“Il bagno”, acquerello di Satō Giei.

 

Il bagno

 

Colui che scalda il bagno, è il maestro del bagno. Nei giorni del mese che terminano per 4 e 9, i monaci assicurano a turno il servizio dei bagni dopo aver ricevuto le consegne dal monaco responsabile dell’accoglienza degli ospiti.

Le foglie cadute e i rami secchi raccolti nel recinto del tempio sono gli unici combustibili. L’acqua è distribuita con una rigorosa economia. Ecco due principi da rispettare se si desidera apprendere la dhyana: non sprecare né l’acqua né le fonti di energia. Da lì comincia la riconoscenza dovuta ai doni della natura come a tutti gli esseri viventi.

Le secche ramanzine che incassano i novizi sono soprattutto su questo punto.

Quando l’abate del tempio ha finito di fare il bagno, il responsabile dei luoghi chiama a raccolta per il bagno formale, o “bagno ordinario”, battendo l’una contro l’altra le due tavolette di legno. A questo segnale, la grande assemblea si dirige in ordine, uno dietro l’altro, verso il padiglione dei bagni. Prima e dopo il bagno, ognuno, con devozione, si prosterna a tre riprese fino al suolo davanti al bodhisattva Baddabara, che pervenne al Risveglio mentre faceva il bagno. Ognuno dispone del tempo di combustione della metà di un bastoncino d’incenso (un ventina di minuti circa) per lavarsi con cura le quattro membra, facendo ben attenzione a economizzare il più possibile l’acqua calda. Il padiglione dei bagni, in un tempio, è uno dei tre edifici in cui il silenzio è di rigore. L’accogliente temperatura del bagno è conciliante e voi vi lascereste facilmente andare a canticchiare qualche parola di Torazō ma, in questo luogo, non c’è modo di emettere il minimo sussurro, non parliamo poi di vociare. Con quale spirito si pratica la “visita al bagno”? Ebbene, si tratta, con gli stessi mezzi che utilizza un comune mortale per fare le sue abluzioni, di purificarsi e di lavarsi dalle impurità e dal viluppo delle nostre costruzioni intellettuali.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 78-79.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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“I grandi 4 e 9”, acquerello di Satō Giei.

 

I grandi 4 e 9

 

Il calendario, che distingue sotto il nome di “grandi 4 e 9” il quattordicesimo giorno della lunazione e l’ultimo, li riserva, uno e l’altro, alla manutenzione degli ambienti. Quel giorno, ognuno ha diritto a fare il pigro: può aspettare l’alba prima di alzarsi. Metterà poi a profitto il resto della mattinata, dopo la rasatura del cranio, procedendo alle grandi pulizie dell’interno e dell’esterno del padiglione di meditazione. Nel pomeriggio, nulla impedisce di andare in città per qualche commissione privata.

Designati in tutte le società come il luogo della massima impurità, i gabinetti ricevono nel tempio, di cui costituiscono uno dei sette padiglioni, il nome di “ufficio dell’Est”. Vi si venera una divinità buddhista: è Ususama Myoō, che aiuta a purificare il luogo.

Il compito in se stesso non ha nulla di esaltante ma, finché la nostra misera condizione umana non avrà trasceso la sua impurità fisica e spirituale, ci sarà bisogno di affidare a delle persone la cura di questa pulizia. Il tempio zen esorta questi servitori dell’ombra a fare di ciò un tesoro di meriti nascosti. Occuparsi delle latrine di un monastero permette di progredire e di guadagnare in virtù. Persino per chi è pervenuto al Risveglio, gli esercizi pratici devono corrispondere alle sue conoscenze teoriche. Si è lontani dalla corvée che si impone al novizio: guardate questi monaci, sbiancati sotto l’imbracatura, sistemato il loro futon, prendere di nascosto il cammino verso quei luoghi isolati che vanno a pulire, per tornarsene poi carichi di meriti. È alle toilette che si pratica l’esercizio dello zen! Non c’è che da vedere con quale spirito di emulazione i giovani novizi vogliono recarsi presso Myoō per apprendere a purificarsi corpo e anima.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 76-77.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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“Radersi”, acquerello di Satō  Giei.

 

La rasatura del cranio

 

I giorni che finiscono per 4 e 9 devono cominciare con la “rasatura del cranio”. Per cominciare, al mattino avviene la consultazione personale con il maestro, e poi, una volta il futon sistemato sul ripiano, ci si indirizza un saluto, da vicino a vicino,  con le palme giunte e la testa inclinata; poi ci si rade reciprocamente il cranio. Si può immaginare un metodo più appropriato per esprimere la propria determinazione, abbandonare le proprie passioni, domare le proprie illusioni? Il Buddha storico Shakyamuni insegnava: “Se mantieni nel tuo cuore pensieri di cupidigia, di collera e d’accecamento, comincia innanzi tutto con il raderti da solo la testa”. La testa rasata del monaco, segno distintivo dei discepoli del Buddha, che sia quella di un monaco compiuto, arhat, che abbia la forma di una zucca o di un maglio di legno, necessita di una cura minuziosa. Il nuovo venuto crede di morire di vergogna durante l’operazione. È anche la prima volta della sua vita che tiene un rasoio in mano. Non solo non è capace di affilarlo, ma, inoltre, è ancora nuovo alla manipolazione del rasoio e non tarda a fare della testa di cui si occupa una piaga sanguinolenta. Ci sono, all’opposto, degli anziani che l’esperienza ha reso capaci di radersi da sé con una rapidità sorprendente.

Un antico detto chiede: “Perché Bodhidharma non aveva la barba?”. In attesa di poter rispondere, tutti, senza eccezione alcuna, saranno arrivati a possedere la tecnica del perfetto barbiere.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 74-75.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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“Nell’orto”, acquerello di Satō Giei.

 

Nell’orto

 

Se il monastero zen dipende in larga misura per il suo cibo dai doni che provengono dall’esterno, non è meno vero che dispiega sforzi di ogni natura per bastare a se stesso; per limitarsi alle verdure, ci si fa un punto d’onore di provvedere ai bisogni del tempio, cosa che dà al lavoro dei campi un posto speciale.

Quando ci si dedica al lavoro nell’orto, si fa la propria parte con concentrazione e silenzio, che si tratti di spargere il letame o di seminare. Coloro che si impegnano in questo compito misurano il prezzo di un semplice chicco di riso gettato per terra: sì, finisce per pesare tanto quanto il monte Sumeru e rivela fino a che punto noi siamo in obbligo con la natura. La fatica che uno ha fatto non è infruttuosa; si fa offerta delle primizie a Idaten.

Se la coltivazione degli ortaggi ha lo scopo di assicurare il beneficio di un raccolto abbondante, non deve però far dimenticare il lavoro sui kōan, secondo l’adagio: “Il lavoro in movimento vale cento milioni di volte il lavoro nella quiete”. Con simili esercizi per ritmare molto concretamente il giorno, non si ha forse la prova più pertinente, la più irrefutabile che la vita in un monastero zen respinge ugualmente la letargia sonnolenta e il sogno inconsistente?

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 72-73.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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“Lavorare con le proprie mani”, acquerello di Satō Giei.

 

Lavorare con le proprie mani

 

“Chi non fa nulla, non mangia nulla!”. Il motto non vale solo per il lavoro in generale, è la struttura stessa del monastero zen. Colui che ne ha stabilito le regole, il maestro Hyakujō, continuava, a ottant’anni passati, a recarsi ai campi ogni mattina. Un discepolo si commosse e, credendo di far bene, gli nascose il suo falcetto. Il maestro restò nella sua cella, lo stomaco vuoto, e non si fece vedere ai pasti. Al discepolo sconcertato, che lo spingeva a sostentarsi, egli oppose questo motto.

Esso è all’origine dello statuto del lavoro manuale nel monastero: samu, esercizio “in movimento”, è l’equivalente dell’esercizio “in riposo”, costituito dalla meditazione seduta, zazen.

Si tratta di “scavare il kōan, ma in movimento”. Se si dice: “Chi non fa nulla, non mangia nulla!”, ciò non è per lasciar libero corso allo spirito di avarizia, né per vincolare la persona a non so quale obbligazione imposta dal di fuori: è un modo di coltivare l’autonomia propria di ognuno e che il compito forza ad appropriarsi.

Il lavoro manuale si distribuisce in “grande”, se implica che lo si faccia in montagna e in “piccolo” se si limita alla pulizia del giardino o alle pulizie dei locali. Ma sia l’uno che l’altro sono un’occasione per riunirsi, novizi e anziani, nel silenzio e nella fatica che ti fa sudare. In questi momenti è escluso che si comunichi l’uno con l’altro, anche con un sussurro, ma ci si deve sforzare di prendere su di sé il lavoro che gli altri respingono o che tutti rifiutano, e di prolungare la seduta di lavoro per sistemare il materiale, tutto ciò, come lo si scoprirà presto, rende lo sforzo ogni giorno più efficace.

 

 

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 70-71.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

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