“Radersi”, acquerello di Satō  Giei.

 

La rasatura del cranio

 

I giorni che finiscono per 4 e 9 devono cominciare con la “rasatura del cranio”. Per cominciare, al mattino avviene la consultazione personale con il maestro, e poi, una volta il futon sistemato sul ripiano, ci si indirizza un saluto, da vicino a vicino,  con le palme giunte e la testa inclinata; poi ci si rade reciprocamente il cranio. Si può immaginare un metodo più appropriato per esprimere la propria determinazione, abbandonare le proprie passioni, domare le proprie illusioni? Il Buddha storico Shakyamuni insegnava: “Se mantieni nel tuo cuore pensieri di cupidigia, di collera e d’accecamento, comincia innanzi tutto con il raderti da solo la testa”. La testa rasata del monaco, segno distintivo dei discepoli del Buddha, che sia quella di un monaco compiuto, arhat, che abbia la forma di una zucca o di un maglio di legno, necessita di una cura minuziosa. Il nuovo venuto crede di morire di vergogna durante l’operazione. È anche la prima volta della sua vita che tiene un rasoio in mano. Non solo non è capace di affilarlo, ma, inoltre, è ancora nuovo alla manipolazione del rasoio e non tarda a fare della testa di cui si occupa una piaga sanguinolenta. Ci sono, all’opposto, degli anziani che l’esperienza ha reso capaci di radersi da sé con una rapidità sorprendente.

Un antico detto chiede: “Perché Bodhidharma non aveva la barba?”. In attesa di poter rispondere, tutti, senza eccezione alcuna, saranno arrivati a possedere la tecnica del perfetto barbiere.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 74-75.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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Miyajima nella sera. Agosto 2007.

 

Natsuyama ya yama mo sora naru yuakari

Monti d’estate –

e anche i monti sono cielo

nella luce della sera.

 

Tōkibi ya hodoro to karuru hi no nioi

Un campo di granturco

foglie secche che pendono

nell’odore di sole.

 

Matsugake ni kake harabaeru atsusa kana

All’ombra dei pini

una gallina accovacciata –

Oggi fa caldo.

 

 

Akutagawa Ryūnosuke

(1892-1927)

 

Traduzione di Lorenzo Marinucci.

Da: Akutagawa Ryūnosuke, Haiku e scritti scelti, Milano, La Vita Felice, 2013, pp. 29, 47 e 63.

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“Nell’orto”, acquerello di Satō Giei.

 

Nell’orto

 

Se il monastero zen dipende in larga misura per il suo cibo dai doni che provengono dall’esterno, non è meno vero che dispiega sforzi di ogni natura per bastare a se stesso; per limitarsi alle verdure, ci si fa un punto d’onore di provvedere ai bisogni del tempio, cosa che dà al lavoro dei campi un posto speciale.

Quando ci si dedica al lavoro nell’orto, si fa la propria parte con concentrazione e silenzio, che si tratti di spargere il letame o di seminare. Coloro che si impegnano in questo compito misurano il prezzo di un semplice chicco di riso gettato per terra: sì, finisce per pesare tanto quanto il monte Sumeru e rivela fino a che punto noi siamo in obbligo con la natura. La fatica che uno ha fatto non è infruttuosa; si fa offerta delle primizie a Idaten.

Se la coltivazione degli ortaggi ha lo scopo di assicurare il beneficio di un raccolto abbondante, non deve però far dimenticare il lavoro sui kōan, secondo l’adagio: “Il lavoro in movimento vale cento milioni di volte il lavoro nella quiete”. Con simili esercizi per ritmare molto concretamente il giorno, non si ha forse la prova più pertinente, la più irrefutabile che la vita in un monastero zen respinge ugualmente la letargia sonnolenta e il sogno inconsistente?

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 72-73.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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Danzando lungo il Sumidagawa nella notte d’estate. Tōkyō, agosto 2013.

 

 

Ase no shatsu

yoru mo omotaku

tai karushi

Biancheria sudata.

Anche la notte pesa,

ma il corpo è leggero.

 

Utsukushiki

me to au tsugi no

rai matsu kan

Aspettando il prossimo tuono,

incontro per caso

bellissimi occhi.

 

Sanjutsu no

shōnen shinobi

nakeri natsu

Alle prese con l’aritmetica

un ragazzo di nascosto

piange: estate.

 

Saitō Sanki

(1900-1962)

 

Fonti:

Traduzione di Irene Iarocci per i primi due haiku in: Il grande libro degli haiku, Roma, Castelvecchi, 2005, p. 1431 e 1437.

Traduzione di Pierantonio Zanotti per il terzo haiku in: Introduzione alla storia della poesia giapponese. Dall’Ottocento al Duemila, Venezia, Marsilio, 2012, p. 127.

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“Lavorare con le proprie mani”, acquerello di Satō Giei.

 

Lavorare con le proprie mani

 

“Chi non fa nulla, non mangia nulla!”. Il motto non vale solo per il lavoro in generale, è la struttura stessa del monastero zen. Colui che ne ha stabilito le regole, il maestro Hyakujō, continuava, a ottant’anni passati, a recarsi ai campi ogni mattina. Un discepolo si commosse e, credendo di far bene, gli nascose il suo falcetto. Il maestro restò nella sua cella, lo stomaco vuoto, e non si fece vedere ai pasti. Al discepolo sconcertato, che lo spingeva a sostentarsi, egli oppose questo motto.

Esso è all’origine dello statuto del lavoro manuale nel monastero: samu, esercizio “in movimento”, è l’equivalente dell’esercizio “in riposo”, costituito dalla meditazione seduta, zazen.

Si tratta di “scavare il kōan, ma in movimento”. Se si dice: “Chi non fa nulla, non mangia nulla!”, ciò non è per lasciar libero corso allo spirito di avarizia, né per vincolare la persona a non so quale obbligazione imposta dal di fuori: è un modo di coltivare l’autonomia propria di ognuno e che il compito forza ad appropriarsi.

Il lavoro manuale si distribuisce in “grande”, se implica che lo si faccia in montagna e in “piccolo” se si limita alla pulizia del giardino o alle pulizie dei locali. Ma sia l’uno che l’altro sono un’occasione per riunirsi, novizi e anziani, nel silenzio e nella fatica che ti fa sudare. In questi momenti è escluso che si comunichi l’uno con l’altro, anche con un sussurro, ma ci si deve sforzare di prendere su di sé il lavoro che gli altri respingono o che tutti rifiutano, e di prolungare la seduta di lavoro per sistemare il materiale, tutto ciò, come lo si scoprirà presto, rende lo sforzo ogni giorno più efficace.

 

 

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 70-71.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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