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Hiroshige (1797-1858), “Meguro” dalle Cento vedute celebri di Edo (Meisho Edo hyakkei), 1857, part.

Un viaggio lungo la Tōkaidō, quello che vi propongo quest’anno attraverso le stampe – celeberrime – di Hiroshige, un artista che non smette di affascinarmi e che mi permette sempre di cogliere, al di là della bellezza dei suoi paesaggi, qualcosa della vita del Giappone di periodo Edo, un’epoca che resta sempre, per me, il campo prediletto di studio.

Sarà allora un viaggio lungo la strada che collegava la capitale shogunale a quella imperiale, e che anche adesso costituisce il tragitto (ormai ferroviario e autostradale) lungo il quale si muove il maggior numero di viaggiatori e di merci, da Tōkyō a Ōsaka via Kyōto.

Ma la Tōkaidō, a quel tempo, cos’era?

Una delle gokaidō, le cinque direttrici che costuivano la rete statale inaugurata dal primo shōgun Tokugawa, Ieyasu (1542-1616). La rete faceva capo a Edo, e  più precisamente dal ponte del Giappone, il Nihonbashi,  si irradiava verso le province del Giappone centrale. Di queste cinque strade la Tōkaidō (“la strada del mare dell’est”) era di gran lunga la più importante, collegando come faceva la capitale shogunale (Edo) a quella imperiale (Kyōto). Su di essa si muovevano uomini e merci. Di lì transitavano i cortei degli inviati imperiali e quelli dei daimyō, i grandi signori delle province che passavano e ripassavano per adempiere all’imposizione del sankinkōtai (ossia delle residenze alternate) con le loro sfarzose processioni, i loro ricchi equipaggiamenti adeguati al rango. Il seguito di ogni feudatario era commisurato alla grandezza dei suoi possedimenti, giungendo fino a ventimila uomini, che viaggiavano con regale solennità, impiegando una quindicina di giorni a piedi e tre o quattro a cavallo.

Hiroshige, Il portantino di Hara, la 14a stazione (part.).

Le testimonianze dei rari viaggiatori stranieri che percorsero la strada, a seguito di ambascerie ufficiali, nel corso del periodo di chiusura del Giappone concordano nel documentare lo stato eccellente della Tōkaidō, ben battuta, curata e dotata persino di gallerie nelle zone montagnose. I visitatori osservarono che a distanze regolari erano posti indicatori costituiti da pini potati in forma tondeggiante, che servivano come punto di riferimento per stabilire ll prezzo dovuto a chi prendeva in affitto un cavallo. Del resto già dal 1604 Tokugawa leyasu, primo shōgun della famiglia, aveva fatto risistemare l’antico tracciato originario, allargando la strada a 10 metri di ampiezza e facendola bordare di gigantesche criptomerie che avevano lo scopo di ombreggiarla e rendere più gradevole il cammino.

Un dōsojin.

Ogni ri (circa 4 km) era segnato da una pietra, a partire dal ponte Nihonbashi di Edo, ma altre pietre, dette dōsojin, punteggiavano il percorso, e, presenti su tutti i sentieri e ai bivi dell’intero Giappone, rappresentavano le divinità shintoiste protettrici dei viaggiatori, i sae no kami (“divinità dei cammini”).

Lungo i 514 km del percorso il bakufu aveva istituito a intervalli regolari posti di blocco per il controllo dei viaggiatori. Vi erano inoltre dislocate cinquantatré stazioni di posta che, per accogliere i cortei dei daimyō, cominciavano ad attrezzarsi e approvvigionarsi con settimane di anticipo, arrivando quasi a esaurire le risorse locali. Gli affari erano così prosperi che dopo pochi anni attorno alle locande si svilupparono veri e propri villaggi, in seguito diventati città. La distanza fra le stazioni di posta, il numero dei cavalli da sella e da basto, il prezzo dei pernottamenti, tutto era strettamente regolamentato, così come il controllo dei lasciapassare.

Proprietari di cavalli e portantini si unirono a formare un sindacato che fu riconosciuto dal governo.

Il percorso, dominato per un lungo tratto dalla silhouette del monte Fuji, seguiva la costa meridionale di Honshū fin nei pressi di Yokkaichi, dove piegava verso l’intemo, attraversava Kameyama e Otsu, toccava la punta meridionale del lago Biwa e raggiungeva Kyōto, la capitale imperiale. Tutto intorno si stendevano le risaie, la campagna era punteggiata di fattorie dal tetto di paglia, ponti ad arco, piccoli templi, e percorsa da contadini ed artigiani, portatori e pellegrini, proprio come ci racconta con spirito arguto Jippensha Ikku (1765-1831) nel suo Tōkaidōchū hizakurige (che potremmo tradurre con A piedi lungo la Tōkaidō, 1802)* e così come compare nelle stampe di Hiroshige, che più volte ritrasse le stazioni della Tōkaidō, da prospettive diverse e anche in collaborazione con altri artisti (in particolare Utagawa Kunisada, conosciuto anche come Toyokuni III, 1786-1865). Proprio queste stazioni di posta vorrei visitare con voi nel corso delle prossime settimane. Su, andiamo! Ikimashō!

 

* In realtà la traduzione letterale sarebbe A cavallo delle proprie ginocchia lungo la Tōkaidō, con un pittoresco modo di dire che noi tradurremmo, se non fosse incongruo, con l’altrettanto pittoresco Con il cavallo di San Francesco lungo la Tōkaidō

Il percorso della  Tōkaidō, da Edo a Kyōto.

 

 

 

 

 

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Andō Hiroshige, Tsuki no misaki, 1857.

È una dolce sera d’autunno. Siamo sulla veranda di uno dei tanti bordelli o locande a poco prezzo di Shinagawa (o almeno, questo è ciò che ipotizzano gli studiosi), la prima delle 53 stazioni della Tōkaidō, la strada che collegava Edo, la capitale shogunale a Kyōto, la capitale imperiale.

Oltre la veranda, sulla baia punteggiata di imbarcazioni, brilla la luna piena d’autunno, contro cui si staglia il volo di uno stormo di uccelli.  Sui tatami del salone aperto che si affaccia sulla veranda sono i resti di una cena, abbandonati sotto l’andon, la lanterna di carta dal lungo stelo. Accanto indoviniamo una persona, molto probabilmente una geisha, che si appresta forse a riporre lo shamisen (della cui custodia scorgiamo i legacci dietro alla figura inginocchiata) e ad abbandonare la scena.

La veranda corre tutto attorno alla stanza aperta e in primo piano si affaccia sul giardino interno, forse un minuscolo tsubo niwa che possiamo solo indovinare dalla chioma del matsu che si protende a raggiungere la balconata. Un muto dialogo fra interno ed esterno sembra percorrere questa stampa così suggestiva.

Ma un altro personaggio femminile si scorge dietro agli shōji: è senza alcun dubbio una oiran, una cortigiana, ne scorgiamo la caratteristica acconciatura con i preziosi pettini e spilloni regalati dai facoltosi e assidui clienti. Un indumento giace alle sue spalle, segno che si sta spogliando. Per un appuntamento? O semplicemente perché è tardi nella notte e sta per abbandonarsi finalmente al sonno? Non lo sapremo mai. Hiroshige sembra qui stranamente allusivo, come se fosse anch’egli soggiogato dalla bellezza del paesaggio sotto la luna d’autunno.

 

Andō Hiroshige (1797-1858), Meisho Edo hyakkei (Cento vedute di luoghi famosi di Edo, 1856-1858).

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Hiroshige, Kamata no umezono (Giardino di pruni a Kamata), 1857.

 

Kamata, a sud di Ōmori, era un’area rinomata per la coltivazione dei pruni. Più che per la deliziosa bellezza dei boccioli primaverili, però, la zona era apprezzata per i gustosi frutti che maturavano all’inizio dell’estate.

L’atmosfera resa da Hiroshige in questa stampa è quella delle lente passeggiate sotto i rami fioriti dalla delicata bellezza. Una scena colma di dolcezza e in cui il colore tenue dei fiori cattura lo sguardo dello spettatore, mentre in primo piano, con un’ardita presa di scorcio, entra in scena uno yamakago o “palanchino di montagna”, un tempo usato in Giappone per il trasporto dei viaggiatori e ancora adesso osservabile, raro esempio, presso alcuni santuari shintō dello Shikoku, soprattutto sulle lunghe e ardue scalinate d’accesso alle strutture che si trovano in posizione elevata.

Appeso non si sa dove, il palanchino sembra essere stato frettolosamente abbandonato da un passeggero in vena di sgranchirsi le gambe dopo essere sballottato dai due portatori lungo la vicina Tōkaidō, la celebre strada che all’epoca univa Edo, la capitale shogunale, a Kyōto, la capitale imperiale.

Andō Hiroshige (1797-1858), Meisho Edo hyakkei (Cento vedute di luoghi famosi di Edo, 1856-1858).

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Utagawa Hiroshige (1797-1858), Tōkaidō Gojūsantsugi no uchi: Kanbara, part.

 

Kioku o motazaru

Mono shinsetsu to

Tobu risu to.

 

Cose che non hanno memoria –

Neve caduta di fresco,

scoiattolo che saltella.

 

Nakamura Kusatao

1901-1983

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