Mukashi mukashi. Letture per farci compagnia. Una radio, una voce nel buio.

Kawase Hasui (1883-1957), Viale di criptomerie, 1930 circa.

 

In questo preciso momento tutto è immerso nell’oscurità. Alla mia destra intravedo altre colline ricoperte di cryptomerie. Da quella parte c’è anche un piccolo fiume che scorre davanti al bosco in cui mi trovo e attraversa la città, prima di avviarsi verso la costa e raggiungere il Pacifico. Una ferrovia corre lungo la linea litoranea. In lontananza distinguo a malapena l’ingresso tondeggiante di una galleria nel fianco di una montagna. Il fatto incredibile è che riesco a vedere tutte queste cose come se pendessero sottosopra, aggrappate alla terra, contro la legge di gravità. È un mondo davvero strano, dove tutto sembra essersi capovolto. 

Nella mano sinistra stringo il mio telefono cellulare waterproof. Il display è appena visibile, al confine del mio campo visivo. Nell’assurda posizione in cui mi trovo, non riesco a capire in nessun modo se e cosa ci sia scritto. Di tanto in tanto si illumina debolmente. A giudicare dalle vibrazioni e dalla retroilluminazione lampeggiante posso dedurre che qualcuno stia cercando di mettersi in contatto con me. Per fortuna, quando ho comprato questo telefonino, mi sono preso la briga di programmare la modalità “vibra” associando un diverso tipo di vibrazione ad alcuni numeri, così da distinguere al volo chi mi sta chiamando, specie se si tratta di parenti e amici intimi. 

Ah, c’è un’altra cosa: non so perché ma, sulla cima di questa cryptomeria, all’estremità del ramo che sporge alla mia sinistra, c’è una specie di passero bianco e nero con una lunga coda e il becco sottile e appuntito, molto probabilmente un batticoda. Riesco a vederlo a malapena tutte le volte che il display del cellulare si illumina. È grande quanto una piccola colomba, ha una forma slanciata e agita spesso la coda. I batticoda sono tra i miei uccelli preferiti, ma questo continua a fissarmi dall’alto senza mai spostarsi – o forse sono io che osservo lui da sopra, dal momento che il mondo si è come ribaltato. È qui da quando è cominciata la trasmissione, forse pensa di essere il regista del programma. Ah-ah-ah! 

Ho la netta sensazione di trovarmi quassù da un bel pezzo, ma ho dimenticato completamente ciò che è accaduto. Ricordo solo una sorta di scossone improvviso, come se una forza inaudita mi strattonasse e mi sballottasse da un lato e dall’altro facendomi piroettare a più non posso, fìnchè mi sono ritrovato a fluttuare nell’aria a decine di metri dal suolo. Allora mi sono messo a pensare, o almeno ci ho provato, nella speranza di capirci qualcosa. A proposito, la conoscete la storia del monaco buddhista Rōben? Quando ero studente, un’amica di mia moglie – in realtà all’epoca non eravamo ancora sposati – si procurò dei biglietti per uno spettacolo di teatro dei burattini e ci propose di accompagnarla. Ricordo che tornai a casa frastornato, senza aver compreso più di tanto il fascino del bunraku, una delle grandi arti giapponesi tradizionali, il che tra l’altro mi rese a lungo oggetto del sarcasmo pungente della mia futura consorte. Lo spettacolo era basato sulla storia di Rōben, fondatore del Todaiji a Nara, il quale secondo la leggenda fu preso da un’aquila quando era ancora in fasce, a Kyōto – o forse era da qualche altra parte nella prefettura di Shiga – e fu lasciato su un’alta cryptomeria nei pressi del padiglione del Nigatsudō, dove fu trovato da un gentile e bravo monaco. Il resto della storia l’ho dimenticato, ma questa parte mi è rimasta bene impressa nella mente. Me la ricordo come fosse uno strano sogno. Sul palcoscenico, accanto al tizio che suonava con trasporto il suo shamisen, c’era un anziano signore dai capelli bianchi come la neve che declamava la storia a gran voce, il viso paonazzo per lo sforzo. In effetti mi sembrava di sognare, avevo un sonno pazzesco. Anzi, a dirla tutta, credo di essermi appisolato più volte.
E adesso, incredibile ma vero, mi è capitata una cosa molto simile a quella che accadde a Rōben. Ovviamente io non sono un bambino in fasce, né tanto meno potrò mai diventare un monaco buddhista. Sono solo una persona qualsiasi, che era appena tornata nella città natale, aveva trovato un appartamento al quarto piano di un palazzo e aveva cominciato a sistemare i suoi bagagli. il giorno dopo, forse nel primo pomeriggio, avendo promesso a mia moglie che non avrei fumato nella casa nuova, esco sul balcone, prendo il mio accendino viola da cento yen e, nell’istante preciso in cui chino il capo per accendere la sigaretta, avverto uno strattone pazzesco e una fitta violenta, come se gli artigli di un’aquila gigantesca mi si fossero conficcati nella carne delle spalle. Subito dopo mi sento scuotere forte dalla testa ai piedi, perdo il controllo del corpo quasi fossi stato risucchiato in un vortice, e l’istante successivo mi ritrovo in cielo alla deriva, a osservare la città e i suoi dintorni dall’alto: il porticciolo e le montagne alle sue spalle, e nel mezzo la piccola distesa di terra ricoperta di case, palazzi, negozi, uffici postali, ospedali e ogni altro genere di costruzioni. Sembrava di vedere Google Maps in versione “satellite”. 

Adesso che ci penso, ricordo che si sentiva un battito di ali continuo e assordante, e ancora adesso ho nelle narici il fetore insopportabile di quell’uccello mostruoso. È assurdo, lo so, ma è così. Come spiegarsi altrimenti il fatto che un uomo grande e grosso come me si ritrovi impigliato in cima a un albero? Di tutto quello che è successo prima, come ho già detto, ho solo un vago ricordo. Adesso sono quassù e nessuno lo può negare. E chissà per quanto a lungo dovrò restarci. Non credo proprio che un gentile e bravo monaco spunterà dal nulla e verrà a salvarmi. Qua in alto non ci sono né monaci né nessun’altra persona, regna una quiete assoluta. E laggiù, nella città capovolta, non si vede anima viva. A dirvela tutta, mi sono messo a parlare a ruota libera nella speranza di vincere il terrore del momento. Radio Imagination è un’ultima misura disperata per sconfiggere la solitudine. Che cosa diavolo è successo e in quale mondo mi trovo? Se ponessi la questione in questi termini, finirei con l’impazzire. 

R-a-d-i-o I-m-a-g-i-n-a-t-i-o-n! 

 

Seikō Itō

(1961)

 

Traduzione di Gianluca Coci.

Da: Radio Imagination (Souzou Radio, 2013), Vicenza, Neri Pozza, 2015, pp. 19-22.

 

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Considerato uno dei romanzi giapponesi più importanti degli ultimi anni, vincitore del prestigioso premio Noma, Radio Imagination è un’opera visionaria che rende come nessuna la tragedia dello tsunami del Tōhoku del 2011. Sbalzato sul ramo di un albero gigantesco, Dj Ark trasmette musica e parla a ruota libera, per consolare vivi e morti, da una radio che è tutta nella sua testa. Un romanzo pieno di empatia, di umana solidarietà e che restituisce speranza. Senza retorica, senza orpelli, senza discorsi stucchevoli, Seikō consola i vivi, placa lo spirito delle vittime e ci commuove.