Dalle parti di Kagurazaka. Tōkyō, novembre 2015.

 

Ci ritrovammo nel quartiere dei love-hotel. Amavo quel luogo consacrato all’amore fisico, ma un amore fantasmatico, come sublimato da questi trompe-l’oeil che gli servivano da decoro, immaginato da un Eros un po’ bizzarro. Gli hotel si susseguivano su una collina dalle viuzze tortuose, che sbucavano su vicoli ciechi, degli slarghi dietro i palazzi dove si intersecavano gli stili, cubi di cemento dalle facciate di marmo, palazzi ottomani, colonne classiche, padiglioni tipo Trianon. La notte scintillava di insegne dai nomi stravaganti; c’erano degli ingressi complicati che occultavano di colpo le coppie. I muri erano decorati da false finestre rischiarate obliquamente, da cortine piene e colorate, un po’ come quelle case in cartone dei calendari dell’Avvento di cui i bambini aprono giorno dopo giorno le finestrelle, fino alla meraviglia del 24, con il salone addobbato, l’albero e i giochi. Si sarebbero allora viste, dietro le finestre, non la gioia delle famiglie e del Bambin Gesù, ma, in quelle alcove, la celebrazione di un rito i cui sacerdoti erano gli stessi officianti: una serie di scene d’amore, delle passioni colpevoli o innocenti, giocate da questi uomini e queste donne riuniti dal caso sotto lo stesso tetto, comunità complice e ignorante dell’altro, ritiratasi dal mondo esterno per celebrarvi il suo desiderio.

Da tutto il quartiere emanava un’atmosfera sensuale, leggera e naturale, che contrastava con quella che scaturisce dalla violenza e dalla morte dei luoghi di prostituzione. Non si veniva qui per vendere il proprio corpo, ma vi si veniva ad acquistare un’intimità su cui si era convenuti in anticipo, anche se, a volte, si pagava per non godere. Si incrociavano delle coppie all’uscita dei loro incontri, pagati di fresco, lui che accendeva una sigaretta, lei che reprimeva un tossicchio; dei giovani amorosi a volte sazi, a volte distanti. Se ne vedevano altri, al contrario, tutti interi nel loro desiderio trattenuto, che camminavano di fretta verso la camera dell’amore, altri che ritardavano il momento della loro reciproca scoperta, o che intraprendevano un  percorso familiare. La maggior parte erano giovani. Certi passeggiavano, ridendo, estasiati davanti alle facciate. Ce n’erano di seri, che andavo come si va alla messa, testa bassa, la trousse da toilette sostituiva il messale Ma la maggior parte faceva un giro prima di decidersi, valutando i servizi offerti dal mercato, comparando i prezzi affissi sui muri, valutando i meriti rispettivi delle architetture a soddisfare i loro fantasmi.

[. . .] 

Una volta aggirato lo schermo murale che nascondeva l’entrata degli hotel (come fanno, nello spazio interno delle case giapponesi, quei pannelli di legno intrecciato e su piedini posti nel vestibolo)*, era come se entrassimo a casa nostra, sollevati dal lasciare il vortice della città per uno di questi pied-à-terre scelti a caso, moltiplicabili a seconda della voglia, nei quali un protocollo immutabile, un quadro stereotipato, che veste di banalità ogni bizzarria, tagliava corto con la necessità singolare del nostro duo. Si sceglieva una camera indicandola, su un tabellone di foto, una di quelle che aveva il segnale rosso acceso. Subito, da uno sportello dal vetro opaco, una mano tendeva una chiave. Al piano il numero lampeggiava. Quando si scendeva, il prezzo era già comparso su uno schermo. Si ripetevano i gesti all’incontrario; a volte un refolo d’aria spostava la mia banconota. Questo macchinario funzionava come un falansterio in cui nessun minuto andava sprecato, metà clinica, con i suoi carrelli di lenzuola e di trousse sterilizzate  che circolavano nei corridoi, metà prigione con quella rete panottica di sorveglianza che sembrava circondarci da ogni parte. L’intimità non era senza dubbio nella stanza, ci si faceva beffe di essa. Dietro la porta c’erano due paia di pantofole e uno spazio in cui niente era previsto per dei bagagli, ma in cui il letto e la vasca da bagno sembravano sovradimensionati. C’era di che restare occupati: televisione, cassette, karaoke, frigorifero, piastra elettrica, tutti gli elementi per rianimare un impotente – delle immagini stimolanti, un microfono per canzoncine, del whisky per l’audacia, del caffè per riprendersi. La testata del letto era una vera e propria plancia di comando che si manipolava a caso: giochi di luci e di specchi, variazioni musicali, vibrazioni e ci si involava per Citera, in gruppo, colonie di cloni le cui immagini frazionate si agitavano attorno a noi.

 

 

François Laut

(n. 1953)

 

Da: Aï (l’amour), Paris, Serpent à plumes, 1994, citato in: Michaël Ferrier (ed.), Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 105-108.

La traduzione dal francese è mia.

*Si riferisce ai paraventi a singola anta e su piede chiamati tsuitate.

 

💋💋💋

 

Scrittore parigino con madre ginevrina, François Laut è stato docente di storia e ha insegnato in Francia e all’estero. Ha vissuto in Giappone dal 1989 al 1998 e nel suo primo romanzo ha descritto la vita di un espatriato francese a Tōkyō, città che ama ma di cui non manca di denunciare i lati oscuri. In questo brano, tratto dal suo (l’amour), Laut descrive i love-hotel, uno dei luoghi che più lo intrigano, come “grandi navi salpate nella notte di Tokyo, in lontananza, per un viaggio illusorio”.

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Lungo la strada, dalle parti di Taitō-ku. Tōkyō, agosto 2007.

 

In occasione della mia prima visita in Giappone, nel 1977, i miei amici, anche quelli giapponesi, mi avevano messo in guardia. Soprattutto che io non giudicassi il Giappone da Tokyo: città sovrappopolata, anarchica, priva di bellezza, schiacciata dal suo gigantismo, interamente ricostruita dopo i bombardamenti del 1945, attraversata in ogni direzione da autostrade sopraelevate che si incrociano, nel tumulto, a livelli differenti…

Le mie passeggiate mi diedero tutta un’altra impressione. La città, brulicante di vita, mi parve respirare la giovinezza. I colori chiari e vari degli edifici mantenevano l’allegria. La libertà con la quale erano collocate le case e gli altri edifici mi sembrava un piacevole diversivo dalle vie europee in cui le case, allineate e saldate le une alle altre, chiudevano il passante fra muraglie di pietra. A Tokyo le costruzioni, staccate dalle loro vicine, orientate in maniera diversa, fornivano gradevoli contrasti di prospettiva. Anche nel cuore della metropoli, proponevano al passante degli angoli più tranquilli, dei piccoli rifugi…

Soprattutto, mi sono accorto che bastava lasciare le grandi arterie e inoltrarsi nelle vie traverse perché tutto cambiasse. Ben presto ci si perdeva nel dedalo di viuzze in cui le case basse, disposte senz’ordine, restituivano un’atmosfera di provincia. Il giardinetto che le fiancheggiava poteva essere minuscolo: la scelta e la sistemazione delle piante non mancava per questo di dare testimonianza del gusto e dell’ingegnosità degli abitanti delle vicinanze. Queste case private circondate di vegetazione alloggiavano forse persone della classe media: io riflettevo che a Parigi avrebbero rappresentato un lusso accessibile solo ai più ricchi. Percorrendo Tokyo ero meno urtato dalla brutalità dei quartieri degli affari che affascinato dal veder coesistere questi contrasti urbani. Ammiravo e invidiavo questa facoltà ancora concessa agli abitanti di una delle più grandi città del mondo, se non la più grande, di poter praticare degli stili di vita così differenti.

 

Claude Lévi-Strauss

(1908-2009)

“Aux habitants de Tokyo” in Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 115-116.

 

🌊🌊🌊

Quello di Claude Lévi-Strauss fu prima di tutto un Giappone immaginato, fantasticato: quello scoperto in seguito al regalo fattogli dal padre pittore e collezionista di ukiyoe, di una stampa giapponese quando aveva solo 5 o 6 anni. Da allora, ad ogni successo scolastico, il padre prese a regalargli una stampa della sua collezione fino a che iniziò egli stesso, ragazzo, a fare economie per potersene acquistare qualcuna. L’antropologo, questo Giappone sognato sin dall’infanzia, lo visitò solo quando ebbe 70 anni, lui che aveva viaggiato e studiato culture per tutta la vita. E forse qualcosa di quel sogno, nel suo incontro con la realtà nipponica, rimase attaccato alla sua visione… Gli scritti di Lévi-Strauss sul Giappone sono raccolti nel volume dal titolo L’altra faccia della luna, pubblicato da Bompiani nel 2015.

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Il Rokku di Asakusa, la strada di cinema e teatri. Tōkyō, anni Venti del XX sec. Foto d’epoca.

A un angolo della via che conduce da Ushigome-Kagurazaka alla palizzata, c’è un vicoletto che è rimasto esattamente com’era all’epoca feudale. In quel vicolo, anche se certe porte erano di vetro, c’erano tre edifici rimasti identici a com’erano stati secoli fa. Mio fratello viveva in una di queste case, con una donna e la madre di lei. Quando mi rimisi e fui in grado di uscire, fu lì che mi trasferii. 

La mia comparsa all’ingresso degli artisti del Cinema Palace, quel giorno, sorprese molto mio fratello.* Mi fissò con aperto stupore e mi chiese: “Akira, che t’è successo? Stai male?” Scossi il capo e risposi: “No, sono solo un po’ stanco”. “Un po’? Non direi proprio”, mi disse dopo avermi fissato di nuovo, alzando le spalle. Poi aggiunse: “Vieni ad abitare da me!”. 

E fu così che approfittai dell’ospitalità di mio fratello. Circa un mese dopo mi trasferii in una stanza lì vicino, ma anche così passavo tutta la giornata a casa di mio fratello. A mio padre avevo detto che avrei abitato da mio fratello, quando me n’ero andato da casa: così la bugia diventava realtà. 

L’edificio e il vicolo in cui abitava mio fratello erano esattamente uguali ai posti in cui per generazioni i cantastorie rakugo avevano ambientato i loro racconti. Non c’era l’acqua corrente, ma solo un pozzo. I residenti erano tutti dei tradizionalissimi Edokko, gli abitanti originali di Tōkyō. Il ruolo di mio fratello, in quell’ambiente, era quello di un samurai senza padrone, come quel mitico eroe del romanzo avventuroso- guerresco della fine del Settecento – Yasuhei Horibe -, ricoperto di gloriose cicatrici guadagnate in battaglia. Lo guardavano con timore e rispetto. 

Gli appartamenti erano divisi così: ognuno aveva un ingresso largo come due stuoie (tre metri quadrati circa) e una stanza da sei stuoie sul retro, con in fondo la cucina e il bagno. Lo spazio era molto ristretto. Sulle prime non riuscivo a capire perché mio fratello, con quello che guadagnava, volesse vivere in un posto come quello. Ma col passare dei giorni cominciai ad apprezzare i pregi di quella vita. 

Alcuni dei vicini erano operai edili, carpentieri, stuccatori e via dicendo. Ma la maggioranza dei residenti apparentemente non aveva mezzi di sostentamento, né una professione definibile. Eppure, si aiutavano a vicenda e condividevano tutto a un punto tale che quella che avrebbe potuto essere una vita spaventosamente difficile diventava una vita molto gaia; e tutte le occasioni erano buone per scherzare. Perfino i bambini facevano delle battute. 

La conversazione degli adulti era di questo tenore: “Stamattina ero lì sulla soglia di casa che prendevo il sole, quando dalla porta del vicino m’arriva in volo un materasso arrotolato. Poi da dentro il materasso rotola fuori il mio vicino. Sapete, sua moglie non fa le cose a metà quando fa le pulizie”. E il vicino: “Io direi che quella moglie è particolarmente delicata: lo imballa, così non si fa male”. 

In un luogo già così esiguo si trovava sempre qualcuno che ricavava minuscole stanzette in solaio e le affittava. In una di quelle mansarde abitava un giovanotto che faceva il pescivendolo. Ogni mattino, prima dell’alba, andava sulla riva del fiume con la sua scatola di latta a comprare le sue merci. Lavorava furiosamente per un mese intero e poi, alla fine del mese, indossava i suoi abiti migliori e si concedeva il lusso di una prostituta: come se quello lo ripagasse di tutto.

Quell’esistenza era appassionante come se avessi condiviso la vita dei personaggi della narrativa tardo settecentesca, nei racconti di Sanba e Kyōden. Imparavo moltissimo. I vecchi facevano mestieri come custodire le scarpe nei teatri dei cantastorie, sulla Kagurazaka, o fare le pulizie nei cinema. Così avevano degli abbonamenti gratuiti, e li vendevano a prezzi stracciati ai loro vicini. Ne approfittai anch’io, e per tutto il periodo in cui abitai nella zona passai ogni giorno e ogni sera al cinema o a sentire i cantastorie. 

A quell’epoca c’erano due cinema sulla Kagurazaka, l’Ushigomekan per i film stranieri e il Bunmeikan per i film giapponesi. C’erano tre teatri di cantastorie, il Kagurazaka Enbujō e altri due dei quali non rammento il nome. Quei due cinema non erano i soli a cui andavo, però. Mio fratello mi presentò ai suoi amici che lavoravano in altri cinema, e cosi potei vedere tutti i film che volevo. Ma riuscivo a godermi così tanto l’arte dei cantastorie solo perché vivevo in quel vicolo vicino alla Kagurazaka. Non avevo idea del ruolo che avrebbe giocato nel mio futuro l’arte popolare del cantastorie, mi accontentavo di gustarla senza pormi degli interrogativi. 

Oltre ad assistere alle esibizioni di artisti famosi, ebbi anche l’opportunità dí vedere quelle dei clown e degli attori comici che affittavano i teatri dei cantastorie per allestirvi i loro spettacoli. Ricordo ancora uno di quei numeri, intitolato “Il crepuscolo d’un idiota”. Era la pantomima di uno sciocco che sta impalato a guardare il tramonto, con gli uccelli che tornano al nido. Sembrava una cosa molto semplice, ma la bravura dell’artista nell’evocare il fascino e l’emozione della scena cui assisteva mi riempì di ammirazione. 

Intorno a quel periodo comparvero i primi film sonori, e alcuni mi rimangono impressi nella memoria. […] 

L’arrivo dei film sonori decretò la fine dell’epoca del muto. Con la decadenza del muto, non c’era più bisogno del commentatore, e il tenore di vita di mio fratello subì un colpo terribile. Sulle prime tutto parve rimediabile, perché mio fratello era capo benshi in un cinema di prima visione, il Taikatsukan di Asakusa, dove aveva un suo seguito di ammiratori. Il cambiamento fu molto graduale, e fu allora che scopersi che tra le pieghe della vita tanto allegra e spiritosa del nostro caseggiato si celava una triste realtà. Probabilmente ciò vale per ogni essere umano: dovunque, sotto apparenze brillanti, si nascondono sempre cose oscure. Era la prima volta che me ne accorgevo, e fui costretto a rifletterci seriamente. 

Succedevano anche là delle brutte cose, come dappertutto. Un vecchio stuprava la sua nipotina. Una donna dava un gran fastidio a tutti minacciando ogni notte di suicidarsi. Una notte, dopo che aveva tentato di impiccarsi e tutti l’avevano derisa, si gettò zitta zitta nel pozzo e affogò. E c’erano anche delle storie di bambini picchiati dai patrigni e dalle matrigne, proprio come nelle favole più lacrimose. 

Come può una matrigna essere crudele verso il suo figliastro? Non ha senso che si comporti così solo perché odia la prima moglie di suo marito. L’unica spiegazione di questo misfatto è l’ignoranza. Ma l’ignoranza diventa una specie di follia, nell’animale uomo.

Kurosawa Akira

(1910-1998)

Traduzione dall’americano di Roberto Buffagni.

Da: L’ultimo samurai. Quasi un’autobiografia (ed. originale giapponese 1975, ed. USA 1982),

a cura di Aldo Tassone, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, pp. 118-121.

*Il fratello di Kurosawa faceva il benshi, il narratore cinematografico che commentava e recitava le battute degli attori nel cinema muto. Con l’avvento del sonoro il ruolo del benshi inevitabilmente scomparve. Nel 1929 il fratello di Kurosawa si uccise a 33 anni.

🎞📽🎞

Sono pagine come queste, nell’autobiografia mai compiaciuta del maestro Kurosawa, a farci meglio comprendere l’umanesimo del suo cinema e il suo sguardo sul mondo. Un libro avvincente, appassionante come le sue immagini. Secondo me, indispensabile.

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La torre Ryounkaku di Asakusa in una foto d’epoca. 1910 circa.

 

Riprendiamo il racconto dall’inizio. Le due attrici d’opera con l’ombrello che attraversavano la Kagurazaka sotto la pioggia autunnale… sono passati appena quindici giorni dal grande terremoto.

In quel momento ho ricordato Asakusa in inverno, sotto una pioggia sottile, quattro-cinque anni prima.

Erano i tempi d’oro dell’opera al Nihonkan, Sawada Ryūkichi eseguiva sulle scene la “Sonata al chiaro di luna”. Una compagnia teatrale russa spinta qui dalla rivoluzione si esibiva a teatro.

Una era la signora Gan Stalsky. Ci ballava anche Anna Pavlova, che ora dovrebbe essere al Kagetsuen di Tsurumi. C’erano poi i tre fratelli Lubovsky: Anna, Daniel, Israel. La sorella maggiore, Anna, aveva dodici-tredici anni, Israel ne aveva circa nove. Anna era di una nobile bellezza.

Io, studente del primo anno del liceo, aspettavo con l’amico A. L’uscita di Anna dal camerino. Insieme ai tre Lubovsky c’era un vecchio russo cencioso. Anche il mantello di Anna, che pure le stava bene, era strappato. Provai un senso di stupore doloroso per tanta povertà.

I quattro, padre e figli, sostarono un attimo davanti a una pista di roller-skate che stava a nord del Mikuniza. Il collo della ragazza mi arrivava all’altezza delle spalle, e io ne sbirciavo la pelle.

Anna pestò con le scarpe infangate i piedi di uno studente delle medie, diventò tutta rossa e sorrise dolcemente. Anche lo studente arrossì. Poi, giunti sul bordo del laghetto, babbo Lubovsky comprò una minuscola porzione di caldarroste.

Entrarono in una pensione economica dall’aspetto miserabile davanti al Mikuniza. Noi rimanemmo lì, gli occhi alzati verso il piano superiore dell’edificio, e A. disse:

“Domani alloggerò nella stanza accanto, mi comprerò Anna. 50 yen dovrebbero bastare”.

L’attimo dopo cominciò a piovere. Quindi, ci voltammo per ripararci sotto le grondaie del Mikuniza e lì avemmo una sorpresa. Una persona appoggiata al muro guardava intenta in su, verso il piano in cui alloggiava Anna. Era lo studente cui poco prima era stato pestato il piede.

La desiderai a lungo.

Da un po’ di tempo sto coltivando l’idea di scrivere uno strano romanzo ambiguo ambientato nel parco di Asakusa, in cui appaiono solo donne di estrazione umile, come le operaie della manifattura di tabacco di Kuramae, le impiegate dei cinema, le ragazze del circo, le equilibriste del pallone… ho pensato di inserirci anche Anna e Lin Jin Hua, la ragazza cinese dai movimenti acrobatici.

Un’altra che aggiungerei, una straniera infelice, è la direttrice del Water Circus, arrivato quest’anno dall’America. Sulle rovine arse dell’Azumaza, si è esibita nel tuffo dalla cima di una scala di cento piedi in un piccolo laghetto.

All’altezza di cinquanta piedi appariva come una grossa donna in volo nel tentativo di imitare un gabbiano, ed è stata così convincente da sembrarlo davvero, magnifica.

Dicono che lei, per dirla alla giapponese, abbia fatto mizusakazuki* con gli altri membri del circo prima di salire sulla scala. Da giù si capiva che lì soffiava forte un gelido inverno.

D’un tratto, si piega, si lancia all’indietro, prima a capofitto, poi fa ruotare lentamente il corpo a mezz’aria e si tuffa nel laghetto entrando in acqua con i piedi.

Nel corso della sua impresa la direttrice è stata molto scontrosa. Così come non ha sorriso neanche una volta agli spettatori mentre saliva la scala, dopo essersi tuffata in acqua è arrivata a riva con due-tre bracciate a stile libero, ed è tornata ai camerini senza neanche voltarsi indietro. Ha sempre mantenuto l’aria depressa di chi non ha nessun interesse in quello che fa. Siamo rimasti colpiti da quella donna. Abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto vederla tuffarsi dalla cima della torre a dodici piani lì vicino.

“Sto coltivando l’idea di scrivere uno strano romanzo…” cari lettori, una decina d’anni dopo queste parole, è cominciata la stesura di questo racconto.

 

Kawabata Yasunari

(1899-1972)

 

Traduzione di Costantino Pes.

Da: La banda di Asakusa (Asakusa kurenai dan, 1930), Torino, Einaudi, 2007, pp. 123-124.

* Cerimonia per dirsi addio bevendo insieme acqua da una tazzina per sake.

 

🎡🎡🎡

Forse nessun libro come La banda di Asakusa è capace di precipitarci così prepotentemente nel gorgo della Asakusa degli anni Venti, con i suoi teatri di varietà, la torre a dodici piani ricca di negozi e ristoranti (che verrà abbattuta dal grande terremoto del 1923 e mai più ricostruita), il luna park, gli spogliarelli, la prostituzione, i mendicanti, gli sfaccendati, i malfattori… tutto un mondo che Kawabata ritrae magistralmente e racconta con partecipazione nelle pagine del suo “strano romanzo”. Forse un’opera insolita per chi ha letto opere più tarde dello scrittore, ma imprescindibile. Per conoscere Kawabata e, naturalmente, per conoscere Tōkyō.

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Tosa Mitsuyoshi (1539–1613), Farfalle (Kochō), cap. XXIV del Genji Monogatari, paravento a sei ante, The Met, New York, part.

Trascorso il ventesimo giorno del terzo mese il giardino del Quartiere di Primavera appariva più bello che mai e, nel vedere lo splendore dei fiori e nell’udire la voce degli uccelli, negli altri quartieri ci si meravigliava perché sembrava che solo laggiù la primavera non finisse mai. Pensando che probabilmente le giovani donne avrebbero rimpianto di non poter ammirare a proprio agio gli alberi sulle colline, le isole del lago, il colore intenso dei muschi, Sua Signoria fece preparare delle barche sul modello di quelle del paese dei Tang, le fece attrezzare in fretta, e per il giorno in cui sarebbero state spinte sull’acqua invitò gli artisti dell’Ufficio della Musica perché organizzassero un concerto. Intervennero principi e dignitari d’alto rango. Proprio in quegli stessi giorni, anche l’Imperatrice era tornata nella sua residenza d’origine. La Prima Signora pensò che fosse giunto il momento di rispondere al messaggio di sfida che ella a suo tempo le aveva inviato, «Se il giardino aspetta la primavera», e anche Sua Signoria avrebbe desiderato mostrare la fioritura all’Imperatrice, ma dal momento che il rango di quest’ultima non le permetteva di spostarsi senza una ragione particolare solo per ammirare i fiori, le sue giovani dame di compagnia – quelle che avrebbero più apprezzato quel genere di intrattenimento – furono invitate sulle barche; poiché il lago a sud della residenza dell’Imperatrice era fatto in modo da comunicare con l’altro, quando apparvero le piccole colline artificiali che segnalavano il confine, le imbarcazioni aggirarono il promontorio e uscirono nel lago della residenza di Sua Signoria, dirigendosi verso il Padiglione per la Pesca sul lato orientale, dove egli aveva fatto venire le sue dame di compagnia.

Le due barche ornate di polene a forma di drago e albatro erano riccamente decorate secondo lo stile del paese dei Tang, i ragazzi che manovravano il remo avevano i capelli raccolti a mizura ed erano vestiti alla maniera cinese, cosicché, una volta trasportate nel centro di un lago così grande, le giovani donne, che non erano abituate a un simile spettacolo, avevano davvero l’impressione di trovarsi in un paese straniero ed erano piene di ammirazione. Quando le barche passarono accanto alle insenature delle isolette notarono che le cime degli alberi dove ancora si dilungava la nebbia sembravano portare uno strascico di broccato e che nel giardino principale, in lontananza, i rami dei salici di un verde intenso si piegavano verso terra, mentre i fiori spandevano all’intorno un profumo indescrivibile. Persino i fiori di ciliegio che altrove avevano superato ormai il momento del pieno rigoglio, qui sembravano aprirsi in un sorriso e il colore dei glicini lungo i passaggi coperti cominciava a farsi più intenso. E ancora più splendenti erano gli yamabuki che in piena fioritura riflettevano la loro immagine nella acque del lago, traboccando lungo le sponde. Uccelli acquatici, a coppie, intrecciavano il volo portando ramoscelli nel becco, e anatre mandarine disegnavano il loro profilo su onde di damasco, degne di essere raffigurate in un dipinto: davvero il fascino di quel luogo era tale da far dimenticare lo scorrere del tempo, fino a far marcire il manico dell’accetta.*

«Quando soffia il vento,

perfino le onde sembrano 

colorarsi di fiori, 

È forse così il famoso 

Promontorio degli Yamabuki?».

 

«Il lago di primavera

è forse come la limpida corrente

del fiume Ide?

Gli yamabuki della riva

sbocciano anche sul fondo».

 

«Nessun bisogno

di visitare il monte

della Tartaruga,

avrò fama di aver trovato

l’immortalità su questa barca».

 

«Sull’imbarcazione

che avanza nel sole di primavera

sono fiori

anche le gocce d’acqua

che il remo lascia cadere».

Il paesaggio era tale che non fa meraviglia se le giovani donne ne erano affascinate e si scambiavano queste semplici poesie, dimentiche sia del luogo da dove provenivano sia della meta verso cui erano dirette.

Verso l’ora del tramonto, mentre risuonavano le note di Cerbiatto reale, le imbarcazioni si accostarono al Padiglione della Pesca e, senza rendersene conto, esse scesero. Il posto era arredato in modo semplice, ma raffinatissimo e le giovani donne di entrambe le parti, che facevano a gara per l’aspetto e l’estrema eleganza dell’abbigliamento, apparivano di una bellezza non certo inferiore a quella di un broccato fiorito. Furono eseguite danze nuove e ancora sconosciute. Sua Signoria aveva scelto con ogni cura esecutori che esprimessero al meglio i segreti della loro arte per allietare i presenti. Al sopraggiungere della notte nessuno era ancora stanco e quindi egli fece accendere le torce nel giardino principale e chiese ai musicanti di avanzare fino al tappeto di muschio ai piedi della scalinata, mentre principi e dignitari prendevano flauti e cetre. Dopo che i più esperti fra i musici di professione ebbero impostato la linea melodica sōjō gli altri partecipanti seduti più in alto presero a suonare gli strumenti a corda, e quando si giunse al brano Oh che giorni prosperi perfino la gente più umile e priva di sensibilità, mescolandosi a carri e cavalli che si assiepavano attorno al portale di ingresso, ascoltava con sorrisi estatici, commentando che era una vera fortuna essere presenti. Era evidente a chiunque che la bellezza del cielo, la voce degli strumenti, la melodia di primavera, l’eco della musica non avevano rivali. Quando poi cambiando la scala musicale si passò a Primavera di gioia, il Principe Capo dell’Ufficio degli Affari Militari cantò due volte Salice verde in modo eccellente e Sua Signoria gli fece eco. Arrivò il mattino…

 

Murasaki Shikibu

(XI sec.)

Traduzione di Maria Teresa Orsi.

Da “Farfalle”, XXIV capitolo de La storia di Genji, Torino, Einaudi, 2012, pp. 485-488.

 

* Riferimento a una leggenda di origine cinese, secondo la quale un boscaiolo incontrò due esseri soprannaturali che giocavano a go e mentre li osservava trascorse, a sua insaputa, un tempo così lungo che il manico della sua accetta marcì; quando fece ritorno a casa, scoprì che nel frattempo si erano succedute sette generazioni. [Nota di M. T. Orsi]

🌸🌸🌸

 

Una primavera ideale, un mondo ideale: è il mondo creato da Murasaki, è la sfolgorante primavera del principe Genji, lo splendente. Natura e uomini, fiori e canti, musica e uccelli: ogni elemento della rappresentazione ideata da Murasaki concorre a creare un quadro unico, una bellezza armoniosa e incomparabile, irraggiungibile se non nei sogni. Vi ci rifugeremmo, in questi nostri giorni crudeli di primavera.

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