Una sera d'estate incamminandoci verso Ueno. Taito-ku, Tōkyō, agosto 2013.

 

Avevo intenzione di partire l’indomani, in mattinata. Se avessi atteso il crepuscolo, sarei stata triste. I fine giornata, soprattutto in estate, non erano il mio forte.

Questo mi ricorda che un giorno, all’epoca in cui avevamo appena traslocato, mia madre era uscita sul balcone dell’appartamento ed era rimasta a lungo a contemplare il cielo in lontananza, a fine giornata. Indossava un abito senza maniche (nella vita di tutti i giorni la mamma non porta certo il kimono, si veste all’occidentale, molto semplicemente). Le braccia levate, fissava il cielo come se fosse stata tutta assorbita da qualcosa.

“Che hai?” ho domandato, ma lei si è accontentata di sorridere scuotendo la testa.

Ho sentito allora che la mamma non doveva amare molto i fine giornata estivi.

Senza dubbio avrei finito per tornare sempre meno a casa della nonna, ho pensato. Amo questo quartiere. Lo amo, senza riserve. Ed è senza dubbio perché questo sentimento è puro che l’oblio arriverà presto.

Ho chiuso gli occhi. La gioia è tornata, poco a poco, sottile. Avevo voglia di baciare Emoto.

Mi sono ricordata che il rossetto di Akemi, la dipendente del Roman, era di un bel colore vivace. Il profumo del crepuscolo d’estate, una frazione di secondo, ha ripreso vita per avvolgermi, e ho sentito una tristezza dolorosa. La gioia e la sofferenza si mescolavano, avrei voluto piangere.

Mi sono alzata e ho socchiuso la tenda, per far penetrare nella stanza l’aria della sera. Gli insetti d’autunno già cantavano.

Mamma. Papà. Nonna. Zia Rumi.

Uno dopo l’altro ho evocato i loro volti.

L’aria risuonava delle strida delle cicale e dei grilli. Senza più pensare a nulla, ho teso l’orecchio e sono rimasta senza muovermi, attenta al canto dell’estate che finiva.

 

KAWAKAMI Hiromi

 

Da: Le temps qui va, le temps qui vient (Dokokara ittemo tooi machi), Arles, Philippe Picquier, 2013, pp. 83-84.

La traduzione del brano è mia.

 

Kawakami Hiromi è una scrittrice che ammiro molto. Di Kawakami si possono leggere in lingua italiana:

Gli anni dolci (versione manga disegnata da TANIGUCHI Jirō del romanzo La cartella del professore), Milano, Rizzoli Lizard, 2010.

La cartella del professore, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2011.

Le donne del signor Nakano, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2014.

 

 

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Su una vecchia cartolina pubblicitaria... uno zampirone! Sapporo, agosto 2001.

 

Sulle zanzare che bruciano

 

Il vostro corpo è minuscolo come un granellino di polvere e la sera, riunite [in sciami] a colonne che s’alzano all’ingresso posteriore delle case, [andate a] fare un rumore di tuono al bordo dei  comignoli [dei tetti]. Molestate la pelle di nobili e plebei, le persone di bassissimo rango, chi non possiede almeno uno shichō? Quanto mai si spende complessivamente, e inutilmente, per causa vostra! I tafani hanno un aculeo nella bocca, le api un pungiglione di dietro, ma non necessariamente per far del male all’uomo, ma solo per difendersi dai nemici, se questi si avvicinano. Proprio come un uomo che cinga la spada. Voi, invece, mirate a coglier di sorpresa le persone, bramose di soddisfare la vostra bocca e la pancia. Solo di rado, impigliate nella tela di un ragno, o afferrate dalla mano dell’uomo, non potete far uso del pungiglione, che è, dunque, inferiore alle forbici del borsaiolo.

Questa sera ho acceso un fascio di foglie di sugi * per [tenerle lontane e] rendere la mia veranda confortevole. Io detesto che profittiate di fessure [per entrare dentro la mia casa]; per questo, sebbene la mia azione possa sembrare puerile, vi affronto con una torcia e vi scaccio. È un inferno che avete voluto voi, non dovete prendervela con altri. Eppure, quando vi osservo, poverette [mi vengono spontanei questi versi]:

Hi wo tori ni

Konu ka wa hito ni

Yakarekeri.

Sono state bruciate

dall’uomo le zanzare che non son venute,

come le tarme, a scaldarsi al lume.

 

Yokoi Yayū (1702-1783)

Dalla raccolta di haibun (schizzo comico) Uzuragoromo (Il vestito di quaglia), pubblicata postuma nel 1787).

Trad. di Marcello Muccioli.

Juban (sotto-kimono) da uomo in seta (part.). Fine XIX sec.

Haibun?”

“Ma che cos’è?”

È un genere letterario che consiste in brevi saggi in prosa disseminati di haiku – proprio come il brano di Yokoi Yayū che ho ritrovato su un vecchio e glorioso manuale di letteratura giapponese e che ho deciso di ricordare qui.

I temi degli haibun sono sempre lievi, a volte francamente umoristici, destinati a un pubblico popolare. Il genere ebbe un certo successo durante il periodo Edo e fu  molto apprezzato e praticato anche dal maestro Matsuo Bashō. La prima raccolta di haibun, Takagura (Un magazzino di tesori), si deve però a Yamaoka Genrin (1631-1672). 

 

* Cryptomeria japonica.

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In questa nuova stagione voglio ricordare le donne giapponesi. Un profilo alla settimana. Dedicato a noi.

Questi ultimi mesi sono stati per me troppo ricchi di impegni e ho trascurato un po’ queste pagine. Ora si riprende. Con rinnovata energia!

Genji monogatari emakimono (part.), Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

Quando penso a dama Sarashina penso al piacere della lettura, alla gioia di nascondersi sotto una coltre, alla luce fievole di una candela, per gustare l’ultima avventura del nostro eroe preferito e pazienza se questo eroe si chiama Genji ed è un principe che tutte le dame di Heian amerebbero incontrare. 

Di dama Sarashina sappiamo che nacque attorno al 1009, che era figlia di Sugawara no Takasue e sposa di Tachibana no Toshimichi (?-1058), governatore della provincia di Shianano, e che alla morte di questi, come accadeva spesso all’epoca, si fece monaca buddhista.

Nel suo diario (di cui esiste una eccellente traduzione in lingua italiana che dobbiamo a Carolina Negri), dama Sarashina racconta la vita di una donna comune, preoccupata più dei propri figli o delle proprie aspirazioni che non delle vicende politiche del tempo e delle chiacchiere della corte imperiale da cui visse, per altro, sempre lontana. Nelle pagine che riguardano la sua giovinezza, dama Sarashina esprime con lo spirito di una fanciulla di rara sensibilità il gusto vorace per la lettura, la passione per le storie romanzate che andava a contrastare le letture edificanti buddhiste imposte dalle convenzioni del tempo. Uno spirito ribelle e appassionato dei giorni della giovinezza che poco a poco rientra nei ranghi di una disciplina che voleva le donne capace di adattarsi alla situazione contingente di un matrimonio, di figli da crescere, abbandonando per sempre i sogni e le aspirazioni che la lettura di quelle storie affascinanti di pura invenzione aveva alimentato.

 

Quella primavera [del 1021] si era diffusa una grave epidemia a causa della quale anche la mia nutrice, che a Matsusato mi era apparsa splendida al chiarore della luna, morì il primo giorno del terzo mese.

Per la mia inconsolabile sofferenza, non avevo neanche più voglia di leggere i racconti. Un giorno in cui non avevo fatto altro che piangere a dirotto, a un certo punto, involontariamente, guardai fuori: nella splendida luce del sole al tramonto cadevano petali di ciliegio.

Allora recitai:

I fiori di ciliegio che cadono

la prossima primavera

senz’altro li rivedrò.

Rimpiango però la persona

che per sempre mi ha abbandonata.

Quando venni a sapere che per la stessa epidemia era scomparsa anche la figlia del Ciambellano e Consigliere maggiore, io che soffrivo per la perdita della nutrice provai una profonda compassione per il dolore del marito, il Capitano, figlio del Ministro. Nel periodo in cui ero da poco nella capitale, mi avevano regalato un manoscritto di quella fanciulla per fare esercizio di calligrafia. C’erano scritti i versi: «Se nel cuore della notte non mi fossi destato…»  e anche la poesia:

Se vedete levarsi il fumo dalla valle del monte Toribe,

sappiate che si è dileguata la mia effimera esistenza.

Mentre osservavo la bellissima grafia con la quale erano scritte quelle parole che sembravano preannunciare il suo triste destino, mi commuovevo ancora di più.

Lettura appassionante. Dal Genji monogatari emakimono (part.), Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

Mia madre, preoccupata di vedermi sempre depressa, per farmi distrarre mi procurò dei monogatari con i quali in effetti riuscii a svagarmi un po’. Dopo aver letto la storia di Murasaki avrei voluto leggerne il seguito, ma non potevo chiedere a nessuno di aiutarmi perché le persone a me vicine, essendo arrivate da poco nella capitale, non sarebbero riuscite a trovarlo. Non vedevo l’ora di procurarmelo e dentro di me non facevo altro che pregare: «Fatemi leggere tutti i fascicoli della Storia di Genji dal primo all’ultimo!»

Quando mia madre si recò al tempio di Uzumasa per un ritiro spirituale, andai anch’io con lei e senza considerare altro, chiesi al buddha di esaudire solo questo mio desiderio. Pensavo che non appena fossi uscita dal tempio avrei potuto leggere tutti i fascicoli di quel racconto, ma purtroppo non ci riuscii. Ero delusa e sconsolata, quando un giorno arrivò dalla provincia una mia zia, alla quale andammo a fare visita: «Come sei bella! E come ti sei fatta grande!», esclamò con affetto.

Giunto il momento di congedarci, fece: «Cosa posso regalarti? Una cosa utile, non ti piacerebbe di certo. Vorrei invece donarti qualcosa che desideri davvero».

Ero al settimo cielo quando portai via con me una sacca dove aveva messo gli oltre cinquanta fascicoli della Storia di Genji sistemati in una scatola, insieme ad altri racconti come Il capitano Zai, Tohogimi, Serikawa, Shirara e Asauzu.

Prima di allora avevo letto con il fiato sospeso solo alcune parti della Storia di Genji irritandomi perché non riuscivo a comprenderne bene la trama. La soddisfazione che provavo quando tutta sola, sdraiata dietro un paravento, tiravo fuori dalla scatola uno dopo l’altro i fascicoli per leggerli, era invece così grande che non avrei scambiato il mio posto neanche con quello di una consorte imperiale! Leggevo tutto il giorno, e la notte, quando ero sveglia, continuavo a leggere alla luce di un lume. Non facevo altro, e con immensa soddisfazione mi resi conto che senza sforzo ero riuscita a memorizzare diversi passi di quella storia.

Una notte mi apparve in sogno un monaco di bell’aspetto con una stola di stoffa gialla su una spalla e mi disse che dovevo al più presto imparare a memoria il quinto fascicolo del Sutra del Loto. Non parlai a nessuno di quel sogno e non avendo alcuna intenzione di imparare le sacre scritture, mi dedicavo anima e corpo solo alla lettura dei racconti.*

 

*Da Le memorie della dama di Sarashina (Sarashina nikki), a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 63-65.

 

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Preparando il libro sullo Zen, avevamo girato il Giappone scattando immagini nei templi delle varie scuole e in alcuni luoghi significativi collegati alle arti e all’estetica zen.  Alcune foto sono finite nel libro. Ne sceglierò qualcuna e la presenterò qui, con la relativa didascalia. Ricordo per me di viaggi straordinari, di studi entusiasmanti e… di un libro.

Il sentiero del tè che porta al padiglione Meimei-an, Matsue. Estate 2005.

 

“Alla cerimonia del tè ben si adatta il pruno, il crisantemo d’inverno, le foglie gialle cadute, il bambù verde, i vecchi alberi e la brina all’alba.” Sen no Rikyū

 

Ispirato in origine al romitaggio di montagna, il giardino del tè è in genere costituito da uno spazio verde di piccole dimensioni in cui un sinuoso sentiero di pietra reca allo chashitsu, il padiglione del tè e il cui scopo è quello di infondere nell’ospite della cerimonia del tè un sentimento di solitudine e di distacco dal mondo, di calma interiore. Le piante sono scelte con cura in funzione del fitto fogliame al fine di dare un’impressione di armonia, di rispetto, di purezza, di tranquillità (wa, kei, sei, jaku) secondo le regole dettate da Sen no Rikyū e soprattutto da un’idea di naturalezza accuratamente perseguita. Non mancano però latifoglie caducifoglie e cespugli a bacche rosse i cui mutamenti stagionali alludono al concetto buddhista di impermanenza del mondo fenomenico (mujō) e interrompono l’apparente monotonia di un giardino da cui sono banditi fiori grandi e colori vivaci. La maggior parte dei chaniwa è caratterizzata da un’accurata collocazione di pietre a formare un sentiero (tobiishi) che permette di accedere allo chashitsu, attraverso un percorso che introduca all’intima comunicazione del rito del tè. Le regole di composizione formalizzate da Rikyū e arricchite dai successivi maestri del tè Furuta Oribe e Kobori Enshū prevedono la presenza di cancelli di bambù, padiglioni per il riposo dell’ospite (machiai), una lanterna in pietra ed infine una vasca in pietra (tsukubai) su cui è poggiato un mestolo in bambù dal lungo manico per la purificazione rituale. Il tutto è governato dalla ricerca della funzionalità associata agli ideali estetici di essenzialità, asimmetria e bellezza effimera.

 

Vedi a pag. 290 di

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Presso l'antico tempio zen Zuiganji. Matsushima, agosto 2013.

 

 

Come alberi di cera, cinque aguzzi pini

crescono in una fenditura del terreno.

Subito dopo la pioggia, ecco i fiori

di muschio che si riflettono in una pelle di granito.

Nel profondo e silenzioso andare e venire

di formiche e funghi

si disfano i templi della collina e

muoiono gli spiriti del fiume.

 

Kusano Shinpei

(1903 – 1988)

 

Da La protesta poetica del Giappone, Antologia di cent’anni di poesia giapponese a cura di Dacia Maraini e Michiko Nojiri, Roma, Officina Edizioni, 1968, p. 69.

* Per chi ha voluto condividere con me l’avventura di un viaggio appassionante dentro alla poesia giapponese.  Grazie del vostro entusiasmo, della curiosità, delle emozioni condivise. Grazie!

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