all’Ura Nihon o Giappone “del retro”/Giappone “del rovescio” che definisce le regioni giapponesi sulla costa del Mar del Giappone, sottoposte a un diverso regime dei venti e ad altrettanto diverse condizioni climatiche.

** Le cosiddette “parole di stagione” (kigo) sono raggruppate in raccolte di temi stagionali (saijiki), utilizzati soprattutto (ma non solo) dagli autori di haiku. Berque qui fa riferimento al Saishin haiku saijiki di Yamamoto Kenkichi e altri, pubblicato a Tōkyō dalla Bungei Shunjū nel 1977. Questa raccolta presenta più di 5000 kigo che sono commentati ed esemplificati da circa quindicimila haiku di autori celebri raccolti in 5 volumi, uno per stagione più uno dedicato solo al Capodanno.

*** Lo hagoita è una racchetta di legno decorata con motivi di buon auspicio e utilizzata anticamente per lo hanetsuki, una sorta di gioco del volano che pare risalire al XV secolo e che costituiva un passatempo prediletto fra le giovani donne dell’aristocrazia di corte. Successivamente, il gioco venne abbandonato ma rimase un passatempo comune per le bambine nei giorni attorno al Capodanno. Si sviluppò allora il costume di acquistare nuovi hagoita decorati con motivi benauguranti per il nuovo anno in apposite fiere (hagoita ichi), che si tenevano (e ancora si tengono) nel mese di dicembre. Un’immagine di hagoita evoca quindi immediatamente il motivo del Capodanno.

Eishōsai Chōki, Hatsu hinode (1790), ukiyoe.

Eishōsai Chōki, Hatsu hinode (1790), ukiyoe.

 

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Nomura Bunkyo (1854-1911), La luna nella pioggia, 1900 circa; kakemono, inchiostro e oro su seta.

Meigetsu ya

tatami no ue ni

matsu no kage.

Bella luna d’autunno!

Sui tatami

l’ombra del pino.

Takarai Kikaku (Enomoto Kikaku, 1661-1707)

 

La luna piena di metà settembre è forse la luna più bella nel sentire dei Giapponesi. Un tempo era consuetudine tenere cerimonie ufficiali in omaggio alla luna, durante le quali i poeti creavano componimenti ad essa dedicati. 

Tsuki hayashi

kozue wa ame o

mochinagara.

Luna veloce:

le cime degli alberi

sono impregnate di pioggia.

Matsuo Bashō (1644-1694)

 

Ma ancor oggi per molti è piacevole riunirsi in luoghi particolarmente suggestivi ad ammirare la luna piena, magari mangiando degli odango, sorta di palline di pasta di riso.

Questa tradizione sarebbe stata stabilita sotto il regno dell’imperatore Montoku, nell’851, ma diventò una consuetudine popolare solo a partire dal XVII secolo.

Ma se la bellezza della luna è un po’ nascosta, allora sì che ammirarla diventa una gioia che è bello, incomparabilmente bello, condividere…

La luna che spunta poco prima dell’alba, dopo che l’abbiamo attesa così a lungo, ci commuove più profondamente della luna piena che splende limpida per migliaia di leghe. E quale incomparabile bellezza ha la luna quando, soffusa di un riflesso verdastro, la si scorge tra le cime dei cedri in mezzo alle montagne, o quando per un attimo si nasconde dietro un ammasso di nuvole durante uno scroscio improvviso! Lo scintillio delle foglie del noce o della quercia bianca che sembrano bagnate dei raggi lunari colpisce nel profondo del cuore. Tutt’a un tratto si rimpiange di non essere nella capitale, tanto è il bisogno di vivere quell’istante assieme a un amico.”*

Kenkō

 

* Da Tsurezuregusa (Ore d’ozio), 1330 circa.

In italiano, di questo classico di periodo Kamakura esiste una nuovissima traduzione condotta da Adriana Boscaro sull’originale giapponese e edita da Marsilio editore, Venezia, 2014.

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Tanabata a Sendai, strisce colorate sotto le volte. Estate, 2013.

 

A luglio, in Giappone, i festeggiamenti di Tanabata riempiono un po’ ovunque le strade: rami di bambù carichi di decorazioni compaiono fuori dalle vetrine, davanti alle stazioni, agli angoli delle vie, le gallerie commerciali sono pavesate di festoni di carte colorate sotto i quali è piacevole passeggiare in compagnia, scoprendo a ogni passo nuovi disegni, nuove fantasie. Ognuno scrive su foglietti o calligrafa su tanzaku un pensiero, dei versi, un’idea e poil i appende ai rami, sperando che il proprio sogno si avveri.

Perché è in questa notte, quella del 7 luglio, che è permesso alle stelle innamorate Vega e Altair (ossia, secondo la leggenda antica che ha dato origine a questo matsuri e che ho raccontato altrove,* il Mandriano e la Tessitrice) di incontrarsi sul ponte del cielo. Durante tutto l’anno sono separate dal fiume della Via Lattea ma in questa unica notte possono coronare il loro sogno d’amore. E se il loro sogno si realizza, forse anche i nostri sogni si possono avverare.

Basta un piccolo ramo di bambù da appendere a una finestra, da sistemare in un angolo del giardino, e i nostri foglietti prenderanno vita mossi dalla brezza estiva. Basta poco per festeggiare Tanabata. Una tradizione poetica che viene ripresa sempre più spesso anche in Italia, in occasione dei festival giapponesi di inizio estate.

Ma ovunque sia, niente potrà eguagliare le volte di Sendai, il cielo di Sendai, quella passeggiata notturna con lo sguardo puntato verso l’altro, scostando con le mani i festoni colorati che ci venivano incontro, sorridendo a chi ci urtava e a chi urtavamo, perennemente distratti da una colorata bellezza. Nell’umida e calda notte estiva la festa ci aveva inghiottiti, come in un abbraccio.

http://www.rossellamarangoni.it/mukashi-mukashi-tanabata.html

Fra i festoni nella notte di Tanabata. Sendai, estate 2013.

 

 

 

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Un tenugui acquistato a Takayama. Estate 2013.

Forse proprio in momenti storici come questi dovremmo seguire l’esempio della carpa, che in Giappone è proposta ai maschietti nel giorno della loro festa (kodomo no hi o, anche, tango no sekku), il 5 maggio, come icona della perseveranza e della capacità di affrontare con coraggio le avversità della vita. Per questo sventolano carpe di stoffa di grandi dimensioni sui tetti delle case, in città e villaggi. Una tradizione antica che ritorna ogni anno per spronare i ragazzi ad affrontare la vita con tutto ciò che essa comporta, con il suo bagaglio di gioie e di difficoltà, ma a farlo con coraggio e con energia, tutta l’energia che utilizza la carpa per risalire la corrente.

Altrove (Koinobori), ho parlato della tradizione e di tutto quello che comporta, ma qui, oggi, mi piace ricordare la carpa, che non rinuncia, che non si tira indietro, che affronta il proprio destino senza paura. Se potesse insegnarci qualcosa, in questi giorni di smarrimento…

 

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